Esistono delle donne, talvolta bellissime, il cui cuore è grande quanto un brefotrofio e che sanno dare così freddamente, monotone e mute, come è la beneficenza in quei luoghi pii. Il cuore di Joli era un albergo di lusso con trattamento di categoria superiore e servizio inappuntabile… [p. 23]
La camera sul Danubio (1934?) è oggi forse l’unico romanzo noto in traduzione italiana dell’ungherese Laszlo Bus-Fekete, il cui nome dice probabilmente poco al grande pubblico, ma dalla sua commedia Birthday fu tratto il celebre film di Lubitsch Heaven can wait (Il cielo può attendere), un technicolor del 1943 che ha avuto nel tempo vari rifacimenti, l’ultimo dei quali il film diretto e interpretato da Warren Beatty nel 1978.
Commediografo e romanziere, reduce e mutilato della Grande Guerra, emigrato in America, dove cambiò il nome in Leslie Bush-Fekete, dai suoi scritti, tra gli anni ’30 e ’50 negli Stati Uniti vengono tratti vari film, alcuni poi esportati anche in Italia (La tabacchiera della generalessa, La grande fiamma, Lydia e altri): anche La camera sul Danubio ebbe la sua versione cinematografica americana già nel 1936, con il titolo Ladies in Love, diretta da E. Griffith.
Ungheria tra le due guerre, dunque, senza alcuna nostalgia asburgica. Senza neppure molti riferimenti storici. Tempo e luogo sospesi in un’Europa non ancora divisa in blocchi: siamo lontanissimi dal coevo e conterraneo Sandor Marai, le cui pagine invece sono un tributo continuo all’Austria Felix e alle sue atmosfere decadenti.
Una cameretta ammobiliata alla bell’e meglio, prospiciente la riva del Danubio, racconta le vicende di tre fanciulle, Joli, Zsuzsa e Agata. La primavera di Budapest, che si fa prematuramente estate per cadere subito in un tetro autunno, è metafora della giovinezza effimera e di sogni d’amore eternamente infranti. Su tutto domina la povertà, che è miseria in senso stretto, fame e stenti, ma anche scarsità di affetti, di educazione e di un passato che conti, là dove la società lo esige come dazio per l’affermazione della propria esistenza.
Povertà combattuta al di là della dignità e dei desideri, volontà di affermarsi in qualche modo, sbarcando il lunario tra modelli di sartoria e commediografi di provincia, con un sogno nel cassetto di riscatto e di vita – anche finanziariamente – migliore. E di affetti.
Come un valzer triste sulle onde di un Danubio minacciosamente nero, nella giovinezza precocemente splendida delle tre ragazze volteggia un amore impossibile, cui esse risponderanno con lo slancio dell’ età, con l’imprudenza del loro essere donne innamorate, con la generosità di un cuore puro da vittime sacrificali. Ma gli uomini, egoisti e superficiali, o semplicemente spaventati dalla troppa vita che è loro offerta, scelgono per le loro danze compagne diverse, socialmente omologate, sicure. Anche l’unico legame stabile, alla fine, sarà dettato dal calcolo di una solitudine evitata.
Le ragazze di Bus Fekete sono nate perdenti. Bocciate in amore, dirà Zsuzsa sotto l’effetto rivelatore di una leggera sbornia, ma bocciate anche dalla vita.
Nessun gesto estremo le potrebbe salvare da un destino di grigiore e tristezza. Forse per questo, in una notte di bilanci in negativo, dopo averne accarezzato l’idea tentatrice, non si getteranno tra le braccia gelide del Danubio. Il mestiere di vivere – anche male – va comunque portato a termine.
O quasi.
Per mio personale puntiglio, diffido degli scrittori (maschi) che raccontano l’animo femminile come lo conoscessero davvero. Ve n’è pochissimi che si salvano senza rischiare di cadere nello stereotipo scontato, da psicologi improvvisati, o nella commiserazione pietistica della condizione femminile.
Ma saluto con meraviglia questo autore che una nuova traduzione renderebbe sorprendentemente moderno (l’unica che ne fu fatta è quella di Teo Ducci, ma risale a sessant’anni fa), e auspico una riscoperta, magari dell’opera completa, che vicende a me ignote hanno impedito fino ad oggi, rendendo di fatto questo piccolo gioiello (edito varie volte a Milano da Baldini e Castoldi tra il 1936 e il 1945) assolutamente introvabile sui canali commerciali tradizionali e poco presente anche nelle biblioteche.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Laszlo Bus-Fekete (nato il 29 gennaio 1896 a Kecskemét, Ungheria – morto il 25 luglio 1971 a Los Angeles, California): scrive romanzi e pezzi teatrali (in Italia appare solo il romanzo La camera sul Danubio, mentre vengono fatte traduzioni tedesche di altre opere)
Bus-Fekete, Laszlo, “La camera sul Danubio”, Baldini e Castoldi, Milano, 1938. I grandi successi stranieri. Traduzione di Teo Ducci. Titolo originale: Szerelembol elegtelen
Filmografia di cui è stato sceneggiatore o alla quale ha contribuito per il soggetto: http://www.imdb.com/name/nm0124224/
Ilde Menis, Dicembre 2005.
Già apparso in forma modificata su www.it.ciao.com e su www.lankelot.com
Commenti
Dovrei farti leggere le cose che ho scritto io sull'animo femminile, allora! No, non preoccuparti, Ilde, non ho la presunzione di dire che sappia argomentarne nel modo che celebri in L. Bush-Fekete. Dico solo che è un tema che è molto presente nella mia scrittura in prosa e in versi e che, senza falsa modestia, credo di saper ben padroneggiare. Aver avuto a che fare parecchio con l'animo femminile in questi miei primi trentatreanni può avermi aiutato, ma forse non c'è solo questo: un giorno la psicologa con cui facevo tirocinio per la laurea mi disse che io ero naturalmente predisposto a capire - riuscendo anche a volte a immedesimarmi - l'animo femminile. Non so in base a quale criterio avesse stabilito ciò, sta di fatto che le tue conclusioni sull'autore mi hanno ricordato che dovrei tornare a farmi ispirare da questo mio lato ultimamente tenuto un po' a freno. Sai che ti dico? Quasi quasi mi procuro qualcosa di questo L. Bush-Fekete che, ammetto, non conoscevo affatto. Comunque sia, grazie per la segnalazione.
caro Léon, se può consolarti, reputo Arthur Schnitzler uno dei migliori e più profondi conoscitori dell'animo femminile... in ogni caso, vedi, io credo che chi scrive abbia innata una sensibilità tale che non può non portarlo ad avvicinarsi a qualunque sentire. Poi vedi, oggi è relativamente più "facile" scrivere di donne, perché le donne parlano di sè, si scoprono, urlano (fin troppo talvolta). Ma a metà Novecento, o addirittura prima, per me ha dell'incredibile la profondità con cui questi scrittori raccontano le donne. Anche per il pubblico di destinazione dei loro scritti e per la storia dell'istruzione di quell'epoca. Poi il fattore anagrafico che potrà sembrare banale parlando di "artisti" in verità ha il suo peso perché ci vuole una sensibilità straordinaria per capire a 33 anni, ad esempio, la psicologia di una donna sulla soglia della vecchiaia. uhm, abbiamo messo molta carne al fuoco... Grazie Léon x gli spunti!
Ma ci mancherebbe. Infatti la fascia d'età conta eccome: di una donna prossima alla terza età poco saprei dire e, poco, probabilmente, m'ispirerebbe parlare. E poi, l'epoca. Giusta osservazione, quando L.Bus-Fekete scriveva questo testo, le donne erano ancora avvolte da un'ombra di mistero. E forse era un bene che cosi fosse: a volte invidio mio padre e il tempo in cui avvicinarsi - fisicamente, intendo - ad una donna era molto più complicato. Già la mia generazione ha invece usufruito di un facile accesso all'approccio fisico (per non parlare dell'oggi) e, se tuttociò era percepito da me allora solo come un vantaggio, oggi qualche dubbio in merito mi sorge. A volte vorrei la macchina del tempo per tornare indietro e corteggiare una donna di un' altra epoca . Comunque, si, è un tema su cui si potrebbe parlare all'infinito senza annoiarsi.
una bella scoperta quest'autore, che non avevo mai sentito nominare. Un altro dei dimenticati, nascosti, tenuti da parte, insomma.
A volte ci sono autori (maschi) che riescono a raccontare le donne, spesso però hai ragione tu, Ilde, non ci riescono bene. In ogni caso oggi le donne si raccontano da sole nel bene e nel male, una volta una donna che si raccontasse poteva venir ostracizzata, mi viene in mente la Aleramo, che lessi un paio d'anni fa ("Una donna", non è un capolavoro, ma rivela bene il contesto sociale e culturale dell'epoca).
I grandissimi autori comunque delineano bei personaggi di entrambi i sessi.
"Per mio personale puntiglio, diffido degli scrittori (maschi) che raccontano l?animo femminile come lo conoscessero davvero. Ve n?è pochissimi che si salvano senza rischiare di cadere nello stereotipo scontato, da psicologi improvvisati, o nella commiserazione pietistica della condizione femminile".
> credo esista solo Kundera, a un certo livello. forse non ho letto abbastanza per poter dire che metterei le spalle sul fuoco, diciamo così, ma le manine ce le metto, senza paura. Sul resto, sottoscrivo per piena fedeltà a quel che ho studiato e letto e osservato negli anni. Non a caso ero finito sulle tracce di Otto W.
omaggi.
hm... Kundera sorride sornione a signore e signorine, in realtà... ;)
Già:).
Conconrdo su Schnitzler e aggiungo... Henry James?
Comunque Ilde sei stata una grande a riscoprire questo autore. Potrebbe davvero essere una dritta editoriale notevole.
Grazie Patrick, la biblioteca di mamma è una miniera... Ho scoperto tra l'altro che il romanzo ha avuto delle altre traduzioni: nel 1935 con il titolo Ladies in love esce per i tipi di Allen & Unwin a Londra e nel 1937 è pubblicato da Dutton, a New York. Sempre nel 1937 con il titolo Liebe - nichtgenügend esce in Germania, a Lipsia per i tipi di Tal (che sembra lo ristampi nei primi anni Settanta). In Francia non so. Possibile che sia scomparso poi ovunque? Lo si acquista ormai solo presso le librerie antiquarie. Ma che peccato...
che grande riscoperta,
che grande riscoperta, Ilde...