Secondo romanzo della serie di Hap e Leonard, “Mucho Mojo”, pubblicato nel 1994 a quattro anni di distanza da “Una stagione selvaggia”, è stato scritto in tre settimane con grande divertimento dell'autore: in una precedente stesura, estranea alla saga dei due detective, il titolo era lo stesso ma JRL non si sentiva convinto della qualità e della tenuta del romanzo. Scelta azzeccata, quella del restyling, stando alla quarta di Stile Libero: “Lo hanno soprannominato 'Mojo storyteller' dal titolo di questo libro. 'Mojo' è un po' di magia nera con una spruzzata di sesso, ma nella miscela Lansdale c'è anche parecchio horror e l'umorismo non manca mai”. Abbastanza vero, sì. Forse “horror” andrebbe sostituito con “thiller” e/o “splatter”, per certe descrizioni, ma tutto il resto si può sottoscrivere senza difficoltà.
Texas orientale, dalle parti di Mud Creek. Leonard Pine, in convalescenza per la brutta ferita alla gamba rimediata nella prima avventura, riceve una grande e inattesa e dolorosa eredità: è morto il suo amato vecchio zio Chester, fanatico dei gialli (e di “Dracula” di Stoker) che sognava di diventare poliziotto, lasciandogli centomila dollari e una casa un tempo bella e adesso decisamente malmessa, nella zona nera della città, East Side, frequentata da spacciatori di droga, da poco di buono e da cittadini frustrati e sfortunati. “A questa gente – racconterà qualcuno – mancano ambizione e orgoglio. Non vogliono fare altro che esistere. Pensano che Dio li debba mantenere in vita (…). E alcuni di loro proprio non hanno lavoro” (p. 87). Più avanti, Leonard è molto diretto, in proposito – al solito: “Vedo una chiesa e mi viene da pensare che di solito ai neri si insegna ad accettare la loro miseria confidando in Dio. È una cosa che mi fa cagare” (p. 89).
Così, assieme ad Hap, presto Leonard si trasferisce nella villa. Sinceramente fatiscente, sporca e incasinata. Come se non bastasse, ornata da una sorta di strano totem: “Un palo alto tre metri, coperto di glicine, era piantato nel terreno sull'altro lato della casa, e dal palo spuntavano lunghi chiodi, e sui chiodi erano infilate bottiglie di birra e di bibite varie, e, a occhio e croce, molte delle bottiglie erano state frantumate da colpi di pistola o da sassi e clave. Alla base del palo, il vetro era ammucchiato come bigiotteria smessa. Avevo visto un affare del genere, anni prima, nel cortile di un vecchio falegname nero. Non sapevo cosa fosse all'epoca, e non lo sapevo nemmeno adesso. L'unico nome che mi veniva in mente era albero bottiglia” (p. 13). In altre parole, si tratta di una di quelle “stronzate mojo” che proteggono dagli spiriti malvagi. Hap e Leonard scoprono che lo zio, tempo prima, aveva sparato a chi provava a rompergli quelle bottiglie: a rivelarlo è la curatrice testamentaria, l'avvocato Florida (nera, bellissima, subito preda della serrata corte di Hap: ne deriva un subplot molto sensuale e romantico, e infine un po' triste). Ma nemmeno lei poteva sapere che la metà oscura dell'eredità era nascosta sotto le assi del pavimento: è il cadavere di un bambino di colore di neanche dieci anni. Leonard è sconvolto. Ecco che cominciano i guai, e si anima il romanzo... rischiando, come avvertono qua e là i personaggi, di sembrare “una stronzata alla Agatha Christie, e io gli indovinelli mica li ho mai saputi risolvere. Mi fanno venire il mal di testa” (p. 132). Già.
Nella zona, da dieci anni scompare, periodicamente, un bambino nero, magari povero e figlio illeggittimo: sempre nel mese di agosto. E in agosto la vicenda s'ambienta. Lo schema è sufficiente per suggerire un orientamento alla polizia per tracciare un quadro della psicologia dell'assassino, e della sua posizione sociale (si direbbe un killer decisamente ben informato: troppo ben informato) tuttavia le indagini sono sinora sempre andate a vuoto, forse perché si tratta di un “crimine nero, commesso nella parte nera della città” (p. 68), come spiega il detective Hanson, afroamericano, ai due involontari detective. Possibile, si ripete Leonard, che fosse proprio suo zio il serial killer? Era uno che aveva il senso dell'onore, un brav'uomo (p. 164). “E' stato lui a insegnarmi a vivere, a pensare. Non è possibile che un giorno abbia cambiato idea e gli sia venuta voglia di mettersi a uccidere bambini” (p. 74).
In città sono i bianchi a comandare: sarebbero contenti si sapere che la colpa di tutte quelle morti è di un negro: “un negro che ha fatto fuori dei piccoli negri. L'idea collima alla perfezione col modo generale di pensare, ed evita rogne. Nessuno di loro, nemmeno i liberal, crede che qualcosa di nero rientri nei problemi più immediati” (p. 163).
Conoscendo i topoi di Lansdale, la presenza di un reverendo tra i personaggi, pure se minori, come in questo caso (cfr. “La morte ci sfida” o il racconto “L'arena” del 1987), stabilisce un meccanismo di prevedibilità, nella trama, che aiuta il lettore a orientarsi con discreto anticipo nell'esito della vicenda. Il complotto classico è uno dei punti forti, la responsabilità e la colpa di uno o più insospettabili altrettanto. Ben ricamato ma, ripeto, per una volta fiutabile almeno dai lettori forti di JRL. Poco male: il romanzo è davvero molto fluido e scritto con quell'essenzialità e quel dialogo-centrismo che incollano il lettore al testo. È intrattenimento di buona qualità, e sicura intelligenza.
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Last but not least. Nella prefazione Lansdale parla, tra le altre cose, dei suoi personaggi: “Hap è bianco, liberal, reduce dagli anni Sessanta e anche da un po' di galera per renitenza alla leva. Leonard, invece, reduce dal Vietnam, gay e anche Repubblicano. Tutte cose che non sapevo, prima di mettermi a scrivere 'Una stagione selvaggia', saltate fuori in corso d'opera grazie ai miei personaggi” (p. VII). Il “po' di galera”, scopriamo in questo libro, equivale a un anno e mezzo (p. 144). In questo libro, inoltre, emergono molti elementi della vicenda famigliare, sfortunata e dolorosa, di Leonard. Si sente solo, e crede che a questo punto la sua famiglia sia lui stesso, e al limite Hap. Uno cresciuto infilandosi sempre nella candeggina, tutto qui. Un bianco nero.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951), scrittore e sceneggiatore americano. Ha esordito pubblicando “Act of Love” nel 1980.
Joe R. Lansdale, “Mucho Mojo”, Einaudi, Torino 2007. Collana Stile Libero Noir. Traduzione di Vittorio Curtoni. Prefazione di Joe R. Lansdale.
Prima edizione: “Mucho Mojo”, 1994.
Approfondimento in rete: Wiki en / Wiki it / Splatter Container / Content is the King (intervista) / Sito ufficiale di Joe R Lansdale / Booksblog (intervista) / Gruppo Lansdale
In Lankelot:
Lansdale Joe R. - Appunti per una lettura del serial Hap e Leonard - baol70
Lansdale Joe R. - Bad Chili - franchi
Lansdale Joe R. - Bubba Ho-Tep - Paolo Castronovo
Lansdale Joe R. - Capitani oltraggiosi - franchi
Lansdale Joe R. - Echi Perduti - rapace
Lansdale Joe R. - Freddo a Luglio - franchi
Lansdale Joe R. - Freddo a Luglio - baol70
Lansdale Joe R. - Freddo nell'anima - franchi
Lansdale Joe R. - Fuoco nella polvere - baol70
Lansdale Joe R. - Il lato oscuro dell'anima - rapace
Lansdale Joe R. - Il valzer dell'orrore - franchi
Lansdale Joe R. - In fondo alla palude - franchi
Lansdale Joe R. - In un tempo freddo e oscuro - Paolo Castronovo
Lansdale Joe R. - L'anno dell'uragano - franchi
Lansdale Joe R. - La morte ci sfida - franchi
Lansdale Joe R. - La notte del drive-in - baol70
Lansdale Joe R. - La sottile linea scura - andrea brancolini
Lansdale Joe R. - Maneggiare con cura - franchi
Lansdale Joe R. - Mucho Mojo - franchi
Lansdale Joe R. - Sotto un cielo cremisi - franchi
Lansdale Joe R. - Tramonto e polvere - baol70
Lansdale Joe R. - Una stagione selvaggia - franchi
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Aprile 2009.
Commenti
Secondo romanzo della serie di Hap e Leonard, ?Mucho Mojo?, pubblicato nel 1994 a quattro anni di distanza da ?Una stagione selvaggia?, è stato scritto in tre settimane con grande divertimento dell?autore: in una precedente stesura, estranea alla saga dei due detective, il titolo era lo stesso ma JRL non si sentiva convinto della qualità e della tenuta del romanzo. Scelta azzeccata, quella del restyling...
OT. Articolo numero 3,333 della storia di Lankelot. Un buon numero:).
da quel che so io, molto amato dai fan accaniti, a me non ha entusiasmato del tutto. Continuo a ritenere Il mambo degli orsi il migliore della serie. Concordo sul fatto che Lansdale sia un "disimpegnato" intelligente. Moltao carne al fuoco, forse eccessiva prolificità, uno stile credo abbastanza personale. E una fantasia smisurata
(fantasia smisurata senza dubbio: per me Lansdale è tutto storie e niente stile: o almeno, stile non memorabile. Lo stile è così, semplice e molto vicino all'oralità, tagliente... in questo senso debitore chiaro di Twain. "Il mambo degli orsi" me lo tengo tra gli ultimi, tra qualche mese:). Non vedo l'ora di leggerlo)
DOMENICA 26 APRILE alle ore 12.00
APERITIVO tex mex in libreria ai Granai con lo scrittore
JOE LANSDALE, per presentare la nuova avventura di
Hap e Leonard in uscita per la casa editrice Fanucci. Condurrà l?incontro Gianfranco Franchi di lankelot.eu.
Siete tutti invitati, vi aspettiamo!
Info: Libreria Nuova Europa Centro Commerciale I Granai, via Mario Rigamonti, 100 Roma. Tel 0651955770
Si ringraziano per la preziosa collaborazione:
La casa editrice Fanucci e l?editore Sergio Fanucci
Gianfranco Franchi di lankelot.eu, Presentatore
Danilo Butcovich, Interprete
Chiara Moscardelli, Assistenza
Kasey Lansdale, Colonna sonora
5. benone....Notiziona :D. Stavolta ce la metto tutta per esserci
4. Sì stile non memorabile, però perlomeno per come è tradotto a me piace quel modo di condurre dialoghi e storie...diciamo lo trovo molto nelle mie corde
5, 6. Dai che ci divertiamo:).
4. E allora m'attendo fuochi d'artificio sull'articolo promesso;)