Terza raccolta di racconti di Tommaso Landolfi, “La spada”, originariamente edito nel 1942, è probabilmente il primo libro dell’artista di Pico Farnese a mostrare – pure per via d’allegorie, di paradossi, di satira dell’esistenza e del senso di tutto – un confronto-scontro consapevole con la solitudine, la tristezza, la caducità di tutto. Con quel paradosso che è la vita degli esseri umani, per intenderci; creature illuse d’un’eternità che proprio non esiste e d’un senso che non si riesce a intravedere nemmeno – dipingerlo o sognarlo, questo sì, è ancora possibile come migliaia d’anni fa. Lo stile, in ogni caso, fa sempre la differenza. Sempre.
In questo senso, dicevamo, questo confronto-scontro meno mediato che in passato è davvero un primo segno di maturità letteraria; quanto poteva sin qui apparire grottesco, bizzarro o stravagante, quanto risultava tendenzialmente divertissement autoriale d’un aristocratico letterato di provincia, adesso va virando dal disimpegno all’ammissione pacifica di malessere, debolezza, dipendenza – in altre e più nette parole, impotenza. Landolfi comincia a schiudere i contrasti interiori dal loro guscio, e il risultato è micidiale.
“La spada” può contare su una maggioranza relativa (quindici in tutto i racconti pubblicati) di testi memorabili. Non soltanto per l’argomento della narrazione, non di rado hapax; ma per la capacità di sintetizzare, in poche pagine, qualcosa che investe il nostro inconscio di responsabilità magari faticosamente dimenticate, di responsabilità e domande addirittura rimosse.
Si comincia con “La tenia mistica”, adeguato e ispirato omaggio all’atipico genio del letterato-tipografo Rétif de La Bretonne: si racconta di come Niel cadde da una caverna nel pianeta Nazar, al centro della terra, proprio là dove dominano gli alberi; non lontano dall’impero degli esseri universali, Mezendor, dove ogni pianta e ogni bestia è dotata di ragione. Laggiù la sua sapienza valse a renderlo galoppino; quanto avviene nel profondo della Terra sembra mutare radicalmente il senso di quel che conosciamo, giacché in quelle viscere sembra annidarsi l’origine di tutto…
L’inversione di potere e influenza uomo-animale è sviluppata meglio più avanti; nella prosa lirica “Colpo di sole”, narrazione dell’epilogo dell’esistenza d’una malinconica civetta, fulminata dal fuoco insolente di cacciatori che nemmeno vanno a raccoglierne la carcassa, e nel superbo e sperimentale “Nuove rivelazioni sulla psiche umana”: la scienza canina raccontata dai cani, in una dimensione in cui gli uomini sono animali domestici miracolosamente capaci di intendere e replicare alle comunicazioni della razza dominante: l’uomo Tommy detto Lol aiuta i canini a fare i compiti, comunicando per zampate sulla scrivania; viene esaminato da uno scienziato che, nel racconto, divulga l’incredibile impatto delle loro conversazioni sulla sua idea del mondo; non solo l’uomo sa far di conto come un cane, ma – destando scandalo – riesce addirittura a pensare e a elaborare una teoria fondata sull’unità di tutte le creature viventi, parte di un’origine comune, patria non sognata ma dimenticata. I cani rifiutano sdegnosamente quest’evidenza.
Landolfi inverte e sovverte, e così scrivendo suggestiona, affascina e rapisce. Stesso principio vale quando inventa, ne “La melotecnica esposta al popolo” (scoperto omaggio all’amico Montale) il peso, l’odore, il colore e la vitalità delle note baritonali; oppure quando anima il fuoco, nel racconto omonimo, laddove racconta che il fuoco comunica con linguaggio divino, che è mutevole lingua che non sempre intendiamo appieno, nelle sue variazioni e nelle sue inattese evoluzioni; l’acme è nella breve prosa lirica finale, dedicata alle confessioni d’una piattola in punto di morte. In breve testimoniamo l’addio d’una piattola del bosco, che invita gli uomini a non insuperbirsi e a non ridere della sua sorte: che è comune a quella di ogni creatura vivente. Morire. Da sbellicarsi, ma non ci si riesce sino in fondo. La piattola, essenziale e secca, ricorda un destino che non dovremmo dimenticare. Landolfi è forse il primo in assoluto ad aver dato parole a una piattola. Salutiamo il suo coraggio con divertito e perplesso piacere.
Nella raccolta non mancano incursioni para-realiste (“Una cronaca brigantesca”) innervate tuttavia da esiti imprevedibili; come nel caso de “Il ladro”, in cui tutto sembra favorire l’identificazione tra il lettore e il ladruncolo nascosto da ore nella cantina, con le orecchie tese per identificare ogni rumore proveniente dall’alto; questo sin quando non s’avvede che tutte quelle voci appartengono in realtà a un uomo solo, che disperato parla con se stesso cambiando toni e via dicendo, e allora i due non potranno che abbracciarsi e condividere la loro sorte – miseria comune, comprensione inevitabile, pure se ragioni e cause del malessere sono differenti.
Principio analogo vale per “La notte provinciale”, storia di giochi notturni in una provincia annoiata e noiosa, a sfondo magari erotico, con epilogo imprevedibile e sanguinario – ma senza che si riconosca il colpevole, e questo è interessante. E non poco. O meglio; solo il lettore sa…
Quanti vogliano pizzicare i prodromi delle grandi pagine dedicate al gioco dall’autore potranno dilettarsi con “Lettura di un romantico sul gioco”, che mi sembra vada esemplificando ragioni e motivi d’un amore dalle radici lontane nel tempo.
Acme della raccolta due pezzi: “Il babbo di Kafka”, che ribadisce la sensibilità nei confronti della metamorfosi dell’autore – tematica già sviluppata con originalità ne “La pietra lunare” – e denuncia conflitto con l’autorità paterna (delittuoso sarebbe rivelarvi la trama, considerando che si tratta di così poche pagine) e l’eponimo “La spada”, allegoria d’un amore ucciso da un uomo solitario e innamorato di quel che non ha più senso (la Letteratura come la spada? È una mia congettura) – storia d’un Longino contemporaneo che scova questa lama indistruttibile, sottile e tagliaferro e si diletta a mozzare le statue della sua decaduta casa, e non sa davvero che farsene di tanto potere. Quando torna a cercarlo la fanciulla bianca – che gli appartiene – la massacra e soltanto quando è troppo tardi si pente e si libera di quella spada. Che altri recupereranno, nel tempo a venire. Gettarla via è servito davvero a poco.
Notevole. Ben distante dall’esercizio di stile, questa raccolta di racconti è il documento d’un’anima in cerca di senso, significati, appartenenze diverse da quella unica, totale, incontrovertibile – quella letteraria.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Tommaso Landolfi (Pico Farnese, Frosinone 1908 – Roma, 1979), scrittore, critico, saggista e traduttore italiano. Si laureò in Lingua e Letteratura Russa nel 1932, con una tesi su Anna Achmatova.
Tommaso Landolfi, “La spada”, Rizzoli, Milano, 1976.
Prima edizione: Vallecchi, Firenze, 1942.
Nella prima edizione l’opera era preceduta dai racconti de “Il Mar delle Blatte”, allora ristampato in seconda edizione. Quindi, apparve nel volume antologico “Racconti” (1961). A seguire, l’edizione esaminata e l’edizione Adelphi del 2001.
Fonte di queste informazioni: NOTA dell’edizione Rizzoli, Milano, 1976.
L’opera omnia di Landolfi è attualmente in via di pubblicazione nelle edizioni Adelphi.
Approfondimento in rete: Centro Studi Landolfiani / Antenati / Wikipedia / Italica Rai / Liber On Web / De Bellis
Landolfi in Lankelot:
Landolfi Tommaso - A caso - franchi
Landolfi Tommaso - Cancroregina - Paolo Castronovo
Landolfi Tommaso - Da Leopardi al "nonsense" - sard
Landolfi Tommaso - Des mois - franchi
Landolfi Tommaso - Dialogo dei massimi sistemi - franchi
Landolfi Tommaso - Il Mar delle Blatte - franchi
Landolfi Tommaso - Il principe infelice - Léon
Landolfi Tommaso - La bière du pécheur - franchi
Landolfi Tommaso - La pietra lunare - franchi
Landolfi Tommaso - La spada - franchi
Landolfi Tommaso - Le due zittelle - Léon
Landolfi Tommaso - Le labrene - franchi
Landolfi Tommaso - Racconto d'autunno - franchi
Landolfi Tommaso - Rien va - franchi
Landolfi Tommaso - Su alcune probabili fonti di Landolfi. Dalle "blatte" alle "capre" - sard
Landolfi Tommaso - Viola di morte - AngelaMigliore
Gianfranco Franchi, “Lankelot”, marzo 2007.
(prima apparizione dell’articolo: Lankelot.eu)
Commenti
e quattro:). adesso dovrebbe toccare a voi.
Ma sei instancabile!! E macini libri in tempi pazzeschi! Leggo, va...
" è probabilmente il primo libro dell?artista a mostrare un confronto-scontro consapevole con la solitudine, la tristezza, la caducità di tutto".
Mi sembra validissimo motivo per preferirlo agli altri. Temi quali la morte, la comprensione che scaturisce dalle avversità e il solo titolo del racconto ?Il babbo di Kafka?, riescono ad accendere curiosità e fame di lettura.
La faciltà e la rapidità con cui scrivi pagine tanto curate, è impressionante. Grazie sempre
Grazie a te, carissima. Direi che questa raccolta sia decisamente nelle tue corde. Quanto ai tempi... è solo questione di riabituarsi, e di giostrare al massimo le ore libere - da qualche settimana sono aumentate e voglio ottimizzarle;)
"?La spada? può contare su una maggioranza relativa (quindici in tutto i racconti pubblicati) di testi memorabili. Non soltanto per l?argomento della narrazione, non di rado hapax; ma per la capacità di sintetizzare, in poche pagine, qualcosa che investe il nostro inconscio di responsabilità magari faticosamente dimenticate, di responsabilità e domande addirittura rimosse".
Anche questo da annotare, allora. Cominciano ad essere un po' tanti questi Landolfi degni di lettura;)
Direi che, a parte "Il Mar delle Blatte", questo e "La pietra lunare" - tra i primi 4 - sono imprescindibili.
E allora lo segno;)
in effetti continuo a stupirmi della velocità non solo di lettura, ma anche di scrittura, di raccolta delle idee.
Insomma, Landolfi è un grande, bisogna trovare il modo di leggerlo.
Landolfi è un grande laterale, riconosciuto - in vita! e con premi letterari! - come laterale. Il fenomeno è abbastanza insolito, e assieme alla scelta di Calasso di rieditare tutto vale come invito alla lettura dell'opera omnia. Senza dubbio è poco italiano, richiami alla Scapigliatura o al Futurismo esclusi. Il suo distacco da tutto è aristocratico e snob, ma spiega anche la sua estrazione sociale.
"un confronto-scontro consapevole con la solitudine, la tristezza, la caducità di tutto. Con quel paradosso che è la vita degli esseri umani, per intenderci; creature illuse d?un?eternità che proprio non esiste e d?un senso che non si riesce a intravedere nemmeno ? dipingerlo o sognarlo" >>> stai diventando bravino a scrivere, sai ragazzo? :-))
"Notevole. Ben distante dall?esercizio di stile, questa raccolta di racconti è il documento d?un?anima in cerca di senso, significati, appartenenze diverse da quella unica, totale, incontrovertibile ? quella letteraria" forse fino adesso quello che mi intriga di più, data la sua varietà. Questo forse lo recupero, un giorno
merita;)
"colpo di sole" e "il Ladro" : per come li presenti forse offrono il lato ad arditi somiglianze col quasi coevo Buzzati. "I sette messaggeri" se non erro sono dello stesso anno o giù di lì...interessante
(intendo come contenuti e climax, lo stile, già lo so, li separa come un abisso)
la filologia sostiene:) se trovi traccia dell'effettiva data di stesura, puoi stabilire prime conclusioni interessanti; se pizzichi poi un film o un libro letto da entrambi allora si ridacchia tutti assieme...:)
Buzzati leggeva "poco", ed amava Poe, su tutti, più qualche classico del fantatsico germanico. Però su questa cosa ci posso lavorare. Una volta avevo un mezzo collegamento con una parente di Landolfi pensa te...quante strade non ho battuto :-((
Anche questo articolo è da "giustificare". sarà una deformazione professionale la mia: tutte le sante mattine devo infatti "giustificare" un sacco di gente.
fallo col cuore disteso.
Io ho totalizzato 88 ritardi e 12 entrate alla seconda ora, nella seconda Liceo Classico. Eppure non ero un cattivo ragazzo.
recensione linkata da WIKI.
http://it.wikipedia.org/wiki/La_spada
Stato ad un convegno, a dicembre, su Il teatro di Landolfi. Giornata interessante. Vabbé.
Sì? Cosa hanno detto di nuovo?
Beh, tutti prof universitari, molto colti, preparati su Landolfi, certamente, forse non tutti sul teatro. Ne parlavo l'altro giorno con un mio amico, presente anche lui al convegno. Sicuramente prendere la produzione teatrale di Landolfi è operazione ardua, anche solo per il fatto che è molto limitata, non molto rappresentata etc etc. Ci sono problemi, per quel che mi riguarda, ad avvicinarsi al testo teatrale. Testo teatrale che, da un certo punto di vista, "non" è teatro. E si potrebbe persino dire, quale testo non è teatrale? L'aggettivo "teatrale", la parola "teatro", si usano in molte situazioni, e questo ce le confonde. Ad un testo cinematografico (sceneggiatura) non ti ci approcceresti mai come ad un testo teatrale, eppure la loro funzione è molto più simile che non tra testo teatrale e testo narrativo, letterario.
Ma di un testo cinematografico diresti che è "cinema"? Non credo.
Invece di un testo teatrale si dice che è "teatro", che è "anche" teatro, perché è ovvio che sia "letteratura", no?
Allora sorgono un po' di problemi di definizioni, secondo me.
Ma è stato un convegno interessante. Ecco.
mi ero scordato: ovviamente l'idea di cui sopra non è mia, anche se ho modificato l'esposizione, ma del primo prof che ha parlato, Livio, se non ricordo male. forse l'unico di teatro, gli altri italianisti. e si dice molto, con questo, no? comunque bello.
grazie Andrea, ottima integrazione.