Landolfi Tommaso

Des mois

Autore: 
Landolfi Tommaso


1967. Landolfi batte ancora la strada del diario, dopo “La bière du pécheur” e “Rien va”. È il terzo in quattordici anni: a segnare il passaggio – mi piace vederla così – dall’esperienza alla piena maturità. È un padre di famiglia – due i bambini, la Minor che abbiamo immaginato gattonare in “Rien Va” e il Minimus che incontriamo adesso – innamorato dei suoi piccoli, che già vuole immaginare grandi intelligenze, o geniali innovatori del linguaggio. È un autore contemporaneo impegnato a sopravvivere scrivendo; bastona chi disprezza, stavolta senza nome e cognome ma lasciando chiari indizi, e riflette con passione sulla sua scrittura. È un intellettuale antifascista e tuttavia – pare evidente – antirepubblicano e fieramente antivaticano; dei tre diari questo è quello più schietto nelle sferzate alle alte sfere cattoliche e ai grotteschi dogmi della loro chiesa, dalla verginità della Madonna in avanti. È un aristocratico orgoglioso delle sue longobarde radici (qualcuno scrisse – decenni fa – un interessante saggio sui cognomi in –elmo, -olfo, -uino; immagino Landolfo avrebbe gradito) e della sua atipica esistenza.
Non di rado si torna a parlare di donne; ma – come da costume dell’autore – sempre e invariabilmente da spettatore, anche quando era protagonista; finalmente appare la parola “voyeur”, e non una sola volta. Mi preme segnalare che avevo annotato questa peculiarità già nell’analisi dell’opera prima, “
Dialogo dei massimi sistemi” – mi sembrava abbastanza prevedibile che avrebbe sviluppato trame non distanti da certe traiettorie, diciamo così.

Ciò detto: domanda cruciale… che senso ha questo “Des mois”?

In coscienza dovrei scrivere, esattamente come nel caso del secondo diario, “nessuno in particolare”: nessuno diverso dall’emozione che può provare il cultore dell’opera dell’artista di Pico Farnese incontrando riflessioni e confessioni (ma quanto autentiche, considerando che si sapeva sarebbero state pubblicate? Landolfi è un bugiardo patentato proprio come Cicerone nelle “epistulae”…) del suo idolo. Non c’è niente di rivoluzionario, niente di innovativo, poco di autentico – a parte l’affetto paterno, a ben guardare – e molto di artificioso e di preconfezionato; insomma, i “Diari” del povero, immenso Guido Morselli sono onestamente tutta un’altra cosa. Landolfi che si sbrodola addosso non è sempre apprezzabile; è sgradevole nell’irritante adozione del prosimetro, che svela una presunzione eccessiva. Versi mediocri e irrichiesti in un contesto del genere. Meglio tradurli che scriverli così.
Meglio quando si va in prosa a parlare del lavoro come vizio. Magari argomentando fanfaluche, ma almeno giocando sull’autoironia, ecco.
C’è qualche passo onestamente grottesco; una descrizione incredibilmente complessa del gioco delle freccette (!) si conclude con una riflessione sulla distanza tra arte e scienza; figurando il suo primo, fortunato lancio come genio d’artista, contrapposto all’intelligente metodo dello scienziato (della freccetta). Non pensavo fosse possibile, per capirci, scrivere una cosa del genere parlando di questo hobby – sembra quasi un’attività aliena: “Egli aveva in casa sua una grande stanza vuota o semivuota dove si esercitava a lanciare un di quei missilini con chiodo alla punta contro un bersaglio distante buon numero di passi; il qual missilino o fuso restava confitto in una delle strisce circolari del bersaglio, posto che non lo mancasse del tutto” – ecco: qui si evidenziano tutti i difetti della scrittura landolfiana, dalla malattia dell’iperdescrittivismo alla ingerenza degli aggettivi possessivi (notevole il “sua” riferito a “casa”), dalla dissociazione dalla realtà alla stravaganza un po’ di maniera. Mi sembra che nessun parlante lingua italiana abbia mai raccontato le freccette con tanti bizantinismi e tanta premurosa puntualità; pare quasi, ripeto, che Armstrong abbia incontrato un venusiano sulla Luna.
Curiosamente, rispetto agli altri diari, si comincia a tendere all’aforisma; “Alla tirannia dei pochi sostituita quella dei molti, dei tutti. Due punti, e mettete qui il proprio nome di un tal reggimento”; “Suppongo che gli scrittori possano dividersi in due classi: gli affermativi o asseverativi e i dubitativi” – due esempi campionati per dimostrarvi quanto prima accennato a proposito delle digressioni autoriali in ambito politico o estetico in generale. Il tono è indubbiamente – bontà sua – quello del padreterno che tutto sa e comprende, stupito magari che la sua intelligenza sia talvolta incompresa dalle masse. Insomma: in casi come questo quel tono lo si avalla, da lettori, solo se si ama molto l’artista. Io sono un semplice appassionato, alla lunga sbadiglio e penso “taglia, Tommaso, taglia!”.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Tommaso Landolfi (Pico Farnese, Frosinone 1908 – Roma, 1979), scrittore, critico, saggista e traduttore italiano. Si laureò in Lingua e Letteratura Russa nel 1932, con una tesi su Anna Achmatova. Tradusse – tra gli altri – Novalis, Dostoevskij, Tolstoj, Cechov, Lermontov, Puskin.

Tommaso Landolfi, “Des mois”, Longanesi, Milano, 1972. 6001217726
Prima edizione: Vallecchi, Firenze, 1967.

Quindi, l’edizione esaminata, Longanesi, Milano, 1972; Rizzoli, Milano, 1991, a cura di Idolina Landolfi, con prefazione di Enzo Siciliano.

Fonte di queste informazioni:
Wikipedia.

L’opera omnia di Landolfi è attualmente in via di pubblicazione nelle edizioni Adelphi. 

Approfondimento in rete:
Centro Studi Landolfiani / Antenati / Wikipedia / Italica Rai / Liber On Web / De Bellis

Landolfi in Lankelot:
Landolfi Tommaso - A caso - franchi
Landolfi Tommaso - Cancroregina - Paolo Castronovo
Landolfi Tommaso - Da Leopardi al "nonsense" - sard
Landolfi Tommaso - Des mois - franchi
Landolfi Tommaso - Dialogo dei massimi sistemi - franchi
Landolfi Tommaso - Il Mar delle Blatte - franchi
Landolfi Tommaso - Il principe infelice - Léon
Landolfi Tommaso - La bière du pécheur - franchi
Landolfi Tommaso - La pietra lunare - franchi
Landolfi Tommaso - La spada - franchi
Landolfi Tommaso - Le due zittelle - Léon
Landolfi Tommaso - Le labrene - franchi
Landolfi Tommaso - Racconto d'autunno - franchi
Landolfi Tommaso - Rien va - franchi
Landolfi Tommaso - Su alcune probabili fonti di Landolfi. Dalle "blatte" alle "capre" - sard
Landolfi Tommaso - Viola di morte -
AngelaMigliore

Gianfranco Franchi, “Lankelot”, aprile 2007.
(prima apparizione dell’articolo: Lankelot.eu)

ISBN/EAN: 
6001217726

Commenti

Io sono un semplice appassionato, alla lunga sbadiglio e penso ?taglia, Tommaso, taglia!?.

Ti sto seguendo in questo percorso letterario landolfiano,
e mi chiedo, talora, perchè stoicamente perseveri...
In ogni caso, i miei più sinceri complimenti: è un approccio olimpico alla lettura!

Perché voglio capire quanto più possibile, conoscere, interpretare e condividere; soprattutto quando si tratta di laterali o dimenticati, meglio ancora se hanno fama di talenti incompiuti o incompresi. A volte la fama è smentita, altre volte è giusta. In questo caso siamo a metà strada; c'è Landolfi e Landolfi. Questo è... sbagliato.

E' un Landolfi che scrive per campare, e pubblica tutto quel che scrive. E' un ossesso dalla miseria e dal desiderio di grandezza, che vende libri a peso. Francamente meriterebbero - questi tre diari - di uscire in unico volume, a costo di produzione; tiratura limitata per studiosi e cultori. Poco davvero. A dispetto di quanto - era molto - aveva da dire altrove l'autore.

Leggo e leggo, adesso bisogna pur lasciare un commento: come Alfio ti seguo anch'io in questa cavalvcata Landolfiana. Mi piace l'idea che ognuno di noi sviluppi dei filoni e approfondisca alcuni autori. Ho sempre pensato che sia difficilissimo scrivere di/su qualcuno di cui si è letta una sola opera. Manca il contesto, non c'è niente da fare. D'altra parte è difficile anche l'operazione inversa: leggere l'intera produzione di un autore. Però là dove si possa, l'operazione vale la pena. Quindi grazie a te, ma anche a tutti quelli che si stanno occupando di qualcuno in particolare.
Belli i tuoi commenti qui sopra (3 e 4), dicono moltissimo di questo autore che in ogni caso andrebbe un pochino riscoperto...

" È un autore contemporaneo impegnato a sopravvivere scrivendo"

Sono passati quarant'anni. Potremmo dirlo ancora di qualcuno, oggi?
Secondo me "impegnarsi a sopravvivere scrivendo" oggi ha un sapore vagamente suicida. Si può sopravvivere e scrivere, scrivere, o anche solo sopravvivere. Oggi è più facile diventare famossissimi senza grande impegno, scrivendo. O no?

Non lo so. Ieri notte pensavo ad autori che mi sembra abbiano ripetuto lo stesso errore, negli ultimi anni. Il primo nome è chiaramente quello di Pennac, ma nella serie immagino non stiano male anche - ad esempio - De Carlo e Benni. Le ragioni sono evidenti, i risultati anche. Non credo puntino alla fama. Né all'immortalità, né alla ricerca. Si punta - sbaglio? - considerando anche certi dati di vendita, proprio e soltanto a campare. Se il cinema non t'aiuta... rimane l'anticipo dell'editore.

arriverà anche "a caso", vero? è l'unico suo che ho letto;-) un mio amico ci si è laureato, su landolfi, eheh. bòna, gianfra, e buona giornata. continua così.

Ave Andrea!
La sequenza sarà "Le labrene", "A caso" e "Del meno"; dopodiché, CS Lewis;).

Aspetto acnh'io A caso con ansia...
Quanto a CS Lewis, se si tratta di Narnia preparati a un'immensa delusione (specie se hai amato Tolkien).

davvero? tutti e 7 i libri? Dimmi dimmi.
*
Volevo partire da Berlicche, poi Narnia e poi la trilogia di Perelandra.

"Se il cinema non t?aiuta? rimane l?anticipo dell?editore."

Gulp...

12. Ho l'impressione che le cose vadano così da una cinquantina d'anni. Del resto, altrimenti si deve fare un lavoro "normale", d'ufficio, diciamo così, 5 giorni su 7. Che è la situazione di quasi tutti, a ben guardare, a parte - ad esempio - pochi come De Carlo. Non a caso.

A rischio di OT - credo sia una questione di "democrazia": perchè, è vero che anche 50 anni fa si scriveva sperando ANCHE di vendere qualcosina, ma è anche vero che se un libro diventava un fenomeno, era letto solo da una cerchia piuttosto ristretta. Ma quando in realtà scrivere è diventato come giocare in borsa, aprire un'azienda?

:).
Diciamo che prima della rivoluzione industriale si potevano conquistare interessanti posti di potere - chiamiamoli contratti a tempo indeterminato ante litteram - oppure nobile e silenziosa vita di monastero. L'aria non ha mai avuto particolare profumo.
La nostra generazione è stata un po' confusa da quel che accadeva in America, dove poteva capitare d'essere salariati per la pubblicazione di racconti nelle riviste. Diciamo che non è proprio così che vanno le cose in Italia, e il discorso vale per tutte quelle nazioni di lingua diversa dall'inglese o dallo spagnolo (non ho notizie sui dati di vendita dei cinesi:) ).

Sui 7 libri di Narnia ne salvo due, i primi due. Dal terzo si comincia a salire e al quinto mi sono arresa all'evidenza dell'illeggibilità. Perelandra piaceva a Tolkien, ma qui va annotata una cosa curiosa (sai che sto leggendo il carteggio, cosa che va fatta a piccole dosi, non è un romanzo): scrivendo al figlio Cristopher, Tolkien narra di incontri quasi quotidiani con CS Lewis (d'altra parte erano amici e colleghi), di cene e di letture reciproche delle proprie cose. Non dice mai che cosa esattamente Lewis gli dica del suo "Lord of the Rings" se non che molto genericamente - così si esprime di solito - ha apprezzato i brani letti. Quanto alle opere di Lewis, spesso Tolkien riferisce di averne criticato l'impostazione, o certe trovate narrative e si riferisce proprio a Perelandra. Comunque buone letture e ci saprai dire!

Non a caso vanno di moda i redattori o gli editor delle case editrici medio-grandi. Guadagnano decisamente più di chi scrive, della maggioranza assoluta intendo, e sono piuttosto stabili e fiduciosi nel loro futuro. Del resto... come dicono loro, loro "fanno" i libri.

16. Grazie per avermi preparato, Ilde. Sono molto curioso di avventurarmi, negli anni a venire, in quel che rimane della scuola di Inklings, retroscena inclusi. Lewis mi sembra "scisso", ma in memoria ho soltanto Berlicche che devo rinfrescare. Tra qualche settimana cominciamo a parlarne per bene, è certo;).

"Il tono è indubbiamente ? bontà sua ? quello del padreterno che tutto sa e comprende, stupito magari che la sua intelligenza sia talvolta incompresa dalle masse. Insomma: in casi come questo quel tono lo si avalla, da lettori, solo se si ama molto l?artista. Io sono un semplice appassionato, alla lunga sbadiglio e penso ?taglia, Tommaso, taglia!?.
Grande la chiusa, davvero.
Tre diari in quattordici anni sono un po' troppi anche per il cultore, secondo me.
Occhio al refuso nella prima parentesi.

ooops!