Spietata, lucida, austera nella sua raffinata semplicità, la prosa della Kristof scivola via, pagina dopo pagina, riproducendo con andatura cadenzata, l’eco lugubre del tamburo che accompagna la marcia della morte e si spinge oltre il confine che separa verità e menzogna con l’agilità e la potenza subdola di un vento che scompiglia i capelli confondendo i pensieri. La penna glaciale dell’ungherese immerge la punta nel veleno e, acuminata, incide la carta con l’essenzialità sferzante del suo tratto acuto e conciso, capace di prodursi in una costruzione granitica, ma al tempo stesso leggera, plasmata su chiaroscuri impeccabili e forte di uno stile che inchioda il lettore all’angoscia e all’inquietudine di cui è pervaso l’intero romanzo, insinuandosi nella sua mente come il diabolico ticchettio di una bomba ad orologeria che sembra minacciare, sin dal primo rigo, una clamorosa deflagrazione, senza tuttavia scongiurare il rischio, valido sino alla fine del libro, di un’implosione ambigua e perversa. Le vicissitudini dei due protagonisti – travolti dai mille orrori della guerra, catapultati in un mondo disumano dove non c’è più spazio per l’amore, dove l’infanzia non è più tale, dove gli occhi di un bambino sono costretti a subire le brutalità di una guerra che non si combatte solo al fronte, ma si riversa per le strade, nelle case, tra la gente instillando odio, incattivendo gli animi e costringendo alla crudele lotta per la sopravvivenza ai danni del più debole – diventano, pertanto, il filo di Arianna che consente al lettore di smarrirsi e ritrovarsi all’interno del contorto labirinto costruito da Agota Kristof con l’intento di mescolare all’impianto della trama, la precisa denuncia della letteratura intesa come tradimento nei confronti della vita e falsificazione della realtà.
Klaus e Lukas, anime inscindibili legate oltretutto dal reciproco anagramma dei nomi, con la stesura del loro Grande Quaderno, che costituisce, peraltro, la prima sezione dell’intera trilogia, ci accompagnano, dunque, attraverso i meandri di una città letteraria, una città estetica architettata su piani invisibili ma geometrici. Durante l’allucinante ed abbrutente soggiorno presso la vecchia senza cuore, i due gemelli decidono di scrivere per sopravvivere e si impongono una regola tanto semplice quanto ferrea: «[...] il tema deve essere vero. Dobbiamo descrivere ciò che vediamo, ciò che sentiamo, ciò che facciamo. Ad esempio, è proibito scrivere "Nonna somiglia a una Strega" ma è permesso scrivere "La gente chiama Nonna la Strega" [...] Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti » E lo fanno in maniera a dir poco ossequiosa, mantengono stoicamente fede ai loro propositi sino alla dolorosa separazione che inaugura la seconda parte della trilogia e prende il titolo de “La prova”. Qui, mediante la figura del cartolaio Victor, intento a scrivere il suo romanzo accanto al cadavere ancora caldo della sorella assassinata per sua mano, “l’atto della scrittura viene icasticamente associato al delitto e la letteratura svela la sua natura manifestandosi palesemente come massimo tradimento”.La scrupolosa e pedissequa adesione alla realtà dei fatti, quindi, cede il passo all’invenzione, alla menzogna: « [...] cerco – afferma Lukas – di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. [...] cerco di raccontare la mia storia, ma non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero [...] ». Tutto viene, quindi, a confondersi nella mente e nel cuore del gemello rimasto solo e quello che prima sembrava un canto monofonico si presenta ora come una narrazione a più voci che si fondono, si incastrano, si rincorrono, si accavallano, si sovrastano in un alternarsi, a tratti pedante, di smentite e conferme che allargano il campo d’indagine e moltiplicano le angolazioni di veduta amplificando le possibilità di interpretazione e introducendo, nel contempo, alla parte conclusiva della trilogia, dal titolo “La terza menzogna”. La Kristof scardina le fondamenta stesse del suo romanzo, mescola, fino a stravolgerli, gli ingredienti della sua scrittura alchemica, frastorna, disorienta il lettore intrappolato negli equilibri precari di un libro che, capitolo dopo capitolo, arriva addirittura a sgretolarsi costringendo al capovolgimento totale di ogni prospettiva e insinuando l’irresistibile tarlo del dubbio. Necrofilia, pedagogia, sensualità, storia e politica trovano spazio tra le pagine de “La trilogia della città di K.” e lacerano i timpani di chi legge, come urla stridule, graffiano la schiena come artigli adunchi, stritolano lo stomaco come presse meccaniche, scavano l’anima come mani gelidamente avide dando vita a quella spietata metafora letteraria capace di costituire il ponte in grado di reggere le simmetrie dell’intero romanzo, un romanzo che profuma di capolavoro e ubriaca e avvolge e immobilizza, simile ad un serpente, il lettore, nelle sue spire, forte, come afferma Manganelli dal retro della copertina, di una prosa di perfetta, innaturale secchezza, una prosa che ha l’andatura di una marionetta omicida. EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE.Agota Kristof (Csikvand, Ungheria, 1935), narratrice ungherese. Ha abbandonato il suo paese nel 1956 dopo l’invasione sovietica: attualmente vive in Svizzera. Scrive in francese.Agota Kristof, “Trilogia della città di K.”, Einaudi, Torino, 1998
Kristof Agota in Lankelot
Kristof Agota
Angela MiglioreOriginariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
" stritolano lo stomaco come presse meccaniche, scavano l?anima come mani gelidamente avide dando vita a quella spietata metafora letteraria capace di costituire il ponte in grado di reggere le simmetrie dell?intero romanzo, un romanzo che profuma di capolavoro e ubriaca e avvolge e immobilizza, simile ad un serpente, il lettore, nelle sue spire, forte, come afferma Manganelli dal retro della copertina, di una prosa di perfetta, innaturale secchezza, una prosa che ha l?andatura di una marionetta omicida".
e andiamo. Superba scrittura. Grazie.
Questo romanzo è uno di quelli che non si può morire prima di averlo letto. Solo questo. E ora vado a cena:)
Già, è imperdibile. Non avevo ancora richiuso il libro che già volevo rileggerlo.
E adesso che stai leggendo? Donaci qualcosa. Presto.
Ho appena finito "In nome della madre", l'ultimo di De Luca e "L'apprendistato di Duddy Kravitz" di Richler. In questi giorni proverò a scriverne :)Poi leggerò Borges, ho promesso ad Arpa di fare un secondo tentativo.
"La penna glaciale dell?ungherese immerge la punta nel veleno e, acuminata, incide la carta con l?essenzialità sferzante del suo tratto acuto e conciso, capace di prodursi in una costruzione granitica, ma al tempo stesso leggera, plasmata su chiaroscuri impeccabili e forte di uno stile che inchioda il lettore all?angoscia e all?inquietudine di cui è pervaso l?intero romanzo, insinuandosi nella sua mente come il diabolico ticchettio di una bomba ad orologeria che sembra minacciare, sin dal primo rigo, una clamorosa deflagrazione, senza tuttavia scongiurare il rischio, valido sino alla fine del libro, di un?implosione ambigua e perversa."
Devi averne fatto una lettura davero intensa da come ne hai scritto. Molto interessante tutto: il rapporto tra i gemelli, la menzogna, le osservazioni sulle modalità della scrittura.
*
Quando puoi raccontaci dell'ultimo De Luca, avevo sentito parlare del suo libro e so che è un autore che ami particolarmente, dunque sarebbe un'ottima presentazione la tua.
La Kristof è sempre una gran bella lettura, questo testo in particolare, Marina. Se puoi, leggilo. Sono convinta che non possa non piacerti.
Quanto all'ultimo De Luca sì, ci sto pensando, ma confesso di essere parecchio fuori esercizio e temo di non dimostrarmi all'altezza. Più si ama un autore, più ci si misura con una sorta di timore riverenziale che amplifca il complesso di inadeguatezza a scriverne.
concordo sulle tue ultime affermazioni sulla reverenza che può suscitarci un autore che amiamo però si può anche accettare la sfida e provarci. Sono certa che saresti ampiamente all'altezza :-)
Lo sto leggendo in questi giorni. I due piccoli mi hanno già conquistato. La recensione di Angela ha fatto il resto :)
"Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti" - a volte è necessario ritirarsi, il coinvolgimento stritola.
?l?atto della scrittura viene icasticamente associato al delitto e la letteratura svela la sua natura manifestandosi palesemente come massimo tradimento?. - un dramma su cui varrebbe la pena di argomentare ancora. tradimento necessario alla sopravvivenza, angela?
la scrittura è il luogo del compromesso, del possibile, del necessario inespresso, del respiro che il fetore del mondo sopprime.
(continuo a pensare che angela sia una delle migliori penne incontrate)
A me piace poco "virgolettare" e d'altra parte qui lo si dovrebbe fare per l'intera pagine, perfetta, senza alcuna sbavatura. Metto in lista, naturalmente.
9> Questo libro non può non conquistare, sono contenta di essere stata ponte verso la Kristof con questa pagina, Paolo.
10> Il coinvolgimento stritola, è vero. Però spesso regala anche un certo stato di grazia. Parlando in senso ampio, credo che essere dentro le cose significhi imparare a conoscerle, non limitandosi semplicemente ad osservarle e forse in questo senso il tradimento della citazione riportata nella recensione, va inteso come allontanamento dal fulcro del sentire. Una distanza necessaria alla sopravvivenza, sì, proprio nel tentativo di non diventare poltiglia. (Angela scrive per non lasciar sempre vincere il silenzio, tutto qui)
11> Ilde, la Kristof ti piacerà. Ne sono certa.
Quello che mi ha particolarmente colpito della "Trilogia" è l'impossibilità di dare una lettura univoca, di definire una realtà. E' un continuo avanzare, retrocedere, ritrattare, cambiare direzione e prospettiva, incontrarsi e scontrarsi con il proprio lato manco, che permette a ciascuno di noi di colmare i nostri vuoti, ma di cui a volte ci serviamo anche come capro espiatorio. Tutto questo in un mondo che, anch'esso, è diviso in due parti incomunicabili dalla cortina di ferro: questa divisione è il simbolo tangibile della perdita della pienezza dell'identità. La prosa della Kristof mi ha conquistato lentamente e in modo crescente nel corso della lettura; la materia prende forma e consistenza man mano che si procede nell'intreccio. Non concepirei la lettura separata dei tre racconti. Luoghi, momenti e personaggi ritornano e si confondono, recitando cosi' la loro parte in questo girotondo in cui niente è come sembra perché niente puo'essere realmente conosciuto.
(intanto benvenuto, Stefano. Grazie per il bel commento. Angela - l'autrice dell'articolo - in questo momento è in vacanza. Tornerà e troverà questa piacevole sorpresa. Grazie, e benvenuto ancora).
Di ritorno da Parigi.
Anzitutto ti ringrazio per l'intervento, Stefano, e mi unisco a Franco nel darti il benvenuto.
La Trilogia è un libro irrinunciabile e sono perfettamente d'accordo con te nel non concepire la lettura separata dei tre racconti. Quando lo lessi non immaginavo neppure lontanamente potesse essere costituito da tre parti distinte, ognuna avente vita propria.
Quanto alla prosa della Kristof e all'architettura del testo in questione, trovo un solo aggettivo: geniale!
profondamente impressionato dai suggerimenti presenti nel sito, l'ho appena comprato pieno di aspettative. Al ritono dal mio lungo viaggio verrò a chiosare. Ovviamente non è una minaccia :-)
Paolo, la Trilogia è un libro perfetto. Uno dei più bei suggerimenti ricevuti in materia di lettura. Aspetto, poi, la tua chiosa.
letto in viaggio. Ottima impressione (gran bella scrittura), grazie del suggerimento Angela
:) Sapevo ti sarebbe piaciuto, non poteva essere altrimenti.
qua!