Košuta Miran

Slovenica. Peripli letterari italo-sloveni

Autore: 
Košuta Miran
Tutto a Trieste è duplice o persino triplice, scriveva cent’anni fa Scipio Slataper, svelando con la sua parola, come solo i poeti riescono a fare, l’anima di una collettività davanti a se stessa. Commercio e letteratura, Carso e mare Mediterraneo, italiani e sloveni rappresentano solo alcune varianti dell’intima dialettica che ha scandito la vita e la storia della Trieste moderna. Mai incontrando una sintesi, mai fondendosi in un qualche “crogiolo”: metafora fra le più abusate e improprie a descrivere la condizione triestina, come in pochissimi hanno avuto la lucidità di comprendere o la franchezza per dichiarare, Bobi Bazlen e Elio Apih fra questi. E prima di loro lo stesso Slataper, che infatti dolorosamente chiudeva il suo ragionamento sentenziando: «Questa è Trieste. Composta di tragedia».
Tragedia. E cioè conflitto perenne fra opposte tendenze, impossibilità di una conciliazione. Sbocco fatale e annichilente di un processo storico che ha visto la competizione – una competizione lacerante, autodistruttiva – avere la meglio sullo sviluppo. Se abbiamo chiaro in mente che il Novecento è stato il secolo che ha smentito atrocemente la razionalità e il relativo equilibrio sui quali si era fondato il progresso liberale ottocentesco; se ci ricordiamo che il Novecento è stato il secolo delle filosofie vitalistiche e attivistiche, delle ideologie e dei sistemi politici monoidentitari, della sopraffazione dell’“altro” e del suo diritto a esistere; se abbiamo capito tutto questo ci apparirà inevitabile il collasso, il destino di decadenza che ha atteso Trieste. Una città che era cresciuta sui valori illuministici di tolleranza, di fiducia nell’azione umana come fonte di riscatto, sul cosmopolitismo, sul libero afflusso di genti diverse. La sua parabola fino a un certo tratto condensa la storia d’Europa, è una specie di concentrato della modernità. 
E così capiremo quanta violenza Trieste abbia esercitato su se stessa, quanto a fondo i nazionalismi del secolo scorso l’abbiano stuprata: nella pretesa di dire una parola e una sola, nella negazione feroce della sua verità più sacra e autentica, della sua doppia (o tripla) anima. Di qui la nevrosi e la per nulla segreta propensione al suicidio, di qui l’erompere della «malattia mentale» denunciata da Danilo Kiš, l’affermarsi di un’individualità nazionale autistica, tanto più esaltata e proclamata quanto più insicura di sé. Qui sta la radice, il vero salto di maturità che ancora deve essere compiuto da Trieste e da tutta la regione plurale dell’Adriatico orientale in cui abbiamo la fortuna di vivere, dal Friuli alla Benecia all’Istria a Fiume alla Dalmazia. La presa d’atto cosciente che noi tedeschi, sloveni, croati e italiani siamo realmente fratelli e sorelle, che già dentro noi stessi abita l’altro, che i nostri sangui da secoli si sono mescolati. L’assunzione a coscienza psichica accettata di una realtà di fatto biologica. 
Per questo è da salutare con gioia e riconoscenza ogni gesto che cerchi di costruire un ponte, di aumentare in ciascuno la confidenza, la comprensione, il senso di familiarità nei confronti del nostro “prossimo”. Del nostro più intrinseco vicino. Consapevoli, come il romanziere serbo Dragan Velikic, che «laddove fluisce la vita esistono almeno due sponde. E collegarle dà senso all’esistenza umana».
Risponde a questo alto obiettivo Slovenica. Peripli letterari italo-sloveni, del triestino Miran Košuta, scrittore e docente di letteratura slovena all’Università di Trieste. Un libro uscito due anni fa ma che va riproposto all’attenzione di tutto il Paese, perché non vuole essere solo un’esaustiva rassegna degli autori sloveni attivi in Italia, o una disamina precisa delle attuali relazioni fra i mondi editoriali-letterari di Italia e Slovenia. Slovenica è tutto questo ma è anche qualcosa d’altro, di meno specialistico e più umanamente profondo, come annunciano apertamente le splendide e sferzanti pagine introduttive. È una mano tesa, una richiesta d’ascolto e un’offerta di dialogo, avanzata da chi sa che la convivenza nei territori di frontiera non è tanto meta di un astratto filantropismo, quanto concreta, e persino egoistica esigenza quotidiana.
Košuta apre una finestra per chi legge e parla l’italiano sull’anima della nazione slovena. Certo, sulla letteratura e quindi sull’anima. Perché una delle cose preziosissime che si imparano dal suo saggio è che per nessun popolo europeo, come per quello sloveno, il logos è stato condizione di sopravvivenza dell’ethnos, che per l’identità nazionale slovena minacciata a lungo dall’assimilazione, non protetta da un’autonoma infrastruttura statale fino ad anni recenti, la lingua e l’istruzione hanno costituito strumenti quanto mai basilari della propria conservazione. Ovviamente è una caratteristica che ha segnato anche e soprattutto il dna della componente slovena in Italia, la quale ha dovuto subire il trauma della ventennale oppressione fascista, una ferita che ha lasciato tracce evidenti nella sua letteratura. Specie nello sviluppo, per fiera reazione, di una tensione antinichilista e umanistica, come attestato in particolare dall’opera di due suoi campioni viventi, di livello e fama europei: Boris Pahor e Alojz Rebula. 
Ma nel libro non c’è spazio solo per i “mostri sacri” della letteratura della minoranza slovena in Italia, per Pahor, Rebula, Srecko Kosovel o Vladimir Bartol (triestino, del quartiere urbano di San Giovanni: e perché mai, si chiede sarcastico e amareggiato Košuta, solo sul Carso a Opicina c’è una targa che lo commemori?). C’è spazio anche per gli autori ottocenteschi, testimonianti una presenza sociale già allora articolata malgrado le letture deformanti del nazionalismo italiano, e per quasi tutti i circa cinquanta autori che danno vita alla produzione letteraria contemporanea della minoranza. Con i loro duecento e più libri all’attivo. 
Ce n’è abbastanza da leggere. E da sperare che le traduzioni in un senso e nell’altro continuino ad aumentare, seguendo il trend positivo degli ultimi anni (fra gli ultimi, grandi scrittori sloveni fatti conoscere al pubblico italiano dalle case ditrici Ibiskos e Bompiani c’è, fortunatamente, il Drago Jancar de L’allievo di Joyce e di Aurora boreale). Questo per quanto riguarda le lettere. Ma i ponti nella vita quotidiana dobbiamo costruirli tutti noi. All’Italia e alla Slovenia e al resto d’Europa, siamo anche noi fratelli dell’Adriatico orientale che possiamo e dobbiamo ricordare, con le parole di Miran Košuta, che «per null’altro l’uomo è venuto a soggiornare sul pianeta azzurro, dal primo vagito all’ultimo rantolo, se non per la stella della pace e della convivenza, che prima o poi dovrà, dovrà rilucere». 
EDIZIONE ESAMINATA
Miran Košuta (Trieste 1960), Slovenica. Peripli letterari italo-sloveni, con un’introduzione di Claudio Magris, Diabasis & Editoriale Stampa Triestina, Reggio Emilia-Trieste 2005. 
pk-., maggio ’07.
ISBN/EAN: 
8881034107

Commenti

"Mai incontrando una sintesi, mai fondendosi in un qualche ?crogiolo?: metafora fra le più abusate e improprie a descrivere la condizione triestina, come in pochissimi hanno avuto la lucidità di comprendere o la franchezza per dichiarare, Bobi Bazlen e Elio Apih fra questi. E prima di loro lo stesso Slataper, che infatti dolorosamente chiudeva il suo ragionamento sentenziando: «Questa è Trieste. Composta di tragedia»."

> Karlsen sta cesellando la sua estetica e la sua visione del mondo: peculiare e atipica, ché l'allegoria è tutta triestina...

difficile accettare l'idea che la sintesi non sia mai avvenuta, e che tante voci diverse abbiano coesistito negandosi reciprocamente...

"Una città che era cresciuta sui valori illuministici di tolleranza, di fiducia nell?azione umana come fonte di riscatto, sul cosmopolitismo, sul libero afflusso di genti diverse. La sua parabola fino a un certo tratto condensa la storia d?Europa, è una specie di concentrato della modernità."

> mi fermo un momento qui. E' possibile che Illy e la nuova generazione di intellettuali possano contribuire a dirottare questa tendenza nel passato, restituendo certo respiro internazionalista?

"La presa d?atto cosciente che noi tedeschi, sloveni, croati e italiani siamo realmente fratelli e sorelle, che già dentro noi stessi abita l?altro, che i nostri sangui da secoli si sono mescolati. L?assunzione a coscienza psichica accettata di una realtà di fatto biologica."

> bel passo. Se serve, do il mio dna per divertire gli scienziati:).

"Ko?uta apre una finestra per chi legge e parla l?italiano sull?anima della nazione slovena. Certo, sulla letteratura e quindi sull?anima. Perché una delle cose preziosissime che si imparano dal suo saggio è che per nessun popolo europeo, come per quello sloveno, il logos è stato condizione di sopravvivenza dell?ethnos, che per l?identità nazionale slovena minacciata a lungo dall?assimilazione, non protetta da un?autonoma infrastruttura statale fino ad anni recenti, la lingua e l?istruzione hanno costituito strumenti quanto mai basilari della propria conservazione."

> annota: appena torno si va per librerie e si recupera assieme agli altri che mi hai già suggerito. Grazie Buck, splendida e utile segnalazione d'un laterale, in pieno spirito Lankelot!

Patrick, hai detto tante cose molto vere: alcune le ha sottolineate Franco, a me chiaramente colpisce questa:

"Tragedia. E cioè conflitto perenne fra opposte tendenze, impossibilità di una conciliazione. Sbocco fatale e annichilente di un processo storico che ha visto la competizione ? una competizione lacerante, autodistruttiva ? avere la meglio sullo sviluppo"

E ti credo sulla parola.

E vai avanti:

"[ ...] un?individualità nazionale autistica, tanto più esaltata e proclamata quanto più insicura di sé. Qui sta la radice, il vero salto di maturità che ancora deve essere compiuto da Trieste e da tutta la regione plurale dell?Adriatico orientale in cui abbiamo la fortuna di vivere, dal Friuli alla Benecia all?Istria a Fiume alla Dalmazia"

Altra verità.
Franco, Illy è lontano mille chilometri dall'aver capito questo. Illy è uomo di azienda e pur riconoscendogli indubbie capacità manageriali, non riesco a vedere in lui spessore di altro genere.
Ma è mai possibile che in questa Regione ricca di potenzialità, storia, pluralità di ogni genere... la scelta debba cadere o su capi d'impresa che l'impresa hanno in mente, a scapito di ogni particolarità da promuovere (Dio quanti bocconi amari dobbiamo inghiottire al di qua dell'Isonzo!) oppure sugli eredi di casate antiche rimasti indietro nel tempo e incapaci di guardare avanti con intraprendenza, seduti sui loro piccoli e insignificanti tesori personali...

"Ma i ponti nella vita quotidiana dobbiamo costruirli tutti noi. "
Sì, a partire da quello più difficile, guarda caso, nella nostra stessa terra. Però su questo punto vedo grandi miglioramenti: oggi c'è una comprensione tra le nostre due regioni (Friuli e Venezia-Giulia) quasi impensabile cinquant'anni fa. E me ne rallegro, perché ci vedo diventare ponti gli uni per gli altri.

Non potrebbe essere altrimenti. Anche i percorsi letterari possono costituire validi aiuti alla comprensione reciproca, alla tolleranza e alla conoscenza, che poi non è altro che condivisione.

Scusa il lungo commento, ma sei uno dei miei due Triestini preferiti e detto da una Friulana ... :)))[l'altro è Gianfranco, naturalmente!!!!]

Cara Ilde (senza dubbio la mia friulana preferita) e caro Franco, grazie per la lettura e i commenti. Su Illy posso dire questo: che a mio parere il concetto di pluralità di quest'area frontaliera lo ha capito, durante la sua esperienza di sindaco a Trieste bisogna riconoscere che ne ha dato prova. E il progetto di Euroregione in fondo si presenta come un'estensione istituzionalizzata di quella intuizione. Solo che, come ha detto Ilde, è davvero troppo tecnico e dirigistico, incapace di comunicare all'opinione pubblica. E forse propugnatore di un cosmopolitismo economicistico, piuttosto vuoto di contenuti culturali.

Ribadisco il concetto "friulana preferita" :).

"Ma i ponti nella vita quotidiana dobbiamo costruirli tutti noi. All?Italia e alla Slovenia e al resto d?Europa, siamo anche noi fratelli dell?Adriatico orientale che possiamo e dobbiamo ricordare, con le parole di Miran Ko?uta, che «per null?altro l?uomo è venuto a soggiornare sul pianeta azzurro, dal primo vagito all?ultimo rantolo, se non per la stella della pace e della convivenza, che prima o poi dovrà, dovrà rilucere»."
Bellissima chiusa e articolo magistrale, Patrick. Grazie mille!

Ma grazie a te, cara Marina. Davvero.

Sono stato a Trieste dopo aver soggiornato qualche giorno a Venezia. Un altro mondo. Vedere la gente che nonostante abbia sentito il tuo accento clamorosamente meridionale ti aiuta lo stesso e ti indica i posti da visitare mi aveva molto impressionato. Un esempio di grande civiltà.

Wow. Voce discorde e rinfrancante dato lo stereotipo dei triestini musoni e chiusi. Grazie, redgabriel.

 [Peripli letterari

 [Peripli letterari italo-sloveni] Sono arrivato qui e ho letto con attenzione. E' un argomento che ho molto a cuore, come si sa per motivi familiari. Non tanto per quanto riguarda le dispute a proposito del confine orientale ma proprio per le possibili relazioni con le popolazioni di quei territori coi quali abbiamo condiviso storia e drammi. 

Io ricordo il dolore di mio nonno quando vide le genti dei balcani scannarsi ai inizi anni '90 e il mondo che rimase a guardare o giocò i suoi sporchi interessi sulla vita delle persone. E più i territori sono scambi di sangue, culture e religioni più mi sento attratto.
 

Come al solito questo libro sarà quasi impossibile da trovare.

 

[peripli] è ancora

[kosuta] una sua [bella]

[kosuta] una sua [bella] scelta editoriale, qui: http://www.lankelot.eu/letteratura/jan%C4%89ar-drago-lallievo-di-joyce.html