Confesso che la penultima prova narrativa di Kureishi non mi aveva entusiasmato. Il mio orecchio sul suo cuore, romanzo autobiografico in cui l’autore anglo-pakistano indaga la sua vocazione letteraria alla luce del rapporto con il padre, aspirante scrittore, è un libro interessante che però lascia con l’amaro in bocca per un certo senso di incompiutezza.
A differenza di Intimacy, dove il lavoro sulla psicologia dei personaggi è davvero efficace, qui lo scavo interiore rimane un po’ in superficie. Avevo invece apprezzato la raccolta di prose politiche La parola e la bomba (2006). Con quel saggio sullo scottante tema dei conflitti tra Occidente e Islam Hanif Kureishi si era confermato una delle penne più lucide d’oltremanica.
Il libro, preceduto da una lunga introduzione che rende ragione di un’operazione solo apparentemente antologica, raccoglie contributi eterogenei - dal racconto, al pamphlet, all’articolo giornalistico vero e proprio come “La difficile conversazione continuerà” apparso sulle pagine di The Guardian dopo l’attentato di Londra del 7 luglio 2005 – uniti dal tema del rapporto cultura/società.
Tema da sempre a cuore all’autore britannico sin dai tempi di My Beautiful Laundrette, screenplay da cui Stephen Frears ricavò uno dei film più belli sull’Inghilterra di Mrs Thatcher.
Ho qualcosa da dirti, uscito la scorsa estate in Italia per i tipi di Bompiani, segna il ritorno di Kureishi alla prosa ironica e scoppiettante de Il Budda delle Periferie. E ci riconsegna il cantore dell’Inghilterra multirazziale in assoluto stato di grazia. Merito di una storia avvincente che si dipana lungo tre decadi, dagli anni ’70 ad oggi, compendiando mirabilmente le due anime narrative di Kureishi, quella intimista dei romanzi della maturità – Intimacy, Midnight All Day - e quella irriverente e scanzonata dei suoi primi lavori.
Attraverso le vicende di Jamal, psicoanalista londinese che si trova a fare i conti con i fantasmi di un passato che riaffiora improvvisamente, lo scrittore britannico ci offre un affresco policromo e affascinante dell’Inghilterra degli ultimi trent’anni.
La scrittura, fluida, scorrevole, a tratti irriverente è quella del Kureishi più suadente. Una prosa a metà tra Cechov e Maupassant contaminata da rimandi pop e da citazioni autoreferenziali.
Quando al party organizzato dal fratello di Ajita, la ex ragazza di Jamal ci imbattiamo in Karim Arim e in Omar Alì i protagonisti de Il Budda delle Periferie e di My Beautiful Laundrette, non possiamo fare a meno di pensare al David Bowie di Ashes to Ashes. Al pari del Major Tom, a distanza di una decade trasformatosi da pioniere di missioni spaziali in junkie, Karim e Omar sono diventati rispettivamente un attore con problemi di droga desideroso di riconquistare popolarità in un reality show e un affermato tycoon dei media..
Mustaq disse che era ansioso di presentarmi a “un altro della nostra gente”. Non ero sicuro di capire cosa intendesse; si rivelò essere un asiatico paffuto con un completo Prada che sembrava avere molti motivi per sorridere. Era Omar Ali, famoso proprietario di lavanderie a secco e non, che aveva ceduto la sua fiorente azienda a metà degli anni novanta per entrare nel mondo dei media”.
Anche gli altri personaggi, che affollano questo romanzo di quasi cinquecento pagine, non sono usciti indenni dagli anni ’80 e dal crollo delle utopie politico-sociali della “flower power generation”. Ciò che li accomuna, pur nella diversità dei percorsi, è la disperata ricerca di se stessi attraverso il piacere offerto ai sensi e alla psiche dal sesso e dall’arte.
È il caso di Henry, affermato attore teatrale che trova la felicità a cinquant’anni riscoprendo la sua sessualità nei club priveè della capitale assieme a una nuova compagna e dello stesso Jamal che “si sente a casa sua” affidato alle cura di Dea, la giovane e avvenente prostituta dell’entourage di Madame Jenny.
Orfani di Marx e dei miti del socialismo i reduci di Ho Qualcosa da dirti nutrono ancora fiducia nella ricostruzione del proprio io attraverso la psicoanalisi. È quanto Kureishi sembra suggerirci nonostante, con ironia sagace, faccia dire a Jamal che la professione dello psichiatra è assai simile a quella della prostituta.
“Portai la Dea a bere, e lei mi chiese cosa facessi. Le dissi che entrambi vendevamo il nostro tempo per soldi e che eravamo entrambi nel ramo “intimità per sconosciuti”.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Hanif Kureishi (Londra, 1954), scrittore e drammaturgo inglese di sangue pakistano.
Hanif Kureishi, “Ho qualcosa da dirti”, Bompiani, Milano 2008.
Traduzione di I. Cotroneo.
Massimiliano Di Pasquale
Commenti
Esordio del mio - e presto anche vostro - amico Max Di Pasquale. Letterato e giornalista, esperto in particolare di Ucraina. Lo scoprirete assieme a me.
Ave Max. La tua presenza è un onore.
Viva noi,
gf
oh, max...
www.lankelot.eu/index.php/staff/823/Max+DP
qui c'è la tua scheda, ora e per sempre on line.
aggiornala con biobibliografia & foto (in jpg) sempre post login.
cura ut valeas
benvenuto max. bell'esordio!
Online la scheda di Max!
www.lankelot.eu/index.php/staff/823/Max+DP
"Avevo invece apprezzato la raccolta di prose politiche La parola e la bomba (2006). Con quel saggio sullo scottante tema dei conflitti tra Occidente e Islam Hanif Kureishi si era confermato una delle penne più lucide d?oltremanica."
> Se hai modo, scrivine da queste parti. Mi sembra decisamente interessante (bella segnalazione, ti dico)
"Orfani di Marx e dei miti del socialismo i reduci di Ho Qualcosa da dirti nutrono ancora fiducia nella ricostruzione del proprio io attraverso la psicoanalisi. È quanto Kureishi sembra suggerirci nonostante, con ironia sagace, faccia dire a Jamal che la professione dello psichiatra è assai simile a quella della prostituta."
> Forse perché si va a ore, e perché un altro paga per averti - in senso metaforico, stavolta - per un po'. Non è una comparazione così assurda, in effetti:)