Kemal Yashar

L'erba che non muore mai

Autore: 
Kemal Yashar

Terzo e ultimo capitolo della Trilogia della montagna, il ciclo di romanzi che racconta le vicende degli stagionali del cotone in Turchia. Interi villaggi di montagna che, all'affacciarsi dell'autunno, scendono verso le pianure per far da manodopera (spesso con retribuzioni schiavistiche) nella raccolta del bianco fiore, di cui le nostre t-shirt immemori poco sanno o vogliono sapere. Yashar Kemal, con la sua affabulazione fluviale, trascina il lettore dentro questo mondo a sé, con la maestria dello sciamano, del cantore epico e del narratore socialista. Lì nella pianura infestata di zanzare e puntuta di cardi, si snodano le avventure del vilaggio di Yalak, che dopo le peripezie dei due romanzi precedenti, compie il suo ciclo ritrovando un equilibrio, un'armonia, una speranza. A un costo però.

Nel romanzo precedente una frenesia sociale che percorreva gli abitanti del villaggio, aveva portato alla santificazione voce populi di Tashbash, colui che meno di tutti si lasciava assoggettare dalle logiche sfruttatrici del capo villaggio Sefer. Lì Y. Kemal ci mostrava come nelle società rurali un disagio materiale possa essere sublimato, e in qualche modo risolto, attraverso il ricorso al “magico” e al divino. Ma gli umori dei paesani cambiano più veloci delle stagioni. E in questo L'erba che non muore mai Tashbash sarà sacrificato come capro espiatorio dalle stesse logiche “magiche” che lo avevano santificato. Kemal con estrema abilità ci conduce in quel ganglio umano e sociale insondabile, dal quale nascono i miti, le divinità, laddove l'immaginazione si fa iperbole della realtà e dà risposte a quest'ultima seguendo tracciati quantomeno irrealistici. Un complesso gioco di parole? Non tanto. Qualcuno sarebbe pronto a sintetizzare pronunciando le parole 'ignoranza' o 'superstizione'. Altri parlerebbero di una sovrastruttura culturale che risponde a condizioni di vita misere ed estreme. Yashar Kemal, con molta più umanità, ci scrive sopra tre romanzi e nascondendosi dietro alla sua voce epica, ci porta dentro questa intricata poiesi. Non c'è solo la storia di Tashbash. C'è anche quella di Alì il lungo che è costretto a lasciare la sua anziana madre al villaggio; quella di Memidik, che volendo uccidere il capo vilaggio, una notte, sbaglia uomo e per tutto il romanzo è ossessionato dalle aquile che volteggiano sopra il pozzo in cui ha nascosto il cadavere. Molti altri i personaggi, molte altre storie si snocciolano lungo i mesi della raccolta del cotone, e darne conto in sede di recensione avrebbe poco senso. Il libro è lì, per chiunque voglia conoscerle.

La lettura di Yashar Kemal, bisogna ammetterlo, è faticosa. Faticosa perché ricchissima di dettagli naturali, ricchissima di una sapienza antica quanto il rapporto dell'uomo con la Natura e pertanto distante da noi che quel rapporto abbiamo perduto, forse tradito. È difficile immaginare un ragazzo di metropoli, che in vita sua non ha mai visto un pollo se non arrosto (generalizzo, è ovvio), entusiasmarsi alla descrizione dei cicli di fioritura del cotone, alla spiegazione di come si estrae lo “yalabuk” dalle cortecce degli alberi o al processo di produzione del pane delle contadine anatoliche. È difficile che qualcuno si interroghi sull'origine del cotone da cui proviene la t-shirt o la felpa che ha indosso, andando a sviscerare i complessi rapporti politici sulla base dei quali il sistema industriale mondiale schiavizza i protagonisti dei romanzi di Kemal. C'è fatica dunque nelle pagine di Kemal. Ma non è noia, attenzione, è fatica. Quella fatica che sa di terra, di sudore, quella fatica salvifica e biblica che consegna all'uomo (in questo caso al lettore) un sapere, una saggezza duratura, una conoscenza non solo riguardo ai raccoglitori di cotone dell'Anatolia, ma in generale riguardo agli umili, agli ultimi, ai giusti.

Non si tratta di cose lontane nel tempo, né nella geografia. Un Kemal dei nostri tempi potrebbe scrivere romanzi simili sugli stagionali dei pomodori in Puglia, ad esempio. Quando l'autore scrisse quest'ultimo romanzo della trilogia era il '68. Le schiene curve dei suoi protagonisti, ogni tanto si levano a seguire nel cielo l'arco di spuma bianca tracciato dai jet americani (per loro più demoni che macchine) che decollano dalla base Nato di Incirlik, poco lontana. Ora che il sottoscritto scrive questa recensione ha vivo nella mente il ricordo delle donne curde chine, garrule e laboriose nelle campagne vicine a Diyarbakır; nel palmo il ricordo tattile della sofficità misteriosa del cotone e sulla retina l'immagine di questi villaggi in migrazione che si accampano con tende, fornelli da campo e masserizie, vicino ai campi in fiore. Lunghe ore di lavoro per circa 12 euro al giorno. Quanto costa una t-shirt?

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE: Yashar Kemal, L'erba che non muore mai, Tranchida, Milano 1999, pp.422, euro 19.50. Traduzione di Roberta Denaro da originale turco Ölmez otu, Istanbul 1968.

Yaşar Kemal è uno degli scrittori turchi più famosi all'estero, assieme ai più giovani Orhan Pamuk e Elif Şafak. L'influenza della sua prosa sull'immaginario e sul romanzo è decisiva e a tratti invadente. Le sue origini curde e il serbatoio narrativo dell'Anatolia a cui attinge, ne fanno una delle figure più amate e rispettate anche fra i curdi. A rigore la sua produzione va inclusa nell'alveo della letteratura turca (perché in turco scrive), ma la sostanza dei suoi romanzi e i personaggi stessi, richiamano da vicino lo stile di vita, le tradizioni e le leggende dei popoli del sud-est anatolico. Molti i suoi libri tradotti in Italia, soprattutto da Tranchida. Da ultimo:  

Guarda l'Eufrate rosso di sangue, Rizzoli, 2011.

Marilungo Francesco, febbraio 2012.

Le foto sono state scattate da me lo scorso ottobre nelle campagne vicine a Diyarbakır, fra le giovani curde raccoglitrici di cotone...in pratica, i protagonisti dei romanzi di Kema. Altri scatti di un grande amico fotografo, mio compagno di viaggio: http://www.flickr.com/photos/tacvitali/6279111891/in/set-72157627849341815/

E per essere ancora un po' più multimediali, vi consiglio di scorrere queste foto con questa canzone nelle orecchie. Una work-song in turco riarrangiata. Senza dimenticare gli schiavi d'America o Leadbelly.

ISBN/EAN: 
9788880033219

Commenti

[l'erba che non muore mai]

[l'erba che non muore mai] dice francesco: "Terzo e ultimo capitolo della Trilogia della montagna. Il ciclo di romanzi che racconta le vicende degli stagionali del cotone in Turchia. Interi villaggi di montagna che, all'affacciarsi dell'autunno, scendono verso le pianure per far da manodopera (spesso con retribuzioni schiavistiche) nella raccolta del bianco fiore, di cui le nostre t-shirt immemori poco sanno o vogliono sapere. Yashar Kemal, con la sua affabulazione fluviale, trascina il lettore dentro questo mondo a sé, con la maestria dello sciamano, del cantore epico e del narratore socialista. Lì nella pianura infestata di zanzare e puntuta di cardi, si snodano le avventure del vilaggio di Yalak, che dopo le peripezie dei due romanzi precedenti, compie il suo ciclo ritrovando un equilibrio, un'armonia, una speranza. A un costo però...."

[kemal] nel pome carico 5

[kemal] nel pome carico 5 foto;)

[l'erba che non muore mai] le

[l'erba che non muore mai] le prime due, eccole...

[foto] franz dice: "Le foto

[foto] franz dice: "Le foto sono state scattate da me lo scorso ottobre nelle campagne vicine a Diyarbakır, fra le giovani curde raccoglitrici di cotone...in pratica, i protagonisti dei romanzi di Kema."

> eccole!

[Kemal/foto]: Grazie

[Kemal/foto]: Grazie Gianfranco, sei fantastico! E perdonami la bega!

[Kemal/foto]: In realtà la

[Kemal/foto]: In realtà la prima foto, o mi sono sbagliato a mandartela, oppure l'hai tirata fuori da non so dove :)) Non ha proprio a che fare con il cotone. Quello è un pezzo, dei tre rimasti, del vecchio ponte di Hasankeyf! Sta bene lì ugualmente!

[Kemal]: E con questo si

[Kemal]: E con questo si chiude la prima tripletta su Yashar Kemal. Più in là ci ritorneremo, dato che lo scrittore dimostra di avere ancora molte cose da dire al presente e molte frecce al suo arco.

[vecchio ponte di Hasankeyf]

[vecchio ponte di Hasankeyf] è incredibilmente suggestivo, va detto:). Ma a quale secolo risale? Chi l'ha costruito? Che storia ha?

[kemal, franz, foto] il

[kemal, franz, foto] il minimo, amice - fantastico sei tu che continui a insegnarci così tante cose, e così tanto preziose. grazie sempre.

[Ponte Hasankeyf]: Il vecchio

[Ponte Hasankeyf]: Il vecchio ponte di Hasankeyf l'hanno costruito gli Artuqidi attorno al dodicesimo secolo, quando Hasankeyf diveniva uno dei centri commerciali principali lungo la via della seta e il corso del Tigri. Ora ne rimangono due pilastri al centro del fiume e due teste di ponte sulle sponde. Rovine ancora maestose e dignitose, nonostante l'incuria. In una delle due teste di ponte (quella sulla sponda curda della città, dato che il centro è arabo) una famiglia si è ricavata una casa che ho avuto la fortuna di vedere all'interno. I supporti di legno che costituivano la strada sopra al ponte sono crollati secoli fa. Nel 1964 un nuovo, osceno ma utile,ponte in cementoarmato è stato costruito poco distante per consentire l'attraversamento del Tigri in quella zona e per creare una via, non più della seta, ma del petrolio verso l'Iraq. Fino al '64 gli abitanti della sponda sinistra, i curdi, andavano diciamo così "in centro" solo una volta ogni tanto, e sopratutto nei mesi di secca, quando era più facile attraversare il Tigri con le zattere. Qui una foto panoramica di entrambi i ponti. Qui le foto di Hasankeyf ai primi del '900, scattate da un personaggio affascinantissimo e chiave mediorientale del colonialismo britannico, Gertrude Bell.

[ponte hasankeyf]

[ponte hasankeyf] chiarissimo. grazie francesco:)

[hasankeyf] per chi non la

[hasankeyf] per chi non la conoscesse: http://en.wikipedia.org/wiki/Hasankeyf

è l'antica Heskîf, Kiphas per i greci.

[Kemal]: Altri commenti a

[Kemal]: Altri commenti a seguito di questa recensione possono essere letti sul blog di  Giuseppe Mancini.