“Io lo so che parlo perché parlo, ma non persuaderò nessuno…”
È l’incipit di quest’ opera poco conosciuta, il cui autore è Carlo Michelstaedter, filosofo poeta e scrittore goriziano noto più per la sua triste vicenda biografica che per le sue opere: infatti la sua giovane vita s’interruppe, volontariamente, a soli 23 anni, nello stesso giorno in cui consegnò la sua tesi di laurea (l’opera in questione appunto) all’istituto di studi superiore di Firenze. L’opera è di difficile fruizione, un po’ per i temi trattati, un po’ per lo stile non comune di scrittura, ma per l’originalità e la premonizione di certi passi meriterebbe di essere conosciuta più profondamente, e di entrare a far parte dell’èlite delle opere filosofiche italiane del secolo scorso.
Finito di scrivere nel 1910, questo testo, che inizialmente doveva essere uno studio sui concetti di Persuasione e Retorica in Platone e Aristotele, assume una connotazione del tutto personale, in cui si possono ritrovare fondamentali temi dibattuti negli anni seguenti, dall’esistenzialismo al nichilismo a certe concezioni del linguaggio e della scienza, che avvicinano addirittura Michelstaedter a Martin Heidegger.
Filosofo di riferimento di questo giovane Goriziano è certamente Arthur Schopenhauer, ma non sono irrilevanti le influenze di scrittori quali Ibsen e Tolstoj, e soprattutto è forte la presenza del pessimismo Leopardiano del quale si sentono eco in particolare del “Dialogo di Tristano e un amico”. Inoltre sono evidenti i collegamenti col pensiero buddista, soprattutto laddove il motivo cardine da cui conseguono il dolore e l’angoscia umana è quell’eterno volere, bramare l’ulteriore, la costitutiva incapacità di accontentarsi di sé, che Budda nelle prediche di Benares riassume con il concetto di “SETE”.
Passando poi ad analizzare il libro, va notato che si struttura in 2 parti, rispettivamente concernenti la “persuasione” e la “rettorica”, concetti che nel pensiero e nella interpretazione michelstaedteriana rappresentano l’una la modalità di vita “vera”, pregna di significato e di valore, autentica, l’altra la falsità, la massificazione, il vivere moderno basato su un sapere inautentico (perché impersonale e non creativo) come quello della tecnica. Opera allo stesso tempo densamente mistica e fortemente critica verso la società, questa tesi, poi ristampata a cura degli amici più stretti di Carlo, è stata considerata da un grande maestro di critica come Asor Rosa “la più anomala ovvero la più eccezionale” della letteratura italiana, e sicuramente non a torto. La consiglio a tutti coloro che siano interessati all’approfondimento dei temi della crisi del primo Novecento, del post-niccianesimo, dello sviluppo del nichilismo in Italia.
Esistono 2 edizioni dell’opera, sempre pubblicate da Adelphi e curate da Sergio Campailla: una edizione completa comprendente anche le poesie e alcuni dialoghi, e una, che consiglio, uscita nella collana “piccola biblioteca” molto ben curata e con un’ottima introduzione dello stesso Campailla.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Carlo Michelstaedter (Gorizia, 1887-1910), filosofo, poeta e scrittore italiano.
Carlo Michelstaedter, “La persuasione e la Rettorica”, Adelphi, Milano 1982. A cura di Sergio Campailla.
Approfondimenti in rete: http://www.michelstaedter.it/ Filosofico. net / Ilmondodisofia. it / Lyber-eclat / Evola su Michelstaedter.
Alessio Bernocchi, gennaio 2005.
Articolo apparso precedentemente in forma ridotta su ciao.com e su lankelot.com
Commenti
Molto bene. Ho uniformato il titolo alla prassi (cognome - nome opera) e inserito i tags, in calce, per facilitare la consultazione. Ave Byrno!
Grazie!
Lo sai, sono un po' anarchico a volte...
A presto
E nuovamente bentornato, caro Byrno. Abbiamo bisogno della tua intelligenza e delle tue segnalazioni. Appagaci:).
Volevo chiederti una cosa: ti è mai capitato di leggere Lars Gustafsson?
Stavo leggendo delle cose vecchie e mi sono soffermato su questo passo:
?Se esiste un dio, è nostro compito dire no. Se esiste un dio, è compito dell?uomo essere la sua negazione. Il mio compito durante i giorni, le settimane o nel peggiore dei casi i mesi che mi rimangono sarà di essere un grande e chiaro NO?.
Non so perchè te lo cito, ma ho come l'impressione che possa interessarti.
é tratto da "morte di un apicultore", libro pregno di significati anche in fuzione del "trend" dialogico in cui mi sono imbattuto leggendo gli articoli su Drieu La Rochelle.
Va bè, il cane ha la vescica come un pallone da beach volley, ci risentiamo più in là :-)
Non ancora, ma il tuo articolo sarà un fondamentale promemoria. Quando il cane è tornato in sé, riproponi quel vecio ac ottimo pezzo. Quel frammento che mi proponi è particolarmente famigliare, suona come qualcosa che devo recuperare. Takk.
Rieccomi. Adesso lo ripubblico.
Ma al di là del libro in sè, ho spesso pensato a quanto l' accettazione o il rifiuto di un DIO sia fondamentale nel momento dell'approssimarsi consapevole della morte (sia essa volontaria o obbligata).
Un giorno ne riparleremo.
Mò vi mettete a citare pure Lars Gustafsson!Ma insomma siete un branco di scandinavisti repressi! Se avessi il tempo mi offrirei per un corso accelerato di svedese...
Questo autore l'ho scovato attraverso le letture evoliane. Davvero interessante.
Byrno, la citazione di Gustafsson mi riporta alla mente il più lucido E. Cioran. Consiglio a tutti - ma dubito che il consiglio sia utile, penso che lo abbiate già letto - "L'inconveniente di essere nati" e "La tentazione di esistere". Penso che andrò a cercare questo Michelstaedter in libreria al più presto. Ciao
Molto ghiotta questa segnalazione. Vi si andrà incontro, un giorno o l'altro.
Paolo, su Cioran siamo sulla stessa linea d'onda. Lo apprezzo molto, non solo per il pensiero (che va preso con il dovuto distacco, perchè a volte ci marcia un po' il furbetto...) ma anche per lo stile.
Stesso discorso vale per il nostro Ceronetti, ormai stancamente definito dalla critica come il "Cioran italiano", ma che in realtà aggiunge un'originalità barocca al grande problema del Nulla.
Puoi approfondirmi come Tolstoj influenza questa filosofia?
"la ?persuasione? e la ?rettorica?, concetti che nel pensiero e nella interpretazione michelstaedteriana rappresentano l?una la modalità di vita ?vera?, pregna di significato e di valore, autentica, l?altra la falsità, la massificazione, il vivere moderno basato su un sapere inautentico (perché impersonale e non creativo) come quello della tecnica." + Ma l'arte, etimologicamente, è tecnica, conciliazione della tecnica con la creatività. La rettorica è arte della persuasione, su questa linea, e può essere entusiasmante dal punto di vista estetico, anche se ingannevole e strumentalizzante. Valga la pena salvare la retorica almeno per questo.
Curiosa l'abitudine di Adelphi di pubblicare tesi di laurea sconosciute. Ricordo il lavoro di Musil, sempre filosofico. Ribadire il patrimonio culturale che è quest'editore per l'Italia.