Svevo Italo

La coscienza di Zeno

Autore: 
Svevo Italo

“La coscienza di Zeno” appare 25 anni dopo “Senilità” e differisce totalmente dai precedenti due romanzi di Svevo (“Una vita” e appunto “Senilità”). Il quadro storico in cui matura l'opera, infatti, risulta particolarmente mutato dal cataclisma della guerra mondiale che chiude effettivamente un'epoca aprendo le porte a nuove concezioni filosofiche che superano definitivamente il Positivismo sostituito dall'esplosione delle avanguardie e dall'affacciarsi della teoria della relatività. Appare evidente, dunque, che il romanzo di Svevo non potesse non risentire di questa diversa atmosfera, cambiando, per questo, prospettive e soluzioni narrative ed arricchendosi di nuovi temi e risonanze. L'autore abbandona il modulo ottocentesco di matrice naturalistica del romanzo narrato da una voce anonima ed estranea al piano della vicenda e adotta l'espediente del memoriale. Svevo, infatti, finge che il manoscritto prodotto da Zeno su invito del suo psicanalista, venga pubblicato dallo stesso dottor S per vendicarsi del paziente che si è sottratto alla sua cura frodandolo del frutto dell'analisi. Al memoriale si aggiunge, poi, una sorta di diario di Zeno in cui questi spiega il suo abbandono della terapia e si dichiara guarito. L'opera, pertanto, risulta avere un impianto autodiegetico in cui assume notevole importanza il trattamento del tempo che lo scrittore chiama "tempo misto" proprio per la caratteristica del racconto che non presenta gli avvenimenti nella loro successione cronologica lineare, ma inseriti in un tempo tutto soggettivo che mescola piani e distanze, un tempo in cui il passato riaffiora continuamente e si intreccia con infiniti fili al presente in un movimento incessante, in quanto resta presente nella coscienza del personaggio narrante.
All'interno del memoriale, del resto, l'autobiografia appare un gigantesco tentativo di autogiustificazione da parte dell'inetto Zeno che vuole dimostrarsi innocente da ogni colpa nei rapporti con il padre, con la moglie, con l'amante e con il rivale Guido, anche se comunque traspaiono ad ogni pagina i suoi impulsi reali che sono regolarmente ostili ed aggressivi, alle volte addirittura omicidi. Per tutto il romanzo, infatti, ogni suo gesto, ogni sua affermazione rivela un groviglio complesso di motivazioni ambigue, sempre diverse, spesso finanche opposte rispetto a quelle dichiarate consapevolmente. Motivo, quest'ultimo, che avvalora la tesi secondo la quale, nel gioco ambiguo tra conscio ed inconscio, la "coscienza" di Zeno appare in primo luogo come una cattiva coscienza, una coscienza falsa, tanto da rendere plausibile un'accezione antifrastica del titolo del romanzo stesso, che può venir letto come "L'incoscienza di Zeno". L'opera di Svevo, tuttavia, non è soltanto un'implacabile operazione di smascheramento di una falsa coscienza e dei suoi autoinganni. Zeno non è solo oggetto, ma anche soggetto di critiche, non vi è solo l'ironia oggettiva che pesa sul narratore protagonista, il romanzo risulta anche percorso dal distacco ironico con cui Zeno guarda il mondo che lo circonda e che sottopone a critica presentandone alcuni limiti. La sua diversità funziona, dunque, da strumento straniante nei confronti dell'universo di cui egli stesso fa parte, ma soprattutto nei confronti dei cosiddetti "sani, "normali". In quest'ottica la malattia che impedisce a Zeno di coincidere interamente con la sua parte di borghese porta alla luce l'inconsistenza della pretesa "sanità" degli altri che in quella parte vivono perfettamente soddisfatti, incrollabili nelle loro certezze. Mentre i sani, infatti, sono cristallizzati in una forma rigida, immutabile, Zeno nella sua imperfezione di inetto è aperto alla trasformazione, disponibile a sperimentare la più varie forme dell'esistenza e ad esplorarne l'affascinante originalità ponendo, quindi, questa sua mobilità come unico antidoto a quella malattia che è la vita in quanto tale. In altre parole Zeno è un personaggio a più facce, fortemente problematico, negativo per un verso, in quanto perfetto campione di falsa coscienza borghese, ma anche positivo come strumento di straniamento e di coscienza. Ne deriva, pertanto, un'accezione del tutto nuova del concetto di inettitudine, essa infatti non viene più considerata un marchio di inferiorità che condanni ad un'irrimediabile inadattabilità al mondo e ad un'inevitabile sconfitta esistenziale, ma una condizione aperta, disponibile ad ogni forma di sviluppo, che si può considerare anche positivamente come lo stesso Svevo asserisce nel saggio incompiuto dal titolo "L'uomo e la teoria darwiniana". Risulta evidente, quindi, il totale distacco dell'autore dai suoi due romanzi precedenti, sia per quanto concerne il piano della visione del mondo, sia per quello della tecnica narrativa, duplice e profonda trasformazione, quest'ultima, che fa apparire completamente privo di fondamento il luogo comune secondo cui Svevo con "Una vita", "Senilità" e “La coscienza di Zeno" avesse scritto un'unica opera. Abbastanza infondate si dimostrano, poi, anche le teorie tendenti ad assimilare “La coscienza di Zeno” con l'Ulisse di Joyce. Le due opere, infatti, sono profondamente diverse, incomparabili non solo negli aspetti contenutistici, ma proprio nelle strutture e nelle tecniche narrative. Il monologo interiore Joyciano non ha nulla a che vedere, nel suo impianto, col monologo di Zeno. Nell'Ulisse, del resto, troviamo la registrazione diretta dei contenuti della mente di un personaggio, al presente. Si tratta, in effetti, di un vero e proprio flusso di coscienza, i pensieri sono colti nel loro farsi immediato attraverso associazioni libere, casuali e disordinate che si determinano per passivi automatismi e da cui restano escluse la coscienza e la volontà. In pratica nel capolavoro dell'autore irlandese non vi è alcun intervento di una voce narrante che selezioni i materiali e dia loro un ordine. Nella coscienza di Zeno, invece, il protagonista attraverso il suo monologo ricostruisce aspetti della sua esistenza passata, racconta fatti, dà vita a sequenze narrative ordinate e consequenziali introducendo pure analisi psicologiche e commenti. Quelle di Bloom nell'Ulisse, dunque, sono associazioni libere, non sottoposte ad alcun controllo e ad alcuna censura, Zeno, invece, anche perché spinto dall'esigenza di dover mettere per iscritto il suo monologo, opera una vera e propria selezione, distorce secondo i suoi fini, erige solide barriere che filtrano l'affiorare spontaneo dei contenuti della psiche. Risulta, quindi, evidente la profonda distanza tra le due opere accomunate unicamente dalla tecnica del monologo interiore. In definitiva, pertanto, si può constatare la completa "autonomia" de “La coscienza di Zeno”, romanzo cardine della narrativa del Novecento, benché riconosciuto tale soltanto dopo l'iniziale disinteresse della critica che però non ha potuto poi in seguito evitare di rilevare l'assoluto valore di quest'opera alla quale va sicuramente attribuito il grande merito di aver detto una parola nuova sull'oscuro male del secolo collocandosi in una dimensione culturale decisamente europea. 


EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz) nacque a Trieste nel 1861. Fu il primo scrittore italiano ad interessarsi alle teorie psicoanalitiche di Freud che proprio allora cominciavano a diffondersi in Europa. Fu grande amico di Joyce, che lo fece conoscere a livello internazionale, e di Montale che in Italia ne intuì per primo le eccezionali doti di narratore.

Italo Svevo, “La coscienza di Zeno”, Einaudi, Torino 1990.

SVEVO in LANKELOT:
Svevo Italo - La coscienza di Zeno - AngelaMigliore
Svevo Italo - Una vita - franchi

Angela Migliore
, 2002.

Originariamente apparso su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
8806177753

Commenti

"perfetto campione di falsa coscienza borghese". Ecco. Ripartiamo da qui. Perché "falsa coscienza"? Perché "borghese"?

Falsa coscienza nel senso di incoscienza, in quanto Zeno dimostra di avere un'idea di sè che non coincide con i suoi atteggiamenti reali. E' inconsapevole della propria ostilità e del proprio rancore nascosti sotto il manierismo e il fare apparentemente innocuo.
Borghese perchè perfetto rappresentante della classe media, ancorato ad una vita fatta di abitudini irrinunciabili (l'ultima sigaretta) e rapporti claustrofobici con annessi sensi di colpa e relativi processi di autocondanna o autoassoluzione, secondo l'umore della circostanza.

Credi davvero fosse inconsapevole della propria ostilità e del proprio rancore? Nessun borghese è inconsapevole, nonostante la buona educazione. C'è sempre una larva di odio che si risveglia a ogni menzogna, in ciascuno di noi. E va a scavare nelle viscere della coscienza, domandando giustizia.
*
La sigaretta è un vizio (non assurdo).
*
Le abitudini, sì, borghesia. Semper. ;)

Un sorriso,
gf

Non lo so, forse in ognuno di noi c'è una consapevolezza intermittente, che si alterna con una sorta di oblio. Piccoli e ripetuti black-out, al limite del cortocircuito. Dove non è facile stabilire cosa faccia più danno, se la dimenticanza o la cognizione.

Sorriso a te.

Non capisco perché si parla sempre di un'opera scritta male, la mia seconda lettura è stata pienamente soddisfacente. I primi capitoli sono divertenti! Certo poi insorge la pesantezza, intesa come peso del vivere, ma anche lì è una penna piacevolissima. Forse il finale ha il gusto un po' di affrettato. Anche 'Senilità' non è stata una lettura spiacevole.

Condivido pienamente la lontananza da Joyce (purtroppo però ne ho letto solo i capitoli iniziali ma l'impressione che ne ho avuto è di totale lontananza da Svevo): forse si sfrutta la conoscenza tra i 2 autori per cercare di giustificare una statura più europea al nostro, guadagneremo qualcosa quando cercheremo di apprezzarlo per quel che è.

Per quanto riguarda la 'falsa coscienza borghese'... l'impressione che ne ho avuto è di un protagonista inetto al di là del suo stato borghese, avrebbe potuto essere comunque un fannullone (di successo) ovunque si fosse trovato, va oltre la sua 'borghesità' per identificarsi con uno stato dell'uomo più ampio. Forse è più normale aspettarsi da una persona maggiore serietà, maggiore applicazione nelle cose che fa quando da questa sua concentrazione dipende più direttamente la sua esistenza, no? In fondo guardiamoci intorno, tanti 'fannulloni' (tra cui metto me stesso in primo luogo) lo sono ora solo perché non hanno bisogni che li molestino nell'immediato.

Sono vecchi ricordi, Gianfranco, ma forse rispondono al tuo quesito:

Ettore Schmitz, alias Italo Svevo, ha adoperato più di uno pseudonimo (che per lui è un gioco) in totale ben quattro: il primo fu Erode, il secondo G. Shakespeare, il terzo E. Samigli e il quarto Italo Svevo. L'ultimo è lo pseudonimo più importante, dato che gli altri sono stati utilizzati soltanto una volta o per un periodo limitato.
Nel 1892, con la pubblicazione di "Una vita", vede la luce appunto un nuovo pseudonimo, Italo Svevo. L?autore dice ironicamente all?amico Giulio Piazza di aver adottato tale pseudonimo perché gli faceva pena ?nel nome Schmitz quella povera i fracassata da tante consonanti?. E? chiaro che sta scherzando. Nel Profilo autobiografico, Svevo è più serio a proposito delle ragioni per cui ha scelto il nom de plume Italo Svevo:

Per comprendere la ragione di uno pseudonimo che sembra voler affratellare la razza italiana e quella germanica, bisogna aver in mente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste alla Porta Orientale d?Italia: funzione di crogiolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono nella vecchia città latina. Il nonno d?Italo Svevo era stato un funzionario imperiale a Treviso, dove sposò un?italiana. Il padre suo, perciò, essendo vissuto a Trieste, si considerò italiano, e sposò un?italiana da cui ebbe quattro figliole e quattro maschi. Al suo pseudonimo ?Italo Svevo? fu indotto non dal suo lontano antenato tedesco, ma dal suo prolungato soggiorno in Germania nell?adolescenza.

L?autore respinge dunque gli antecedenti tedeschi degli Schmitz come ragione dello pseudonimo. Il termine ?Svevo? rimanda al periodo trascorso in Germania e alla filosofia di Schopenhauer (l?autore preferito di Svevo).

E? chiaro che Schmitz, adoperando lo pseudonimo Italo Svevo, si maschera; è una maschera che può agevolmente deporre quando le circostanze lo esigono. E? il commerciante Ettore Schmitz che depone la maschera di scrittore. In un?altra occasione, fa cancellare il nome Italo Svevo dalla Guida cittadina. Il rinnegamento dello scrittore Italo Svevo da parte di Ettore Schmitz avviene soprattutto negli anni dell'insuccesso letterario (dopo la pubblicazione di Una vita e Senilità ). Il procedimento inverso, il rinnegamento di Ettore Schmitz da parte di Italo Svevo, è più frequente. Con il suo nom de plume Svevo intende ?suggellare il passato remoto e prossimo di Ettore Schmitz impiegato della Unionbank, figlio di un incauto commerciante rovinato?. Inoltre, appartenendo lui stesso alla borghesia triestina, ha bisogno di uno pseudonimo per vendicarsi di questo mondo borghese, che lo accetta come commerciante, ma non come letterato.

Italo Svevo sceglie dunque il silenzio perché Ettore Schmitz possa dedicarsi pienamente agli affari. Esprime la volontà di diventare un buon industriale e un buon commerciante. Ma si rende conto che ?di pratico non ha che gli scopi?. E? un sognatore, un 'filosofo' per cui il ?demone letterario? costituisce un ostacolo all?integrazione familiare e sociale indispensabile per l?equilibrio psicologico della persona.

Svevo vuol farci credere che sa vivere senza la letteratura e che ha una vita abbastanza felice, ma si/ci sta ingannando (ecco la falsità). La vocazione letteraria di Italo Svevo esiste davvero.

Spesso l?autore ne parla in termini di ?malattia?. La ?febbre? che lo condanna a scrivere è il sintomo di una ?malattia?, ?la malattia letteraria?. Si tratta di una vocazione irrinunciabile.

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L'analisi di Angela è splendida.

5:

La statura europea Svevo non l'attinge dall'amicizia con Joyce ma dai temi che percorrono la sua opera: la malattia, la psicanalisi, l'io scisso e ormai disperso in cui si riflette il tracollo della modernità, il conflitto tra economia e cultura... sono gli stessi problemi che negli stessi anni affrontavano Musil, Mann, Hoffmanshtal, Roth, Schnitzler e via dicendo.

Dirò di più (ma qui scendo sul piano delle valutazioni personali): Svevo, D'Annunzio, Marinetti e Pirandello sono i soli autori italiani che nella prima del Novecento nelle lettere europee hanno avuto qualcosa di originale da dire.

Complimenti alla pagina di Angela.

E se estendiamo il discorso al secondo Novecento la mia lista non si allunga di molto (anzi, si fa decisamente faziosa e pertanto evito la divulgazione) :).

8:

sinceramente non so giudicare se sia o meno uno scrittore 'europeo' ma comunque, lo fosse o no (e personalmente sarei più propenso al sì), mi limitavo a segnalare come spesso si citi Joyce per usarlo a mo' di traino per assicurare a Svevo questo 'passaporto' che lo sdogani dalla più ristretta letteratura europea, è un conforto, una rassicurazione, si cala l'asso per giocare più tranquilli il carico, se mi passate la metafora della briscola.

Arrivo con colpevole ritardo, mi spiace.
Sono contenta dei commenti e degli approfondimenti trovati in calce a questa vecchia pagina, ringrazio tutti. Era un lavoro per il prof. di letteratura all'università...E' passato davvero tanto tempo, ora ne scriverei in maniera decisamente diversa.

[Svevo-Zeno] vi segnalo:

[Svevo-Zeno] vi segnalo: http://www.ilnarratore.com/prodotti/idx/72/Italo-Svevo---La-coscienza-di-Zeno---CDMP3.html


audiolibro, anche in verisone download, è un'esperienza diversa dalla lettura, è vero sembra un'altra cosa dal libro, ma mi sta divertendo. Lo ascolto a  piccole dosi, altrimenti poi mi distraggo, ma fa compagnia.