Kierkegaard Sören

Aut-Aut

Autore: 
Kierkegaard Sören

MALO MORI QUAM FOEDARI

Amico mio! Quello che ti ho già detto tante volte, te lo ripeto, anzi te lo grido: o questo, o quello, aut-aut! L’importanza dell’argomento giustifica l’uso delle parole. Vi sono circostanze in cui sarebbe ridicolo e quasi pazzesco voler porre un aut-aut: ma vi sono anche persone la cui anima è troppo dissoluta per cogliere il significato di questo dilemma, alla cui personalità manca l’energia per poter dire con pathos: o questo, o quello. Queste parole hanno sempre fatto su di me una profonda impressione, e ancora la fanno, specialmente quando le pronuncio così, semplici e nude; in esse esiste una possibilità di mettere in moto i contrasti più tremendi. Su di me han l’effetto di una formula di scongiuro, e l’animo mio sprofonda nella serietà, restandone a volte quasi sconvolto” (incipit dell’opera, p. 33)
Una mente in cerca di semplificazioni, di rigide regole e rigida e innaturale schematizzazione delle molteplicità come quella di Kierkegaard non poteva che fondare il suo sistema sull’obbligo d’appartenere ad una o ad un’altra delle sue categorie: difficile accettare una classificazione tanto dogmatica e inficiata di religiosità, e ovviamente noioso discuterne in maniera scolastica a centosessanta anni di distanza dalla prima pubblicazione.
Quindi, accetto il gioco del fu Victor Eremita e, riconoscendomi esteta, mi diletterò a discutere certe sue argomentazioni, rivendicando quel che di negativo e di sbagliato ha riconosciuto nel mio clan.

Kierkegaard sosteneva che, senza possibilità d’ibridazione o di contaminazione tra l’uno e l’altro, tre fossero gli stadi dell’esistenza umana: estetico, etico e religioso. Aut-aut: essere uno nega la possibilità d’essere altro, se non per via d’autentica e consapevole metamorfosi, figlia della disperazione. Nella disperazione “si conquista l’assoluto”: perché nella disperazione io sono l’assoluto. L’assoluto è l’ego nel suo eterno valore: la libertà.
Kierkegaard è estraneo alle eccezioni: leggeva l’esistenza, in sostanza, come scelta netta e irrevocabile tra una condizione di idolatria dell’istante – quella dell’esteta – e una di dedizione, sacrificio, progettualità e dovere – quella dell’uomo etico.
L’estetica è “quello per cui l’uomo diventa quello che diventa: quello per cui spontaneamente è quello che è”: l’etica “quello per cui diventa quello che diventa”. L’etica è dunque un artificio – non solo un sacrificio.
Kierkegaard afferma che l’esteta, vivendo nel momento, abbia coscienza relativa e limitata di se stesso: mentre l’individuo etico è in grado di sollevarsi dal momento. L’esteta non ha memoria per la sua vita: tende alla ricerca disperata dell’attimo perfetto, vive – per così dire – solo nel presente e solo piacere e adorazione della bellezza agogna. Nemici dell’esteta sono la nostalgia dell’infinito, l’incapacità d’eternare lo splendore d’una sensazione o d’un sentimento o di cristallizzare la contemplazione della bellezza, la noia che inevitabilmente pretende tributo. Sostegno e compagno, la ricerca della distinzione e della differenziazione. Concetti estranei, questi ultimi, al buon etico, consapevole dell’accettazione delle responsabilità, della forma e della reiterazione e della ripetizione d’ogni relazione e d’ogni impegno della sua esistenza. Ad oltranza: pur di mantenere pace e armonia sociale.
L’individuo etico ha, nella Weltanschauung kierkegaardiana, un limite: quello di restare vincolato a una visione laica, estranea a Dio e rivolta solo alla comunità degli uomini. È allora che l’iter dell’individuo può conoscere l’acme: avvicinarsi a Dio, nello stadio religioso: vivere amando Dio.

In Aut-Aut, il cui titolo è già significativo, si lascia che il rapporto esistenziale tra lo stadio estetico e lo stadio etico venga presentato sotto la figura di singole individualità esistenti. In ciò si nasconde per me la indiretta polemica del libro contro la speculazione, per la quale l’esistenza è indifferente. Che in quel libro non si dia un risultato o una conclusione precisa, è una espressione indiretta per la comprensione della verità come vita interiore, e così forse anche una polemica contro il concetto della verità come sapere” (Kierkegaard, “Postilla conclusiva non scientifica”, 1846).

Se Kierkegaard riteneva che la verità non andasse conosciuta, ma testimoniata, s’era già scolpito il suo sacro totem da adorare: proselitismo e catechesi ne sono ovvia e necessaria conseguenza. Mi sembra difficile poter rifiutare la legittimità del dubbio: inaccettabile, se non a livello ludico, negare sfumature, variazioni e alterazioni nelle esistenze dei singoli individui. Voler accatastare esseri umani come fascine, assemblandoli in tribù di stravaganti, romantici e irresponsabili esteti, sobri, borghesi e diligenti uomini etici e ferventi e umili religiosi è un reato contro l’intelligenza.
Cosa rende vivo e consapevole e libero un essere umano? La negazione dell’assolutezza dei doveri, della “necessità” e dell’importanza d’allinearsi al quieto e mite vivere in nome dell’equilibrio sociale, dell’opportunità d’essere uniforme e disciplinato a dogmi, regole, leggi: tutto questo è fonte di adorabile disordine, di quell’immaginazione che plasma e muta il sistema, di quella fantasia che fa deragliare l’esistenza e ne corregge gli errori e gli orrori.
La diversità è fondamentale, e la ricerca e la rivendicazione delle differenziazioni sono alimento non solo della coscienza della propria unicità e delle particolarità della propria personalità, ma humus per l’evoluzione culturale della razza. Il mondo di Sören è davvero l’ennesimo migliore tra i mondi possibili: esistono un Dio da venerare e una società giusta ed equilibrata da cementare e sostenere; esiste una e una sola fede, e una e una sola missione: il martirio – in senso etimologico – di questa fede.
Noi, uomini della diversità, della ricerca del senso e del significato di ogni cosa, non possiamo riconoscerci nella grande operazione di ingegneria umana – nemmeno “sociale” – del fosco filosofo danese: non esiste una verità imposta dall’alto, o peggio ancora pre-esistente; qualora esistessero verità, esisterebbero anche categorie d’assoluto che non è opportuno – se non in sedi politiche, o con finalità sofistiche – nemmeno nominare.

Io credo nell’istante. Credo nella bellezza, e vivo adorando la bellezza. Credo nella ricerca del piacere e della felicità, e nella necessità della ricerca d’un senso in tutto quel che avviene. Io credo nella tutela e nella difesa delle differenziazioni, e davvero non vedo ragione di apprezzare l’esistenza dell’uomo etico kierkegaardiano: non mi riconosco in questa nazione, né in questa società, né in larga parte delle sue leggi. Non vedo cosa ci sia da difendere e da conservare, se non la nostra bella lingua italiana, e il nostro splendido patrimonio artistico e culturale; disprezzo l’artificiosità della vita etica di chi, pur di adeguarsi alla medianità, rinuncia ad essere se stesso e a soffrire e a combattere per testimoniare quel che egli solo è, a dispetto d’ogni cosa. Non vedo come si possa, infine, amare un Dio che non conosce giustizia; e che anche qualora egli esista, dovrà implorare perdono ai piedi d’una specie che ha generato infelice, malata e mortale. Rifiuto quel Dio e rifiuto le sue verità: non m’appartengono, e non ho altra scelta che la differenziazione: ribellione e negazione d’intelligenza e sensatezza nelle logiche “etiche” dei suoi ultimi ermeneuti. La sola ribellione non è bastevole: implicherebbe una relazione con un’entità, quasi a volerne ammettere e sancire l’esistenza. Negarne intelligenza è più onesto: negargli sentimento è inevitabile.
Se Kierkegaard imponeva un aut-aut all’individuo, tra essere “io” ed essere “io tra uomini” e “io per Dio”, la scelta di campo è fin troppo semplice: malo mori quam foedari a te, e a chiunque m’imponga la sua legge.
La vera libertà è l’indipendenza da tutto: solo il linguaggio a permettere relazioni e rapporti sociali, i segreti contrasti della vita dello spirito rimangano nella loro privata dimensione, o siano trasfigurati dalle creazioni artistiche; fino al giorno nuovo della genesi della società degli individui liberi e indipendenti, senza più Stato, religioni di Stato, chiese di Stato, leggi di Stato, servi dello Stato. Senza più nessuno che s’azzardi a proclamare: aut-aut.
Out – è diverso. Né alfa, né beta, né gamma: diverso tra diversi.
Loro i miei simili. Non tu.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Sören Aabye Kierkegaard, (Copenhagen, 1813 – Copenhagen, 1855), filosofo danese. Studiò Filosofia, Letteratura e Teologia nell’Università di Copenhagen.

Sören Kierkegaard, “Aut-Aut”, Mondadori, Milano 1956.
Traduzione di K.M. Guldbrandsen e Remo Cantoni. Introduzione di Remo Cantoni.

Prima edizione: Victor Eremita, “Enten – Eller”, 1843.

Approfondimento in rete: Stanford Encyclopedia of Philosophy / Anthony’s Storm Commentary on Kierkegaard / The Internet Encyclopedia of Philosophy / Kierkegaard. de.


Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2005. Prima pubb: Lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788804477877

Commenti

Eppure Kierkegaard, che ho letto moltissimo all'università, ha scritto pagine bellissime, lasciandoci pensieri spesso acuti. Certo il problema etico-religioso, la fede cieca, è sempre una grossa spada di damocle su un autore. Ma c'è di peggio di Kierkegaard, su questo particolare aspetto, tra i filosofi cattolici. E anche tra gli esistenzialisti c'è chi ha un pensiero, pur diversissimo, più drogato del suo: Sartre.

Forse è ora che tu cominci a programmare una sfida a Sartre sulla base di tre opere. Pensaci su.

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