Kawabata Yasunari

Saggi

Autore: 
Kawabata Yasunari
Una raccolta di saggi estremamente significativi di Yasunari Kawabata, contenuta nel primo Meridiano della Mondadori curato da Giorgio Amitrano e dedicato allo scrittore cantore della bellezza giapponese: “Gli occhi negli ultimi istanti” (1933), “La purezza nella voce” (1935), “La bellezza del Giappone ed io” (1968).
 
Gli occhi negli ultimi istanti
 
Il saggio risale al 1933, dopo la morte dell’amico pittore Koga Harue, i cui quadri d’avanguardia incarnavano l’idea di novità della Shinkankakuha, scuola della nuova sensibilità, di cui Kawabata fu uno dei promotori.
Lo scritto è un concentrato di profonde riflessioni tra due tematiche che si rincorrono, intrecciandosi, nella sua produzione letteraria: la morte e l’arte. Turbato dall’evento tragico del pittore che aveva conosciuto qualche anno prima, lo scrittore coglie l’occasione per tracciare il legame tra la meditazione buddista e lo spirito artistico rivelato dalle opere di Koga Harue, per poi ricordare lo stile degli artisti del suo tempo ed il significato supremo dell’eredità del passato sull’ispirazione. Kawabata si dimostra convinto che un’artista non possa nascere in una sola generazione: “è un fiore unico che sboccia dopo che il sangue degli antenati è passato attraverso più e più generazioni” (pag. 1211). Le eccezioni esistono, ma la maggior parte di esse provengono da antiche famiglie, come se avessero bisogno di rigenerarsi e maturare di anno in anno, acquisendo maggiore linfa creativa con il trascorrere del tempo. Un grande scrittore nasce dopo l’esperienza acquisita nel tempo che l’ha preceduto, oppure, al contrario, un nuovo talento può emergere con vigore quando tutto langue, quando il sangue creativo sta per estinguersi.
Il suicidio non è per Kawabata la via dell’illuminazione: crede che se potesse scegliere preferirebbe morire silenziosamente nel sonno. Ed è stupefacente leggere queste note considerando l’epilogo della vita dello scrittore qualche decennio dopo.
Koga Harue era morto di malattia e, seppur gravemente colpito dagli effetti del male, nelle sue opere continuava a ravvisarsi la precisione del tratto, mentre era noto che l’artista non riuscisse più a scrivere correttamente. Per Koga Harue la “pittura è stata senza alcun dubbio la strada verso la salvezza, ma forse anche la via verso l’inferno. Il genio artistico concesso dal cielo altro non è che una specie di Karma” (p. 1222). Ciò che l’uomo aveva tenuto in vita fino all’ultimo era stato l’impulso creativo che gli dava l’energia “animale” necessaria ad annullare la malattia fisica, mentre lavorava ai suoi quadri.
Kawabata non fa mistero nel sottovalutare la sua arte, dimostrando grande umiltà nei confronti della vita. Considera la morte un’idea lontana non perché non l’abbia mai sfiorato il pensiero, ma perché sente crescere l’ansia creativa di chi ha ancora molto da esprimere. È un concetto che forse porta luce su quello che sarà l’atto estremo della sua esistenza, il suicidio nel 1972, qualche anno dopo aver ricevuto il Nobel per la letteratura. Lo scrittore, seguendo le orme di chi gli era stato maestro e allievo nella vita, non lasciò incomprensibilmente nulla di scritto. È forse in questa idea, espressa quarant’anni prima, che si riescono ad interpretare i motivi del suicidio? Non aveva più nulla da esprimere con la sua scrittura? Poteva essere il Nobel il riconoscimento pubblico che poneva, di fatto, fine alla sua ansia di scrivere l’opera migliore della sua esistenza? Oppure Kawabata affrontò la morte seguendo il percorso che aveva tracciato Akutagawa Ryunosuke (autore del “Rashomon” da cui Akira Kurosawa trasse ispirazione per il film omonimo), morto lasciando un testamento spirituale in “Appunti per un vecchio amico”, in cui dichiarava di aver provato “tutta la malinconia di noi esseri umani che viviamo per vivere” (pag. 1212).
Il titolo del saggio è, per l’appunto, dedicato allo scrittore che Kawabata non aveva apprezzato molto in vita, né come autore né come persona. Avvicinandosi all’età della morte di Akutagawa (a cui il Giappone dedicò il concorso letterario più prestigioso dell’intero paese) sente di poterlo rivalutare per quel pensiero che sinteticamente esprimeva l’approccio giapponese di fronte alla morte. Scriveva, infatti, Akutagawa: “so solo che per me la natura non è mai stata così bella. Riderete forse di questa mia incoerenza: amare tanto la bellezza della natura e pensare al suicidio. Ma è proprio qui, davanti ai miei occhi negli ultimi istanti che si riflette questa bellezza” (pag. 1213). Ecco, in tale concetto si esprime quell’impulso emotivo di fronte alla bellezza di chi sa che non ne godrà più: la partecipazione intensa verso le cose dell’universo nella piena consapevolezza della loro caducità.
 
La voce della purezza
 
Il secondo scritto del 1935 racchiude una breve discussione interiore sulla purezza dell’animo, sulla sensibilità e l’innocenza nel confronto tra l’infanzia e la maturità, tra l’Occidente e l’Oriente. L’incipit è la poetica descrizione del concerto di un suonatore cieco di Koto con un’artista europea: “e anche noi possiamo capire senza difficoltà che, proprio perché i suoi occhi non vedevano, la gioia di quel momento era a sua volta puro. Ascoltando rapiti la propria musica come cantata da un coro di voci celesti ci si può dimenticare di se stessi in una felicità dove l’anima tutta è purificata. È davvero un istante di purezza” (pag. 1128).
Kawabata coglie l’occasione di rammaricarsi che nelle fanciulle contemporanee non ci sia una grande scrittrice. Ascoltare il canto femminile o vederne i movimenti sinuosi nel ballo dà concretezza all’idea di purezza, ma allo stesso tempo non si riesce a trovare una grande scrittrice, come accadeva invece nel periodo Heian. Eppure una donna dimostra maggiore bravura nello scrivere una lettera, perché le emozioni scaturiscono fluidamente per poi essere impresse sulla carta. Kawabata ha una grande considerazione della sensibilità femminile, di cui è stato grande interprete, anche attraverso le splendide figure nei suoi romanzi. Il merito della donna sta nel cogliere con maggiore intimità le impressioni di un altro essere umano e di cui si trova prova negli scritti femminili, espressioni così di uno “spirito puro”.
 
La bellezza del Giappone ed io
 
Il terzo saggio scritto nel 1968 altro non è che il discorso pronunciato durante la cerimonia di consegna del Nobel per la Letteratura. Kawabata, già nel dopoguerra, aveva mantenuto fede al proposito di diffondere la bellezza del Giappone in tutte le sue forme: in questo scritto si ravvisa il nucleo dei suoi pensieri sull’argomento, lasciando una traccia indelebile ai posteri. Curioso è che il secondo premio Nobel giapponese (1994), ?e Kenzaburo, intitolò il suo discorso “L’ambiguità del Giappone ed io” seguendo di fatto una strada diversa.
Lo scritto di Kawabata si apre con un omaggio alle poesie del maestro zen Dogen (1200-1253) e del monaco My?e (1173-1232) da lui utilizzate spesso negli esempi di calligrafia. I temi dei componimenti sono la sintesi della bellezza giapponese “il tempo della neve, della luna, dei fiori di ciliegio” (pag. 1240), come aveva dichiarato il professor Tashiro Yukio, esperto di arte orientale ed occidentale. Nella sua poesia, My?e non si limita a descrivere la luna ma si confonde con essa, immergendosi nella natura, in un tutt’uno con essa.
"Oh luna d’inverno che appari e scompari fra le nuvole, che illumini i miei passi mentre vado e torno dal tempio, che mi liberi dalla paura dei lupi, non ti pervade il freddo del vento, non avverti il gelo della neve?” (pag. 1239), Kawabata sceglie questa poesia quale esempio di tenero e profondo sentimento di partecipazione dell’universo, come poesia “che ha in sé la profonda delicatezza dell’animo giapponese” (pag. 1239).
Neve, luna, fiori di ciliegio sono espressioni tipiche della bellezza universale e che includono anche le emozioni umane, perché l’emozione della bellezza risveglia sentimenti di simpatia e affetto verso le persone, nel desiderio di condividerne la gioia provata. Riferendosi alla cerimonia del tè scrive che lo spirito più profondo è “nel pensare agli amici quando è il tempo della neve, della luna, dei fiori di ciliegio” (pag. 1240), in un’occasione perfetta in cui si incontrano gli amici: un incontro di sentimenti.
Continua così seguendo il flusso dei pensieri negli accostamenti della poesia tradizionale che attraverso la rima ha saputo rendere immortale la bellezza della natura. E se il tempo è cristallizzato, la vita umana scorre tra la vita e la morte, tra l’illuminazione ed il mondo difficile dei demoni: “senza il mondo dei demoni non esiste il mondo del buddha” (pag. 1245).
Scrivere della visione zen a questo punto è cosa del tutto naturale, nel mondo in cui non esiste il culto delle immagini “ci si allontana dal sé e si entra nel regno del nulla. Il nulla è il vuoto in cui tutte le cose comunicano liberamente, è un universo dello spirito, infinito assoluto senza confini, senza limiti” (pag. 1246).
E continua poi nel percorrere le strade della pittura, dell’architettura dei giardini giapponesi fino alla concentrazione massima nel “bonsai”, dalla ceramica all’ikebana, l’arte di disporre i fiori, cristallizzando la descrizione di un tralcio di glicine che ispira la partecipazione emozionale, il sentimento conosciuto come mono no aware (*). Coglie, infine, l’occasione per portare lustro agli scritti di due protagoniste del periodo Heian, “Storia di Genji, Principe splendente” di Murasaki Skikibu e “Note del guanciale” di Sei Shonagon.
 
È stato detto che le mie opere sono nichiliste, ma la parola occidentale nichilismo non è appropriata. Penso che le basi spirituali siano diverse. La poesia di Dogen si intitola Spirito originario, ma pur cantando la bellezza delle quattro stagioni è profondamente percorsa dallo spirito zen” (pag. 1253).
 
 
“In primavera i fiori di ciliegio
In estate il cuculo
In autunno la luna
E in inverno la neve
Limpida e gelida”, Dogen
 
“Luna d’inverno
Uscita dalle nubi
Per tenermi compagnia
È penetrante il freddo del vento
È gelida la neve?, My?e
 
 
mono no aware :“According to mono no aware, a falling or wilting autumn flower is more beautiful than one in full bloom; a fading sound more beautiful than one clearly heard; the moon partially clouded more appealing than full. The sakura or cherry blossom tree is the epitome of this conception of beauty; the flowers of the most famous variety, somei yoshino, nearly pure white tinged with a subtle pale pink, bloom and then fall within a single week. The subject of a thousand poems and a national icon, the cherry blossom tree embodies beauty as a transient experience. Mono no aware states that beauty is a subjective rather than objective experience, a state of being ultimately internal rather than external. Based largely upon classical Greek ideals, beauty in the West is sought in the ultimate perfection of an external object: a sublime painting, perfect sculpture or intricate musical composition; a beauty that could be said to be only skin deep. The Japanese ideal sees beauty instead as an experience of the heart and soul, a feeling for and appreciation of objects or artwork—most commonly nature or the depiction of—in a pristine, untouched state.”
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Yasunari Kawabata nasce ad Osaka nel 1899 e muore suicida nel 1972. Solo quattro anni prima, nel 1968, gli era stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.
Kawabata fonda nel 1924 con Riichi Yokomitsu ed altri intellettuali la Shinkankakuha (Scuola della nuova sensibilità) a cui segue la pubblicazione della rivista Bungei Jidai (Epoca letteraria). A quell’epoca conosce Kan Kikuchi, scrittore e saggista che lo supporta anche finanziariamente nominandolo poi redattore di riviste, Shinshicho, Bungei Shunju. Nel 1942 è redattore della rivista Bungei Konwakai e direttore della Nippon Bungaku Hokoku Kai (Società patriottica letteraria giapponese) e, quindi, giudice del premio letterario Akutagawa. A Kikuchi chiede anche i soldi per un matrimonio che non venne mai celebrato, perché la donna di cui era innamorato lo abbandonò devastando ancor di più la sua anima tormentata. Il secondo conflitto mondiale lo travolge, nonostante dichiari sempre la sua indifferenza alla guerra, soprattutto con la morte del suo mecenate e dei suoi amici più cari. La sconfitta lo cambia profondamente come scrittore. Da quel momento il suo impegno è quello di preservare la bellezza giapponese e di diffondere la cultura della sua terra nel mondo. Diventa quindi Presidente del PEN club nel 1948, che gli dà l’opportunità di incontrare letterati in tutto il mondo.
Nel 1945 fonda la Kamakura Bunko, la biblioteca circolante di Kamakura. Ed è questa che pubblica i primi scritti di un giovane scrittore di nome Yukio Mishima.
Grandi successi di Yasunari Kawabata furono romanzi come “Il suono della montagna”, “La casa delle belle addormentate”, “Il maestro di go”, “Il paese delle nevi”, “Mille Gru”. Questi, a cui si aggiunsero i numerosi racconti, riuscirono ad aprirsi un varco nel panorama letterario internazionale, influenzando sempre più nuove generazioni di scrittori. In Giappone molti testi di Kawabata conobbero anche l’adattamento cinematografico. In Francia, invece, anche “Bellezza e tristezza” divenne un film di Joy Fleury (1985) con Charlotte Rampling.
 
Yasunari Kawabata, “Saggi”, in “Romanzi e racconti”, Milano, I Meridiani – Mondadori edizioni, 2003, pagg. 1207-1253, a cura di Giorgio Amitrano. Traduzione di Maria Teresa Orsi .
 
Prima edizione: “Matsugo no me” - “Gli occhi negli ultimi istanti”, 1933, “Junsuino koe” - “La voce della purezza”, 1935, “Utsukushii nihon nowatashi” - “La bellezza del Giappone ed io”, 1968.
 
Movida, 7 luglio 2005.
 
Originariamente apparsa su Lankelot.com.

Kawabata Yasunari in Lankelot:

ISBN/EAN: 
9788804503200

Commenti

MOVI!

"Kawabata si dimostra convinto che un?artista non possa nascere in una sola generazione: ?è un fiore unico che sboccia dopo che il sangue degli antenati è passato attraverso più e più generazioni? (pag. 1211). Le eccezioni esistono, ma la maggior parte di esse provengono da antiche famiglie, come se avessero bisogno di rigenerarsi e maturare di anno in anno, acquisendo maggiore linfa creativa con il trascorrere del tempo. Un grande scrittore nasce dopo l?esperienza acquisita nel tempo che l?ha preceduto, oppure, al contrario, un nuovo talento può emergere con vigore quando tutto langue, quando il sangue creativo sta per estinguersi."

> Questa è una posizione letteraria, e forse per questo bellissima. Credo si possa condividere (pensavo ai "Buddenbrook" di Mann), e credo possa essere fertile viatico allo studio di qualche buon personaggio romanzesco.

Serve una grande consapevolezza e una notevole memoria per riuscire nell'impresa descritta da Kawabata: parlare di "sangue creativo" è parlare di poesia. Con emozione, sottoscrivo.

"Scrivere della visione zen a questo punto è cosa del tutto naturale, nel mondo in cui non esiste il culto delle immagini ?ci si allontana dal sé e si entra nel regno del nulla. Il nulla è il vuoto in cui tutte le cose comunicano liberamente, è un universo dello spirito, infinito assoluto senza confini, senza limiti? (pag. 1246).

> Altro passo assolutamente lirico.

" ?È stato detto che le mie opere sono nichiliste, ma la parola occidentale nichilismo non è appropriata. Penso che le basi spirituali siano diverse. La poesia di D?gen si intitola Spirito originario, ma pur cantando la bellezza delle quattro stagioni è profondamente percorsa dallo spirito zen? (pag. 1253)."

> Ecco, qui urge una tua lunga glossa:)

In sintesi (altrimenti ci vuole un trattato da 10 mila pagine). Ha citato due forme di buddismo , o scuole, Tendai e Shingon ( ad approfondire, si arriverebbe anche a richiamare Milarepa), periodo Heian. Dell?ultima scuola, se ne vedono tanti di monaci in giro per il Giappone; una sede particolarmente suggestiva è sul Monte Koya dove possono essere ospitati anche turisti. Nella prima si osserva in particolar modo la tendenza all?attivismo per il raggiungimento dell?illuminazione, ed il pensiero del Buddha in tutte le cose dell?universo, nella seconda la credenza al raggiungimento dell?illuminazione in una sola vita (anziché con la reincarnazione). Myoe ha fondato un tempio buddista immerso nel silenzio della foresta.
Il monaco Dogen è legato ad una particolare forma di zen, che è lo zazen (meditazione da seduti con una particolare forma delle mani in cerchio). Lo zen nella letteratura di kawabata è un elemento fortissimo, ed il concetto del vuoto, nello zen, è dinamico, qualcosa che produce, che contiene tutto. L?attivismo zen presuppone la pratica(cerimonia del tè, l?arte dei fiori, la via della spada, la via dell?arco, l?arte della ceramica, la calligrafia, etc.) e l?illuminazione significa partecipazione attiva alla vita. Il simbolo , sulla carta, dell?illuminazione è l?enso, il cerchio ( vecchio mio scritto su ?il calligrafo?). Ricordi le parole di Katsumoto sui fiori di ciliegio? La sfioritura del ciliegio non è la ?morte?, ma la rinascita nella ciclicità della vita (vedi poesia delle stagioni). Spero di esser stata chiara, per quanto possa esserlo l?argomento.
?nel modo in cui espone il suo pensiero vi è una sorta di magia che le permette, parlando della vanità dello sforzo, o del nulla, d?imporne direttamente la sensazione al lettore. Tuttavia, parlando del nulla, lei ne evoca, l?essenza in ciò che ha di luminoso e di apportatore di vita in termini facili, comprensibili agli occidentali?Quei grappoli di glicine, curvi per il loro peso al punto da oltrepassare le pagine del suo saggio, ricoprono con la loro fioritura l?universo buddista, e invadono il nostro mondo con la loro esuberanza, occupandolo in silenzio? (commento di Mishima sul Saggio).
?Nel vuoto non ci sono il bene e il male: c?è la saggezza, c?è il principio e c?è la via. La mente è il vuoto?, Musashi.

La risposta è meditazione.
Quel che richiede questa spiegazione - frammenti inclusi - non è altro di diverso che questo. Grappoli di glicine che occupano in silenzio il mondo.

Grazie,
la domanda era tosta e chiedo venia;)