Lorenzo, detto il Gladiatore, viene trovato morto, in una pozza di sangue, nell'ascensore di un palazzo di piazza Vittorio a Roma. I sospetti sembrano ricadere su Amedeo, uno degli inquilini. Ma chi è Amedeo? E perché avrebbe dovuto uccidere il Gladiatore?
Da questo giallo metropolitano prende vita un romanzo corale e molto godibile scritto da un algerino, Amara Lakhous, che vive a Roma dal 1995. La scoperta dell'assassino, a dire il vero, passa quasi in secondo piano. Ciò che appassiona e colpisce è la serie di "testimonianze" dei personaggi chiamati in causa: gli altri inquilini, la portiera dello stabile, il barista, gli amici o la moglie di Amedeo.
Ognuno ha la sua verità, ognuno racconta la sua versione. Anche Amedeo che, sotto forma di ululati, si introduce tra un capitolo e l'altro per esporre il suo punto di vista. Scoprire la verità non è affatto semplice perché, come al solito, la realtà è interpretazione o re-intepretazione dei fatti. Una mescolanza tra ciò che si reputa vero e i pregiudizi, i luoghi comuni, le convinzioni e le paure. Soprattutto quando in un luogo si incrociano le vite di uomini e di donne che provengono da Paesi diversi. L'occhio e la penna di un immigrato registrano così i paradossi e le contraddizioni di gente comune rispetto alla diversità o alle apparenze.
E' per questo che l'iraniano Parviz viene scambiato per un albanese o per uno zingaro, per uno spacciatore o per un delinquente. E a sua volta Parviz ritiene che la portiera Benedetta usi parolacce in napoletano mentre in realtà si limita a dire "guagliò" con tono di rimprovero a chiunque osi utilizzare l'ascensore a proprio piacimento. Un ascensore che per la portiera partenopea diventa una specie di simbolo, un territorio da difendere per non correre il rischio di essere accusata di negligenza e sbattuta fuori. Ma anche per il docente milanese Antonio Marini la civiltà di un popolo si può misurare dal modo in cui viene usato l'ascensore. Un uso che viene praticamente vietato a Maria Cristina la quale, seppure sia peruviana, viene considerata filippina. Maria Cristina fa la badante per un'anziana signora e vive una vita di solitudine e televisione. Il terrore di dover tornare in Perù perché clandestina la rende vulnerabile e infelice. Per questo divora cioccolato, cibo che l'ha fatta ingrassare al punto che la solita Benedetta non vuole che, a causa del suo peso, la "filippina" possa rompere l'ascensore. Luogo che si vorrebbe vietare anche a Valentino, il cagnolino dell'inquilina Elisabetta Fabiani, almeno fino a quando Valentino non viene rapito durante una passeggiata nel parco, incidente che viene presto spiegato come il risultato di una strana combinazione criminale tra sardi, noti per essere rapitori, e cinesi, noti per essere mangiatori di cani.
Tutti, però, sembrano essere d'accordo su un punto: Amedeo è una persona degnissima e gentile. Salvo poi avere qualche minuscola ed impercettibile remora nel momento in cui viene a sapere che Amedeo, il quale si è limitato a dire di essere "del sud", in realtà è di un sud un po' più a sud del nostro sud. Ossia è anch'egli un immigrato. Viene dall'Algeria eppure quasi nessuno lo avrebbe mai sospettato considerando i suoi modi gentili, la sua perenne disponibilità, la proprietà di linguaggio e la continua attenzione riservata a libri e giornali. Ma perché sarebbe sparito proprio il giorno in cui il Gladiatore, ragazzo dalla reputazione non certo encomiabile, è stato ammazzato?
"Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio" si legge con grande piacere. E' un libro che punta sull'ironia e che, seppur con una discreta leggerezza, racconta quel razzismo più o meno latente che pervade chiunque. Perché il razzismo è trasversale anche se complicato da ammettere: nessuno ritiene di essere razzista, salvo rimanere a distanza di sicurezza da chi si ritiene diverso e quindi inconscibile e quindi pericoloso.
Etichettare le persone è un'abitudine che genera incomprensioni ed equivoci, ma è spesso un processo quasi automatico seppur non per questo giustificabile. In una sola piazza italiana si affacciano così sguardi opposti sull'altro, chiunque esso sia e qualunque nazionalità abbia. Lo spazio pubblico comune, l'ascensore, diviene metafora di uno spazio più ampio che ognuno, proprio perché comune, sente il diritto di gestire come meglio crede. Una condizione che non può non creare malintesi e prepotenze, obblighi e preferenze. Per questo si giunge ad uno scontro tra civiltà, una riproduzione in miniatura di scontri ben più grandi e più gravi.
Questo libro fornisce uno spaccato attento e puntuale sulla condizione dell'immigrato in Italia. Non è un libro sull'immigrazione in senso stretto ma è inevitabile non rilevare in queste pagine il peso dei sentimenti di chi arriva da noi perché non poteva fare altrimenti. E si assiste al dramma della nostalgia per il proprio Paese, la propria lingua, la propria famiglia e il proprio cibo. L'elemento comico aiuta a sdrammatizzare e serve a rendere la lettura sicuramente molto piacevole ma non cancella il dolore di chi non ha una vera patria e che è costretto a vivere di quel poco che riesce a costruire lontano da casa.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Amara Lakhous nasce ad Algeri nel 1970 ed appartiene ad una numerosa famiglia berbera. Frequenta la Facoltà di Filosofia di Algeri e, dopo la Laurea, lavora presso una radio locale. Lascia la sua terra ed arriva a Roma nel 1995. E' qui che pubblica, nel 1999, il suo primo romanzo "Le cimici e il pirata" (Arlem, Roma), un'opera per metà in arabo e per metà in italiano. Lakhous consegue una seconda Laurea, in Antropologia Culturale, presso l'Università La Sapienza. Nel 2003 pubblica in Algeria, e poi in Libano, il romanzo "Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda", un libro che ha poi scelto di riscrivere in italiano e di pubblicare, nel 2006, con il titolo "Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio" (Edizioni E/O) col quale ha vinto il "Premio Flaiano" per la narrativa e il "Premio Racalamare - Leonardo Sciascia" nel 2006, oltre al Premio dei librai algerini nel 2008. "Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio" è anche un film diretto da Isotta Toso e prodotto da Imme Film. Nel settembre 2010 Lakhous ha pubblicato, sempre per le Edizioni E/O il romanzo "Divorzio all’islamica a viale Marconi".
Amara Lakhous, "Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio", Edizioni E/O, Roma, 2006.
Amara Lakhous: Sito ufficiale | Wikipedia | Intervista (El-Ghibli Bologna)
(monnalisa, aprile 2011)
Commenti
[lakhous] neo MONNA! buona
[lakhous] neo MONNA! buona lettura...
[lakhous] per approfondire...
[lakhous] per approfondire...
Amara Lakhous, "Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio", Edizioni E/O, Roma, 2006.
Amara Lakhous: Sito ufficiale | Wikipedia | Intervista (El-Ghibli Bologna)
[ascensore a piazza vittorio]
[ascensore a piazza vittorio] libro che ha avuto parecchia fortuna, e parecchia visibilità sugli scaffali e sulle vetrine delle librerie, almeno qui a Roma. Paradossalmente, è stato questo a tenermi un po' distante (sì, m'è rimasta un po' di diffidenza per "ciò che è commerciale", nonostante gli anni che mi dividono dall'adolescenza. Succede), assieme all'aura di "politicamente correttissimo". A quanto pare ho sbagliato: bene. Rimedierò:)
Scrivi: "[...] E si assiste al dramma della nostalgia per il proprio Paese, la propria lingua, la propria famiglia e il proprio cibo. L'elemento comico aiuta a sdrammatizzare e serve a rendere la lettura sicuramente molto piacevole ma non cancella il dolore di chi non ha una vera patria e che è costretto a vivere di quel poco che riesce a costruire lontano da casa"
> Pensa quanti grandi romanzi italiani, sui nostri emigrati - milioni e milioni di persone - in tutto il mondo, dovremmo leggere e interiorizzare... quanti. Almeno per provare a capire cosa può e potrà presto significare tornare noi stessi "dall'altra parte della barricata", stranieri in casa d'altri, in cerca di amicizia, lavoro, ascolto e comprensione (e umanità). Già.
[Scontro di civiltà] Ho
[Scontro di civiltà] Ho notato anche io che nelle librerie romane questo libro è molto presente, se non addirittura sovraesposto. Da me non è lo stesso. L'ho letto con grande piacere e, forse, per una volta, il lato "commerciale" (che tra l'altro per me pesa almeno quanto pesa per te...) l'ho messo da parte.
Nelle storie di migranti, anche di quelli contemporanei, di cui parla Lakhous nel libro, leggo sempre la sofferenza di tutti i migranti, di qualsiasi epoca e in qualsiasi luogo. Non è una forzatura, anzi. Basterebbe che noi italiani conservassimo solo un po' di memoria in più.
[scontro di civiltà] scriveva
[scontro di civiltà] scriveva Stella, nel suo "L'orda":
"La feccia dei pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l'accesso alle sale d'aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro «questa maledetta razza di assassini». Cercavamo casa schiacciati dalla fama d'essere «sporchi come maiali». Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d'adozione come cattolici primitivi e un po' pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perché facevamo i crumiri o semplicemente perché eravamo «tutti siciliani». «Bel paese, brutta gente.» Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l'Europa e scelto dallo scrittore Claus Gatterer come titolo di un romanzo in cui racconta la diffidenza e l'ostilità dei sud-tirolesi verso gli italiani."
http://tecalibri.altervista.org/S/STELLA-GA_orda.htm