Prima incursione nella letteratura per l’infanzia, Il principe infelice (scritto nel 1938 e pubblicato nel 1943) consente – nuovamente, e in un contesto di genere “leggero” - a Tommaso Landolfi di liberare il suo mondo fantastico e immaginifico, già evidente sin dalla prima opera. Due storie (Il principe infelice, La raganella d’oro), tre colloqui (Il Pitecantropo, Munuppo, Popolello e Cisternario, L’uomo azzurro o delle Gallerie) e tre filastrocche (Sale e pepe, Ta, Tarà, Tatà, Grande Filastrocca negativa con tocco finale) sono il corpus dell’opera; i destinatari sono dichiaratamente i bambini, ma nonostante il linguaggio sia evidentemente costruito per tenere costante l’interesse del fanciullo, Landolfi non disdegna di insinuare, tra le pieghe dello scritto, un retrogusto “morale” velatamente malinconico. Morale che un adulto può intuire già dal titolo del primo racconto, Il principe infelice, nel quale il figlio di un re saggio, abitante verso i confini dell’Impero della Luna, si intrattiene solitario in un vasto castello, per conoscere tutto lo scibile umano. Sette lunghissimi anni, tanti ce ne sono voluti al principe per diventare il più sapiente uomo del mondo; anni di conoscenza e di solitudine, di silenzio che, alla fine, si fa malinconia. Ed ecco sopraggiungere il male oscuro, la malinconia; ecco che il principe, un tempo sano e colorito, è assalito da un torpore che lo costringe a letto, pallido, immobile, praticamente senza vita. Ma una soluzione parrebbe esserci, sembra che in un luogo ai più sconosciuto, il Paese Sogni, c’è chi possa aver la cura per il principe infelice: sognare un bel sogno lui deve, solo cosi si può salvare. Tre principesse, cugine del ragazzo malato, si offrono per partire alla volta del Paese dei Sogni; soltanto una è di animo puro, e sinceramente interessata alle sorti del futuro regnante, perché mossa da amore, al contrario delle altre due, spinte solo da interesse. Ma dov’è il Paese dei Sogni? Nessuno sembra saperlo: “ Ma che dirti? Neppure io so dov’è il Paese dei Sogni, solo gli Gnomi lo sanno. Ho sentito dire che per raggiungerlo bisogna prima valicare le Montagne di Diamante, attraversare la Terra dei Fuochi Folletti, quella degli Orchi, la Brughiera delle Streghe, l’Impero della Luna, e da ultimo il Paese degli Animali Parlanti” (p.26).
Questo è l’itinerario che percorrerà la principessa Rami, fanciulla gentile dal debole cuore di vetro, la quale dopo numerose difficoltà troverà il luogo agognato, tanto che il sogno salvifico – appena in tempo – verrà sognato. Ma il destino sembra farsi beffe di lei, allorché con l’inganno avevan fermato il suo debole cuore. E non tutto è perduto, perché il sogno sognato dal principe ha come protagonista il volto – in un primo tempo sfocato – dell’amore che libera, che rigenera, che vince. E che importa se le ricchezze svaniranno a…
La seconda storia, La raganella d’oro, trasferisce la malinconia al fondo della fiaba; palesemente, attraverso un imprevedibile – trattandosi di fiaba per piccini - avvertimento di Landolfi, al fanciullo che s’apre alla vita: “ Del resto, parliamoci chiaro ancora una volta: lo so che con tutte queste chiacchiere non vi infrusco, che a voi dispiacerà che Teraponte non sposasse Uriana, che ci rimarrete male per questa fine, e che quasi v’arrabbierete con me perché non ve n’ho raccontata una più bella. Ma io che ci posso fare se Uriana aveva si (come dicono le donne) grande stima e simpatia e riconoscenza per Teraponte, eppure non lo amava? Tant’è che lo sappiate fin d’ora: al mondo non sempre i buoni e i generosi hanno la ricompensa che si meritano” (p.103).
Al di là del contesto di questa seconda novella, che inverte l’ordine dei “salvatori protagonisti” - nel primo racconto era una fanciulla che salvava un ragazzo regnante, e qui viceversa -, Landolfi sembra trasferire l’inquietudine personale, riscontrabile nell’ opera precedente, anche nel contesto fiabesco infantile. Sembra poi, sempre in linea con l’analisi brillantemente proposta in questo sito da Gianfranco Franchi, che lo scrittore nemmeno in un siffatto contesto nasconda la sua diffidenza per il genere femminile (quel “come dicono le donne”, fuggevole tra le parentesi, non è inserito a caso), evidentemente generato – non ho avuto modo di approfondire la vita dell’autore – da vissuti personali conflittuali con le donne.
Di là da ciò, è bene notare come Landolfi utilizzi un impianto fiabesco semplice e consolidato, comunque funzionale alla sua brillante verve narrativa, che riesce a farsi spesso, nonostante il genere, intrigante descrizione di un altrove onirico quanto mai suggestivo. L’esemplificazione di ciò che ho appena affermato, in questo splendido passo – siamo nell’ Impero della Luna: Rami girava in quell’eterno crepuscolo sforzandosi inutilmente di afferrare i veri contorni delle cose: tutte erano imprecise benché, invece, nitidissime, tutte lontane e fulgenti benché prossime e velate. C’era una nebbia da cui i suoi occhi non potevano mai liberarsi, che smorzava lo sguardo eppure dava bagliori di diamante, e ogni oggetto pareva freddo, ghiacci i vestiti inzuppati di luna, gelati e senza vita i colori, la frutta di vetro, l’acqua d’alabastro, di cera il viso delle persone. Gli occhi poi di quanti la guardavano non avevano calore, ma solo un irreale scintillio, come di lagrime, che la intimoriva: tutti le sembravano larve o spettri, e quasi non osava rivolger loro parola” (p.38).
Quello appena trascritto, è decisamente lo stralcio di prosa più suggestivo ed evocativo del testo, inusuale per un libro di fiabe per bambini, eppure limpido e incantevole tanto da poter essere bene interiorizzato dal fanciullo immerso nella lettura, oramai rapito dall’incedere delineato dallo scrittore: si alternano brevi capitoli, ognuno con un titolo che anticipa sempre il contenuto degli accadimenti.
I tre colloqui sono incentrati su due soli protagonisti: un padre che racconta storie di fantasia, e una bimba che lo incalza con domande a ripetizione. Agili e brevi, i colloqui sono una sorta di “storia della buona notte”, nella quale il padre cerca di prendere per sfinimento la figlia, risultando però – alla fine – proprio colui che si sfinisce per primo: la curiosità dei bambini non conosce sonno. Si chiude con tre filastrocche, assai infantili a dire il vero (rispetto al resto), in cui Landolfi procede quasi esclusivamente per rime e assonanze, senza troppo preoccuparsi della coerenza narrativa – sono filastrocche, glielo si può ben concedere.
A conti fatti, questo primo viaggio landolfiano nell’universo fiabesco pensato per i bimbi conferma sostanzialmente il periodo di eccellente vena creativa, se si considera che Il principe infelice è immediatamente successivo – pur se uscito, come accennato in apertura di pezzo, cinque anni dopo - al Dialogo dei massimi sistemi, e di poco precedente a La pietra lunare e Il Mar delle Blatte (anche qui rimando all’opera sul sito di Gianfranco Franchi, che ha recensito i tre testi). Pur registrando un diversa prosa, certamente in Landolfi più incline alle iperboli narrative, mi sorge spontaneo il parallelo con il coevo Dino Buzzati, altro grande scrittore fin troppo dimenticato, cui non faceva difetto certo l’immaginazione, l’inclinazione al fantastico. Ne La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Buzzati costruisce un mondo fiabesco certo diverso da questo, conservando però lo stesso tormento e la malinconia di fondo: è ciò che accomuna palesemente Landolfi e Buzzati, allo stesso tempo “sacrificati” sull’altare del pensiero d’elite – erano sostanzialmente fuori dal giro, non schierati -, caratteristico dell’Italia della seconda metà del secolo precedente. Due grandi artisti da recuperare, ora che il marchio ideologico sembra influire in maniera minore nel mondo della critica letteraria. Urge ricambio di qualità nelle antologie scolastiche.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Tommaso Landolfi (Pico, 9 Agosto 1908 - Roma, 1979), scrittore, traduttore e narratore italiano.
Tommaso Landolfi, Il principe infelice e altre storie per bambini, Piccola Biblioteca Adelphi, 2004, Milano
Prima edizione: Il principe infelice, 1943, Vallecchi, Firenze.
Approfondimento in rete: Centro Studi Landolfiani / Antenati / Wikipedia / Italica Rai / Liber On Web
Landolfi in Lankelot:
Commenti
Ecco il mio primo Landolfi, quello per l'infanzia. Seguirà, prossima settimana, "Le due zitelle".
E non potendo andare a dormire prima di aver letto tutte le recensioni a Landolfi anche se non ho tutto commentato (d'altra parte, visto che a commentare siamo sempre gli stessi 5-6-7-8 mi sa che tanti godono del piacere della lettura ma poi forse non sanno bene che dire... o sbaglio? eppure vi dirò, mi dispiace e lo dico io che scrivo poco o niente) dovevo leggere anche questa.
Interessante, mi viene il terribile dubbio di avere da qualche parte questi racconti, perché leggendo ho avuto una piccola illuminazione, quel "dove ho già letto di queste cose?" che talvolta mi prende...
Di Landolfi ho letto coscientemente davvero troppo poco per esprimere giudizi: ci state aiutando tutti voi che lo recensite.
Buzzati... sì, certo. E l'Ende della Prigione delle libertà?
Intanto ho integrato tutti i link alle recensioni previste - o presenti - in Lankelot. Vengo subito a leggerti!
"Di là da ciò, è bene notare come Landolfi utilizzi un impianto fiabesco semplice e consolidato, comunque funzionale alla sua brillante verve narrativa, che riesce a farsi spesso, nonostante il genere, intrigante descrizione di un altrove onirico quanto mai suggestivo."
> bella analisi in questo passo. La trama del "Principe" mi ha colpito molto. Memorizzo che devo sicuramente rimediare, in futuro, questo libro e "Cancroregina", magari m'aiuteranno ad amare il Landolfi che merita di rimanere;). Continuo a leggere...
"Due grandi artisti da recuperare, ora che il marchio ideologico sembra influire in maniera minore nel mondo della critica letteraria. Urge ricambio di qualità nelle antologie scolastiche."
> Approvo. Ma di Buzzati ho letto solamente 5 o 6 libri, un bel giorno dovrò approfondire (ma abbiamo Baol che si è laureato con Buzzati e tu che lo ami molto, e parecchi hanno letto almeno Il Deserto dei Tartari... forse avremo un compito più semplice;) ).
Gran lavoro, Federico, complimenti. Sul serio, ottimo. Aspettiamo "Le due zittelle" (a proposito: nella tua edizione è "zitelle" o "zittelle"? C'è una ragione per cui trovo dappertutto le due t? Viene spiegata dall'autore?)
No, Franco, non è un errore di stampa o simile. é proprio "due zittelle": due zitelle zitte, in sostanza - a Landolfi piace giocare con i vocaboli, come ben sai. Tanto gioca coi vocaboli che mi confondo a scriverlo, 'sto titolo. E non è la prima volta;)
5- Grazie per l'apprezzamento, la trama è davvero interessante, se si considera che è rivolta ai bimbi. La scrittura è tratti davvetro incantevole: si coglie una predisposizione descrittiva fuori dal comune. E poi la morale, pregna di sostanza, direi, ma allo stesso tempo facile da interiorizzare, anche per un bimbo.
2- Ilde, ho letto abbastanza Ende, da ragazzino: "La storia infinita" (cui sono legatissimo, come oramai tutti sapete), "Momo", "la notte dei desideri". "La prigione delle libertà" mi manca", ha la stessa efficacia dei testi più noti?
DEVI assolutamente recuperare Lo specchio nello specchio o non puoi dire di conoscere Ende (questo però non è per ragazzini!!!! Fortissimo l'influsso di Kafka, guarda, da quello che capisco di te attraverso le recensioni dovrebbe piacerti). La prigione delle libertà (letta qualche anno fa ma prendendo a prestito il libro, quindi non ce l'ho) è una raccolta di racconti non proprio per bambini dove senza dubbio puoi ritrovare alcune delle suggestioni raccolte anche da Buzzati e Landolfi (se il paragone calza).
Grazie del suggerimento, Ilde, cercherò i due testi.
bellissimo lo stralcio descrittivo che hai riportato.
Qui mi sembra originale e bello, Landolfi, tra l'altro ho scoperto leggendo le rec qui nel sito che avesse scritto pure storie per bambini.
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"Zittelle" anche nella mia edizione Adelphi, comunque.
"si alternano brevi capitoli, ognuno con un titolo che anticipa sempre il contenuto degli accadimenti".
I capiotoli titolati non m'hanno mai convinta, a meno che il titolo non riesca ad andare oltre la mera introduzione all'argomento, ma non è il caso di Landolfi, pare.
Leggerò questo Principe Infelice, ho preso oggi in biblioteca il primo dei due volumi editi dalla Rizzoli sulla bibliografia dell'autore fino al 1970. (Anche qui Zittelle)
"sembra trasferire l?inquietudine personale, riscontrabile nell? opera precedente, anche nel contesto fiabesco infantile" >> ordunque è un fiabesco sui generis. Che allora Landolfi trovasse questo genere più affine alla sua cifra stilistica? leggendo le altre di Gianfranco potrebbe essere anche un'idea
"sorge spontaneo il parallelo con il coevo Dino Buzzati" >> ovviamente anche a me. E nella sterminata bibliografia critica buzzatiana un'analisi seria (se non a eliminare qualuqnue accostamento)non esiste o quasi, perlomeno fino al 1996. Si è stranamente glissato sull'argomento. Eppure certe vostre suggestioni mi fanno supporre più di qualche concordanza. Devo leggerlo, per dirne di più, in ogni caso
13 - Concordanza c'è, ti garantisco - sai che sono un amante di Buzzati -, ma non nella scrittura. Le suggestioni che evocano, le atmosfere, sono in egual modo potenti, fantasiose, surreali e soprattutto - sottolineo soprattutto - malinconiche: penso alla Famosa invasione degli orsi, ma anche al Segreto del bosco vecchio (altro capolavoro di Buzzati, a mio avviso, che mi piacerebbe tu trattassi), e trovo forti affinità con questa fiaba. Fantasia surreale (e ricerca di un altrove tra l'umano e il sovrumano)/malinconia è un binomio che trovo davvero in pochi: è quello che amo di più.
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