Krall Hanna

Il re di cuori

Autore: 
Krall Hanna

Hanna Krall scrive su commissione: a proporle “Il re di cuori” è la protagonista stessa del romanzo, perché la sua esperienza non può essere taciuta, nonostante Auschwitz risulti materia abusata in letteratura come al cinema. Quindi perché ripetersi? Perché versare altro inchiostro quando è improbabile riuscire a far meglio di Primo Levi? Si possono solo aggiungere, alle sue, ancora altre pagine, oggi probabilmente ridondanti agli occhi di molti, e tuttavia comunque necessarie, addirittura indispensabili alla luce del fatto che c’è chi insiste a negare, e presto la generazione dei sopravvissuti non avrà più voce, smetterà di essere memoria vivente di quell’inferno. Allora resteranno unicamente i libri e i film, allora l’insistenza attuale sul genocidio degli ebrei costituirà pluralità di fonti. Perché il valore di certe opere sta nella loro natura di testimonianza ed è quello che l’autrice polacca sceglie di fare accogliendo la richiesta di Izolda Regensberg: trasforma, appunto, il racconto autobiografico in testimonianza. Passa dalla prima alla terza persona e diventa catalizzatrice della storia, senza inventare nulla, ma anzi evidenziando il carattere fattografico e documentario del proprio lavoro, dal momento che “lei non crea, lei parla di un mondo creato da qualcun altro”. E non c’è minore responsabilità in questo, perché scrivere del ghetto, dei lager nazisti, dei rastrellamenti, degli arresti, dei viaggi sui treni merci, significa immergersi totalmente in quegli anni bui e accettare la “normalità” contingente della Shoah. Non c’è stupore nella narrazione di quelle atrocità, Izolda non giudica, non si interroga, è parte di quell’abisso e ne restituisce la dimensione quotidiana senza preoccuparsi di sottolineare la propria innocenza di vittima, ma, come ribadiva Borowski, raccontando della routine del campo, “dell’organizzazione, della gerarchia del terrore, della solitudine di ogni uomo”, con la piena consapevolezza di essere stata inghiottita in quell’orrore. Conscia “che una piccola parte della lugubre fama di Auschwitz appartiene anche a lei”.

Izolda esiste unicamente in funzione di suo marito e continuerà ad essere così persino dopo la deportazione di lui. Addirittura la dipendenza affettiva da Szajek si accentua al punto che lottare per la sua liberazione, diventa l’unica ragione di vita della donna, costretta ad affrontare a sua volta prigionia, lavori forzati e campo di concentramento. A tal proposito si potrebbe pensare che Il re di cuori” sia una storia d’amore tra due ebrei di Varsavia ai tempi di Hitler, forse è anche questo, sì. Ma il tema vero del romanzo è l’analogia tra vittima e oppressore. La stessa di cui parla Levi quando scrive che “ogni reduce è da aiutare e commiserare, ma non tutti i loro comportamenti sono da proporre per esempio”, perché a sopravvivere non sono i migliori, bensì quelli che hanno saputo “adeguarsi”; quelli che sono riusciti a “comprarsi un posto all’ospedale o nei kommando migliori”; quelli che hanno fatto della propria salvezza l’unica morale cui votarsi, arrivando alla disumanità, finendo col trasformarsi in perfetti ingranaggi di quella diabolica macchina di morte che era il lager. La differenza, vale la pena tornare alle affermazioni di Levi, sta nel fatto che vittima e oppressore “sono entrambi nella stessa trappola, ma è l’oppressore, e solo lui, che l’ha approntata e che l’ha fatta scattare e se ne soffre , è giusto che ne soffra; mentre è iniquo che ne soffra la vittima, come invece ne soffre, anche a distanza di anni”.

In quest’ottica, pertanto, il ritratto di Izolda non ha nulla di letterario è pura ricostruzione della verità. Quella meno semplice da raccontare perché presuppone uno spietato esame di coscienza individuale, in virtù del quale il libro stesso acquista ancora maggiore significato. Nel suo stile scarno, la Krall fa a meno di trasfigurazioni e abbellimenti, rinuncia agli aggettivi in favore di una crudezza lessicale, pari alla realtà che descrive e indugia soltanto sui quei particolari in grado di restituire la dimensione di diffusa atrocità insita anche nei più piccoli gesti, “conferendo alla narrazione lo status di segnale indicatore per i futuri ricordi”. Allora è importante anche il dettaglio, conta sapere quali giornali ricoprivano i cadaveri, cosa ci fosse nella zuppa o come funzionassero i carri funebri. Ma ancora di più è importante riportare l’esperienza della protagonista senza epurazioni, anche quando questo vuol dire non tacere della freddezza con cui ha pregato che la suocera morisse in fretta, pur di evitare che incrociando il suo sguardo, crollasse la falsa identità di ariana che si era costruita tingendosi i capelli. Anche quando questo implica dover rendere l’orgoglio cieco di vendetta del marito nel momento in cui le regala uno speciale souvenir: un frammento del cranio dello Zingaro, “il kapo più schifoso di tutto il campo”, per il quale dopo la fuga dei tedeschi, i prigionieri scampati alla morte si premurano di riaccendere apposta il forno. È qui, in questi primissimi piani sull’orrore che “Il re di cuori” racchiude il suo massimo valore, non limitandosi ad aggiungere nomi e visi nuovi alla tragedia di Auschwitz, ma preoccupandosi di mostrarci la fragilità umana e l’attaccamento alla vita nelle sue manifestazioni più brutali; decidendo di soffermarsi su “quella categoria di persone che hanno inscritto nel destino il ruolo di vittime, ma a cui è negata la consolazione di una morte ‘responsabile’ o, tantomeno eroica”. Perché glossa bene Bidussa a proposito de “I sommersi e i salvati”, ma non può non valere anche per il libro della Krall: “la possibilità del ritorno la si riceve in cambio di una perdita. Di uno «scambio». La dimensione della vergogna non si risolve esclusivamente nella dimensione della colpa, bensì nasce dalla consapevolezza di aver assimilato un codice”. 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Di origini ebraiche, Hanna Krall nasce a Varsavia nell 1937 ed è considerata una delle migliori scrittrici polacche contemporanee. I suoi libri sono tradotti in venti lingue. In Italia sono usciti per Giuntina: Ipnosi ed altre storie (1993), La festa non è la vostra (1995), Il dibbuk e altre storie (1997) e La linea della vita (2006). 

Hanna Krall, “Il re di cuori”, Cargo, Roma-Napoli, maggio 2009.

Traduzione di Valentina Parisi
Postfazione di Luca Bernardini
Titolo originale: Król kier znów na wylocie
Progetto grafico: Maurizio Ceccato
Pp. 189


 
A Movida, ai nostri giorni torinesi e al fiato sul collo :)

 

 

Angela Migliore, luglio 2009

ISBN/EAN: 
9788860050236

Commenti

Fuori dall'elenco dei buoni propositi, ma era da un po' che dovevo scriverne. E poi mi piace dar spazio ai libri di questa bella casa editrice napoletana.

"Nel suo stile scarno, la Krall fa a meno di trasfigurazioni e abbellimenti, rinuncia agli aggettivi in favore di una crudezza lessicale, pari alla realtà che descrive e indugia soltanto sui quei particolari in grado di restituire la dimensione di diffusa atrocità insita anche nei più piccoli gesti, ?conferendo alla narrazione lo status di segnale indicatore per i futuri ricordi?

credi che questa scelta narrativa sia riconducibile al suo stile oppure è più plausibile che sia frutto della riconducibilità delle parole al ricordo dell'altro e, quindi, ai particolari del ricordo altrui.

Non ho ben capito il dettaglio sulla suocera...

(grazie per la dedica e la memoria di quei giorni)

(il ventilatore funziona..eh)

2- Izolda catturata dalla gestapo, incrocia la suocera anch'ella detenuta nella stessa struttura e la Krall racconta i pensieri della protagonista che non si preoccupa nemmeno per un attimo del fatto che stiano portando sua suocera alla fucilazione, ma spera solo di superare incolume l'incontro, perchè teme che quella riconoscendola la smascheri. (Ha documenti falsi e i capelli tinti per nascondere che è ebrea, ma sa che alla suocera basterebbe uno sguardo per capire)

Quanto allo stile è scelta voluta, nella postfazione parlano di "economia verbale spinta fino all'ascesi della parola" e citano l'insegnamento di Orwel ribadendo anche l'influenza che ha l'attività giornalistica della Krall, sui suoi romanzi.

3- :)

4. Grazie, moltro chiara. Ascesi della parola! :)

(5 eh!)

(intanto, un passaggio per ringraziarti della scheda, sempre ottima e completa, e della scelta dell'editore, che condivido molto;)
omaggi,
gf)

(Grazie a te, sempre attento. La mia per Cargo e L'ancora del Mediterraneo, è una vera e propria predilezione. Posso dirlo? Mi piace il catalogo, le loro copertine semplci ma d'impatto e soprattutto la cura che hanno nell'apparato di note e pre/post fazioni che corredano i testi. Ho qualche altro titolo dei loro in programma e devo a te il fortunato "incontro".)

Le copertine? Sono un Ceccato! Anche loro:).
Maurizio è un genio, c'è poco da fare. Assoluto.
Mi unisco ai tuoi complimenti.
Se accetti un consiglio... domanda all'ufficio stampa di poter intervistare, a tutto tondo, Stefano De Matteis, il direttore editoriale: storia della casa editrice, delle collane...
vai. Viene fuori un pezzone, vedrai.

(Ah, dimenticavo: ho inviato il link ad Anna dell'ufficio stampa)

ben fatto:)

9- Sì, ho notato la mano di Caccato, fin da Sebban il mio primo Cargo. :)
Per l'intervista, non sono capace. Non so fare domande, chiedere mi mette in difficoltà, non ci riesco.

Ti farei io l'ossatura...:). E' facile, fidati:).
Intanto, un primo consiglio: punta quella che rilasciò al caro ADC, Andrea Di Consoli, un anno o due fa. La trovi su Letteratitudine, mi pare.

Provo a cercarla e a leggerla, ma credo sia meglio la faccia tu. Per me è tutt'altro che facile, ti assicuro!

ottima integrazione;)