Kristof Agota

Ieri

Autore: 
Kristof Agota

Sono sceso alle radici dei monti,  la terra restò bruciata e non avendo radici si seccò (Giobbe: vers.2:7).

…Ci sono tante cose alle quali dovrei pensare, per esempio questo vento, adesso dovrei uscire e camminare nel vento. Non insieme a te, Line, non ti arrabbiare. Camminare nel vento è una cosa che non si può fare altro che da soli, perché c’è una tigre e un pianoforte la cui musica uccide gli uccelli, e la paura può essere dissolta solo dal vento, si sa, io è tanto che lo so... (p.5 “Ieri).

La prima impressione che ricevo leggendo questo libro di cento pagine di Agota Kristof riguarda la consistenza dei personaggi e degli ambienti. Consistenza materiale e allo stesso tempo ingannevolmente realistica, onirica ma di una sostanza presa dal sogno e riportata intatta sulla pagina scritta. Negli spazi tra una parola e l’altra e in ogni frase risuona, spaventevole, il silenzio. Un silenzio come il vento che Sandor Lester,esule e presunto assassino di padre e madre, è costretto a seguire senza che nessuno possa accompagnarlo.

Emigrante, privato delle sue radici, fuggitivo, di professione operaio in una fabbrica di orologi in terra straniera. Una figura che non potrebbe essere più povera, più spogliata di tutto, paradigma della tragedia umana sfiorata dal sacro. Entrambi questi registri, tragedia e sacro, ardono nella narrazione ma solo per essere rinnegati dalla Kristof con lucido accanimento.
Colui che è spogliato di tutto ha davanti a sé, nitido, il nulla. Ne può osservare, seppure fuggevolmente, le arcane sembianze. Può anche prendersi il lusso di scriverne appena riesce a trovare la forza per farlo.
Quando corre nel vento Sandor Lester può beneficiare di un attimo di quiete, perché il vento dissolve la paura. Qualora non seguisse quel richiamo, lo attenderebbe qualcosa di più spaventevole del nulla: il ricordo.

Il ricordo si acquatta negli angoli della sua stanza. Ha la consistenza  morbida e serica della pelliccia di una tigre. Lei, la belva, viene e va dalla vita di Sandor, come e quando le pare. E’ la padrona. Gli ordina di mettersi al pianoforte e di suonare. Lui lo fa, pervaso dal terrore, perché la sua musica uccide e lo spartito posato sul leggio è cieco.  Terribile all’ascolto,  la musica evoca mostri, fantasmi, anime morte.

Se loro avessero almeno un volto. Ma sono tutti vaghi, sfocati. Entrano. Restano in piedi a guardarmi e dicono:

Perché piangi? Ricordati.(p. 47, ib.).

L’uccello sul ramo stramazza al suolo folgorato dalle note dello spartito cieco.
Che fare di un uccello stecchito?

…Seppelliscimi, mi chiede, e negli angoli delle sue membra spezzate i rimproveri si muovono come vermi.

Avrei bisogno di terra.
Terra nera e pesante.
Una pala.
Non ho che gli occhi.
Due occhi velati e tristi che s’inzuppano in un’acqua glauca.
…Perché dovrei sentirmi coinvolto nei funerali di un uccello sconosciuto?(p.41,42,ib).

L’operaio Lester Sandor ieri aveva un altro nome. Si chiamava Tobias Horvath. Era nato in un villaggio senza importanza, in un paese senza importanza. Sua madre era una puttana e pure la donna più bella del villaggio. Si chiamava Esther. Suo padre era il maestro di scuola. Il suo nome era Sandor.

La fuga di Tobias coincide con l’assassinio del padre e della madre. Almeno lui crede di averlo fatto. Crede di averli assassinati con un coltello. Ma tutto questo  riguarda il tempo di ieri. Adesso Sandor vive un tempo indefinito. Ha preso su di sé i nomi di padre e madre e li ha uniti in una comunione evocativa: Sandor Lester. Profugo. Orfano. Assassino.

E operaio in una fabbrica di orologi. Scelta attenta e ironica quella della Kristof, a proposito del lavoro di Sandor. Operaio che lavora intorno ad oggetti che sono una  convenzione del tempo. Il tempo degli orologi è un continuo scorrere verso il futuro. Il tempo di Sandor è ieri.

L’operaio migrante consuma i suoi pasti alla mensa della fabbrica. Nessuno si siede accanto a lui. Dopo dieci anni, per i suoi compagni di lavoro, è ancora uno straniero.

Attorno a me i macchinari suonavano l’Angelus.
Ho seguito il corridoio. La porta era aperta.
Quella porta era sempre aperta e io non avevo mai provato a uscire da quella porta.
Perché? (p.5;ib
.).

Il ricordo uccide ma in alcuni casi può valere la pena  perderci la vita.
Il ricordo che arde in lui, la porta aperta nella sua vita, si chiama Linne.
Linne metterebbe tutto a posto: il suo cuore, la sua vita di esule. Metterebbe in fuga la tigre con un semplice gesto della mano: “va’”.
Linne saprebbe unire il tempo di ieri con il tempo indefinito che lo costringe a camminare nel vento. Dunque vale la pena aspettare che lei ritorni.

Agli occhi di Sandor Linne è la perfetta soluzione. Cova la sua immagine nel ricordo e nel sogno. Il legame tra loro è un vincolo di sangue e di terra. Lei è la sua sorellastra. Hanno in comune il padre, Sandor. Le madri invece sono diverse. Quella di Linne è la moglie, una donna per bene. Quella di Sandor è una puttana, una disgraziata, con la quale il maestro faceva d’abitudine i suoi comodi.

Se Linne è il futuro, a che scopo darsi da fare, cercar moglie, inventarsi un progetto? Tutto deve rimanere statico, sospeso, fino a quando lei darà senso e vita ad ogni cosa.
L’operaio Sandor prende l’autobus che nella grigia mattina invernale lo conduce in fabbrica. Fa così da dieci anni, dunque tiene gli occhi chiusi. Non c’è nulla da vedere che non abbia già visto.
Curiosamente l’autobus fa una fermata che non aveva mai fatto prima di allora. Sale una giovane donna e quella donna è Linne.

Il tempo di ieri accelera nel cuore di Sandor. Lui sa che quella donna è lei. Lei però, non lo riconosce. Troppo tempo è passato da quando, ragazzini,  frequentavano la stessa scuola.
Tra le mani di Sandor si dibattono due Linne: quella del sogno che è un progetto di futuro. Quella reale che non è neppure un granché, quanto a bellezza. Sandor apprende che lei lavorerà nella sua stessa fabbrica d’orologi. Lui l’avvicina alla mensa e si rivela come il Tobias di ieri.

Assai presto Sandor è costretto a riconoscere che per Linne il tempo non si è mai fermato. Lei ha una figlia piccola, un marito ricercatore universitario. Ha dalla sua parte il tempo dell’orologio, quello che non ammette stacchi, fratture tra ieri e domani. Linne possiede entrambe queste due dimensioni del tempo e non vi rinuncerà.
Non rinuncerà a Koloman, suo marito, anche se ama Sandor. Ma lui ha spezzato il tempo. E’ rimasto al tempo di ieri. E questo significa non avere terra dove riposare, non avi ai quali offrire preghiere e memorie e neppure nonni, nulla.

Lei non può unire come un arco sulle loro teste il tempo di ieri e quello di domani. Non può, non potrà mai correre nel vento. Lei ha un luogo dove tornare.

…”Camminavo. Non c’era nient’altro che il cammino, la pioggia, il fango…Camminavo. Incontravo altri passanti. Camminavamo tutti nella stessa direzione. Erano leggeri, pareva fossero senza peso. I loro piedi senza radici non si ferivano mai. Era la strada di chi ha lasciato la propria casa, di chi ha lasciato il proprio paese. Quella strada non porta in nessun luogo. Era una strada dritta e larga e non aveva fine…” (p.78).

…Partirò verso altezze sconosciute. Sulla terra non c’è che la mietitura, l’attesa insopportabile e l’inesprimibile silenzio. (p.79, ib.).

BREVI NOTE

 Agota Kristof, “Ieri”, Einaudi, Torino 2002.
Traduzione di Marco Lodoli.

Renata Adamo, giugno 2008

 

Kristof Agota in Lankelot:

Kristof Agota

ISBN/EAN: 
9788806164133

Commenti

?Partirò verso altezze sconosciute. Sulla terra non c?è che la mietitura, l?attesa insopportabile e l?inesprimibile silenzio. (p.79, ib.).

Penso che sia un'Autrice che devo recuperare.
La tua recensione rischia di essere più lunga del racconto, Renata (scherzo eh!) ma rende bene l'atmosfera dell'attesa (perché questa è la chiave, mi sembra).
Mi accorgo solo ora che di questo libro ne avete scritto in tre... :)) Dev'essere imperdibile!

"Colui che è spogliato di tutto ha davanti a sé, nitido, il nulla. Ne può osservare, seppure fuggevolmente, le arcane sembianze. Può anche prendersi il lusso di scriverne appena riesce a trovare la forza per farlo.
Quando corre nel vento Sandor Lester può beneficiare di un attimo di quiete, perché il vento dissolve la paura. Qualora non seguisse quel richiamo, lo attenderebbe qualcosa di più spaventevole del nulla: il ricordo."

> Passo splendido.

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