Landolfi Tommaso

Dialogo dei massimi sistemi

Autore: 
Landolfi Tommaso

Opera prima di Tommaso Landolfi, “Dialogo dei massimi sistemi” è una raccolta di racconti, composta prima dei trent’anni d’età. La categoria delle “opere prime” è croce e delizia dei lettori; tendenzialmente – primo paradosso – se ne parla con chiarezza solo a posteriori, quando l’autore è cenere o giù di lì, e ha comunque una produzione così vasta che c’è chi si diletta a pizzicare prodromi e embrioni e chi s’incarognisce a massacrare difetti e limiti, e così via.
Il secondo paradosso è che non sempre è possibile parlarne male, sic et simpliciter. C’è chi non s’accanisce sugli esordienti per un misto d’umanità e di pietà, chi cerca sempre qualcosa di buono nell’opera giudicata “mediocre” et similia. Il terzo paradosso è che, per qualche incomprensibile mistero delle patrie lettere, di solito l’opera prima (edita) racconta davvero molto di quel che accadrà a un autore, al suo stile, ai suoi topoi, alla sua scrittura in generale.
Allora vengo a parlarvi dell’opera prima d’un autore che – nel 1937, quando viene pubblicato questo suo libro in tiratura limitata, duecento copie – aveva esattamente la mia età oggi, 2007. Sono un lettore irrispettoso e non ho paura di confrontarmi con nessuno. Figuriamoci con un coetaneo. Magari è più onesto da parte mia concludere questa introduzione ribadendo che in memoria non avevo altro che il Landolfi critico; del Landolfi narratore, letto confusamente in periodo di studio furibondo e caotico, ricordavo francamente poco. Ciò detto: m’avventurerò nella sua produzione, poco a poco, rispettando un criterio cronologico; convinto di poter condividere una riscoperta che potrebbe essere, un domani, popolare e non solo scolastica.
L’esordio di Tommaso Landolfi da Pico Farnese è una raccolta di racconti connotati fondamentalmente da una comune, talentuosa attitudine, caduta in disuso nella contemporaneità; Landolfi, questo voglio segnalarvi, è un genio delle descrizioni. È capace di non scrollarsi di dosso un colore o un ambiente o un pensiero senza aver investito periodi interi del compito di scolpirlo o di contornarlo con metodo e puntuale esibizione di padronanza della lingua (letteraria, va da sé). Inevitabilmente, come spesso accade, il talento nelle descrizioni non s’accompagna al talento nella rappresentazione o nella resa dei dialoghi; in questo libro, sono proprio letterari da cima a fondo; il che significa che non escludono d’essere ampollosi e barocconi; sono i dialoghi d’un innamorato della parola.
Ecco, gli innamorati della parola sono come quei calciatori, quando eravamo ragazzini, ai quali non dovevi per nessuna ragione al mondo passare il pallone. Avevano quattro o cinque numeri – che so, un tacco, un dribbling secco, cose del genere – e tendevano a sfoggiare quel loro repertorio in qualsiasi momento. Evitando, va da sé, di passare il pallone ai compagni (se non accidentalmente, per via di qualche rimpallo).
Per Tommaso Landolfi vale lo stesso principio. Non so come giocasse a pallone da ragazzo ma ho capito come scrive. Scrive come uno che schiuma di gioia al solo pensiero d’aver avuto un’idea, e si diverte ad arabescarla. Ne deriva che questi suoi racconti sono deboli di trama – ma questo non è un difetto – e sono deboli nelle calibrature dei personaggi – regolarmente di carta – e tuttavia costituiscono un campione piacevole di lingua letteraria italiana; esercizi di stile di uno scrittore che mostrava sin dal principio delle sue pubblicazioni attrazione nei confronti del gioco (cfr. “Night Must Fall”), una non nascosta passione per le donne (qui piuttosto voyeuristica; quando tende a realizzarsi subito s’offusca; il meglio Landolfi giovane sembra darlo da guardone), infine – e verrebbe da ribadire: fondamentalmente – una chiara dedizione alla parola, alla sua potenza e al suo mistero (cfr. racconto eponimo; al di là delle evidenti stilettate a certi poeti contemporanei innamorati del suono, ha valenza di riflessione sul linguaggio. Capita di rado). E questa dedizione è un innamoramento che regala prepotenti irruzioni dell’autore-narratore nei racconti; non di rado ci si rivolge ai lettori direttamente, bruciando o almeno frammentando la già fiacca trama, cancellando la credibilità della storia. E alla quarta o quinta irrichiesta epifania dell’io narrante (o scrivente, come s’autodefinisce) il divertimento ha termine.
Porto a esempio quanto Landolfi scrive a p. 58, in “La morte del re di Francia”:
“Si inizia qui quella fase della vicenda narrata che si potrebbe chiamare della camminata orizzontale, e lo scrivente, in mancanza di coscienza nel suo eroe, è costretto a far capolino col suo grossolano modo d’immaginare le cose” (segue descrizione di venti, trenta righe). 
Forzando la mano si può riconoscere nella solitudine uno dei tratti comuni e fondanti dei personaggi volta per volta protagonisti; una solitudine irrimediabile, e quando mutata sempre mutata male, con esito rovinoso o autodistruttivo (cfr. “Maria Giuseppa” o “La morte del re di Francia”): una solitudine fertile di osservazioni micidiali della realtà. Tanto micidiali che stancano. Naturalmente questa attitudine alle descrizioni e alle osservazioni è figlia d’un’epoca estranea alla nostra “civiltà dell’immagine”; tuttavia ritengo anche allora bastasse qualche pennellata nervosa, viva e atipica per mutare una certa percezione di pallosità. Chiaramente, per i cultori di questa attitudine, le mie parole suoneranno come musica. Fate pure.
Vi porto ad esempio quanto leggo a p. 67, nel fondante “Dialogo dei massimi sistemi”:
“Parlando giocherellava, ora con un tagliacarte d’acciaio, ora con un libro rilegato che rotolava sul tavolo nel senso del taglio; spesso annusava la colla alla mandorla amara nel suo recipiente brunito, e più spesso ancora, colle lunghe e scintillanti forbici di redazione tracciava gran tagli per aria e si ravviava i baffetti all’ingiù. Sorrideva spesso contenutamente, come a se stesso, specie quando giudicava che il suo interlocutore ritenesse di averlo messo in imbarazzo. Quando si volgeva invece direttamente a qualcuno il suo sorriso era mondano e in tutto egli affettava una cortesia esagerata. Parlava piano, con gesti sobri e parole forbite, debitamente intramezzate da espressioni straniere”.
Ecco: al lettore tanto invocato rimane molto poco da immaginare, apparentemente. A me rimane da immaginare come stava Landolfi quando descriveva con questa incredibile dovizia di dettagli (la colla è “alla mandorla amara” e addirittura si trova in un “recipiente brunito”) la “realtà della narrazione”; sembra qualcuno talmente poco convinto della realtà delle cose che solo appuntandola punto per punto riesce a controllarla o a impadronirsene. Insomma, non mi stupirei se in una narrazione in prima persona piovessero gli aggettivi possessivi. Al contempo, si registra la pregevole ricchezza del vocabolario dell’autore. È interessante appuntare la capacità di creare storie (fiacche, ossia senza nessuna trama) nelle storie; sorta di matrioska, sperimentata almeno ne “La piccola Apocalisse” e ne “La morte del re di Francia”; con tanto di vagheggiata adesione ad altro personaggio e altra prospettiva.
Incontro Tommaso Landolfi da Pico Farnese quasi fosse un contemporaneo; adesso, libro dopo libro, invecchierà e io rimarrò giovane. La mia speranza di lettore è che, pagina dopo pagina, mi si chiarisca la ragione per cui era amato dal più grande lettore italiano del Novecento, quando in Italia poteva contare, vado per eccesso, su cinquecento o mille lettori. E adesso concludo con un passo tratto dal racconto eponimo. Probabilmente era satirico, ma da espressionista – e da nemico del realismo – non posso che esserne rimasto colpito. È un frammento d’un dialogo sul linguaggio. Ve lo trascrivo, e considerate che chi proferisce quelle parole, nel testo, non si direbbe un idolo dell’autore: si discute del suono e delle idee, e del delirio di una poesia scritta per suoni e parole d’una lingua inesistente.
“Così facendo si creerà una nuova lingua; e poco importa se monca e limitata a poche frasi (quelle del componimento), giacché ci sarà sempre chi la saprà: il suo stesso creatore; e sempre chi del componimento sia competente a giudicare: il suo stesso autore” (p. 74).
Landolfi, mica era così facile. I suoni a cui forse pensavi erano parte di una lingua – quella italiana – che non ha frasi sempre ordinatamente composte da soggetto, verbo, avverbio, articolo, complemento oggetto. Perché – non ne parli, ma dovresti saperlo – l’italiano non esiste. L’abbiamo inventato noi, i letterati dico.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Tommaso Landolfi (Pico Farnese, Frosinone 1908 – Roma, 1979), scrittore, critico e traduttore italiano. Si laureò in Lingua e Letteratura Russa nel 1932, con una tesi su Anna Achmatova.

Tommaso Landolfi, “Dialogo dei massimi sistemi”, Rizzoli, Milano, 1975.
Prima edizione: Firenze, 1937.

Apparve originariamente nella collezione di “Letteratura” – la collana che i Fratelli Parenti Editori di Firenze pubblicavano a fianco della rivista omonima – in un’edizione originale di 200 copie numerate, più una tiratura fuori serie. Venne ristampato in seguito nella raccolta antologica dei Racconti edita da Vallecchi nel 1961. Quindi, Rizzoli 1975: prima ristampa del libro dopo la prima edizione del 1937.
Fonte di queste informazioni: NOTA dell’edizione esaminata.

L’opera omnia di Landolfi è attualmente in via di pubblicazione nelle edizioni Adelphi. 

Racconti contenuti nel “Dialogo dei massimi sistemi”: “Maria Giuseppa”, “La morte del re di Francia”, l’eponimo “Dialogo dei massimi sistemi”, “Mani”, “La piccola apocalisse”, “Settimana di sole”, «Night Must Fall».

Approfondimento in rete:
Centro Studi Landolfiani / Antenati / Wikipedia / Italica Rai / Liber On Web

LANDOLFI in LANKELOT:
Landolfi Tommaso - A caso - franchi
Landolfi Tommaso - Cancroregina - Paolo Castronovo
Landolfi Tommaso - Da Leopardi al "nonsense" - sard
Landolfi Tommaso - Des mois - franchi
Landolfi Tommaso - Dialogo dei massimi sistemi - franchi
Landolfi Tommaso - Il Mar delle Blatte - franchi
Landolfi Tommaso - Il principe infelice - Léon
Landolfi Tommaso - La bière du pécheur - franchi
Landolfi Tommaso - La pietra lunare - franchi
Landolfi Tommaso - La spada - franchi
Landolfi Tommaso - Le due zittelle - Léon
Landolfi Tommaso - Le labrene - franchi
Landolfi Tommaso - Racconto d'autunno - franchi
Landolfi Tommaso - Rien va - franchi
Landolfi Tommaso - Su alcune probabili fonti di Landolfi. Dalle "blatte" alle "capre" - sard
Landolfi Tommaso - Viola di morte - AngelaMigliore

Gianfranco Franchi, “Lankelot”, marzo 2007.
(prima apparizione dell’articolo: Lankelot.eu)

ISBN/EAN: 
9788845912139

Commenti

Bene, con questo pezzo diamo il via allo speciale Landolfi. Ogni contributo critico sarà gradito. Io procedo come accennavo qui, in ordine cronologico, con qualche inevitabile salto.
Saluti!

e allora leggiamo leggiamo...

c'è da dire che, seppur opera prima, leggendo altro ogni tanto rispunta fuori il titolo, tant'è che non facendo caso alla cronologia pensavo fosse un'opera più matura

"Landolfi, questo voglio segnalarvi, è un genio delle descrizioni" la mattina in metro mi accompagna 'La pietra lunare', a tal proposito, e sono in parte frastornato dalla noia nella perizia e nel dettaglio che segue nelle descrizioni, a volte quasi elencazioni, ma alla fine mi trovo sempre ad avere un certo gusto, rimane sempre qualcosa in più. A volte le sue descrizioni raccontano fatti anche. Sì, cmq devo darti ragione "per qualche incomprensibile mistero delle patrie lettere, di solito l?opera prima (edita) racconta davvero molto di quel che accadrà a un autore, al suo stile, ai suoi topoi, alla sua scrittura in generale"

"una non nascosta passione per le donne (qui piuttosto voyeuristica" ehm... misà che anche questa rimane costante...

forse però è un voyeurismo che va oltre il semplice spiare le donne... devo rifletterci meglio ma credo proprio che si possa appaiare con il godimento nel descrivere, nel creare l'atmosfera

Che ne pensi di un Landolfi, invece che letto di una lettura silenziosa, un Landolfi monologo? Uno di quei tanti narratori che fanno i loro bei monologhi a teatro ultimamente? 'Le due zittelle', nei primi capitoli, mi veniva proprio da leggerlo ad alta voce, il 'Discorso' potrebbe avere un tono nuovo se letto ad alta voce? Per esempio il passo che hai citato ne 'La morte del Re di Francia' mi pare che potrebbe.

"Forzando la mano si può riconoscere nella solitudine uno dei tratti comuni e fondanti dei personaggi volta per volta protagonisti; una solitudine irrimediabile, e quando mutata sempre mutata male, con esito rovinoso o autodistruttivo" anche questo mi pare che sia un dato che rimarrà, almeno fin dove ho letto io Landolfi

6. molto probabile. Adesso avanzo libro dopo libro e ti do conferma anch'io. In generale, sembrerebbe uno che prima di entrare in casa guarda nel vuoto e dice: "adesso sono sul pianerottolo; cammino sul pavimento di marmo, guardo le pareti: c'è una zanzara che sta ronzando, vola come ogni altro insetto ma è più lucida. Poi guardo la maniglia; è lucida, e schiacciandola m'accorgo che..." (e giù venti righe)

2 note in 1 sola: "tuttavia ritengo anche allora bastasse qualche pennellata nervosa, viva e atipica per mutare una certa percezione di pallosità. Chiaramente, per i cultori di questa attitudine, le mie parole suoneranno come musica. Fate pure." eh eh eh, la citazione che riporti è molto di mio gusto, già con una raccolta di Carver ci siamo dimostrati opposti, per una volta sono io che non cerco la narratività, sono cose che... si sciolgono in bocca, lasciano sapore. Forse mi prendo anche questo, ih ih ih.

"sembra qualcuno talmente poco convinto della realtà delle cose che solo appuntandola punto per punto riesce a controllarla o a impadronirsene" su questo non sono poi d'accordo, l'odore di mandorla amara piace anche a me, come forse al Landolfi, non mi dà l'impressione che la realtà gli sfuggisse, forse (la tua impressione potrebbe venire rafforzata da altre letture) la riadatta, la ricrea a suo piacere, ci si arrotola piacevolmente come in un caldo piumone quando fuori piove ma non credo che avesse la sensazione di perderla. Ma potrei sbagliare io, ammaliato dal suo caldo piumone.

"sorta di matrioska", se può ritorna anche questo nelle letture che ho fatto

7. Decisamente. In diversi frangenti adotta le parentesi care alla narrativa teatrale; altrove, l'uso delle parentesi è più convenzionale e intuitivo.

9. sì, sì, concordo pienamente, gusta quello che ci vuole mostrare, mi ricorda un po' 'Strade perdute' di Lynch, credo che anche Lynch abbia quel piacere nel ricostruire ambienti e situazioni, rimodellare la realtà per sentirli mondi 'gustosi'. Dopotutto anche in 'Strade perdute' mi pare ci sia del voyeurismo, a questo punto servirebbe l'intervento di Federico dall'altezza della sua passione per Lynch

11. chissà che un giorno tu non ne faccia delle letture, visto la tua particolare... efficacia sul palcoscenico, riflettici

"La mia speranza di lettore è che, pagina dopo pagina, mi si chiarisca la ragione per cui era amato dal più grande lettore italiano del Novecento" ovvero?

10. Ma appunto ho ammesso, sin dal principio, che quell'appunto non era proprio un deterrente. So bene che sono in minoranza, da un certo punto di vista. Quindi non escludo possa piacerti e molto, come attitudine:).

Quanto ad arrotolarsi nella realtà... mmm. A me piace l'idea che ciascuno possa colorarla, se la sto raccontando io; non voglio dare troppi elementi, altrimenti sembra o che stia mentendo o che sia un ossesso. Siccome sono un ossesso e un cazzaro ci sto attento. ahah

In generale, da quel che mi dici ho pizzicato qualche corda che viene suonata spesso. Bene. Bene, bene. Bene. Ora comincio il secondo, va.;) grazie Ema!

"I suoni a cui forse pensavi erano parte di una lingua ? quella italiana ? che non ha frasi sempre ordinatamente composte da soggetto, verbo, avverbio, articolo, complemento oggetto. Perché ? non ne parli, ma dovresti saperlo ? l?italiano non esiste. L?abbiamo inventato noi, i letterati dico." se non mi confondo quindi ti piace la sua lingua... anche a me

13. io vorrei leggere soltanto versi di poeti morti, oppure parole nuove di autori viventi e magari amici. Altrimenti soltanto le mie cose. E' che o sento, oppure sono solo un buon tecnico (o una buona marionetta). Landolfi preferirei riscriverlo, almeno sin qua, e reinventarlo. Che dici? Attualizzandolo. Ha dei tic molto riconoscibili...

14. mio padre. E' una creatura mostruosa, nel senso primo del termine. Non ho mai conosciuto un lettore del genere, né ho apprezzato una - e più - biblioteche del genere, nemmeno tra gli accademici. E' uno strano figuro:).

16. Mi piace la ricchezza del suo vocabolario. Mi ha costretto a due consultazioni del Devoto Oli in 160 pagine, ed entrambe le volte m'ha fregato, credevo fossero voci regionali e a quanto pare no...
Approvo il suo lessico, per adesso, questo sì:)

15. non credere, barocchi innamorati di atmosfere non ce ne sono pochi così un'atmosfera? Niente di palpabile, spendibile,... non è questa la musica che si sente in giro, è un sottinteso troppo evidente, una parolina che non ha sillabe ma un forte odore, come si dice: "

Non c'è pazienza per l'estetico
nè più passione per l'ermetico

"Quanto ad arrotolarsi nella realtà? mmm. A me piace l?idea che ciascuno possa colorarla, se la sto raccontando io; non voglio dare troppi elementi, altrimenti sembra o che stia mentendo o che sia un ossesso" non hai la megalomane predisposizione al DMaster

Sì, mi sembrava sciocco segnalartelo ma mi pare tu sia riuscito a pizzicare decisamente parecchie cose, bell'occhio

17. Landolfi come canovaccio potrebbe andare bene ugualmente, spostarsi a teatro per rivitalizzare Landolfi sarebbe grandioso. Secondo me alcune pagine di Landolfi si prestano bene ad una traduzione in qualsiasi altro medium: 'Le due zittelle' sarebbero, per i primi 5, 6 capitoli, un fumetto dalle tinte scure fantastico, 'Il mar delle blatte' un cartone o un film grottesco portentoso (altro che 'i pirati dei caraibi'!!!)... e certo un Landolfi a teatro... bisognerebbe reinventarsi una trama... bisognerebbe venire a patti col suo gusto per le atmosfere e le descrizioni... ma io credo che potrebbe essere una cosa decisamente interessante, soprattutto vederla

sì, effettivamente poi vedendo i libri a casa tua... tuo padre è mostruoso, nel senso ultimo della parola, fa proprio paura

18. io ho solo fatto le orecchie... mi stai dicendo che potrei avere brutte sorprese, che non sono affatto voci 'burine'? oddio be' ma allora siamo davanti ad un architetto della parola

Beh, .19 par.4 :). Ti ringrazio, e la segnalazione era molto importante (non so quanti potranno farmene, di segnalazioni analoghe; però ci spero sempre) (mi sento, ogni tanto, come quei matti che parlano da soli per vicoli e piazze e pensano serva a qualcosa). (non è spiacevole, ma un po' di comprensione non fa male)

Quanto al bell'occhio... spero di non essermi arrugginito eccessivamente negli ultimi due anni, ma fino a qualche tempo fa un pochetto ce pijavo, una tantum. Cmq per consolarmi delle fatiche landolfiane ho già piazzato sulla scrivania "Narnia" di Lewis, come premio all'impresa. Dopo metà Aprile. Adesso Landolfizzo. Poi cazzareggio ma con stile. E ho sempre il caro Martin Eden a consolarmi se sono stanco.:)

21. Diciamo che è molto attento al toscano:)

20. E considera che un buon terzo di quel che hai visto l'ho inserito io, e che parte dei suoi ce li ho come arretrati, per colpa dei miei inserimenti. In più s'è creato altre due biblioteche negli ultimi dieci anni, per conto suo. Inavvicinabile. Non solo per velocità di lettura.

(passo alla Pietra Lunare. Ave!)

dico un'ultima cosa (per ora) che mi sovviene dalle ultime letture lankelottiane: tra Landolfi e Bianciardi, Landolfi è uno scrittore vero che merita l'antologia del liceo (to' infatti Calvino ne ha fatto un'antologia di pagine scelte, como mai?), Bianciardi un uomo di gran buon senso che sapeva scrivere con ironia ma, almeno per quello che ho letto, non raggiunge toni artistici. Tra i due mi riprendo Landolfi, con Bianciardi spero di camminarci per strada (magari se l'Italia fosse diversa non avrebbe neanche scritto preferendo una compagnia come la nostra, dedita alle donne e alle chiacchiere)

Ho letto questa tuo interessante pezzo. Di Landolfi ho letto solo -e mi piacque, lo ricordo bene - "Il principe infelice" e trovo che le tue riflessioni sono azzeccate e trasferibili anche su questo libro. Mi piacque, ricordo, il suo vocabolario cosi vasto, il suo modo cosi personale e descrittivo di narrare. Riprenderò in mano "Il principe infelice", allora (tra qualche giorno: ho da leggere un altro paio di libri prima), e darò il mio piccolo contributo anch'io alla divulgazione lankelottiana di Landolfi.

24. finge, è il più grande mentitore del genere umano, lo faccio anch'io con Elisa: intere recensioni (credibilisssssime) senza sapere neanche il nome di battesimo dell'autore

25. eh eh eh, domani io l'ho finito, mi dirai delle descrizioni qui!

27. grande! Aspettiamo.
26. Bianciardi è immenso nella Vita Agra. A sprazzi. Ma meriterebbe. Io devo ancora papparmi l'Antimeridiano, poi ti dico meglio. Sicuramente come persona era più vicino a parecchi di noi:).

28., 24. > la consolazione è che perde la memoria. Purtroppo non inventa, ma si perde per strada trame e nomi (oddio, è successo anche a me, e disto ancora diciamo 2500 volumi)

27. se è piaciuto a te già intravedo la possibilità di aver ragione di un possibile accostamento sul voyeurismo landolfiano con Lynch, che dici?

30. io non chiamo nessuno in ufficio col nome suo, HO VINTO HO VINTO HO VINTO

29.26. 'Il lavoro culturale' e 'L'integrazione' potrebbero essere uno stesso libro

31 - Be', Emanuele, è un paragone forte ma non del tutto azzardato. Per il mio gusto trovo comunque delle congruenze tra i due: sollecitano l'intelletto attraverso un registro visionario; l'uno attraverso le immagini, l'altro attraverso le parole. Non è cosa da poco, almeno per quel che mi riguarda.

Aggiungo che "Il principe infelice" credo sia una delle pochissime incursioni del nostro - certamente la più nota - nella letteratura per l'infanzia (si parla di un principe colto ma malinconico, che può essere salvato solo da un bel sogno). é per questo che mi capitò tra le mani: letteratura pedagogica;) Ma di qualità sopraffina.

Di Landolfi ho letto solo "A caso" decidendo che l'autore... fa per me! La tua splendida pagina, Gianfranco, conferma in pieno le impressioni (tra l'altro, era stata proprio una recensione di una cosa di Landolfi che mi aveva portata sulle sue tracce).
L'amore per la lingua, le descrizioni (nonostante la trama "debole", eppure, davvero, non se ne avverte la necessità!), ci ritrovo tutto quello che mi ha affascinato.

La chiusa è magistrale, Gf.

"Ecco, gli innamorati della parola sono come quei calciatori, quando eravamo ragazzini, ai quali non dovevi per nessuna ragione al mondo passare il pallone. Avevano quattro o cinque numeri ? che so, un tacco, un dribbling secco, cose del genere ? e tendevano a sfoggiare quel loro repertorio in qualsiasi momento. Evitando, va da sé, di passare il pallone ai compagni (se non accidentalmente, per via di qualche rimpallo)."

Eeeeeeeeeeeeee...

33. forse non è così raro, 'Il mar delle blatte' potrebbe tranquillamente essere una fiaba, nel tono e nella trovata narrativa, anche se poi al succo dimostra un'altra questione.

35. cos'è, coda di paglia? Non passi la palla? Hai solo il tacco?

"Sembra qualcuno talmente poco convinto della realtà delle cose che solo appuntandola punto per punto riesce a controllarla o a impadronirsene".

O è così o è solo un tipo che a ventinove anni era assai annoiato. Gran pezzo coinvolgente, da conferenza: certe letture recenti ti hanno fatto continuatore della teoria della recensione come stile letterario degno e autonomo. E non hai ancora letto Bazlen ;)

36. è che credo, nel mio piccolo, di avere la stessa perversione. Solo io a pallone sono stato sempre un inetto. Preferisco e ho praticato sport individualistici, guarda caso...

Comunque l'amore per il lessico si è andato perdendo come studio princeps dal dopoguerra, direi, con la cultura a stelle e strisce che ha dirottato diversissimi stilemi e ossessioni. Eccezioni restano, mi viene in mente un Manganelli, ma in definitiva isolate e, a dispetto dei perversi, tacciate in quarantena.

Manganelli, Ottonieri, Savinio; questa la mia nazionale.
Poi Bufalino e Landolfi. I primi tre sono totem, da questo punto di vista.

E' un genio delle descrizioni, dici. Ed io lo percepisco come un difetto. Ho sempre sospettato che il talento nelle descrizioni fosse sinonimo di noia e scarsa creatività, se non addirittura di scarsa interiorità. Probabilmente mi sbaglio, ma pur apprezzando la ricercatezza del lessico, non mi piacciono i meri esercizi di stile. Poi magari leggendo Landolfi mi ricredo...

Vediamo in futuro... da più parti s'esalta la vena fantastica o visionaria di Landolfi... man mano che avanzo condivido:)

"Landolfi, questo voglio segnalarvi, è un genio delle descrizioni. È capace di non scrollarsi di dosso un colore o un ambiente o un pensiero senza aver investito periodi interi del compito di scolpirlo o di contornarlo con metodo e puntuale esibizione di padronanza della lingua (letteraria, va da sé). "
Ecco, a me ispira invece questa faccenda delle descrizioni, sarà che ho un certo gusto per il "mattone" a volte! :-)
É una grande rec. comunque, complimenti.
Certo hai una precisione e una bella costanza nel procedere in ordine cronologico e sistematico (o quasi) nell'accostarti a un autore, io sono un caos totale d

... da questo punto di vista. (mi è partito il commento!)
"solo appuntandola punto per punto riesce a controllarla o a impadronirsene". Qui rifletterò il giorno in cui leggerò Landolfi, è un aspetto interessante.

Vorrei innanzitutto ringraziare - a rischio di sembrare ripetitivo - Gianfranco e i lankelottiani in generale per avermi fatto scoprire uno scrittore che non conoscevo, e del quale sono già infatuato..!

Sto ultimando un mio contributo a Landolfi circa "Cancroregina".

- Ecco, gli innamorati della parola sono come quei calciatori, quando eravamo ragazzini, ai quali non dovevi per nessuna ragione al mondo passare il pallone. Avevano quattro o cinque numeri ? che so, un tacco, un dribbling secco, cose del genere ? e tendevano a sfoggiare quel loro repertorio in qualsiasi momento. Evitando, va da sé, di passare il pallone ai compagni (se non accidentalmente, per via di qualche rimpallo). - Quanto si sente che ami il calcio! Mi ricordano un po' le parole di Baricco ne "I barbari" e "City".

- Forzando la mano si può riconoscere nella solitudine uno dei tratti comuni e fondanti dei personaggi volta per volta protagonisti; una solitudine irrimediabile, e quando mutata sempre mutata male, con esito rovinoso o autodistruttivo (cfr. ?Maria Giuseppa? o ?La morte del re di Francia?): una solitudine fertile di osservazioni micidiali della realtà. - E forzando neanche tanto. Credo che sia la fortuna di molte voci letterarie, la solitudine. Almeno, nei personaggi. Un dono e una maledizione.

Non ho letto il libro, non ancora. Ma la tua rec e in generale la lettura di Cancroregina e Le due Zittele mi hanno totalmente conquistato.

Merci.

- Allora vengo a parlarvi dell?opera prima d?un autore che ? nel 1937, quando viene pubblicato questo suo libro in tiratura limitata, duecento copie ? aveva esattamente la mia età oggi, 2007. Sono un lettore irrispettoso e non ho paura di confrontarmi con nessuno. Figuriamoci con un coetaneo. -

Cazzutissimo atteggiamento :)

Non ho ancora avuto modo di leggere Landolfi. Parlando, in generale, di autori che si abbandonano a descrizioni tormentose (hanno tutta la mia comprensione, sono ammalato anch'io di questa terrbile malattia) ci sono dei limiti antropologici ? le proporzioni umane ? che non dovrebbero essere oltrepassati, per esempio i limiti della memoria. Quando si finisce di leggere un libro, bisognerebbe essere in grado di ricordarne l?inizio. Se non è così, il romanzo perde la sua forma, la sua ?chiarezza architettonica? diventa oscura.

Comunque che bella recensione viva e pro-attiva...
Mi aggiungo alla lista degli apprezzamenti!

45. E' che in realtà il mio idolo era Teofilatto dei Leonzi in Brancaleone. Aderisco molto al "ti vedo e ti piango" di Volontè, quando sto di fronte a qualcosa di apparentemente ostile:). Aiuta:).
*
44. E' una maledizione fertile.
*
42. Credo sia una scelta di campo. Se scrivessi che un mattone è proprio rosso in realtà starei comunicando qualcosa su un diverso livello. Colori sapori profumi e dettagli sono storie nelle storie, a ben guardare. Diciamo che - rispetto a questo testo - viro su altre scuole, diciamo così:).
.
**
44. Aspetto "Cancroregina" allora;).
*
46., 47.* Ave Alfio! Ben ritrovato. Io ti suggerisco di partire dal Landolfi critico di "Gogol a Roma" (Adelphi) quindi di tuffarti in qualcosa di narrativo (accantona il Landolfi poeta, per adesso) con puro approccio empatico.
Quel che scrivi a proposito del principio è... è un grande sogno che l'umanità non ha mai realizzato. Con i romanzi è differente, talvolta è possibile. Puoi sempre tornare indietro, in ogni caso, nessuno se ne accorge.

Il problema è che il romanzo del romanzo è quello che scrive il lettore senza esserne cosciente, associando e ricordando e inventando. E ritornando sull'autore e poi su se stesso; e se si tratta di rilettura accidenti quanto si complica tutto. Il principio è un sogno

" Naturalmente questa attitudine alle descrizioni e alle osservazioni è figlia d?un?epoca estranea alla nostra ?civiltà dell?immagine?; tuttavia ritengo anche allora bastasse qualche pennellata nervosa, viva e atipica per mutare una certa percezione di pallosità"

beh, sì:). Ciao Gramigna.