Un titolo che evoca bandiere rosse al vento, un sottotitolo impegnativo e che fa un po’ pamphlet, termini forti e pregni di significato.
I requisiti atti a far credere di essersi imbattuti in un austero volume di politica mista a economia di fine Ottocento sembrerebbero esserci proprio tutti.
Ma l’agilità della pubblicazione (pp. 123) non regge al confronto coi pesanti tomi immaginati, il colore acido della copertina (arancione decisamente Seventies) fa emergere dubbi sulla bontà della supposizione, l’acca di quella eleghanzia suona vagamente ambigua, e — soprattutto — ancora non ci si è soffermati sul nome dell’autore.
Tommaso Labranca.
A questo punto tutto è chiaro.
A quattro anni di distanza dall’illuminante Chaltron Hescon, a quasi un decennio dal fortunatissimo Andy Warhol era un coatto, Labranca torna a far sentire la propria voce su tendenze, fenomeni di costume e piccole ipocrisie quotidiane che tutti avvertono, ma a cui nessuno è capace di trovare un nome.
Dopo aver dissertato abbondantemente sulla moda del trash dilagante, analizzato senza pietà la fenomenologia del cialtronismo contemporaneo, il Labranca del 2002 mettere a nudo (nudo fino a far vedere la mutanda griffata D&G) i meccanismi cerebrali che fanno muovere (seguendo il diktat delle tre effe, Fitness-Fashion-Fiction) la nuova classe trasversale subentrata al proletariato di marxiana memoria: il Neoproletariato.
“Sono un giovane neoproletario. Se fossi più colto di quello che sono terrei subito a precisare che quel prefisso neo- indica solo apparentemente l’idea di nuovo. In realtà è un prefisso che nega l’essenza del proletariato. Se fossi più colto di quello che sono, dovrei ribellarmi all’autore e pretendere di essere chiamato antiproletario, ché io avverso la classe da cui nasco; transproletario, ché io supero la classe da cui nasco; metaproletario, ché io sublimo la classe da cui nasco; aproletario, ché io vorrei far piazza pulita della classe da cui nasco. Se ero più colto di quello che sono mi dovevo ribellare all’autore, ma non lo sono e in fondo non è colpa mia” (p. 5).
Sin dall’inizio del libro, dunque, ci si rende conto che il modus operandi dell’autore è rimasto invariato. Ancora una volta lo scrittore ha concepito un’opera di non facile catalogazione, avendo contemporaneamente le caratteristiche del saggio, della raccolta di racconti, del diario quotidiano, dello zibaldone di pensieri.
Invariata è anche l’evidenza dell’intento (rendere chiara a tutti l’entità del fenomeno), così come — per fortuna! — invariato è lo stile: semplicemente ineccepibile. Lo stile di un intellettuale che, pur mostrando del senso di inadeguatezza di fronte alla trattazione della “questione” in termini antropologici, e pur adoperando (quasi chiedendone il permesso) un lessico economico e sociologico, è riuscito (come d’altronde in passato) a dare alla luce un’opera che non sfigurerebbe affatto accanto a ben più voluminosi testi di antropologia culturale o di saggistica sociologica.
Non fosse per l’ingente componente comica, che fa di Neoproletariato un’opera adatta al grande pubblico. Anzi no. A un pubblico non così grande, dato che i neoproletari D.O.C. rifuggirebbero di certo da un libro che dovesse pretendere di chiamare in causa l’intellighenzia. Loro che vivono all’insegna dell’eleghanzia.
“I neoproletari preferiscono glorificarsi di una cultura dei grandi temi che li esalti e non li presenti per quello che sono: arroganti senza alcun motivo di essere arroganti” (p. 48).
Come già per i cialtroni di fine millennio, Labranca non stila il decalogo del perfetto neoproletario, né segue dalla mattina alla sera i movimenti di uno stesso soggetto cercando così di compilarne una sorta di quadro clinico. Labranca si muove nella sua Milano con l’occhio attento di sempre e pronto a cogliere quegli elementi, quei comportamenti, quei sogni e quelle manie che fanno, anche dei soggetti più insospettabili, dei neofiti inconsapevoli del neoproletariato.
Nel libro manca, a differenza dei precedenti, di un’introduzione teorica e semiseria al fenomeno, tuttavia, a lettura ultimata, risulta nitido l’idetikit dell’appartenente alla nuova classe.
Un identikit che sembrerà simile a più di un volto visto o conosciuto, se non, addirittura, straordinariamente somigliante a quello riflesso nel proprio specchio la mattina, mentre viene asperso col profumo che la nuova Bibbia (“Men’s Health”) ha garantito come “ad alta promessa di seduzione”. Neoproletario è colui che, fiero di appartenere alla pub generation, si sente diverso dal padre o dal nonno (che invece passava quasi lo stesso tempo in un’osteria, solo che quella non aveva un nome irlandese o presunto tale). Neoproletaria è quella gente che frequenta negozi dove ci sono sassi e arbusti e radici made in Africa, ma dove agli Africani è proibito entrare.
“[…] L’asimmetria mentale e antisolidale del neoproletariato porta quest’anima razzista e antisolidale a circondarsi degli oggetti propri di quel mondo che egli avversa ma che poi utilizza per propria glorificazione estetica” (p. 37).
Il neoproletario detesta, inoltre, le cose di massa, popolari. La sua componente femminile odia, ad esempio, i romanzi rosa e, anche se poi segue le fiction, sul tram legge Allende e Baricco, che non sono popolari.
“Perché essere popolo significa essere massa, compatta, unita. Nessuno vuole più esserlo e anche leggendo sul tram esprime la propria unicità” (p. 43).
Neoproletario è quell’atteggiamento presente in molti giovani che vivono lo iato tra l’apparenza e l’essenza, “differenza che nasce dalla impossibilità di svincolarsi totalmente dalla pesante eredità dei padri” (p. 96).
Sono gli stessi giovani che, non potendo permettersi di andare al sushi bar o rabbrividendo all’idea d’ingoiare totani vivi, soddisfano il proprio desiderio di pluscool gastronomico lasciandosi coinvolgere da una sorta di nipponizzazione di secondo livello: la campagna pubblicitaria That’s amore Findus (2002), dove il merluzzo è presentato come se fosse sushi, tanto che è adagiato sullo stesso tipo di piatto.
E tutto questo perché “i neoproletari non concupiscono la merce, ma l’indotto che da quella merce così elegantemente musealizzata è legato” (pp. 95-96).
Neoproletaria è quella coppia di giovani malvestiti che si muovono in un triste discount con il bambino nel carrello e che cercano di trovare l’occasione, il prodotto più conveniente, anche su quegli scaffali pieni di non-marche.
Quella coppia con bambino è neoproletaria non perché dà l’impressione che tutto debba rispondere a un disegno superiore di risparmio, a una grande opera di economia domestica. No, non per questo. Ma perché, uscendo dal discount di periferia, quella coppia con bambino sale su una sfolgorante “Audi A4 Avant dall’aspetto spiccatamente sportivo che irradia potenza e un po’ di aggressività, ma al tempo stesso signorilità ed eleghanzia” (p. 65).
E proprio contro la coppia col bambino, Labranca, che ha visto la “lei” di turno mettere nel carrello i bastoncini “Lindus”, e che proprio grazie alla “L” (e a sostituzioni del genere) potrà pagare la rata di quella macchina di cui vantarsi con gli amici, ebbene, proprio contro questi esemplari autentici di neoproletariato, Labranca si fa particolarmente cattivo, e pronuncia parole tanto aspre che neanche i neocialtroni dello scorso secolo si erano meritati:
“Non per assenza di libri Adelphi a casa vostra.
Non per la Gazzetta dello sport che giace accanto a Chi sul tavolo della cucina.
Non per l’ignoranza del vostro stato.
Ma solo per questi giochi enigmistici, questi scambi di consonante che vi danno l’illusione del possesso e la certezza del risparmio, vi chiamo illetterati” (p. 67).
Un libro ottimo.
O un libro pessimo. A seconda dell’esito dell’esame di coscienza che (volente o nolente) il lettore è costretto a fare.
Un libro da leggere.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Neoproletariato. La sconfitta del popolo e il trionfo dell’eleghanzia. Cooper&Castelvecchi, Roma 2002, pp. 123, contiene immagini b/n.
BIOGRAFIA AUTORE
Tommaso Labranca (Milano 1962), scrittore, autore televisivo, agitatore culturale. Ha pubblicato Andy Warhol era un coatto (Castelvecchi, 1994), Estasi del pecoreccio (Castelvecchi, 1995), Labranca Remix (Castelvecchi, 1996), La vita secondo Orietta (Sperling & Kupfer, 1997), Chaltron Hescon (Einaudi Stile Libero, 1998), Grazie Fratello! (Kowalski, 2004, con Dea Verna), Il Piccolo Isolazionista (Castelvecchi, 2006). Ha partecipato a numerose trasmissioni televisive tra cui Anima mia (Rai Due, 1997), in veste di esperto degli anni Settanta.
www.tommasolabranca.eu
BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA
Andy Warhol era un coatto (1994). Libro culto, ma pressoché introvabile.
Chaltron Hescon. Fenomenologia del cialtronismo contemporaneo (1998).
Trovabilissimo.
LABRANCA in LANKELOT:
Labranca Tommaso - 78.08 - franchi
Labranca Tommaso - Andy Warhol era un coatto - franchi
Labranca Tommaso - Da Zero a Zero - franchi
Labranca Tommaso - Neoproletariato. La sconfitta del Popolo e il trionfo dell'Eleghanzia - franchi
Labranca Tommaso - Neoproletariato. La sconfitta del popolo e il trionfo dell'eleghanzia - Paola Biribanti
Paola Biribanti, Giugno 2007
Originariamente apparso, con qualche variazione, su Lankelot.com.
Commenti
Un libro da leggere.
L'ho scritto tempo fa su lankelot.com e lo riconfermo oggi su lankelot.eu.
Comincia a essere difficile mantenere il passo delle recensioni pubblicate ogni giorno: ma da qualche parte devo cominciare anche se dispero sinceramente di recuperare il pregresso.
Avevo letto l'altra tua bella (anzi "gustosa") pagina, ma direi che Labranca è estremamente interessante, perché punta il dito su un fenomeno che conosco bene (forse perché vivo al Nord?)... quei "neoproletari" ti dirò non hanno nemmeno una coloritura politica definita, perché sono un po' ovunque e forse qui votano per la maggior parte Lega Nord...
Alcune delle frasi riportate sono illuminanti. Mi ero persa questa recensione su lankelot.com e sono ben felice di averla recuperata...
Un lettura divertente, anche se un po' approssimativa di questo "neoproletario". Anche con un po' troppi luoghi comuni. Se esistono, come dice l'autore, sono politicamente trasversali, immagino. E mi chiedo: Non ci sarà mica qualcuno in giro che si definisce neoproletario? Che dice l'autore? é una sua - e di altri sedicenti studiosi sociali, credo - categoria immaginaria?
"?Non per assenza di libri Adelphi a casa vostra.
Non per la Gazzetta dello sport che giace accanto a Chi sul tavolo della cucina.
Non per l?ignoranza del vostro stato.
Ma solo per questi giochi enigmistici, questi scambi di consonante che vi danno l?illusione del possesso e la certezza del risparmio, vi chiamo illetterati? (p. 67)."
Sembrava e sembra una provocazione divertente e cattiva al punto giusto. Annotata allora, riannotata oggi tra i libri che dovrò prima o poi recuperare (fermo restando che Castelvecchi non cambi gestione altre 3-4 volte, perdendo il catalogo:) )
In effetti, da quando è stato pubblicato il libro, il sig. Cooper sembra essersi perso per strada... E' rimasto/tornato solo Castelvecchi.
"La sua componente femminile odia, ad esempio, i romanzi rosa e, anche se poi segue le fiction, sul tram legge Allende e Baricco, che non sono popolari.
?Perché essere popolo significa essere massa, compatta, unita. Nessuno vuole più esserlo e anche leggendo sul tram esprime la propria unicità? (p. 43)."
> qui Labranca non volendo diceva qualcosa di giusto. Credo che l'intento fosse ridicolizzante, ma in realtà c'è poco da sghignazzare. Altrimenti nessuno leggerebbe lui:).
(a proposito: aggiungo anche qui i tag "letteratura" - di default per ogni recensione di libri, e "letteratura italiana", utile a perfezionare l'archivio! Stesso farò sul pezzo di Bernardini)
Paola, il nuovo Labranca, "78.08", è uno spettacolo.
A breve ne scrivo...