Landolfi Tommaso

La pietra lunare

Autore: 
Landolfi Tommaso

In principio è sera, s’assiste a un ritrovo piccolo borghese e sembra davvero d’essere sul punto di immergersi in quelle scene della vita di provincia che il sottotitolo annunciava; poi “La pietra lunare” si fa notte della realtà e scintilla di fantasia e assurdità, storia mannara di un amore e di un’iniziazione alla vita; l’epilogo è luminoso e triste come tutti gli ammalati del demone meridiano sanno: è il ritorno nella realtà che assume i contorni d’uno strapiombo ineludibile, mentre s’avanza verso la città e non si riesce nemmeno più a guardarsi alle spalle.
Romanzo terminato nel 1937 (prima edizione: Vallecchi, Firenze, 1939), “La pietra lunare” è un’opera letteraria purissima, prepotente allegoria d’un primo amore e dell’antica società agreste; dei suoi misteri, dei suoi contrasti, dei suoi pettegolezzi e delle sue interazioni. Il talento di Landolfi sta, nelle prime battute – e ho avuto la benedizione di poter leggere il libro del tutto all’oscuro della trama, vedrò di confonderla come posso, adesso – nella capacità di integrare l’assurdo, una metamorfosi, in un contesto che sembrava proprio estraneo alla fantasia. Spiazza, e piacevolmente; l’epifania dello zampa di capra della giovane Gurù è un piccolo capolavoro, intrusione che spiazza e frammenta e sgretola la credibilità e la quotidianità dei pettegolezzi che avvolgevano il protagonista, Giovancarlo, universitario appena tornato in paese, prigioniero d’una cena famigliare.
Qualcuno prova a parlargli, rozzo e grossolano, di letteratura; inevitabilmente qualcun altro s’addormenta, salvo accendersi non appena si discute di chi ha fatto fortuna e come, e a quale prezzo. Poi s’insinua l’impossibile avvento della bellezza, occhi neri, dilatati e selvaggi, Gurù scende dalla montagna e ha piedi forcuti di capra; nessuno se ne accorge a parte lui, Giovancarlo. Si ribella a quel che vede e chiede sostegno a chi è attorno, non vedete che ha le zampe di capra?, dà in escandescenze ma sembra tutto scritto: lei è “venuta per andare con lui”, e così s’avviano per l’estate del loro amore stravagante, per tempeste di domande e di favole, per metamorfosi implacabili e lunari; muta sguardo, la capra mannara, ma non muta sentimento. È una selvatica docile, domanda d’essere domata: ma sembra epoca di dominio della fantasia, il piacere massimo è guardarla o sfiorarla ancora, qualche bacio è già sogno.
In paese Gurù è “in sospetto di stregoneria”. Vive in un castello in rovina, “decrepito maniero”, ultima erede d’una famiglia dall’oscura e feroce nomea; la fantesca dice che è donna lunare, ossia sterile. A lei vengono le capre come i lupi a Francesco; incontriamo quindi – credo di non sbagliare – la prima capra mannara della storia della Letteratura.
Giovancarlo Scarabozzo è uno studentello in vacanza che s’innamora di questa figuretta impossibile e si ritrova a vivere notti di sospensione autentica della credulità, su per le montagne, tra briganti mannari e apparizioni d’altre gurù; è l’incanto solare dell’origine della nostra società, e d’un contrasto tra la giovanile opacità chiassosa della vita studentesca metropolitana e il disordine fertile e notturno dei giovani della campagna estiva; sembra proprio che chi ha scelto di rimanere nei campi e nei monti sia diviso, multanime che muta anche aspetto – per chi sa guardare. L’istinto ha una sua imprevedibile, sarcastica violenza. È una delizia amorale, l’istinto.
La realtà, a un punto, devono raccontarla i mannari: nel capanno il ragazzo non vede nemmeno i tavoli di cui parlano, i suoi sensi sono vivi ma non riescono a percepire correttamente quel mondo che non conosce e che tuttavia scorre nel suo sangue. Metafora suggestiva dell’incapacità di comprensione (e di percezione, va da sé) di società che giudichiamo superate, e tuttavia non sempre abbiamo inteso. Come certi amori, a ben guardare.
L’amore spaventa e fa rabbia quando non si riesce a controllarlo; il primo amore è una tempesta che confonde, è malinconia e sogno e desiderio e tutto va ibridandosi e non s’attenua e non si mitiga; scivola nel tempo e lascia cicatrici che niente cancella. E tante immagini che tendono a non scolorire. Basta non voltarsi indietro.
Landolfi racconta tutto questo – racconta la sua terra reale e il suo retroterra immaginario – con esemplare lingua letteraria, sublime capacità descrittiva – tratto fondante del suo stile, come altrove s’annotava – e non episodica adozione del prosimetro; meno felice nei versi e negli indovinelli che nella narrazione e nello sviluppo della trama, conosce picchi di emozionante capacità nel cristallizzare scene e memorie trasfigurate per pennellate intense, ripetute e incisive. Già in quest’opera s’intravedono prodromi, sintomi e segni di quella inclinazione al fantastico che vergherà il nome dello scrittore di Pico Farnese nella storia del nostro Novecento; inclinazione al fantastico che pretende tuttavia, almeno in questo caso, una sensibile ricostruzione della realtà trasfigurata con tanta classe e tanta pazzia, prima che cenere della realtà rimanga nei nostri cuori di lettori, a soffocarci. Dovremmo cercare significati e sensi, a dispetto del balenio stupendo e accecante del gioco e dell’invenzione.
E così l’ideale era quel balenio degli occhi di lei, “ombrati da lunghe cigli(…); i capelli che ella pettina son corti lisci e un po’ gonfi, il sommo delle sue spalle e del suo seno, le sue braccia nude, abbagliano fra l’ambra come latte in una coppa di topazio, come alabastro al di qua d’un fuoco, come perle fra l’oro, come neve tra campi dorati d’autunno… in una parola: Gurù” – con la G maiuscola, s’intende; le altre gurù non s’avvicinavano nemmeno, neppure quando si spingevano oltre il consentito, tra le montagne, là dove la realtà era fantasia e le persone sia animali che uomini. Capra o fanciulla, capra e fanciulla; lunare e volubile, si lascia guardare ma l’ideale non si lascia possedere: nemmeno nel ricordo. Muta d’aspetto e tuttavia sfugge.
Splendido. Come le fantasie che cavalcano a briglia sciolta, sradicando tutto quel che è plausibile e logico. È il segreto alchemico della gaia scienza 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Tommaso Landolfi (Pico Farnese, Frosinone 1908 – Roma, 1979), scrittore, critico, saggista e traduttore italiano. Si laureò in Lingua e Letteratura Russa nel 1932, con una tesi su Anna Achmatova.

Tommaso Landolfi, “La pietra lunare”, Mondadori, Milano, 1968.

Prima edizione: Vallecchi, Firenze, 1939.

Alla prima edizione seguirono quella del 1944 (ancora Vallecchi), quindi quella esaminata, Mondadori, Milano, 1968; quindi Rizzoli, Milano, 1990 con nota di Zanzotto; infine Adelphi, Milano, 1995, con nota di Idolina Landolfi.
Fonte di queste informazioni:
Wikipedia.

L’opera omnia di Landolfi è attualmente in via di pubblicazione nelle edizioni Adelphi.

Approfondimento in rete:
Centro Studi Landolfiani / Antenati / Wikipedia / Italica Rai / Liber On Web / Recensione anonima de “La pietra lunare” (Italica Rai) / Recensione di Paolo Di Paolo (Italia Libri)

Landolfi in Lankelot:
Landolfi Tommaso - A caso - franchi
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Landolfi Tommaso - Da Leopardi al "nonsense" - sard
Landolfi Tommaso - Des mois - franchi
Landolfi Tommaso - Dialogo dei massimi sistemi - franchi
Landolfi Tommaso - Il Mar delle Blatte - franchi
Landolfi Tommaso - Il principe infelice - Léon
Landolfi Tommaso - La bière du pécheur - franchi
Landolfi Tommaso - La pietra lunare - franchi
Landolfi Tommaso - La spada - franchi
Landolfi Tommaso - Le due zittelle - Léon
Landolfi Tommaso - Le labrene - franchi
Landolfi Tommaso - Racconto d'autunno - franchi
Landolfi Tommaso - Rien va - franchi
Landolfi Tommaso - Su alcune probabili fonti di Landolfi. Dalle "blatte" alle "capre" - sard
Landolfi Tommaso - Viola di morte - AngelaMigliore

Gianfranco Franchi, “Lankelot”
, marzo 2007.
(prima apparizione dell’articolo: Lankelot.eu
)

ISBN/EAN: 
9788845911767

Commenti

Come promesso, ecco qui "La pietra lunare". Prossimamente: "Il mar delle blatte". A voi!

"L?istinto ha una sua imprevedibile, sarcastica violenza. È una delizia amorale, l?istinto".

"Metafora suggestiva dell?incapacità di comprensione (e di percezione, va da sé) di società che giudichiamo superate, e tuttavia non sempre abbiamo inteso. Come certi amori, a ben guardare".
Riporterei l'intera pagina. Ha una musicalità bellissima, ma mi accontento dei passi che hanno scardinato i miei pregiudizi sul "genio delle descrizioni".
Ero sicurissima che sarebbe bastato un secondo pezzo, per farmi cambiare idea sulla possibilità di leggere Landolfi. Grazie!

:). Preparati che questo suo primo romanzo spiazza, sorprende e diverte. Stanotte comincio subito a leggere il Mar delle Blatte, mi sembra di aver stabilito una buona sintonia. Avanzo e se trovo altre cose notevoli se ne riparla. Adelphi non poteva sbagliare...
grazie Angela

"conosce picchi di emozionante capacità nel cristallizzare scene e memorie trasfigurate per pennellate intense, ripetute e incisive. Già in quest?opera s?intravedono prodromi, sintomi e segni di quella inclinazione al fantastico che vergherà il nome dello scrittore "
Ottimo, è un narratore raffinato,pieno d'invenzioni dunque.
Certo la capra mannara è proprio la prima che sento.

Peraltro, oltre a essere mannara, è anche carina. Questo è vero apax:). Sto navigando con lui nel Mar delle Blatte, in questo momento; e già il titolo dovrebbe spiegarti dove si sta spingendo:))).
A dopo!

"Landolfi racconta tutto questo ? racconta la sua terra reale e il suo retroterra immaginario ? con esemplare lingua letteraria, sublime capacità descrittiva ? tratto fondante del suo stile, come altrove s?annotava ? e non episodica adozione del prosimetro; meno felice nei versi e negli indovinelli che nella narrazione e nello sviluppo della trama, conosce picchi di emozionante capacità nel cristallizzare scene e memorie trasfigurate per pennellate intense, ripetute e incisive"

Sì, da recuperare. Del Mar delle Blatte ho letto un'altra recensione, magari ne riparliamo, che appunto mi aveva condotto al Landolfi di A caso.
Sono contenta di poterne ripercorrere con voi le tracce!

Avanti così allora:). Più tardi, quando hai tempo, segnalaci la recensione del Mar, così la integro in calce all'articolo.

Anche le Bucce sbagliano: qualcun altro va senza apostrofo. ;)

ops:) danke buck

"Il talento di Landolfi sta, nelle prime battute ? e ho avuto la benedizione di poter leggere il libro del tutto all?oscuro della trama, vedrò di confonderla come posso, adesso ? nella capacità di integrare l?assurdo, una metamorfosi, in un contesto che sembrava proprio estraneo alla fantasia".

Ecco, questo è un passo che mi invita davvero alla lettura di Landolfi.

"La realtà, a un punto, devono raccontarla i mannari: nel capanno il ragazzo non vede nemmeno i tavoli di cui parlano, i suoi sensi sono vivi ma non riescono a percepire correttamente quel mondo che non conosce e che tuttavia scorre nel suo sangue. Metafora suggestiva dell?incapacità di comprensione (e di percezione, va da sé) di società che giudichiamo superate, e tuttavia non sempre abbiamo inteso. Come certi amori, a ben guardare".

Altro passo magistrale e davvero esemplificativo delle suggestioni che regala il testo. é vero, siamo fin troppo portati a giudicare il passato (le società che ci hanno preceduto), a renderlo fin troppo semplice e lineare, senza averne compreso appieno il senso. Quando va bene. Quando invece non non prendiamo - come spesso accade, in buona fede o faziosamente - proprio fischi per fiaschi. Concordo: la realtà dovrebbero raccontarla i mannari.

"Splendido. Come le fantasie che cavalcano a briglia sciolta, sradicando tutto quel che è plausibile e logico. È il segreto alchemico della gaia scienza".

Splendido. Come questo tuo pezzo. Come la citazione nicciana. Come immagino sia questo romanzo, che a questo punto devo andare a comprare.

Già ti appartiene, questo è proprio tuo. Sono convinto che ti piacerà parecchio. Grazie per la condivisione delle impressioni.

Sarà mio;) E grazie a te per queste belle pagine su un autore che immagino dovremmo tutti riscoprire.

Era così laterale, in vita - estraneo, a quanto pare, a movimenti letterari e adesione a stilemi e dettami allora in voga - che ha dato vita a opere del tutto diverse dai suoi contemporanei. Distante da giochetti editoriali e logiche analoghe... concentrato soltanto sulla creazione letteraria. Questo, per adesso, sulla base di quel che ho letto; narrativa, poesia e critica. Ma prima di cominciare a sparare qualcosa di definitivo sulla sua narrativa voglio scandagliare altri 3-4 testi, e magari capire bene cosa ne scriveva Bo trent'anni fa (a breve ve ne parlo :).

Allora aspettiamo curiosi. E politicamente? non aveva padri o padrini? Era un uomo davvero libero (ideologicamente intendo).

Da quel che scrive - e da quel che ho letto fino ad ora - è politicamente indecifrabile. E' un intellettuale aristocratico del frusinate, apprezzato traduttore. Riservato e molto distaccato; riconosciuto con favore, nel tempo, da Calvino, Montale, Bo e premiato, a dispetto delle poche vendite, da diversi premi letterari. Le tematiche non si direbbero, per adesso, vincolate a niente di ideologico; piuttosto, considerando l'epoca... non vorrei sbilanciarmi ma parrebbe più vicino a quelli come me e te che ai soliti. Magari sbaglio, però direi che era uno slavista atipico; uno che non si era fatto mangiare vivo dall'URSS di allora, piuttosto dall'antica Russia.
Mi mancano notizie in proposito, ma così su due piedi direi che non lo ricordo omaggiato da intellettuali comunisti o rivendicato da partiti ex o post comunisti. Il che dovrebbe di solito significare che...

Grazie delle informazioni. Da quel che hai scritto nei pezzi - pur non affrontando questo tema - si intuisce una visione per cosi dire non schierata della realtà che lo circondava. Ciò, evidentemente, gli ha consentito di scrivere quel che ha scritto. Di far volare la fantasia a briglia sciolta. Un po' come accadde a Buzzati, immagino, ancorchè con una scrittura molto diversa e forse - dico solo forse, non avendo ancora approfondito -, meno tormentata.

Ho trovato questo, sul sito ufficiale:
"Spirito libero e aristocratico, è naturale oppositore del regime fascista; subisce nel 1943 un mese di carcere alle Murate, a Firenze."

> però confermerebbe certe intuizioni. Anche perché, poco oltre:

"Scrittore scrivo e appartato, insofferente delle mode e dei meccanismi preposti al raggiungimento della fama e del successo"

> direi che è abbastanza chiaro che certe scelte estetiche riflettono certo approccio politico. Probabilmente voleva solo essere lasciato in pace e vivere onestamente dedicandosi ai suoi amori e alle sue passioni; non sembra un socialista, ecco:)

18. tormento appare regolarmente, magari mascherato da grottesco. Tormento, solitudine, e - se vogliamo dirla tutta - qualcosa che non va con le figure femminili. Rapporti molto contrastati, tuttavia adorazione della bellezza...

Si, si. anche le ultime informazioni che riporti sono congruenti con l'idea che m'ero fatto di Landolfi. In sostanza: un soggetto che a tipi come me e te può piacere anche oltre la sua arte. Probabilmente uno dei rari artisti in cui vita e arte si son specchiate, hanno coinciso. Divorerò anche gli altri due romanzi, ne sono certo (il Principe infelice mi piacque molto). Omaggi Lanke;)

"L?amore spaventa e fa rabbia quando non si riesce a controllarlo; il primo amore è una tempesta che confonde, è malinconia e sogno e desiderio e tutto va ibridandosi e non s?attenua e non si mitiga; scivola nel tempo e lascia cicatrici che niente cancella. E tante immagini che tendono a non scolorire. Basta non voltarsi indietro." eh, qui Franchi fa poesia, è bello leggerla, dà scosse e brividi

"Già in quest?opera s?intravedono prodromi, sintomi e segni di quella inclinazione al fantastico che vergherà il nome dello scrittore di Pico Farnese nella storia del nostro Novecento; inclinazione al fantastico che pretende tuttavia, almeno in questo caso, una sensibile ricostruzione della realtà trasfigurata con tanta classe e tanta pazzia, prima che cenere della realtà rimanga nei nostri cuori di lettori, a soffocarci. Dovremmo cercare significati e sensi, a dispetto del balenio stupendo e accecante del gioco e dell?invenzione" la mia cultura poco accoltivata mi insegna che questi semi, nelle nostre realistiche lande nessuno le ha poi curate. Insomma, a Landolfi lo hanno messo da parte. Di chi è la colpa?

15-16-17-18-19 ho i miei dubbi che trattasi di ostracismo politico. Sul serio.

"Come le fantasie che cavalcano a briglia sciolta, sradicando tutto quel che è plausibile e logico. È il segreto alchemico della gaia scienza" eh. Ispirata e Cavalcanti. Forte e poetica cioé, (come una cavalcata, un Franchi-stil-novo)

23. Credo dello stesso Landolfi, perché da un certo momento in avanti cambia argomenti e pubblica tutto - diari, prose fiacche e di maniera, terribili satire del niente. Credo.
24. Dico che non era né alfa né beta, con simpatia per beta ma molto distacco e disprezzo da tutto... certo non fu cavallo di battaglia dei partiti. Questo non lo sostenne.

grazie Baol!

26. Sì credo che la tua replica sia perfetta. Quando avrò finito di leggerle tutte ne saprò sicuramente di più, anche a livello di sensazioni

"Landolfi lo hanno messo da parte. Di chi è la colpa?". Forse, a monte, c'è una tradizione avversa agli scrittori "fantastici", vhe tra l'altro vengono "catalogati" tra i surrealisti. Il surrealismo italiano fu poca cosa; arrivò tardi e, insomma, si tratta evidentemente di materia non particolarmente sentita a livello di sensibilità critico-letteraria. Mi viene in mente un parallelo con il Pre-romanticismo: sì, le poesie nordiche, fantastiche, erano conosciute in Italia, anche perché erano state anche bene tradotte. Però non ebbero largo seguito. Diciamo allora che il gusto per il fantastico, specie se "noir" stenta da noi ad affermarsi: forse la nostra natura "solare" e "mediterranea" rifugge dalle atmosfere cupe e misteriose, così fortunate al nord.

Oppure: non abbiamo mai compreso sino in fondo l'esperienza degli Scapigliati. Forse meno marginali, in futuro, di quanto oggi possono apparire. Questione di Zeitgeist, anche.

Ecco. Bel raffronto. Anche gli Scapigliati avevano un marcato gusto sepolcrale, e basti pensare al Tarchetti di "Memento": ...Quando bacio il tuo labbro profumato/ obbliar non poss'io che dentro/ un teschio v'è celato...ecc, etc. Stessa cosa con "Fosca". Anche gli altri, Praga, per esempio, preferiva di Baudelaire le cose che più sapevano di "cripta". Tanto è vero che uno dei suoi esercizi di traduzione su baudelaire fu appunto quello relativo a "rimorso postumo": troppo lungo da spiegare. Però, quello che non ha fatto la fortuna degli Scapigliati è stata la lingua. Non sono riusciti a coniarsi una lingua veramente moderna, efficace strumento per veicolare i loro arditi contenuti d'Avanguardia.

Sono d'accordo. Eppure... sai dove si rivelano antesignani dei contemporanei? Nell'ibridazione con il "giornalese".
Un esempio scolastico:

http://www.lankelot.eu/index.php/2007/07/07/sacchetti-roberto-candaule-c...

Il redivivo SACCHETTI.