E' dura parlare di questo romanzo breve. Sa un po' di maleducato, di voyeurista. E' la storia di un amore finito male: lei, alla fine, muore. Ecco, potrei fermarmi qui, tanto la cazzata l'ho già detta. E grossa. Estremamente riduttivo e umiliante sarebbe infatti descrivere questo atipico diario dei sentimenti, scritto senza censure o pudore (così almeno ci fa credere l'autore). Senza neanche un "montaggio", per così dire. La storia - ma dovrei parlare di confessione o meglio, di esorcismo personale - si sviluppa infatti in piccoli capitoli, tutti lunghi più o meno una pagina. Ogni capitolo, un ricordo: qua la prima "anomalia" del romanzo. Klobas non ci prova nemmeno ad analizzare la situazione: la rivive con la stessa intensità, lo stesso trasporto e, di conseguenza, la stessa irrazionalità.
"Siccome Anna soffre il freddo/ teme che lo soffra anch'io/ così mi riempie di coperte/ e siamo appena in autunno,/ la mattina quando scopre che sono/ finite sul pavimento/ mi dice materna che sono/ proprio un terremoto". (pag. 146)
Rivive così per intero la travagliata storia tra il protagonista ed Anna, creatura delicata e complessa tra mille sfaccettature diverse, spesso contraddittorie e quindi molto caratterizzanti. La figura di Anna è tuttavia grezza: pochi, a credere a quello che l'autore afferma, gli artifici, le limature e i giochetti da scrittore che il suo personaggio ha dovuto subire. Anna è perfetta, quindi imperfetta. Anna è vergine.
"Oggi Anna non sta bene/ ma finge di essere di buonumore/ mi sorride e mi chiede come ho trascorso/ la notte/ non vuole preoccuparmi/ recita molto bene/ fingo anch'io di crederle/ recitando la mia parte/ con altrettanta paura". (pag. 14)
Il lettore si insinua nella vita di coppia dei protagonisti: le gite fuori porta e i viaggi all'estero, i pranzi e le cene, i piccoli pensieri rubati a se stesso e offerti all'altro, l'incontro con gli amici di lei, l'incontro con gli amici di lui, ma soprattutto la consapevolezza della fine di un sogno, una fine irrimedievolmente disperata. Anna è malata e il cuore del protagonista viene lasciato a marinare lentamente nell'oblio della perdita. Tutto è vissuto al suo apice, ogni piccolo gesto è l'apertura di un paradiso che presto sarà perso per sempre.
Non ha alcuna importanza sapere quanto di autobiografico ci sia effettivamente in Giorni Contati: Lucio Klobas riesce perfettamente a ricostruire la fievolezza di un abbraccio, la delicatezza di una carezza, l'immortalità e insieme la caducità di una storia d'amore che, in ogni caso, lascia il segno. La prosa, piccoli frammenti di un puzzle uniti nel difficile tentativo di disegnare un idillio, è ben calibrata, quasi rarefatta. Una scelta perfetta per un romanzo altrettanto etereo e tragico.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Lucio Klobas, istriano di origine, è nato nel 1944. Vive a Bergamo. Ha pubblicato numerose opere di narrativa, alcune delle quali tradotte all'estero. "Galleria del vento" (1976); "Crudeltà mentale" (1983); "Giorni contati" (1994); "Il verme solitario" (1997); "Senza scampo" (1999); "Il tempo vola" (2000); "Passo felpato" (2002); "Mono Trilogia" (2004).
Lucio Klobas, “Giorni contati”, Il Saggiatore, Milano, 1994.
Prefazione di Giuseppe Pontiggia.
Approfondimento in rete: http://www.ilcaffeillustrato.it/numero_12_artklobas.html
Paolo Castronovo - Gennaio 2009
Commenti
Un istriano su lankelot.
(intanto, grazie per aver scritto di un artista istriano, Paolo. Prezioso contributo - soprattutto per la scelta etnica.)
"La storia - ma dovrei parlare di confessione o meglio, di esorcismo personale - si sviluppa infatti in piccoli capitoli, tutti lunghi più o meno una pagina. Ogni capitolo, un ricordo: qua la prima "anomalia" del romanzo. Klobas non ci prova nemmeno ad analizzare la situazione: la rivive con la stessa intensità, lo stesso trasporto e, di conseguenza, la stessa irrazionalità".
> questa mi sembra una strategia narrativa decisamente affascinante. Come hai scoperto Klobas, amice Paul?
"Lucio Klobas riesce perfettamente a ricostruire la fievolezza di un abbraccio, la delicatezza di una carezza, l?immortalità e insieme la caducità di una storia d?amore che, in ogni caso, lascia il segno. La prosa, piccoli frammenti di un puzzle uniti nel difficile tentativo di disegnare un idillio, è ben calibrata, quasi rarefatta. Una scelta perfetta per un romanzo altrettanto etereo e tragico."
> con tanto di prefazione di Pontiggia! Bellissimo.
Scriverai di altri libri di Klobas? Ce ne parlerai ancora?
Sono curioserrimo...
OT, il libro si direbbe fuori catalogo. Non ho trovato nemmeno il vecchio codice ISBN... se riesci, amice, posizionalo manualmente sia nell'articolo che nel box dedicato.
danke!
Ciao! Ho scopeto Klobas per un suo blog on-line. Inoltre mi ha incuriosito il cognome: avevo capito che si trattava di "est" ma non avrei mai detto Istria...
succede:).
Ne scriverai ancora?
copertina e tags...qui non
copertina e tags...qui non riesco ad impaginare, anche rientrando...mi sa che la bacchetta magica funziona con te Franco...