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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: small;\">Tahar Lamri si è trasferito in Italia dopo aver vissuto in Francia e in molti altri paesi europei. Ha lasciato l’Algeria nel 1979 iniziando un periodo di viaggi e lavorando come traduttore e interprete. <br />Vive a Ravenna dal 1987.<br />Parla l’italiano benissimo e lo scrive con altrettanta scorrevolezza.<br />E’ un uomo che ha conosciuto molta gente, ha studiato e scritto storie. Ma soprattutto è un osservatore. <br />L’aspetto che più mi ha colpito, di lui, ancora prima di leggere questo libro è stato la sua dialettica. L’ho sentito parlare a un reading in provincia di Verona e ne sono rimasta incantata.&nbsp;<br />‘I sessanta nomi dell’amore’ è un libricino edito da una piccola casa editrice che in passato ha subito scossoni, cambiamenti negli assetti. La collana ‘Mangrovie’ si occupa appunto di scritture migranti. La mangrovia è una pianta legnosa capace di sopravvivere nei litorali tropicali, periodicamente sommersi da maree. Il collegamento mi pare evidente. Lo stesso Lamri lo spiega in una sorta di introduzione ‘Avant-propos’ (pag.7):&nbsp;&nbsp;<br />Per me, scrivere in Italia, paese dove ho scelto di vivere e con-vivere, […] significa forse creare in qualche modo l’illusione di avervi messo radici. Radici di mangrovia, in superficie, sempre sulla linea di confine, che separa l’acqua dolce della memoria, da quella salata del vivere quotidiano.<br />Questa è, secondo me, una caratteristica importante per l’autore: lo scrivere in italiano. Lo so, può sembrare scontato eppure non lo è. Tahar Lamri è algerino. Vive in italia da vent’anni, certo, ha studiato molto la lingua italiana e si sente nel parlato quanto negli scritti. Eppure raccontare una storia, scriverla con l’intento di darle il giusto ‘respiro’ è tutta un’altra faccenda. Che ha a che fare con la padronanza delle parole, il loro sapore, il suono e i significati in movimento. Ebbene. Tahar Lamri ha scelto di scrivere in italiano, non c’è dunque filtro (di traduzione). Ogni parola è stata scelta e calibrata da lui, in un processo di trasposizione diretta (Editing a cura di Silvia De Marchi, per dovere di precisione). Ma, a lettura ultimata, mi permetto di aggiungere un ulteriore spinta propulsiva a queste annotazioni: Lamri tenta un passo in più. Lui, straniero, che scrive in italiano non si accontenta di scrivere ‘bene’, seguendo le principali regole della grammatica, sintassi, punteggiatura e tutto il resto. No. Lamri insegue le parole, le cerca mischiandole, ascoltandone le tonalità.<br />Vorrei spingere la mia esperienza migratoria fino ad abbracciare i dialetti e da lì partire per costruire la lingua italiana assieme agli scrittori italiani. Una lingua nuova che mi permetta, pur portandomi addosso la mia cultura d’origine e le culture che mi hanno investito lungo tutti questi anni di peregrinazioni […], di compiere finalmente il ‘Viaggio’. (pag.8-9)<br />La lingua dunque, come punto di partenza ma anche di arrivo tra storie diverse eppure piene, intense. Ed è un linguaggio immediato, pieno di aggettivazione vivida e con pensieri costruiti con trasparenza ma mai banali. C’è, in questo periodare, l’intento di trasferire odori, percezioni, colori e moti con la semplicità di chi conosce il linguaggio quanto le storie.<br />Rimase per un momento sul marciapiede a guardare il vecchio aeroporto: una costruzione irregolare e senza carattere. Una folla, immensa gli nascondeva la parte bassa dell’edificio. Spostò lo sguardo su una fila di palme, dal tronco imbiancato a metà, che corre al di là del parcheggio. Ebbe un tuffo al cuore e si sentì d’un tratto come avvolto da un manto di solitudine. (pag.14)<br />Ho scelto questo breve estratto dal primo racconto (‘Solo allora, sono certo, potrò capire’) perché è da lì che sono partita come lettrice ed analizzatrice. E mi sembra molto significativo, come estratto, per mostrare le capacità descrittive quanto l’atmosfera ricreata da Lamri. Il ‘vecchio’ aeroporto che è anche ‘irregolare’ e ‘senza carattere’. Le palme ‘imbiancate a metà’ e la folla ‘immensa’. Infine il ‘manto di solitudine’. <br />C’è, secondo me, si sente tutto, l’ambiente, l’atmosfera che aleggia. Il lettore ci entra a piedi pari e si lascia guidare. <br />Il viaggio dunque, inizia così ma non è lineare. <br />Ci sono due persone, Elena e Tayeb che si scrivono email. Un rapporto che nasce tra corrispondenze epistolari e incontri fugaci e poi diventano vere e proprie lettere d’amore. Elena è una scrittrice e cerca informazioni sulle sessanta parole diverse che, in arabo, indicano l’Amore. E Tayeb la aiuta ma a modo suo. <br />Lamri propone, quindi, queste email alternandole a racconti diversissimi tra loro in un continuo ‘sali e scendi’ di situazioni, ambienti, personaggi e realtà. Non c’è continuità, come spiega lo stesso autore perché ogni scritto risale a un momento diverso e mira a toccare il lettore in modi differenti. Solo Elena e Tayeb tornano, attraverso queste corrispondenze moderne a ricordare al lettore che l’amore non ha colore ne forme precise, può mutare ed essere espresso in tantissimi modi diversi. <br />‘I sessanta nomi dell’amore’ è dunque, una raccolta atipica di racconti, per quanto, la classificazione mi suona stonata, stretta. Ogni racconto è, come già accennato, a sestante, in ogni particolare. Nella lunghezza quanto nei personaggi e in parte anche nello stile. Ho avuto l’impressione che Lamri cercasse di sottolineare queste particolarità, come se ogni storia dovesse acquisire un valore speciale, unico in questo senso. E davvero, ce n’è per tutti i gusti, tra riflessioni, scenari e dialoghi dove la figura dell’immigrato, della cultura ‘non italiana’ emerge con discrezione, senza pretese. E’ un raccontare che scava sussurrando.<br />A casa ho sempre parlato berbere, a scuola l’arabo, ho sempre pensato in francese e adesso sogno in svedese, ma non credo affatto che la nostra situazione linguistica sia da invidiare. (pag.17)<br />Le diversità tornano spesso, nei racconti, sia dal punto di vista linguistico che nei luoghi. C’è una sorta di ‘volontà sotterranea’ di mostrare al lettore italiano quanto può diventare difficile vivere senza quei punti di riferimento considerati parte del vivere quotidiano.<br />‘Io non ho paese. Il mio paese è il mio corpo. Il mio paese è dove sto bene’ (pag.19)<br />‘Akli mi diceva all’aeroporto che il suo paese è il suo corpo. Mi dispiace, ma non ci credo. Ognuno di noi è legato a qualche cosa: un’immagine, un ricordo, un sapore dell’infanzia…’ (pag.32)<br />I personaggi esprimono dubbi, paure, inadeguatezze da migrante alla perenne ricerca di un equilibrio e arrivano a toccare questioni delicate, anche di origine geo politica e di attualità. L’intento dell’autore sembra essere quello che non trascurare ogni angolazione. Il migrante si abitua in fretta a cambiare il proprio punto di vista, è necessario per sopravvivere durante i viaggi tra culture diverse. Ecco dunque, che i racconti si stratificano, parlano di realtà differenti anche da bocche provenienti dalla stessa origine. E le diversità possono essere spesse ed evidenti, quanto sottili e acute ma ci sono, e diventano materia di studio e analisi.<br />Questi banchi sono azzurri e non ci si può scrivere sopra. Sono lisci. Come tutto qui. Anche la faccia della maestra è liscia, sembra che il tempo non lasci segni né sui banchi né sulle facce. Sarà vero? Mah. (pag.37)<br />In mezzo a tutte queste voci, tornano, Elena e Tayeb che si scrivono, svelano e con loro il lettore prosegue un percorso lento ma incessante verso i ‘sessanta nomi dell’amore’.<br />‘… lo straniero conosce “in vita” l’esperienza della morte. Si muore a degli affetti, dei paesaggi, dei pensieri, per rinascere ad altri affetti, altri paesaggi e altri pensieri.’ (pag.40)<br />‘Chissà poi se sono vere le divisioni geografiche…’ (pag.40)<br />‘Ma dove andiamo? Da nessuna parte, solo più lontano’ è il titolo di uno dei racconti che, mi sembra, riassume semplicemente la filosofia dietro a questo libro. Un viaggio, certo, ma senza effetti speciali. Che non vuole stupire o generare angoscia o attesa. Un viaggio lento, nel suo incedere, ma simbolico, fatto di diversi strati quanto di personaggi intensi, che svelano angolazioni delicate di culture che oggi, nel 2008, sono anche temute, osservate da lontano. <br />Tante immagini dunque, che sono scatti rubati in un certo senso, scenari tratteggiati con meticolosa precisione quanto lasciati all’immaginazione, dove il lettore si perde muovendosi in silenzio. L’impressione generale è di scivolare tra muri e sabbie sconosciute ma mai ostili. Ed è un’impressione importante di questi tempi.<br />“ Ti voglio affidare questa fotografia, io non posso più tenerla con me… […] Io non so se il ricordo è una cosa che hai oppure è una cosa che hai perso.” (pag.56)<br />‘Cose possedute’, dunque, tra transiti imperfetti ma anche ‘cose perse’ eppure trattenute, custodite gelosamente come segni di un’altra vita mai dimenticata. <br />E, tra tutto questo: le parole. Sempre e comunque.<br />‘L’uomo è il padrone della parola che conserva nella sua pancia, ma diventa schiavo della parola che lascia fuggire dalle sue labbra. <br />COSA SONO IO? Sono un sacco di parole che quando parla tace sempre una verità’ (pag.100)<br />E’davvero difficile spiegare questo libro con tante trame intrecciate, odori e sapori orientali mischiati a cemento e abbracci occidentali. <br />Eppure, lo sforzo linguistico, l’intento di svelare realtà, grattare riflessioni e tratteggiare paesaggi che sembrano (oggi) più lontani; tutto l’insieme merita (soprattutto e a maggior ragione di \'questi tempi) una lettura meditata. Senza fretta. Con la mente libera da schiavitù e regole preconfezionate.</span></p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: small;\">Io sono italiana. <br />Nata a Modena e tutt’ora residente vicino a Bologna. <br />Eppure dentro questo libro mi sono sentita. Si può essere stranieri anche in patria. E Tahar Lamri non sconta nulla. Alla fine, però, qualcosa torna. Qualcosa che dipende dall’occhio e dalla mente del lettore, solo da quello direi. Non c’è rigore scientifico, pretesa oggettiva. Ci sono volti, parole e ambienti. Il resto lo fa il lettore, cogliendo un certo colore o un odore da trattenere. Non lo chiamerei ‘buonismo’, affatto, non nel senso sgradevolmente mieloso che si tende ad associare al termine. Lo definirei: visione tendente al positivo. Che ho trovato di una potenza talmente atipica per noi oggi, abituati a ben altri atteggiamenti verso ‘gli stranieri’, di una nuda onestà da lasciare, a tratti, disarmati.<br /><br />EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE<br /><strong>Tahar Lamri</strong> nasce ad </span><a title=\"Algeri\" href=\"http://it.wikipedia.org/wiki/Algeri\"><span style=\"font-size: small;\">Algeri</span></a><span style=\"font-size: small;\"> nel 1958. In </span><a title=\"Libia\" href=\"http://it.wikipedia.org/wiki/Libia\"><span style=\"font-size: small;\">Libia</span></a><span style=\"font-size: small;\"> dall’79 all’84, conclude gli studi in Legge iniziati in Algeria, con la specializzazione in Rapporti internazionali e lavora come traduttore presso il consolato di </span><a title=\"Francia\" href=\"http://it.wikipedia.org/wiki/Francia\"><span style=\"font-size: small;\">Francia</span></a><span style=\"font-size: small;\"> a </span><a title=\"Bengasi\" href=\"http://it.wikipedia.org/wiki/Bengasi\"><span style=\"font-size: small;\">Bengasi</span></a><span style=\"font-size: small;\">, si sposta dunque in Francia. In Italia dal 1986, vive a Ravenna. Altre informazioni bio-bibliografiche su </span><a href=\"http://it.wikipedia.org/wiki/Tahar_Lamri\"><span style=\"font-size: small;\">Wikipedia</span></a><span style=\"font-size: small;\">.<br /><br /><strong>‘I sessanta nomi dell’amore’ di Tahar Lamri</strong>, Michele Di Salvo Editore divisione TraccEDIverse, collana ‘Mangrovie’, gennaio2007, pag.196 E.12.<br />Immagine di copertina di Soha Khalil.<br />(la riproduzione qui accanto non rende giustizia all\'immagine in copertina, soprattutto gli occhi)<br /><br /><i>Barbara Gozzi – Maggio 2008&nbsp;</i>&nbsp;</span></p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:575ab5cb583488c0ccc8d110abce8cbe' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>\'E sempre in Africa si dice che i bambini si ammalano per le cattive parole pronunciate dai genitori. Ci sarebbe molto, moltissimo da dire sull\'uso delle parole, e appunto, a mio avviso, è perchè la parola ha perso senso che ormai nessuno ragiona, tutti recitano, sembra che le persone siano diventate il ricettacolo inerte di una specie di \'saggezza\' collettiva atta soltanto a moltiplicare gli stereotipi e i luoghi comuni. Mi sembra che le parole non servano ormai più a nulla. Che siano diventate disperatamente inutili, spesso si rompono sull\'interlocutore, invece di entrare in lui.<br />\n(pag.116-117, parole scritte da Tayeb in una mail ad Elena)</p>\n<p>Certi frammenti di questo libro rimarranno nel mio moleskine, frammenti che ho sentito vicini al mio sentire, ovviamente. Soggettivamente imperfetti eppure intensi. Come quello di cui sopra.</p>\n<p>Barbara</p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:9ae599300fa78c6f2acf4cd20c2c4e75' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Cara Barbara,</p>\n<p>molto interessante questo tuo nuovo contributo. Approfondisco volentieri. </p>\n<p>Buona domenica.<br />\nGian Paolo Grattarola</p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:fcfa03be6212a983dfa62a2222584841' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Perdonami Barbara ma quel \"fluency\" era proprio necessario ?<br />\nNon me ne volere ma io sono per la strenua difesa della lingua italiana dall\'invasività inopportuna degli anglismi.</p>\n<p>Con affetto<br />\nGian Paolo Grattarola</p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:df424e314e4f4e7037d705a1e03a47cd' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Scusami Gian Paolo,<br />\n\'fluency\' è un termine che in casa mia sento spesso dal momento che mia suocera è traduttrice e il suo corrispettivo italiano mi sembra renda meno l\'idea, ma è assolutamente una mia percezione, un\'impressione linguistica quanto sonora.<br />\nSe da così fastidio la tolgo, lungi da me il voler apparire invasiva anzi.<br />\nBuona domenica!</p>\n<p>Barbara</p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:75464ba73a675a4122c74306424d60a5' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Ave Barbara! Io direi che l\'adozione di quella parola può essere una tua piccola cifra stilistica. Oppure, puoi considerarlo un gioco linguistico proprio considerando che l\'autore non è italiano. Può starci, via:).</p>\n<p>Fate vobis,<br />\ngf</p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:cef7cafc7b98b283c978c0cdd45a0302' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Ciao Gf,<br />\nabbiamo scritto quasi in contemporanea...<br />\nUn abbraccio,<br />\nB</p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:a39af910868217e5fe20eb2a0d2508ab' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>abbraccione anche a te!<br />\nDa oggi sarai fissa in homepage, tra i top writers: hai superato il ventunesimo pezzo:).</p>\n<p><a href=\"http://www.lankelot.eu/index.php?staff=1\" title=\"www.lankelot.eu/index.php?staff=1\">www.lankelot.eu/index.php?staff=1</a></p>\n<p>grande,<br />\ngf</p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:274f5fc2de8b4da313a5786f9e5892f7' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Oh_oh!</p>\n<p>^ _ ^</p>\n<p>Grazie a voi!</p>\n<p>B</p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:b0eca8c403295d86df3f89deb413a961' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Barbara la mia era solo un\'opinione. Ci mancherebbe altro.<br />\nMica tutti la dobbiamo pensare allo stesso modo.</p>\n<p>Un abbraccione anche da parte mia ed un saluto all\'amico Gianfranco.</p>\n<p>Gian Paolo</p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:e75f6e4dc32776df7f62a61bc481b439' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p></p><P>Tags, carattere e impaginazione.</p>\n', created = 1487400829, expire = 1487487229, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:d533976d414886cc113e6a7fdcec34c3' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: small;\">C’è un certo consenso di critica attorno a Daniele Timpano e alla sua “Storia cadaverica d’Italia”, trilogia di testi teatrali (“Dux in scatola”, “Risorgimento pop” e “Aldo morto”) in cui l’autore-attore romano mette in scena un tris di cadaveri-monumento (quelli di Mazzini, Mussolini e Moro) a simboleggiare la nostra identità nazionale nata morta.</span></p>\n', created = 1487400830, expire = 1487487230, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:c70ca3b11c7653d20a27fa81e9cb105c' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p style=\"text-align: justify;\">C’è stato un tempo in cui la letteratura era ambiziosa, contigua alla filosofia, metafisica almeno nelle domande che si poneva, anche se non nelle risposte che si dava. Figlia di Dostoevskij e di Nietzsche, s’interrogava sul male, sull’aldilà del Bene e del Male, sui limiti della sconfinata libertà dell’uomo. Dio era morto già, ma sepolto da poco, tanto la filosofia quanto la letteratura ancora ne elaboravano il lutto e perciò ancora gli dedicavano pagine di appassionata negazione, anziché l’indifferenza della secolarizzazione compiuta e definitiva. Era il tempo dei filosofi scrittori, come Sartre, o degli scrittori-filosofi, come Camus, e dei filosofi impliciti, seguaci di Nietzsche, come Gide.</p>\n', created = 1487400830, expire = 1487487230, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:0f84be7f620014cb132bc4fb2c11a402' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: small;\">Qualche anno fa, nel quartiere Testaccio a Roma, il nuovo spazio “Macro Future” venne inaugurato con una collettiva, “Into me, out of me”, proveniente dal PS1 di New York: centoquaranta artisti tra i più rinomati nel panorama internazionale (da Marina Abramovic ad Andrès Serrano, da Valie Export a Chris Burden, dagli azionisti viennesi a Nan Goldin) chiamati a illustrare, con foto, installazioni e videoarte, il tema del corpo e della fisicità, attraverso temi come la sessualità e la riproduzione, l’aggressione e la violenza, i processi metabolici e organici. <br /></span></p>\n', created = 1487400830, expire = 1487487230, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:d24f75840505583f3600f2bd20df4d85' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p style=\"text-align: justify;\">La zia «Lali non aveva mai lavorato, distesa sull’amaca in giardino d’estate amava dire, Il tempo che ti abbonda tra le mani può divorarti. Ti abbonda del tempo tra le mani, zia?».</p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ti abbonda del tempo tra le mani, zia. Leggo e rileggo questa improbabile frase, così grassa, così farcita di superfluo e mi domando come ha potuto Ornela Vorpsi disimparare a scrivere. Ripenso al suo primo libro, \"Il paese dove non si muore mai\", che lei, albanese, aveva scritto in un italiano gustoso e con una prosa vispa e spontanea, ripenso alla sua capacità di giocare col macabro e di intrattenere col drammatico dei ricordi della sua infanzia comunista a Tirana, e mi chiedo cosa rimane di quella leggerezza in questo “Fuorimondo”.</p>\n', created = 1487400830, expire = 1487487230, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:1373d8b1fa131fda903a3f7d7b92f220' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Cari soci attuali e futuri, collaboratori, collaboratrici, lettrici e lettori, l\'ultimo editoriale pubblicato su lankelot risale al febbraio 2014. Scrivevo che \"il passaggio da lankelot a lankenauta è slittato a data da destinarsi\". Poi il silenzio, proprio per evitare di ripetersi e così diventare stucchevoli. Non è il caso adesso di ripercorrere le tante vicissitudini di un progetto che, salvo qualche piccolo dettaglio da completare, è ormai giunto a destinazione. Questo vorrà dire che i prossimi editoriali, finalmente pubblicabili ogni trimestre, non appariranno più su lankelot.eu.</p>\n', created = 1487400830, expire = 1487487230, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:0e328c0d16660956a3c55572358931f3' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p align=\"justify\"><b>liquidàre</b> <br /><i>v. 1ª tr.</i> (Ind. pres. <i>lìquido</i>) calcolare, determinare una ragione di credito, un conto e sim. e provvedere al relativo pagamento; est.: <i>liquidare un impiegato</i>, corrispondergli, alla cessazione del rapporto di lavoro, ciò che gli spetta come buonuscita; <i>liquidare una merce</i>, venderla a prezzo di realizzo; svenderla&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br />com. pagare&nbsp; <br />fig.: <i>liquidare un affare</i>, concluderlo; <i>liquidare una questione</i>, risolverla, deciderla; <i>liquidare qu.</i>, levarselo d’attorno o, anche, ucciderlo.</p>\n', created = 1487400830, expire = 1487487230, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:4bb2cdf450742ca8dc28b0461f1b6927' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>“Una volta in scena come capisce se lo spettacolo funziona, se interessa il pubblico?</p>\n', created = 1487400830, expire = 1487487230, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:0e4e974edd736fca45384584a201a30c' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Parlare ancora di <a href=\"https://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Paolo_Pasolini\">Pasolini</a> nel 2016 può essere molto rischioso. Prima di tutto perché ci si può imbattere nello spettro dell’agiografia, una trappola che inghiotte con disarmante facilità a causa della personalità così ingombrante di Pasolini, col suo piglio rivoluzionario oggi in via di beatificazione. Ma questo è un fenomeno che generalmente resta in superficie, tra le penne dei gazzettieri che delirano di settima arte. Un altro rischio è quello di non avere niente di nuovo da dire e – cosa ancor peggiore – essere incapaci di nasconderlo.</p>\n', created = 1487400830, expire = 1487487230, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:a755862d8e84aa6b01df96b93707bd48' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Durante la lettura di <i>Gli ultimi ragazzi del secolo</i> ho provato interesse, rabbia, divertimento, curiosità, fastidio, disillusione, partecipazione, mi sono trovato a volte in accordo e altre in disaccordo, e non sono poi molti i libri capaci di farmi qualcosa del genere, al di là del piacere o meno che possa aver avuto leggendo. È un romanzo, autobiografico, che invita al confronto, se non proprio al conflitto, fin dalla copertina, con l\'immagine di un ragazzino che guarda fuori campo, chissà cosa, con aria di sfida. Ragazzino che, scopre chi è interessato alle immagini che sono sui/nei libri, è proprio l\'autore, Alessandro Bertante, che sembra cercare di replicare, da adulto, lo stesso sguardo all\'interno della quarta di copertina. Un\'altra fotografia mostra il ponte di Mostar.</p>\n', created = 1487400830, expire = 1487487230, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:a4bf67b75a71c87b3a71ece6018ada55' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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  • user warning: Table './lankelot/cache_filter' is marked as crashed and should be repaired query: UPDATE cache_filter SET data = '<p>Lankelot © 2000-2013 Gianfranco Franchi - Illustrazione header © <a href=\"http://www.maurizioceccato.it/\">Maurizio Ceccato</a> - Art direction <a href=\"http://www.fiammafranchi.com/\">Fiamma Franchi</a> - sviluppato da <a href=\"http://www.intellijam.it/\">Intellijam</a> su piattaforma Drupal nel 2009. Adattamento 3.1 a cura di <a href=\"http://algorithmica.it/\">Algorithmica</a>, 2011. Online dal 1 aprile 2003.</p>\n', created = 1487400830, expire = 1487487230, headers = '', serialized = 0 WHERE cid = '2:55ca8813d325f0d05719878041cc0899' in /var/www/vhosts/lankelot.eu/httpdocs/includes/cache.inc on line 109.
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Lamri Tahar

I sessanta nomi dell'amore

Autore: 
Lamri Tahar

Tahar Lamri si è trasferito in Italia dopo aver vissuto in Francia e in molti altri paesi europei. Ha lasciato l’Algeria nel 1979 iniziando un periodo di viaggi e lavorando come traduttore e interprete.
Vive a Ravenna dal 1987.
Parla l’italiano benissimo e lo scrive con altrettanta scorrevolezza.
E’ un uomo che ha conosciuto molta gente, ha studiato e scritto storie. Ma soprattutto è un osservatore.
L’aspetto che più mi ha colpito, di lui, ancora prima di leggere questo libro è stato la sua dialettica. L’ho sentito parlare a un reading in provincia di Verona e ne sono rimasta incantata. 
‘I sessanta nomi dell’amore’ è un libricino edito da una piccola casa editrice che in passato ha subito scossoni, cambiamenti negli assetti. La collana ‘Mangrovie’ si occupa appunto di scritture migranti. La mangrovia è una pianta legnosa capace di sopravvivere nei litorali tropicali, periodicamente sommersi da maree. Il collegamento mi pare evidente. Lo stesso Lamri lo spiega in una sorta di introduzione ‘Avant-propos’ (pag.7):  
Per me, scrivere in Italia, paese dove ho scelto di vivere e con-vivere, […] significa forse creare in qualche modo l’illusione di avervi messo radici. Radici di mangrovia, in superficie, sempre sulla linea di confine, che separa l’acqua dolce della memoria, da quella salata del vivere quotidiano.
Questa è, secondo me, una caratteristica importante per l’autore: lo scrivere in italiano. Lo so, può sembrare scontato eppure non lo è. Tahar Lamri è algerino. Vive in italia da vent’anni, certo, ha studiato molto la lingua italiana e si sente nel parlato quanto negli scritti. Eppure raccontare una storia, scriverla con l’intento di darle il giusto ‘respiro’ è tutta un’altra faccenda. Che ha a che fare con la padronanza delle parole, il loro sapore, il suono e i significati in movimento. Ebbene. Tahar Lamri ha scelto di scrivere in italiano, non c’è dunque filtro (di traduzione). Ogni parola è stata scelta e calibrata da lui, in un processo di trasposizione diretta (Editing a cura di Silvia De Marchi, per dovere di precisione). Ma, a lettura ultimata, mi permetto di aggiungere un ulteriore spinta propulsiva a queste annotazioni: Lamri tenta un passo in più. Lui, straniero, che scrive in italiano non si accontenta di scrivere ‘bene’, seguendo le principali regole della grammatica, sintassi, punteggiatura e tutto il resto. No. Lamri insegue le parole, le cerca mischiandole, ascoltandone le tonalità.
Vorrei spingere la mia esperienza migratoria fino ad abbracciare i dialetti e da lì partire per costruire la lingua italiana assieme agli scrittori italiani. Una lingua nuova che mi permetta, pur portandomi addosso la mia cultura d’origine e le culture che mi hanno investito lungo tutti questi anni di peregrinazioni […], di compiere finalmente il ‘Viaggio’. (pag.8-9)
La lingua dunque, come punto di partenza ma anche di arrivo tra storie diverse eppure piene, intense. Ed è un linguaggio immediato, pieno di aggettivazione vivida e con pensieri costruiti con trasparenza ma mai banali. C’è, in questo periodare, l’intento di trasferire odori, percezioni, colori e moti con la semplicità di chi conosce il linguaggio quanto le storie.
Rimase per un momento sul marciapiede a guardare il vecchio aeroporto: una costruzione irregolare e senza carattere. Una folla, immensa gli nascondeva la parte bassa dell’edificio. Spostò lo sguardo su una fila di palme, dal tronco imbiancato a metà, che corre al di là del parcheggio. Ebbe un tuffo al cuore e si sentì d’un tratto come avvolto da un manto di solitudine. (pag.14)
Ho scelto questo breve estratto dal primo racconto (‘Solo allora, sono certo, potrò capire’) perché è da lì che sono partita come lettrice ed analizzatrice. E mi sembra molto significativo, come estratto, per mostrare le capacità descrittive quanto l’atmosfera ricreata da Lamri. Il ‘vecchio’ aeroporto che è anche ‘irregolare’ e ‘senza carattere’. Le palme ‘imbiancate a metà’ e la folla ‘immensa’. Infine il ‘manto di solitudine’.
C’è, secondo me, si sente tutto, l’ambiente, l’atmosfera che aleggia. Il lettore ci entra a piedi pari e si lascia guidare.
Il viaggio dunque, inizia così ma non è lineare.
Ci sono due persone, Elena e Tayeb che si scrivono email. Un rapporto che nasce tra corrispondenze epistolari e incontri fugaci e poi diventano vere e proprie lettere d’amore. Elena è una scrittrice e cerca informazioni sulle sessanta parole diverse che, in arabo, indicano l’Amore. E Tayeb la aiuta ma a modo suo.
Lamri propone, quindi, queste email alternandole a racconti diversissimi tra loro in un continuo ‘sali e scendi’ di situazioni, ambienti, personaggi e realtà. Non c’è continuità, come spiega lo stesso autore perché ogni scritto risale a un momento diverso e mira a toccare il lettore in modi differenti. Solo Elena e Tayeb tornano, attraverso queste corrispondenze moderne a ricordare al lettore che l’amore non ha colore ne forme precise, può mutare ed essere espresso in tantissimi modi diversi.
‘I sessanta nomi dell’amore’ è dunque, una raccolta atipica di racconti, per quanto, la classificazione mi suona stonata, stretta. Ogni racconto è, come già accennato, a sestante, in ogni particolare. Nella lunghezza quanto nei personaggi e in parte anche nello stile. Ho avuto l’impressione che Lamri cercasse di sottolineare queste particolarità, come se ogni storia dovesse acquisire un valore speciale, unico in questo senso. E davvero, ce n’è per tutti i gusti, tra riflessioni, scenari e dialoghi dove la figura dell’immigrato, della cultura ‘non italiana’ emerge con discrezione, senza pretese. E’ un raccontare che scava sussurrando.
A casa ho sempre parlato berbere, a scuola l’arabo, ho sempre pensato in francese e adesso sogno in svedese, ma non credo affatto che la nostra situazione linguistica sia da invidiare. (pag.17)
Le diversità tornano spesso, nei racconti, sia dal punto di vista linguistico che nei luoghi. C’è una sorta di ‘volontà sotterranea’ di mostrare al lettore italiano quanto può diventare difficile vivere senza quei punti di riferimento considerati parte del vivere quotidiano.
‘Io non ho paese. Il mio paese è il mio corpo. Il mio paese è dove sto bene’ (pag.19)
‘Akli mi diceva all’aeroporto che il suo paese è il suo corpo. Mi dispiace, ma non ci credo. Ognuno di noi è legato a qualche cosa: un’immagine, un ricordo, un sapore dell’infanzia…’ (pag.32)
I personaggi esprimono dubbi, paure, inadeguatezze da migrante alla perenne ricerca di un equilibrio e arrivano a toccare questioni delicate, anche di origine geo politica e di attualità. L’intento dell’autore sembra essere quello che non trascurare ogni angolazione. Il migrante si abitua in fretta a cambiare il proprio punto di vista, è necessario per sopravvivere durante i viaggi tra culture diverse. Ecco dunque, che i racconti si stratificano, parlano di realtà differenti anche da bocche provenienti dalla stessa origine. E le diversità possono essere spesse ed evidenti, quanto sottili e acute ma ci sono, e diventano materia di studio e analisi.
Questi banchi sono azzurri e non ci si può scrivere sopra. Sono lisci. Come tutto qui. Anche la faccia della maestra è liscia, sembra che il tempo non lasci segni né sui banchi né sulle facce. Sarà vero? Mah. (pag.37)
In mezzo a tutte queste voci, tornano, Elena e Tayeb che si scrivono, svelano e con loro il lettore prosegue un percorso lento ma incessante verso i ‘sessanta nomi dell’amore’.
‘… lo straniero conosce “in vita” l’esperienza della morte. Si muore a degli affetti, dei paesaggi, dei pensieri, per rinascere ad altri affetti, altri paesaggi e altri pensieri.’ (pag.40)
‘Chissà poi se sono vere le divisioni geografiche…’ (pag.40)
‘Ma dove andiamo? Da nessuna parte, solo più lontano’ è il titolo di uno dei racconti che, mi sembra, riassume semplicemente la filosofia dietro a questo libro. Un viaggio, certo, ma senza effetti speciali. Che non vuole stupire o generare angoscia o attesa. Un viaggio lento, nel suo incedere, ma simbolico, fatto di diversi strati quanto di personaggi intensi, che svelano angolazioni delicate di culture che oggi, nel 2008, sono anche temute, osservate da lontano.
Tante immagini dunque, che sono scatti rubati in un certo senso, scenari tratteggiati con meticolosa precisione quanto lasciati all’immaginazione, dove il lettore si perde muovendosi in silenzio. L’impressione generale è di scivolare tra muri e sabbie sconosciute ma mai ostili. Ed è un’impressione importante di questi tempi.
“ Ti voglio affidare questa fotografia, io non posso più tenerla con me… […] Io non so se il ricordo è una cosa che hai oppure è una cosa che hai perso.” (pag.56)
‘Cose possedute’, dunque, tra transiti imperfetti ma anche ‘cose perse’ eppure trattenute, custodite gelosamente come segni di un’altra vita mai dimenticata.
E, tra tutto questo: le parole. Sempre e comunque.
‘L’uomo è il padrone della parola che conserva nella sua pancia, ma diventa schiavo della parola che lascia fuggire dalle sue labbra.
COSA SONO IO? Sono un sacco di parole che quando parla tace sempre una verità’ (pag.100)
E’davvero difficile spiegare questo libro con tante trame intrecciate, odori e sapori orientali mischiati a cemento e abbracci occidentali.
Eppure, lo sforzo linguistico, l’intento di svelare realtà, grattare riflessioni e tratteggiare paesaggi che sembrano (oggi) più lontani; tutto l’insieme merita (soprattutto e a maggior ragione di 'questi tempi) una lettura meditata. Senza fretta. Con la mente libera da schiavitù e regole preconfezionate.

Io sono italiana.
Nata a Modena e tutt’ora residente vicino a Bologna.
Eppure dentro questo libro mi sono sentita. Si può essere stranieri anche in patria. E Tahar Lamri non sconta nulla. Alla fine, però, qualcosa torna. Qualcosa che dipende dall’occhio e dalla mente del lettore, solo da quello direi. Non c’è rigore scientifico, pretesa oggettiva. Ci sono volti, parole e ambienti. Il resto lo fa il lettore, cogliendo un certo colore o un odore da trattenere. Non lo chiamerei ‘buonismo’, affatto, non nel senso sgradevolmente mieloso che si tende ad associare al termine. Lo definirei: visione tendente al positivo. Che ho trovato di una potenza talmente atipica per noi oggi, abituati a ben altri atteggiamenti verso ‘gli stranieri’, di una nuda onestà da lasciare, a tratti, disarmati.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Tahar Lamri nasce ad
Algeri nel 1958. In Libia dall’79 all’84, conclude gli studi in Legge iniziati in Algeria, con la specializzazione in Rapporti internazionali e lavora come traduttore presso il consolato di Francia a Bengasi, si sposta dunque in Francia. In Italia dal 1986, vive a Ravenna. Altre informazioni bio-bibliografiche su Wikipedia.

‘I sessanta nomi dell’amore’ di Tahar Lamri, Michele Di Salvo Editore divisione TraccEDIverse, collana ‘Mangrovie’, gennaio2007, pag.196 E.12.
Immagine di copertina di Soha Khalil.
(la riproduzione qui accanto non rende giustizia all'immagine in copertina, soprattutto gli occhi)

Barbara Gozzi – Maggio 2008  

ISBN/EAN: 
8889862351

Commenti

'E sempre in Africa si dice che i bambini si ammalano per le cattive parole pronunciate dai genitori. Ci sarebbe molto, moltissimo da dire sull'uso delle parole, e appunto, a mio avviso, è perchè la parola ha perso senso che ormai nessuno ragiona, tutti recitano, sembra che le persone siano diventate il ricettacolo inerte di una specie di 'saggezza' collettiva atta soltanto a moltiplicare gli stereotipi e i luoghi comuni. Mi sembra che le parole non servano ormai più a nulla. Che siano diventate disperatamente inutili, spesso si rompono sull'interlocutore, invece di entrare in lui.
(pag.116-117, parole scritte da Tayeb in una mail ad Elena)

Certi frammenti di questo libro rimarranno nel mio moleskine, frammenti che ho sentito vicini al mio sentire, ovviamente. Soggettivamente imperfetti eppure intensi. Come quello di cui sopra.

Barbara

Cara Barbara,

molto interessante questo tuo nuovo contributo. Approfondisco volentieri.

Buona domenica.
Gian Paolo Grattarola

Perdonami Barbara ma quel "fluency" era proprio necessario ?
Non me ne volere ma io sono per la strenua difesa della lingua italiana dall'invasività inopportuna degli anglismi.

Con affetto
Gian Paolo Grattarola

Scusami Gian Paolo,
'fluency' è un termine che in casa mia sento spesso dal momento che mia suocera è traduttrice e il suo corrispettivo italiano mi sembra renda meno l'idea, ma è assolutamente una mia percezione, un'impressione linguistica quanto sonora.
Se da così fastidio la tolgo, lungi da me il voler apparire invasiva anzi.
Buona domenica!

Barbara

Ave Barbara! Io direi che l'adozione di quella parola può essere una tua piccola cifra stilistica. Oppure, puoi considerarlo un gioco linguistico proprio considerando che l'autore non è italiano. Può starci, via:).

Fate vobis,
gf

Fatto.

Ciao Gf,
abbiamo scritto quasi in contemporanea...
Un abbraccio,
B

abbraccione anche a te!
Da oggi sarai fissa in homepage, tra i top writers: hai superato il ventunesimo pezzo:).

www.lankelot.eu/index.php?staff=1

grande,
gf

Oh_oh!

^ _ ^

Grazie a voi!

B

Barbara la mia era solo un'opinione. Ci mancherebbe altro.
Mica tutti la dobbiamo pensare allo stesso modo.

Un abbraccione anche da parte mia ed un saluto all'amico Gianfranco.

Gian Paolo

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