Kerouac Jack

Sulla strada

Autore: 
Kerouac Jack

Kerouac non ha mai avuto la patente, eppure ha scritto un romanzo come questo. Ci penso da qualche giorno, ossia da quando ho visualizzato questo concetto: Knut Hamsun (“Fame”) è il gran maestro dell'arte del vagabondaggio in letteratura; è un vagabondo esistenzialista, profondo, sensibile. Quando si perde per Oslo sembra perdersi nella via Lattea, perché è chiaro che il concetto principe è: non è dove ti perdi, ma perché ti stai perdendo. Bruce Chatwin è il principe della narrativa di viaggio, parte antropologo e parte intelligente assemblatore di appunti e di note; un letterato snob, umanissimo, un viaggiatore sottile ed empatico. E Kerouac? È il referente primo per un nuovo genere di viaggio: il viaggio mentula canis, vissuto come esperienza straordinaria, irripetibile, formativa. “Cosa stavo facendo? Dove stavo andando? L'avrei saputo presto”, scriveva nella seconda parte del libro, capitolo sette. È una frase-chiave per capire a pieno il senso di un libro come questo: il libro dell'incoscienza. Uno dei libri più ingiustamente e assurdamente sopravvalutati del Novecento: poco più che una brodaglia logorroica, sciatta e ripetitiva (e “ripetitivo” è un eufemismo) di un bel ragazzo, un buon dilettante.

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È il 1957 quando viene pubblicato “On The Road”, dopo una laboriosa serie di stesure differenti, destinate a mascherare i nomi reali dei personaggi del romanzo, tutti del clan Kerouac, e a scolpire uno stile di scrittura personale, nervoso e aggressivo. L'incantesimo riesce: un dialogo che normalmente suonerebbe preoccupante e doloroso come questo...

Dove dormiamo stasera, tesoro?”. “Non lo so” (Parte Prima, Tredici)

qui suona avvicente e fantastico. Potere della letteratura, senza dubbio: immaginarsi di essere alticci o sbronzi, nomadi tra una città e l'altra, in mezzo a un branco di popolani estranei e imprevedibili, senza nemmeno la certezza di poter dormire da qualche parte è affascinante, in realtà, quanto prendersi un calcio nei coglioni da un tizio che indossa dei vecchi Dr. Martens. Ecco il genio di Kerouac: ha fatto sembrare una grande impresa (meglio: una sequenza di grandi imprese) una delle maggiori coglionate della storia dell'uomo; comportarsi da zingari e inventarsi imprese picaresche nella nazione più occidentale, ricca e borghese del mondo; esaltarsi per sbronze e droghe e rischi di risse e furtarelli e per qualche notte passata a dormire con chissà chi a prezzi nulli o contenuti. Fico? Fico quanto un'attesa di quattro ore alla posta, a occhio e croce, o quanto versare contributi abnormi per una pensione che non riceverete mai; fico quanto non avere i biglietti per pagarsi il bus, e dover scarpinare fino a casa, 10 km a piedi dopo 9 ore di lavoro. Leggere frasi come “Non poteva succederci altro che morir di fame” è sconcertante, se non pensando che, per una sinistra forma di masochismo, ai personaggi di questo romanzo, piace: piace vivere ai margini, campare di stenti, assaporare il catrame dell'asfalto e la polvere della terra, come se tutto a un tratto, per sentirsi vivi, fosse necessario sbagliare, sbagliare tutto; deragliare; complicarsi la vita: fare, in una parola semplice e limpida, i coglioni. Completi.

E poi noi la conosciamo, l'America, siamo a casa nostra; io in America posso andare ovunque e avere quello che voglio perché è la stessa dappertutto, conosco la gente, so cosa fa. Noi diamo e prendiamo in questa dolcezza incredibilmente complicata, andiamo a zig-zag da tutte le parti”. Non c'era niente di chiaro nelle cose che diceva, ma chissà come il loro significato riusciva a diventare chiaro e puro (Parte Seconda, Tre). Stupendo, no? Mistico, quasi.

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Ecce incipit: a parlare, è Salvatore “Sal” Paradise, l'alter ego di Kerouac; come lui, è uno che viene da una comunità tutt'altro che maggioritaria e influente – è di sangue italiano, e di estrazione cattolica (JK era francocanadese, di religione papalina).

Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare, se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con la sensazione di morte che si era impadronita di me. Con l'arrivo di Dean Moriarty cominciò quella parte della mia vita che si può chiamare la mia vita sulla strada”.

Com'è Dean? È un personaggio superficiale, stupido e solare. Scattante, fianchi stretti, occhi azzurri; a descriverlo basta poco. Dean è espressione vera di voglia di vivere, e di smania di incontrare persone nuove. Ha un “gran sorriso falso da conquistatore”, insuperbito dai suoi “denti di perla”; è un imbroglione innocuo, “un imbroglione santo dalla mente scintillante”; secondo Kerouac, e la sua “criminalità” (virgolette dell'autore) è soltanto uno “scoppio selvaggio e vitale di gioia americana”: ha l'energia di “un nuovo tipo di santo americano”, e le abitudini sessuali di un nuovo americano (due o tre donne per volta; nel frattempo, con discutibile censura di Kerouac, avventure con Ginsberg, alias “Carlo Marx”). Ha una risata da pazzo, spiazzante e trascinante al contempo. È l'idiota sacro (Parte Terza, Tre), in altre parole. Il primo Idiota Americano.

Vuole imparare a scrivere da Sal, vuole diventare un vero intellettuale: è ferito dalla sua esperienza in galera, da un'infanzia bruciata dall'alcolismo del padre, dalla povertà e dalla miseria. E così sembra proprio voglia essere altro, almeno nelle prime battute; e invece eccolo con “Carlo Marx” a sperimentare una comunicazione perfetta via benzedrina (e via dicendo); qualche anno dopo, buon padre di famiglia, alè a sperperare tutti i suoi risparmi per un'automobile, la Hudson; e di fronte a una domanda semplice e chiara, guardate come risponde: profondo.

Ora, Dean, voglio che tu ti fermi per un momento e mi racconti cosa fai in giro per il Paese”. Dean poté soltanto arrossire e dire: “Ah be', lo sai come vanno queste cose” (Parte Seconda, Sei)

Per capirci, è uno che arriverà ad avere quattro figli, due mogli e nemmeno un centesimo, restando “tutto estasi e frenesia”, vagheggiando d'andare in Italia. E perché? Per andare a mignotte nei bordelli, con l'amico Sal. Cristo che intelligenza. Se questo è un modello, allora capisco bene perché ci sia stato un certo precipizio nella cultura pop statunitense: se il padre delle avventure è un idiota, gli imitatori non potranno essere dei geni.

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Passi lirici, in questo squamoso scenario di sketch straccioni e morbosamente ripetitivi, tra bus, pullman, amorazzi e accattonaggio, non mancano. Qualche esempio:

E davanti a me c'era la gran massa nuda del continente americano, del mio continente; lontanissima, chissà dove, la cupa e folle New York buttava in aria la sua nuvola di polvere e vapore scuro. C'è qualcosa di scuro e sacro nell'Est; la California invece è candida come bucato e ha la testa vuota” (Parte Prima, Undici). Wow.

“Cos'è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? - è il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l'addio. Ma intanto ci si proietta in avanti verso una nuova folle avventura sotto il cielo” (Parte Seconda, Otto).

Poesia, no? Come no. “Pura”.

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In tutto ciò, JK non lesina omaggi letterari: nomino almeno Hemingway (“Verdi colline d'Africa”), Dostoevskij, Alain-Fournier (“Il grande Meaulnes”, rubato in un'edicola di Hollywood e mai letto), Saroyan, Hammett, Melville.

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Mi piace chiudere con un messaggio ermetico, che da qualche parte, almeno a Nord-Est, verrà capito. È una citazione poderosa, tratta da questo fondamentale romanzo di viaggio. Viaggio sia interiore che esteriore, è chiaro, viaggio in sé stessi e per le sterminate strade dell'America del Nord, sognando la rivoluzione (degli straccioni, degli zingari, dei fattoni e degli alcolisti). È un passo che soltanto un grande letterato in vena di autoironia (indecifrabile per i suoi connazionali: lodevole) poteva congegnare, prova certa di qualche gita a Muggia e dintorni, e di una gran voglia di dire la verità agli amici: la verità su sé stesso, e sulla propria opera. Eccolo. Concentratevi, per favore.

Io mi addormentai su un divano con una ragazza, Mona, tra le braccia”.

Sublime.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Jean-Louis Lebris de Kerouac, alias Jack Kerouac (Lowell, 1922 – St. Petersburg, 1969), scrittore americano, di sangue franco-canadese, cattolico; fu tra i padri della Beat Generation.

Jack Kerouac, “Sulla strada”, in “Romanzi”, Mondadori, Milano 2001. A cura e con un saggio introduttivo di Mario Corona. Traduzione di Marisa Caramella.
Prima edizione: “On The Road”, New York, 1957.

Approfondimento in rete: WIKI It / Trevi su JK / On The Road diventa film? / Wiki en
In Lankelot:

ISBN/EAN: 
9788804486138

Commenti

Kerouac non ha mai avuto la patente, eppure ha scritto un romanzo come questo.

Speciale KEROUAC
http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2950.0

(sarà quello più sorprendente. Vedrete.)

ahhaahhahaah

eh. Ma insomma, c'è un limite a tutto:).
A ottobre devo fare una conferenza su Kerouac. Spero che i romanzi che non ho ancora letto - le poesie, pessime, le conosco bene - siano buoni, altrimenti cosa racconto alla gente?
"Salve! Sono qui per presentarvi la più presuntuosa mezzasega americana del secondo Novecento?"

"...il libro dell?incoscienza. Uno dei libri più ingiustamente e assurdamente sopravvalutati del Novecento: poco più che una brodaglia logorroica, sciatta e ripetitiva (e ?ripetitivo? è un eufemismo) di un bel ragazzo, un buon dilettante".

Io non sono affatto d'accordo. L'ho letto addirittura 2 volte, qualche anno fa; per me è un libro che ha i suoi perchè, soprattutto contestualizzandolo nel tempo (e anche nello spazio).

E se leggi I vagabondi del Dharma ti suicidi. Per come giudichi On the road I vagabondi è ancora più ripetitivo e logorroico, per certi versi. Ti piacerà di più Il Dottor Sax, probabilmente, ma nemmeno troppo (tranquillo, comunque, se proprio non lo hai in programma tu ci penserò io, per Il Dottor Sax). Che possa sembrarti sopravvalutato, per i tuoi gusti, lo posso pure accettare. Ma mezzasega no, mezzasega proprio no. Kerouac sapeva spaziare come pochi, in argomenti, e senza perdersi. So che non sarai d'accordo, ma va be', lo affermo lo stesso;)

4, infatti ti stavo per chiedere perché fare l'opera omnia di uno che è tutt'altro che sconosciuto...

"Ecco il genio di Kerouac: ha fatto sembrare una grande impresa (meglio: una sequenza di grandi imprese) una delle maggiori coglionate della storia dell?uomo; comportarsi da zingari e inventarsi imprese picaresche nella nazione più occidentale, ricca e borghese del mondo; esaltarsi per sbronze e droghe e rischi di risse e furtarelli e per qualche notte passata a dormire con chissà chi a prezzi nulli o contenuti".

Ma come sei diventato bacchettone! ;) Perchè non contestualizzi? Non sarà l'impresa delle imprese, ma come ripeto ha i suoi perchè di tempo e di luogo. Non ha affascinato le giovani generazioni per caso, e non era nemmeno un genere così commerciale.

Ora mi costringerai a scrivere (e a rileggere) più di quel che volevo su Kerouac, così da confutare tutte le cattiverie che scriverai sui tuoi pezzi. Ah ah ah, che gran paraculo che sei Franchi, in un modo o nell'altro trovi sempre il modo di farci scrivere... pure quando non ci va;)

Boh, io ricordo che quando l'ho letto ho avuto la sensazione di un borghese che prova l'ebbrezza di vivere da straccione. Mi rasserenava molto più Bukowski con i suoi problemi e le immagini surreali, ma ero giovane e vagabondo. Ora non saprei...

(Certo, la Mona con tanto di maiuscola non l'avevo scorta, lo ammetto:))

9 - va be, io l'ho letto a 20 anni, e poi a 25. Però ricordo che lo preferivo decisamente a Bukowski, che non m'ha mai convinto, nemmeno un po'. Ad ogni modo, credo sia un fatto di gusti - e forse anche d'età. Al di là dei contenuti, quel che contesto decisamente è che Kerouac sia una mezzasega come letterato.

Ehilà ottimi
solo di volo: tecnicamente è SCARSO
e ne ho letti pochi così scarsi
e la cosa aberrante è che abbia pretese, con una preparazione così mediocre, e uno stile così approssimativo, sconclusionato, frammentario, ripetitivo; la sensazione, e vale per le sue poesie come per "On the Road", è che siamo di fronte al "marketing alternativo". Lui "faceva fico", ma di fico ha veramente poco

oh, magari i Sotterranei mi spiazzano, e scopro che almeno sapeva fare le strutture dei romanzi
qui di struttura non c'è NULLA:)))

(qui c'è un'idea di argomento; ma sviluppata molto male.)

12- 13 - Ovviamente sono in totale disaccordo. Ma mi dirai di più, tra futuri commenti e nuovi pezzi. Ti aspetto al varco;)

:))

uhhh, per la prima volta, credo, sono in disacordo con te, Gianfranco. Nonostante nel mezzo della tua analisi, ci siano alcune verità, non condivido il giudizio. Almeno su questo libro. Il perchè, anch'io come Leon, proverò a spiegarlo dopo le letture di Orfeo Emerso e I Sotterranei. :P

dai commenti si preannunciano scintille su questo speciale...bene!!! :D

"Ecco il genio di Kerouac: ha fatto sembrare una grande impresa (meglio: una sequenza di grandi imprese) una delle maggiori coglionate della storia dell?uomo; comportarsi da zingari e inventarsi imprese picaresche nella nazione più occidentale, ricca e borghese del mondo; esaltarsi per sbronze e droghe e rischi di risse e furtarelli e per qualche notte passata a dormire con chissà chi a prezzi nulli o contenuti."

Qui però hai colto un aspetto sul quale sarebbe molto interessante aprire un dibattito. Senza alcun dubbio, è qui che va cercato (nonostante l'antecedente di Rimbaud e co.) quell'aspetto sociale poi definitivamente esploso con l'iconografia rock, del culto dello sballo. Personalmente, essendo una persona molto "tranquilla", Keorouac, ma in particolare questo libro, ha rappresentato per me la possibilità di proiettare il mio alter-ego mai nato, nello spazio letterario. Insomma, vi ho ritrovato quella grande possibilità offerta dalla letterature di vivere altrove, nel migliore dei modi possibili.

Riprendo (ho premuto invio per sbaglio):

In un certo senso, è stata una lettura che ha esorcizzato alcune pulsioni "represse". Certo, Kerouac non è di certo il primo a fare una cosa del genere (penso a Henry Miller, per restare nella letteratura americana quasi contemporanea a Kerouac, per il quale infatti Miller era considerato un maestro), però, come hai scritto tu, il fatto di rendere il tutto in maniera epica, dona al tutto un fascino cui a vent'anni (ma sono pronto a scommetterci che anche tra 10/20 questo libro saprà regalarmi qualcosa) è difficile sottrarsi. Cioè, da Kerouac al Dylan di Blonde on Blonde il passo è breve! :)

Un'ultima cosa. Da ascoltatore anche di musica jazz, la prima volta che lessi On the road, rimasi sopreso dalla capacità di Kerouac di dare musica alla pagina. E non parlo dei frequent richiami a Charlie Parker e ad altre citazioni del genere, ma proprio al fatto di aver dato un tempo alla scrittura, molto simile a quello irregolare del jazz.

ahahahahahah! la citazione finale sarà colta soprattutto a Nord-Est, è vero! :))))))
Non l'ho letto, non mi ha mai attirato neanche quando andava di hran moda. L'ha letto mio figlio per scuola in prima superiore, ma non gli è piaciuto.

16, 17. Ci sarà da divertirsi, ragazzi:).
GdB, ti aspetto sull'Orfeo, sulla Strada e sui Sotterranei (sei sicuro della terza scelta?:) )

19. Dici bene: "il fatto di rendere il tutto in maniera epica, dona al tutto un fascino cui a vent?anni (ma sono pronto a scommetterci che anche tra 10/20 questo libro saprà regalarmi qualcosa) è difficile sottrarsi".

> Io scommetto tra che dieci/venti anni avrai una reazione diversa, e se sarà rimasto qualcosa di intatto sarà per la nostalgia di te ventenne, e non certo di questo signore qui.
Che è mostruosamente adolescenziale, e inequivocabilmente comprensibile solo e soltanto per un certo periodo dell'adolescenza. Uno che a 25 anni - non dico a 45 - ha già avuto qualche esperienza di un minimo di spessore non può che ghignare di una cosa del genere. E annoiarsi:)

20. il jazz... cos'è il jazz? La musica dell'improvvisazione:). Personalmente, MAI amerò il jazz. Ma rispetto i gusti di tutti, ovviamente. Mi limito a dire che dopo 25 minuti di ascolto di improvvisazioni - con, in qualche caso, buona tecnica - io cedo di schianto.

21. tuo figlio cresce bene:)

23. yes! :P
Per il resto, va detto che il personaggio Kerouac l'ho già ridimensionato dopo la lettura de I vagabondi del Dharma e Big Sur, che sicuramente valgono più come letture da compendio ad On the Road che come opere autonome. Quindi sul fatto che Kerouac sia un autore sopravvalutato te la si potrebbe anche dare vinta! :P Soprattutto se penso al fatto che il nostro amato Jack London è ancora oggi ignorato da mondo accademico e grande pubblico (a proposito, ai fini della tua conferenza, potrebbe tornarti utile la lettura di un libro di Jack (London) che molto probabilmente Kerouac tenne ben presente al momento della scrittura di On the road. Il libro si chiama, guarda un po', The Road. In Italia è edito da Einaudi, ma è fuori catalogo da un bel po'. Io feci anche richiesta alla casa editrice, ma mi dissero che non ne avevano più copie. Tra l'altro, sulla schede presente su Ibs c'è un intervento di Davide Sapienza che svela gli stravolgimenti subiti dall'edizione italiana: http://www.ibs.it/code/9788806140045/london-jack/strada.html ).
Dicevo, te la si potrebbe dare vinta sul fatto che sia un autore sopravvalutato. Questo te lo saprò dire con maggior certezza dopo le letture di Orfeo emerso e I sotterranei. Però per On the Road credo che avrò sempre una particolare attrazione, anche per i motivi che ti dicevo nel commento n.18.
Capisco anche, però, i motivi per cui lo critichi. E bisogna ammettere che ci può stare. Tra l'altro una critica molto simile alla tua fu anche al centro di una discussione tra altri amici letterati, che appunto, come te accusavano Kerouac di non compiere altro che una vuota estetizzazione della miseria e del vivere da vagabondi.
Attendo anche io l'interevento "in difesa" di Leon! :)

Bella dritta, questa di London:).
Bravo Giovanni.

Anche in Martin Eden ci sono secondo me molte pagine che anticipano tutti i beatnik. Prendi la parte su Brissenden. Secondo me sono state pagine che Kerouac e co. hanno sviscerato (e sicuramente amato) per bene.

L'ho letto molto presto, alle medie questo libro. non mi aveva entusiasmato ma è stato uno di quelli che mi ha un po' spinto a scrivere. a livello emozionale. credo che sia un libro che vada inquadrato in quegli anni, in quell'america bigotta ma anche avanti cent'anni in alcune cose rispetto all'italia. è un libro che va visto in prospettiva, secondo me.

forse adesso ha perso un po' della sua carica e sembra quasi fin troppo "adolescenziale" o anche "pre-adolescenziale"

per quanto riguarda il jazz, non lo capisco, ma mi sarebbe piaciuto ascoltarlo negli anni giusti e nei posti giusti.

è un libro indubbiamente datato, ma per la mia generazione è stato un sogno, un'emozione forte ed indimenticabile.
Non lo rileggo da tanto ma ricordo che ebbe su me un impatto forte per molto tempo.
Mi avete fatto venir voglia di riprenderlo.

Trovare il Franchi dopo mesi così deciso ed "irriverente" fa piacere. Io lo ammetto ho un debole per certi narratori statunitensi. Ma quando lo lessi a 23,24 anni mi dissi embé tutto qui?. Anche se non originale, apprezzo certi passi per lo stile, come in un altro "must", Il giovane Holden di Salinger. Sebbene diversi entrambi ho sempre pensato che fossero sopravvalutati. Cioè nel complesso confermo quanto detto nella recensione e mi godo i commenti e le risposte. Ottimo lavoro.

(danke caro;) ben ritrovato da queste parti)

Lo sto rileggendo proprio in questi giorni, dopo averlo letto alle superiori... allora non mi entusiasmò, non ne rimasi affascinato tantissimo. Apprezzai molto alcuni capitoli, alcune descrizioni, ma nel complesso lo trovai lunghissimo (lo lessi in una estate intera...)

Io invece ne avevo un ricordo decisamente migliore, datato dieci anni fa. E' incredibile quanto sia distante dalle mie corde e dalla mia idea di letteratura, adesso...

che dire, si cambia, si cresce... e poi, quando si incamerano centinaia di altre letture, credo sia normale.