Romanzo breve d'argomento sentimentale, strutturato in due parti, giocato su uno stravagante simil-flusso di coscienza, sporcato da un disordine espositivo sinceramente dilettantesco, “I sotterranei” è un discreto libretto da performance dal vivo, una sconclusionata vicenda d'amore e di tradimento, un campione di quanto possa essere confusionaria e ossessiva la scrittura sotto l'effetto delle droghe. Non è niente di memorabile; è, al limite, qualcosa di divertente per chi volesse mettersi alla prova con una narrativa sconnessa e – diciamo così - “jazzata”.
Secondo il curatore di questa edizione dei romanzi (Mondadori, Meridiani) di Kerouac, Mario Corona, “I sotterranei” “(...) fu scritto sotto forti dosi di benzedrina in tre notti di luna piena nell'ottobre del 1953, nella cucina della madre a Richmond Hill, Queens, nel periodo in cui JK frequentava l'East Village con Ginsberg e Burroughs. Venne pubblicato solo cinque anni più tardi (...)”.
In Italia uscì per Feltrinelli nel 1963 e venne processato per oscenità, quindi assolto per la “bellezza lirica” di diverse immagini. Kerouac si difese scrivendo al giudice italiano che la forma strettamente confessionale dell'opera si accordava alle “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij (si vola bassi, eh?), nei limiti del “buon senso istituzionalizzato”; secondo JK, l'opera era “salace” ma non “oscena”. Grottesco pensare che nel nostro Paese ci fossero processi del genere, punto. Processi ridicoli e umilianti, per l'intelligenza dei cittadini.
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Narratore, in una violenta, farraginosa ma prepotente prima persona, Leo Percepied – laddove dovremmo riconoscere in “Leo” un omaggio al padre di Kerouac, e in “Percepied” un vago richiamo edipico (“piede ferito”) - innamorato di una nera, Mardou Fox (nella realtà, Alene Lee). È, nelle parole di JK, “un uomo insicuro di sé”, “un egomaniaco”, “un maschio rozzo e sensuale”, ex “bambinone triste”, ora “omone triste e solitario”, ma anche “allegro teppista grande e grosso”: scrive, e sospetta di essere un genio...
“(...) ora questo caldo pensiero di grandezza è solo un grande brivido nel vento – perché anche la grandezza muore – ah e chi ha detto che sono grande – ma se anche fossi un grande scrittore, uno Shakespeare clandestino da intimità notturne?”
… e intanto, strafatto di benzedrina, dà vita a questo abnorme, caotico e buffo flusso di coscienza. È una storia d'amore – sic et simpliciter – con questa ragazza figlia di una madre negra morta mettendola al mondo, e di padre mezzosangue cherokee e hobo; la storia del loro primo bacio e della loro passione, dell'essenza autentica del loro amore (“Le cosce contengono l'essenza”), delle loro avventure da drogati e delle sensazioni che ricordano di aver condiviso e sentito, e via dicendo. Lei è “sciatta”, “esile” e “scomposta”; ha alle spalle gravi disturbi mentali, è nera – e questo costituisce ancora un problema nella società yankee, wasp e razzista, e a quanto pare il problema se lo pone anche il narratore. Infine, è – diciamo così – cedevole e portata al tradimento, e questo sembra turbare Kerouac che, una volta lasciato, torna a casa dalla mamma e si mette in cucina a scrivere l'accaduto.
Qualche descrizione è sinceramente infelice, penso a lei distesa “come una piccola mummia”, col naso “leggermente mongoloide se non da pugile”; oppure, a lei donna “di più profonda donnitudine che io abbia mai visto, una brunetta di un'eternità incomprensibilmente bella” (p. 460). Se leggessi passi come questi in uno dei mille manoscritti che piovono ogni anno in casa editrice, subito scriverei all'autore una letterina di due righe ringraziando per la cortese proposta, ribadendo che l'opera è estranea alla linea editoriale della casa editrice.
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Chi c'è nei sotterranei? Persone “hip” che non se la tirano, “intelligenti ma non pallosi, intellettuali marci che sanno tutto di Pound senza fare i saccenti o parlarsi addosso, tranquilli e pacifici come tanti gesucristi”. Tutto di Pound? Ammazza.
Sempre drogati o sbronzi, pronti a bofonchiare qualcosa di vagamente letterario e superficialmente esistenzialista... “ma esistenzialismo americano, il peggiore, il più cool, quello dei tossici sai, li frequentavo, ormai da quasi un anno e ogni volta che quelli andavano su di giri mi sentivo come se avessi infilato le dita nella presa” (p. 435)... sono gli artisti amici di Kerouac – sempre il solito clan dei beatnik, con qualche cammeo di Gore Vidal; per un elenco completo delle corrispondenze tra gli pseudonimi e le reali identità dei vari personaggi, divertitevi a sfogliare il Meridiano Mondadori.
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Cosa ho letto? Una storia d'amore e di droga ambientata negli Stati Uniti negli anni Cinquanta; il problema principe del narratore sembra quello di dover accettare l'idea di essersi innamorato di una donna di colore; il problema principe del lettore è senza dubbio quello di avere abbastanza volontà e pazienza per star dietro alla narrazione slegata e spezzettata e tutta giocata su sovrapposizioni, ripetizioni e digressioni tendenzialmente insensate del signor Kerouac, da Lowell. Non c'è niente di rivoluzionario a falsare lo stream of consciousness con un po' di punteggiatura d'accatto, nel 1958; né niente di particolarmente spiazzante nel mostrare quanto casino possa fare certa droga nella mente di un narratore. Non mi sono emozionato, mi sono fatto qualche risata. Un po' poco per invitarvi a condividere la lettura del libro. Un po' poco per giustificare la fama internazionale dell'autore. Mistero.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Jean-Louis Lebris de Kerouac, alias Jack Kerouac (Lowell, 1922 – St. Petersburg, 1969), scrittore americano, di sangue franco-canadese, cattolico; fu tra i padri della Beat Generation.
Jack Kerouac, “I sotterranei”, in “Romanzi”, Mondadori, Milano 2001. A cura e con un saggio introduttivo di Mario Corona. Traduzione di Nicoletta Vallorani.
Prima edizione: “The Subterraneans”, 1958.
Approfondimento in rete: WIKI It / Trevi su JK / On The Road diventa film? / Wiki en
In Lankelot:
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Agosto 2009
Commenti
Romanzo breve d?argomento sentimentale, strutturato in due parti, giocato su uno stravagante simil-flusso di coscienza, sporcato da un disordine espositivo sinceramente dilettantesco, ?I sotterranei? è un discreto libretto da performance dal vivo, una sconclusionata vicenda d?amore e di tradimento, un campione di quanto possa essere confusionaria e ossessiva la scrittura sotto l?effetto delle droghe. Non è niente di memorabile; è, al limite, qualcosa di divertente per chi volesse mettersi alla prova con una narrativa sconnessa e ? diciamo così - ?jazzata?.
Speciale KEROUAC!
http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2950
quando ti toccherà I Vagabondi del Dharma, credo che getterai definitivamente la spugna, hahahaha! :)
Ma dicci di più della conferenza che ti aspetta! ;)
devo aspettare che la ufficializzino:)
Posso dirti solo che sarà in un contesto politico, e non letterario. E che probabilmente sarò un relatore spiazzante:))).
Domani punto i vagabondi del Dharma, ma in programma ho anche il dottor sax, big sur, angeli della desolazione e l'orfeo emerso. Se devo pestare, pesterò con la preparazione più completa possibile. Sulle poesie glisso, perché è davvero come sparare sulla croce rossa.
Ma sulla narrativa no, lui - come Bukowski - è il santo patrono dei narratori scarsi, ci tengo troppo a studiarmene per bene le cause.
Di solito, quando uno scrive senza preparazione e con molta ambizione, e molte arie da scrittore incompreso, ha due patroni: Buk e Kerouac. E nelle interviste lo rimarcano sempre. Buk capisco, ma Kerouac no, proprio no. miodio no:)
"Di solito, quando uno scrive senza preparazione e con molta ambizione, e molte arie da scrittore incompreso, ha due patroni: Buk e Kerouac."
Questo è vero. Ne ho già conosciuta abbastanza di gente del genere, ahimè. Tristezza... :(
Riguardo le poesie, anche io non riesco a leggerle. Tra i beatnik, in poesia il migliore (o il meno peggio, fai tu! :P) è Ferlinghetti. Diverso è il discorso se le sento durante un reading.
quando penso ai beatnik penso sempre con nostalgia a un paragrafo della storia della letteratura del Flora (o del Ferroni? Ferroni?) in cui si apriva una cornicetta (Ferroni) e si diceva, più o meno: "Nella Letteratura Italiana esiste da sempre una tradizione: quella del poeta performer. Tecnicamente dignitoso, inadatto alla scrittura, dà il massimo nelle prestazioni dal vivo, come un antico giullare", o qualcosa del genere.
Come a dire: gli artisti da piazza non sono artisti, sono artisti da piazza. Fateli leggere, e lasciateli fare. Però ocio - è come dire che un giornalista "scrive bene". No: scrive bene per essere un giornalista, non "scrive bene" in assoluto:)
ti abbraccio,
gf
5. A Buk e Kerouac aggiungono, a volte, un'icona della poesia americana: Jim Morrison, è chiaro. Con Morrison hai il trittico perfetto. Imbattibile.
E' un italiano atteggione e alternativo? E' uno che non sa scrivere? Morrison e Kerouac sono i suoi idoli, Buk il feticcio invincibile.
Puoi metterci le palle sul fuoco, quando ti infilano quei tre nomi vuol dire che sei, 99 su 100, di fronte a una pippa incredibile con tanta voglia di dire "sì, io sono uno scrittore, pubblico anche, faccio molti riding"
6. Bella. Mi trovo completamente d'accordo.
7. hahaha, vero vero! :)
E, agganciandomi ai due commenti precedenti, non a caso ritengo Morrison il più grande performer della musica rock. Ma trovo anche la sua abilitazione a poeta, la più grande presa per il culo della letteratura degli ultimi 50 anni. Puoi ben capire il mio godimento quando ho letto le pagine di Kid A dedicate all'opinione che Thom aveva di Morrison! :)
hehe:)))
3 - Credo che Giovanni abbia ragione. Per te "In vagabondi del Dharma" sarà un vero calcio sulle palle. Già immagino tutto il male che ne scriverai;) Pur ammettenedo che c'è un che di ombelicale e ridondante nei libri di Kerouac, visibile a tutti, non ritengo questo modo di fare un improduttivo parlarsi addosso. Il valore antropologico e culturale di libri come On the road e I Vagabondi del Dharma per me risulta evidente, al contrario di Buk, che davvero è stato sopravvalutato. Come diceva Giovanni in un post, certa America anch'io l'ho studiata e compresa proprio a partire dai libri di Kerouac. On the road, con tutti i suoi possibili limiti, resta uno stupendo libro di formazione intergenerazionale: complementare al Werther di Goethe, oserei dire. Io li ho letti sempre in coppia, così, per puro istinto. Trovi ardito il parallelo? A livello letterario sicuramente. A livello di suggestioni sono due libri che, letti nell'adolescenza - o comunque 18-20 anni - donano una potente energia. Ci sono letterati che letti a una certa età hanno la loro giusta funzione: forse hai letto Kerouac fuori età, amico mio;)
Detto ciò, I sotterranei non l'ho mai letto.
(In realtà avevo letto "On the Road" a vent'anni, e ne avevo un buon ricordo, tutto sommato; tant'è che quando Ian ne scrisse, tempo fa - su Lanke c'è il pezzo - non obbiettai niente:).
Il problema è stato rileggerlo a 32 quasi, è stato terribile...)
"la forma strettamente confessionale dell?opera si accordava alle ?Memorie dal sottosuolo? di Dostoevskij (si vola bassi, eh?)"
Stesso discorso te l'ho fatto sempre anche per Dosto, che rispetto a Kerouac ha un respiro più vasto. Mai compreso il disprezzo che hai per lui. é letteratura potentissima, che ha al centro una indubbia componente legata all'inconscio. Forse è per deformazione studentesca, per il fatto di non aver approcciato e probabilmente a pelle mai amato la psicologia e le scienze affini che non sopporti certa letteratura. T'assicuro che letto in un'ottica più complessa anche Kerouac ha molti sottotesti non enucleabili da una "lettura semplice". Se noti le considerazioni che ho lasciato su Orfeo emerso puoi ben capire. Dostoevskij non ne parliamo, da questo punto di vista è il più complesso letterato post illuminista.
sì sì:)
Ma in quel passo dicevo a Kerouac che "volava basso", ironicamente, accostandosi a FD. Che per me rimane grande nelle opere giovanili:). Ma riaprirò il fuoco, nel 2011, anche su di lui:)
13 - Si, si, l'avevo inteso. Appunto ho riportato il passo, conoscendo la tua avversione per il letterato russo;)
Non mi dire? Hai in programma di leggere DostoevskiJ? Cavolo, li mi costringerai a riprendere in mano i mattoni (minimo 700 pagine, t'avverto, per i testi fondamentali)
tra un paio d'anni, sì. Ne saranno passati 10 dallo choc-kagakazov, sono pronto:)
15 - ah ah ah
13. :O
13. Io per il momento di Dostoevskij ho letto soltanto un'opera giovanile, Le notti bianche, ma è stata una mezza delusione. O meglio, tranne qualche pagina, mi ha lasciato molto poco. Delitto e Castigo è però programmato come romanzo da leggere durante il prossimo autunno/inverno. Basta rimandare! :)
Invece, compare GdB, per me è proprio nel "Sosia" e nelle "Notti bianche" che FD è vicino al nostro tempo, e alla nostra idea di Letteratura. Ne riparliamo, promesso.Qui concentriamoci su JK, dai;)
19 - Be ma non c'è paragone tra Le notti bianchi e Delitto e castigo, solo un folle potrebbe preferire il primo. Delitto e Castigo è uno dei più grandi romanzi della storia, e tu caro Franchi non puoi farci proprio nulla;)
ahahah:)))
Non saprei. E' un grande romanzo di un'epoca che aveva bisogno di un certo tipo di narrativa: un'epoca che aveva ben diversi tempi e ritmi e stili di vita, e ben diversa necessità di parola scritta. Oggi sarebbe, e giustamente, del tutto inaccettabile. E' un libro che sta bene nel secolo in cui sta. Mentre oggi "Le notti bianche", ripulito e migliorato, vivrebbe. E bene.
Quello è il FD contemporaneo e vicino, non quello uncinato alla sua epoca.
21 - :) :) Secondo me non hai ancora interiorizzato il vero valore dell'opera di D. - Non è tanto nelle storie, nell'intreccio, pur appassionante. é nell'indagine psicologica, nella caratterizzazione dei personaggi. Non a caso, al pari di Pirandello e di pochi altri, sui suoi singoli personaggi sono stati scritti trattati e analisi di vario tipo (psicologico, filosofico, politico etc). Lo stesso Evola dedica spazio ai personaggi di Dostoevskij in Cavalcare la tigre, come esemplificazione del tema principe del Novecento, il nichilismo. Come Nietzsche in filosofia, l'opera di D. in letteratura ebbe anche un ché di profetico. é questione di gusti anche. Io do molta importanza alle caratterizzazioni psicologiche, spesso più che all'intreccio o alla forma. E non sono il solo, evidentemente. Scusa per il prolungamento dell'O.T.
una conferenza demolitiva: se avrai contraddittori sarà rovente. :)
[kerouac] ciao Gianfranco.
[kerouac] ciao Gianfranco. Premetto che ho molto apprezzato il tuo libro sui Radiohead, sono venuto anche a sentirti al Knulp alla presentazione dello stesso; un lavoro davvero completo ed emozionante, maniacale ma non ossessivo. Per chi come me è un loro grande seguace è stato quasi commuovente leggere certe tue letture delle loro canzoni, il tutto legato da un percorso logico e splendidamente articolato. Ancora complimenti.
Invece non condivido affatto e anzi mi stupisco di una critica così spietata a questo "romanzo" di kerouac - e a sfogliare un pò le altre recensioni, all'autore in toto.. Certe frasi sembrano far trasparire una vera e propria avversione, quasi personale per il malcapitato jack. Non capisco perchè, citando alcuni passi, parli di "infelici descrizioni" quando si tratta invece di bellisime perle di slang addolcito, tenere manifestazioni di quel bambinone con le mani troppo grandi e sgraziate di cui sopra. "Piccolo dolcecorpo chicco d'uva sulle lenzuola irrequiete dall'eccitazione della notte" Certo, non sarà Dostoevskij, non sarà Hesse (in Big Sur t'ha colpito sul vivo quando parla del lupo della steppa eh?), ma non penso si debba sputare su questo slancio vitale, su questa patetica (?) ricerca dell'eternità che fa tanto sorridere i critici di oggi, forti di una presunta onniscienza. E con questo, bada bene, non intendo dire che il mio amore nei confronti dei suoi romanzi nasca da una specie di compassione o tenerezza - tutt'altro. Sì, certo, è uno scritto che darebbe il meglio di sè recitato dal vivo, magari in lingua originale. Ma leggerlo tutto d'un fiato, seguendo il suo ritmo frenetico e sincopato, con le sue brevi pause e scatti nervosi è una sensazione che pochi altri mi hanno trasmesso - quello che tu con un certo compiacimento etichetti con "divertente per chi volesse mettersi alla prova con una narrativa sconnessa e – diciamo così - “jazzata”".
"Se leggessi passi come questi in uno dei mille manoscritti che piovono ogni anno in casa editrice, subito scriverei all'autore una letterina di due righe ringraziando per la cortese proposta, ribadendo che l'opera è estranea alla linea editoriale della casa editrice"
un'uscita che trovo infelice, forse figlia, ahimè, di un'effettiva mancanza di valorizzazione di nuove proposte da parte delle case editrici, o della mancata pubblicazione di giovani scrittori che reputi forse più capaci e interessanti del suddetto.
E' un linguaggio distante da oggi senza dubbio, ma forse proprio per questo interessante e "innovativo" per me che lo leggo adesso nel 2010. Non ha inventato lui il flusso di coscienza, non so nemmeno chi è stato il primo (forse ginsberg, forse lui stesso) a scrivere in maniera "jazzata" (non interpretando questo appellativo criticamente come un eufemismo per qualcos'altro), ma resta il fatto che, nel suo genere, secondo me resterà immortale; non resteranno solo 2 versetti di On the Road nella storia della letteratura americana. E francamente spero non venga ricordato solo come un drogato - nonostante la droga sia parte integrante del suo lavoro.
Saluti :)
[nikmez-radiohead] Buondì
[nikmez-radiohead] Buondì Nikmez, benvenuto su Lankelot. Partiamo dalla tua premessa, in questo primo commento. Ti ringrazio molto per quel che dici a proposito del libro sui Radiohead, e più ancora ti ringrazio per essere stato presente il giorno dell'evento al Knulp. Knulp è un locale al quale sono legatissimo. E' un piccolo tempio:).
Per me è bellissimo se i fan o i "grandi seguaci" della band trovano "commoventi", come scrivi, certe letture delle loro canzoni. In generale, ti dico, quando ho ricevuto mail o messaggi di apprezzamento da parte di fan felici mi sono sentito un po' realizzato. Ecco, come dire, missione compiuta:). Anche per questo non scriverò altri libri di musica. In compenso attendo, come tutti, il nuovo album di TY e compagni. Vogliamo il nuovo disco dei Radiohead, vogliamo il nuovo disco dei Radiohead.
Nel prossimo commento, qui in basso, ti rispondo su Kerouac.
[nikmez-kerouac] Veniamo alla
[nikmez-kerouac] Veniamo alla seconda parte: ossia a quel che mi dici di JK. Intanto, per prima cosa, lascia che ti dica che sono molto contento della franchezza, dell'immediatezza e dell'onestà della tua critica, e delle tue osservazioni. Apprezzo molto. Quando scrivi, però, che "certe frasi sembrano far trasparire una vera e propria avversione, quasi personale per il malcapitato jack" posso confermarti che non c'è niente di personale, abbiamo direi almeno 2 gradi di separazione (cioè sono amico di chi è stato suo sodale e grande amico, e ha scritto qualcosa di memorabile per questo mio amico, in un suo libro) e nessuno, nella mia famiglia, ha avuto a che fare con la sua:). No, niente di personale. Giuro:).
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Tu giudichi "perle di slang addolcito" quelle che per me sono "infelici descrizioni". Ne prendo atto, e credo sia questione semplicemente di differente sensibilità estetica. Apprezzo anch'io lo slancio vitale, ma non credo che il vitalismo possa bastare da sé per dare vita a qualcosa di esteticamente memorabile. Tra l'altro quello slang andrebbe letto da un americano in lingua originale, perché inevitabilmente perde valanghe di sfumature per noi italiani, non c'è nota in calce che tenga.
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Scrivi: "Ma leggerlo tutto d'un fiato, seguendo il suo ritmo frenetico e sincopato, con le sue brevi pause e scatti nervosi è una sensazione che pochi altri mi hanno trasmesso - quello che tu con un certo compiacimento etichetti con "divertente per chi volesse mettersi alla prova con una narrativa sconnessa e – diciamo così - “jazzata”"."
> bene, ma ho la sensazione che qui stiamo dicendo più o meno qualcosa di simile. Ossia che il divertimento per la sconnessione c'è, ed è non comune. Insomma dai, da questo punto di vista non l'ho maltrattato, ho riconosciuto l'atipicità:).
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Più avanti, scrivi: "un'uscita che trovo infelice, forse figlia, ahimè, di un'effettiva mancanza di valorizzazione di nuove proposte da parte delle case editrici, o della mancata pubblicazione di giovani scrittori che reputi forse più capaci e interessanti del suddetto.
> Naa. Semplicemente, c'è chi sperimenta con vera consapevolezza e vera innovazione (una minoranza assoluta) e chi "sperimenta" ciò che è stato sperimentato cinquanta o cento anni prima. E lascia il tempo che trova. Magari pizzicare adesso qualcuno di veramente e onestamente sperimentale. Ecco, in quel caso so già che litigherei con l'editore, che mi direbbe "non vende" e io direi "fa niente" e via dicendo. A proposito, in questo preciso momento della mia vita sto lavorando per i giornali, non per gli editori. Mi sto disintossicando dai manoscritti, è bellissimo, e distende i nervi e regala un sacco di illusioni che giuravo perdute. Se un giorno farai il lettore o l'editor in una casa editrice di narrativa mediamente nota, per diciamo un annetto, ne riparleremo e vedrai che saremo più vicini, nella stanchezza.
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Scrivi: "resta il fatto che, nel suo genere, secondo me resterà immortale; non resteranno solo 2 versetti di On the Road nella storia della letteratura americana. E francamente spero non venga ricordato solo come un drogato - nonostante la droga sia parte integrante del suo lavoro".
> E' la tua speranza, è il tuo auspicio, e rispetto entrambe le cose. Io credo che la narrativa americana abbia saputo offrirci prove più alte e consapevoli, nel secondo Novecento. Ciò non toglie che sono divertito dal ribellismo beat, e sono stato curioso di tornare a leggere "on the road" a dodici, tredici anni di distanza dalla prima volta. E' stato un massacro, come forse avrai letto, e così - più o meno - andare in cerca delle altre sue prove di narrativa. Ognuno ha fatto i suoi percorsi di studio. In questo momento soffro un po' la distanza tra un certo tipo di narrativa e un altro, certa scrittura è proprio impressa su carta d'ortica, non so come dire... se il destino mi fa invecchiare qualche anno ancora, dignitosamente, magari riesco a recuperare bonomia e comprensione per certi giochi letterari-musicali-tossici-politici. Adesso, ti giuro, proprio non mi divertono, diciamo così:).
Torna quando vuoi, onorato del confronto con te.
franco
[kerouac] ti ringrazio delle
[kerouac] ti ringrazio delle risposte garbate alle mie critiche forse eccessivamente "franche".
Continuerò a seguirti e seguire questo bel portale che ho scoperto da pochissimo, e ad intervenire se necessario :) Buon lavoro, se ti vedrò al Knulp ci presenteremo di persona. Buona giornata!
[kerouac] grazie ancora a te
[kerouac] grazie ancora a te - e sempre viva la franchezza. Soprattutto se aiuta a venirsi incontro o a rivedere le proprie posizioni. Detto ciò, se ti va di collaborare porte aperte: il format per gli articoli di letteratura è questo:
http://www.lankelot.eu/format-letteratura.html
l'elenco degli articoli disponibili è questo: http://www.lankelot.eu/archivio-articoli.html
le istruzioni per mandare i pezzi in approvazione (nel tuo caso, immagino, "caricare i pezzi": scrivi molto bene) sono qui: http://www.lankelot.eu/istruzioni
e magari rivedersi presto al knulp, io vivo a Roma, a Trieste passo tre-quattro settimane l'anno, al massimo, sin dal 1978:). Però sì, ci si rivedrà lì, prima o poi.
viva là,
gf
[sotterranei] la scrittura di
[sotterranei] la scrittura di Kerouac non mi ha mai dato l'impressione di basarsi su "giochi letterari-musicali-tossici-politici"...ma è questione come sempre di sensibiità e di cosa si intende per scrittura narrativa e poetica.Crederci all'autenticità di uno scrittore mi pare sia la base per poterlo apprezzare. Penso che Kerouac abbia inventato uno stile che prima di lui non esisteva. Uno stile che faceva parte integante di lui come persona, non era qualcosa a lui esterno, non era una tecnica, qualcosa di artefatto, artificioso. Era lui ad essere quello che scriveva. Quando lui scrive le parole che riporto credo che parli di qualcosa che mi riguarda:
" Dio devo vedere il tuo volto questa mattina, il Tuo Volto attraverso i vetri polverosi della finestra, fra il vapore e il furore; devo sentire la tua voce sopra il clangore della mtropoli. Sono stanco, Dio, Non riesco a scorgere il tuo volto in questa storia" ( Un mondo battuto dal vento, pag. 219 ).
Ecco è così, quando leggo Kerouac ho sempre l'impressione di leggere qualcosa che mi riguarda. Ma è un' impressione molto personale.
[kerouac, sott.] grazie per
[kerouac, sott.] grazie per il contributo, Dianella. Ne approfitto per segnalare il tuo articolo sullo stesso libro, qui: http://www.lankelot.eu/letteratura/kerouac-jack-i-sotterranei.html-0
salut!