In una lettera che Christine Lavant scrisse alla sua traduttrice inglese, Nora Purtscher-Wydenbruck, nel 1958, chiese la restituzione del manoscritto degli "Appunti": voleva distruggerlo. E pregò la Purtscher-Wydenbruck di bruciarne la traduzione. Evidentemente nulla del genere è avvenuto perché, nonostante la traduttrice avesse rassicurato la Lavant circa l'immediata riconsegna del manoscritto originale in lingua tedesca, quest'ultimo è stato rinvenuto, nella metà degli anni Novanta, tra i documenti del lascito della Purtscher-Wydenbruck, morta nel 1959. Nora, quindi, non rispedì mai indietro gli "Appunti" alla Lavant e probabilmente noi oggi possiamo leggerli proprio grazie all'inadempienza della traduttrice inglese.
Molto di quanto Christine Lavant scrisse negli "Appunti da un manicomio" può essere fatto risalire alla storia della vita della scrittrice. La Lavant, così come la protagonista del libro, aveva tentato il suicidio ingerendo delle pillole. A seguito di tale drammatico evento, decise, volontariamente, di farsi internare presso una struttura per malati di mente che esisteva nella regione carinziana in cui viveva. Christine rimase in quel luogo per sei settimane. Era il 1935, pieno periodo nazifascista. Gli "Appunti da un manicomio" vennero scritti nel 1946, anche se il lettore potrebbe facilmente pensare che rappresentino un diario redatto durante il periodo di internamento.
La Lavant, con i suoi "Appunti", volle essenzialmente trasmettere una testimonianza: "Qui si levano in eterno montagne di sofferenza, ma le loro vette sono costituite da chi ogni giorno arriva in questo luogo con amore e se ne va via con la disperazione". Non ci sono riferimenti di natura politica o ideologica, ma solo la descrizione del dolore e della solitudine che un essere umano sofferente e diverso può vivere se abbandonato da tutti, anche da Dio: "Perché, se esitono gli angeli, a nessuno di loro spetta il compito di impedire che sulla terra avvengano cose che dovrebbero succedere soltanto nell'inferno più profondo? Scrivo queste cose usando normali parole, le scrivo come qualsiasi altra cosa, ma dovrei togliere dai muri una pietra dopo l'altra e scagliarle contro il cielo ad una ad una, affinché esso si ricordi di avere dei doveri anche nei confronti di chi sta sotto di lui.".
L'odio è il sentimento più facile da provare in un manicomio. La rabbia e la menzogna sono le soluzioni più agevoli per rapportarsi nei confronti di chi non è in sé perché malato. "La mia bugia non diventa meno meschina perché ne avevo bisogno per amore mio, ma continua comunque sempre a stupirmi che chi è chiamato qui per tranquillizzare e alleviare le sofferenze non spenda il tempo necessaio per penetrare nei pensieri bizzarri dei malati...". La strada per la sopravvivenza, in un luogo simile, è tracciata da atteggiamenti e parole che, altrove, non varrebbero nemmeno. La voce della protagonista è nitida ma anche feroce. Lei sa che resterà in manicomio per sole sei settimane, sa che tornerà a casa, ma sa anche che le rimarrà addosso il marchio della vergogna perché ha compiuto un atto che neanche lei riesce a perdonarsi. Guarda le altre malate e guarda le infermiere e sa che l'equilibrio, fragile e sempre provvisorio, tra le prime e le seconde deriva dalla paura. In manicomio la paura governa sovrana, gestisce comportamenti e divieti, annichilisce, sospende pulsioni e riduce al silenzio. "Sempre più spesso qui penso che i dottori dovrebbero essere tutti preti e le infermiere tutte monache. Poiché il dolore che vi è qui è talmente al di là di ogni cosa umana da non potere essere affrontato da chi è semplicemente uomo".
Il libro denuncia una realtà che la stessa autrice ha vissuto e che, evidentemente, l'ha segnata nel profondo. "Vorremmo credere che tutto il mondo sia fatto d'amore e che sia splendido. Ma, Dio mio, non è così! In qualche modo roviniamo sempre quel tassello di cui abbiamo bisogno per constribuire al grande mosaico.".
Eppure, ad un certo punto, la Lavant volle che un libro così intenso e "nuovo" non venga pubblicato, anzi desiderò che questa sorta di accorato atto d'accusa nei confronti di un sistema disumano, venisse distrutto. Elena Poliedri, nel saggio che chiude gli "Appunti", fornisce un'ipotesti avanzata da alcuni studiosi: Christine avrebbe voluto cancellare per sempre questa opera perché si sentiva in colpa. Nei manicomi, al tempo, i nazisti praticavano l'eutanasia: molte delle persone che lei aveva conosciuto durante il ricovero, probabilmente, erano state uccise. E proprio per un sentimento di rispetto verso quelle donne, forse, la Lavant desiderava cancellare la testimonianza rappresentata dagli "Appunti da un manicomio" che poteva essere sentita e letta come troppo personale ed emotiva, quindi quasi frivola rispetto al dolore di chi, in quei luoghi, aveva trovato la morte.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Christine Thonhauser è nata il 4 luglio 1915 a Gross-Elding in Carinzia, Austria. Ultima di nove figli di un minatore. Lavant è il nome della vallata in cui è vissuta e che decise di fare suo per camuffare la sua vera identità: non voleva che nessuno la identificasse come autrice di poesie e altri scritti. I suoi studi terminarono presto e la sua formazione letteraria è da autodidatta. La Lavant, considerata come una della scrittrici più originali e interessanti del panorama letterario austriaco del secondo Novecento, è autrice di tre raccolte poetiche edite tra il 1956 e il 1962. La sua vita, segnata dalla povertà, dalla malattia e da un amore fortissimo per l'arte della scrittura, è terminata nel 1973.
Christine Lavant, "Appunti da un manicomio", Forum Edizioni, Udine, 2008.
A cura di Elena Polledri.
Commenti
Amices!
Nuovo articolo di Monnalisa.
si è fatta internare volontariamente.....ma aveva idea cìdi che cosa la aspettasse? O le hanno fatto pressioni esterne?
Mi chiedo poi: è morta di morte naturale o alla fine hanno preso il sopravvento gli impulsi suicidi?
Sono piuttosto orrificata dal trattamento riservato ai malati, addirittura l'eutanasia. Ci sono molti spunti notevoli in queste memorie, ci metti qualche citazione che ti sembra particilarmente significativa?
Qui qualche notizia in WIKI ger
http://de.wikipedia.org/wiki/Christine_Lavant
un vero peccato non sapere il tedesco
Sì, si è fatta internare dopo un tentativo di suicidio senza che nessuno la forzassse. Era depressa e, fin da piccola, ha avuto problemi di vista, di udito oltre ad altri malanni respiratori.
E' morta per via di un ictus il 7 giugno del 1973.
Devo immaginare che non conoscesse la vera condizione in cui si trovavano le persone con problemi mentali nei manicomi del tempo. Ma, d'altro canto, lei aveva deciso per un ricovero di sole sei settimane. Non sarebbe mai più tornata in quel luogo.
Le citazioni sono varie. Ora non ho sotto mano il libro, appena potrò scriverò qualche passaggio che ho ritenuto interessante.
Come promesso, Marina, ho integrato, nella rencensione, dei passaggi del libro. Quelli che mi hanno colpita di più.
grazie mille, sono citazioni assai profonde e fanno pensare. Pensa che ha passato buona parte della vita in luoghi del genere....
volevo dire penso a chi ha passato....
"tasello" (svista) (tassello). "Non ci sono riferimenti di natura politica o ideologica, ma solo la descrizione del dolore e della solitudine che un essere umano sofferente". Che è il peggior modo di soffrire. L'autrice si dispera del "silenzio di Dio". Ma perbacco, i responsabili di quel macello furono uomini(?) letteralmente "fagocitati" dall'ideologia oppure, fprse più spesso, terrorizzati da ciò che avrebbero potuto subire se non avessero agito in determinati modi.Diciamo allora, senza nulla togliere a Dio, che è potente per definizione, qui stavolta non c'entra. I responsabili sono "certi" Uomini(?). Il punto di domanda è reso necessario che si fa fatica ad accettare che siffatti elementi fossero degni di appartenere all'umanità. Probabilmente non erano uomini; portando la divisa erano solo, come avrebbe detto Totò, dei "caporali"!
Ho fatto un sacco di errori di battitura. Errata corrige:riga 5 =forse. Periodo sbilenco, va corretto. Riga 6, va corretto così: " Diciamo allora, senza nulla togliere a Dio, che è potente per definizione, che qui stavolta non c'entra". Riga 8:" ...Il punto di domanda è reso necessario dal fatto che..., ecc.".
8. --> Credo che l'immaginazione possa poco rispetto alla realtà, in casi del genere.
9. --> Ho provveduto a correggere il refuso. Quando la Lavant scrisse il libro, nel 1946, non si sapeva ancora molto degli "esperimenti" nazisti. Più tardi, quando le informazioni in merito divennero note e di pubblico dominio, lei decise di distruggere il libro, in segno di rispetto per chi in quei luoghi era morto.
qui la casa editrice è Forum
qui la casa editrice è Forum Edizioni, ho scritto solo Forum...
in questo caso aggiungiamo
in questo caso aggiungiamo edizioni, perché se no si fa confusione col tag "forum" che si riferisce ad altre cose. Saggio rilievo cmq
Copertina
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