Pavese Cesare

La casa in collina

Autore: 
Pavese Cesare

"Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai da bambino e adesso vivo: sempre un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni”.
(Cesare Pavese, “La casa in collina”, capitolo I).

"La casa in collina”, romanzo di Cesare Pavese scritto tra la fine del 1947 e gli inizi dell’anno successivo, è uno degli testi più intensi e sofferti dello scrittore piemontese. Questo libro, amara e tormentata testimonianza degli orrori della guerra, rappresenta una delle vette più alte della produzione del romanziere nato a Santo Stefano Belbo (Cuneo) e, al tempo stesso, una necessaria e matura riflessione storica, in grado di offrire nuovi e interessanti spunti su un periodo complesso della storia italiana come quello della Resistenza. Ambientato sulle colline delle Langhe, splendidi territori nei quali Cesare Pavese nacque e trascorse gran parte della propria adolescenza, questo romanzo affronta, con un linguaggio ruvido, essenziale e concreto, un tema scottante come quello della nascita, durante la seconda guerra mondiale, della coscienza civile nazionale contro gli invasori e, nel contempo, il tema chiaramente autobiografico della solitudine  e della sua incapacità di uscire dalla passività intellettuale, e affrontare con determinazione la complessità del mondo.
Il romanzo racconta, infatti, la guerra e la Resistenza, viste con gli occhi preoccupati e inconcludenti di un uomo di cultura spaesato di fronte alla catastrofe della guerra, “testimone sostanzialmente passivo"¹ della barbarie bellica e di un amore ritrovato, dopo tanti anni, personaggio enigmatico alla ricerca di un rifugio sicuro che lo protegga dai bombardamenti così come dalle responsabilità amorose e civili.
Con uno stile sempre più consapevole e la necessità di affrontare tematiche profonde e difficili, la penna dello scrittore traccia le coordinate della storia di un piccolo uomo, che si allarga fino ad inglobare e spiegare la Storia con la “S” maiuscola, con il carico di guerra, morti e sangue che contraddistingue i mesi a cavallo tra il 1944 ed il 1945.

 

Corrado, professore di scienze torinese, è costretto, durante la guerra, a cercare ospitalità presso una casa in collina, proprietà di due donne, Elvira (“…una zitella quarantenne, accollata, ossuta”) e sua madre (“…nella mole e negli acciacchi portava qualcosa di calmo, di terrestre). Corrado trascorre le proprie giornate a spasso per le colline, in compagnia di Belbo, il cane delle due signore, a contatto con la natura, “mangiandosi da solo gli anni e il cuore”.  È un uomo solo e solitario, sofferente e apatico, quasi incapace a vivere e a relazionarsi con gli altri (“ero contento di non avere nei miei giorni  un vero affetto né un impaccio, di essere solo, non legato a nessuno. Adesso mi pareva di aver sempre saputo che si sarebbe giunti (…) a quell’angoscia perpetua che limitava ogni progetto all’indomani…”).

In una delle sue escursioni serali si imbatte in un gruppo di rifugiati, tra i quali rincontra, dopo molti anni, Cate, una vecchia fiamma giovanile, allora debole e remissiva, abbandonata in malo modo. Ora Cate è diventata una donna determinata. Ha un figlio, ma non un marito: Dino – questo il suo nome, diminutivo di Corrado – ha otto anni, cresce bello e sano, potrebbe essere figlio di Corrado. Potrebbe, ma lo è? Cate, l’avevo lasciata in novembre o in ottobre? Non riuscivo a ricordarmi. Mentre simili dubbi si insinuano nella mente di Corrado, facendolo riflettere su una situazione mai immaginata in precedenza – il diventare, improvvisamente, padre – stringe un particolare rapporto d’affetto con Dino, trascorrendo intere giornate con lui nei boschi, proprio come se fosse suo figlio. Intanto, Torino è in fiamme, sotto i colpi delle bombe, e la guerra civile si manifesta in tutto il suo orroreLa situazione muta radicalmente con l’intensificarsi della guerra. Passa il Natale e con la primavera gli eventi subiscono un’improvvisa accelerazione.  Così, Cate viene deportata, insieme agli altri rifugiati. Corrado non viene catturato perché si trova tra i boschi.

Tutti deportati, tranne il piccolo Dino, nascosto sotto una siepe. Il futuro del ragazzino è, ora, rappresentato dal trasferimento in collegio, dal quale scapperà facendo perdere le proprie tracce, mentre Corrado, dopo aver trovato riparo nello stesso collegio, è costretto a scappare, a vagare ininterrottamente per i boschi, le campagne e le colline, per raggiungere la casa dei genitori.

Da solo, il povero e sofferente Corrado assiste, impotente, all’orrore della battaglia, incapace di avere una parte attiva all’interno della guerra civile, se non quella di spettatore fuggiasco, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più; comprende che la guerra non finisce mai, per chi sopravvive, continua negli occhi e nella mente di chi assiste alla ferocia del conflitto, e solo per i morti la guerra è finita davvero.

La casa in collina”, splendido e intenso romanzo di Cesare Pavese, non è un libro di facile lettura, ma è, senza alcun dubbio, un capolavoro della letteratura italiana del Novecento. In generale, tutte le opere di Cesare Pavese, soprattutto tra i giovani, non godono di una buona fama. Spesso accusato di essere portatore di un intellettualismo elitario e poco fruibile, le sue pagine sono spesso considerate, dai lettori di nuova generazione, come sinonimo di letteratura antica e poco attuale. Al contrario, ogni pagina dello scrittore piemontese, pur essendo così diretta e immediata, realista e neorealista, con il suo dialetto, i suoi incisi, la sua verbosità, è incredibilmente profonda e completa, a tratti semplicemente perfetta. Alcuni capitoli sarebbero da estrapolare per intero e da far studiare, alle superiori, come manuale di stile e perfezione letteraria. Splendide le descrizioni del paesaggio piemontese, delle colline, dei tramonti, dei boschi e dei vigneti: Pavese gioca e amalgama le parole con grazia ed eleganza unica e, come un esperto pittore, dipinge un paesaggio insieme desolato e ricco di speranze per il futuro.

Pavese offre una testimonianza a caldo, unica e necessaria, degli orrori della guerra e delle difficoltà, da parte di un intellettuale, di intervenire attivamente e partecipare alla Resistenza. Il riferimento, in maniera implicita, va allo stesso Pavese, spesso incline ad allusioni autobiografiche, che anche qui, come più tardi farà ne “La luna e i falò”, ci racconta, all’interno della vicenda di Corrado, anche la sua storia personale, la storia di un professore timido e insicuro, colto ma disadatto, incapace di comprendere ed agire all’interno di un mondo nel quale è impossibile vivere, dal quale si può scegliere di fuggire, volontariamente, optando per il suicidio.

Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. Dove questa illusione mi porti, ci penso sovente in questi giorni : a che altro pensare? (…) Che c’è di comune tra me e quest’uomo che è sfuggito alle bombe, sfuggito ai tedeschi, sfuggito ai rimorsi e al dolore? (…) ma accade che l’io, quell’io che mi vede rovistare con cautela i visi e le smanie di questi ultimi tempi, si sente un altro, si sente staccato, come se tutto ciò che ha fatto, detto e subito, gli fosse soltanto accaduto davanti — faccenda altrui, storia trascorsa (…) Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione
(Cesare Pavese, “La casa in collina”, capitolo XXIII)

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, Cuneo, 1908 – Torino, 1950), romanziere e giornalista italiano.

Cesare Pavese, “La casa in collina”, I grandi romanzi italiani, Edizione speciale per il Corriere della sera, RCS editori S.p.A., Milano, 2003. Prima edizione: “La casa in collina”, Einaudi, Torino, 1948.



Antonio Benforte, 9 dicembre 2004. Già pubblicato su lankelot.com


1. Cit., “La casa in collina”, Prefazione di Giovanni Roboni, I grandi romanzi italiani, edizione speciale per il Corriere della Sera, RCS editori S.p.A., Milano, 2003.
ISBN/EAN: 
9788806177317

Commenti

Dovrei aver ripulito i testi da quelle scritte che dicevi. Sembrano dei comandi "a capo" o qualcosa del genere...Ora re-impagino.

ok, guarda se ti piace. ricorda che puoi reimpaginartele sempre tutte da solo, e inserire immagini, etc. quando vuoi.

Grazie Franco, sei un mito come sempre...ma io con Firefox continuo a non avere problemi, quindi per inserire questi testi dovrei usare e controllarli con Explorer?

Probabilmente sì. Almeno fin quando non si viene a capo del tipo di problema, parlandone nel forum...

"testimone sostanzialmente passivo" della barbarie bellica e di un amore ritrovato > è una grande chiave di lettura. Pensaci su.

ho sempre pensato che in Corrado ci fosse abbastanza di Pavese- uomo, che non partecipò attivamente alla Resistenza e si rifugiò in collina (e poi scrisse pagine come qulle di questo libro, che sono assai notevoli).
"È un uomo solo e solitario, sofferente e apatico, quasi incapace a vivere e a relazionarsi con gli altri": ecco, secondo me questo è un altro grande tema pavesiano, in parte contraddittorio, perché da un lato vi è in lui il continuo tentativo di uscire dalla solitudine e di crearsi una "normalità" e dall'altro, nel Diario ad es. emerge "il refrigerio di essere solo", una specie di autocompiacimento della propria situazione. Il tutto ovviamente si riflette poi nelle opere.