Kawabata Yasunari

Racconti in un palmo di mano

Autore: 
Kawabata Yasunari

Appassionato dello stile della letteratura del periodo Heian*, Kawabata finì per restarne profondamente influenzato.

La sua visione sulla transitorietà delle cose può esser rappresentata come un unico fascio di colore in cui gli eventi della vita, le emozioni, le sensazioni che ne costituiscono parte imprescindibile, sono schizzi, pennellate vivide che si ricompongono come quadri sovrapposti per creare la visione d’insieme. In tale prospettiva la struttura del racconto (tenohira), più che il romanzo, si presta meglio ad interpretarne le caratteristiche. In una o due pagine, per l’appunto, riesce a tratteggiare la frenesia degli accadimenti, che si pongono rispetto alla vita nella sua continuità come brevi frammenti da imprimere sulla carta, epurati da inutili fronzoli come farebbe un pittore sulla sua tela, con rapidi ma profondi movimenti di pennello, avendo ben presente la chiusura (o il limite, a seconda dei punti di vista) data dalla cornice.

Kawabata racchiuse in quattro principali raccolte la maggior parte dei suoi racconti. Il titolo “Racconti in un palmo di mano” è affiancato da sottotitoli divisi per epoca: “Suggestioni ed artifici” (1926), “La mia galleria” (1930), “L’album degli schizzi” (1939), “Un’erba, un fiore” (1948).

Lo stile rapido con la vivida sensazione di un finale sospeso, incompiuto, in cui prevale il nucleo centrale sfrondato, si ritrova anche nelle altre forme letterarie toccate dallo scrittore, il romanzo ed il romanzo breve. La sua prosa, da una lettura superficiale, potrebbe apparire troppo semplice per un premio Nobel, ma è proprio da questa sua capacità minimalista di tracciare sensazioni complesse che si percepisce la magia ed il piacere di una lettura che incarna profondamente la creatività estetica della letteratura giapponese. Tant’è che, nella motivazione che accompagnò la premiazione nel 1968, si accentuò questa caratteristica: “per la maestria narrativa che con grande sensibilità esprime l’essenza dell’anima giapponese”.

Nelle prime tre raccolte, “Suggestioni ed artifici”, “La mia galleria” e “L’album degli schizzi” si ritrovano le pennellate emotive dell’adolescenza dello scrittore che vanno scemando con il trascorrere del tempo. Racconti bucolici come “La cavalletta e il grillo”e “La ladra di gumi” o surrealisti come “La principessa del mare” e “I pesci rossi sul tetto”, rivelano la parte più limpida dell’anima dello scrittore che fin dall’adolescenza scandagliava le forme più sottili di sensibilità verso le cose in un moto che lo riportava inevitabilmente all’infanzia, al paese natio che è nella memoria della gente.

In queste raccolte traboccanti di poesia (alcuni scritti denotano la straordinaria vicinanza al genere haiku) si fa notare la delicatezza de “La cavalletta e il grillo” in cui la perdita dell’innocenza si rivela attraverso la gestualità di due bambini intenti a giocare nell’erba con le lanterne fatte di cartone “così, se mai verrà infine il giorno che al tuo amore deluso persino grilli autentici parranno cavallette, che al mondo non ti sembrerà non esserci altro che cavallette, allora sì, mi rincrescerà che tu non possa ricordare il gioco di luce che stasera il lume verde della tua bella lanterna disegnava sul petto della bambina” (pag. 75).

In “Suicidio d’amore” un cerchio racchiude la disperazione di una moglie per l’abbandono del suo sposo. Il dolore, riflesso sulle sue abitudini e di quelle della sua bambina, è scandito dalle lettere del marito che non vuole sentire il loro rumore (del gioco, delle tazze, delle risate), anche se lontano. Ed è così che spinge la donna a far cessare il battito del suo cuore e di quello della figlia come ultimo, estremo atto d’amore.

Nella struttura del componimento “Le scarpette estive” o ne “Il sasso-scivolo” Kawabata rivela l’attaccamento all’idea di nuova sensibilità della Shinkankakuha che apre lo scrigno dei ricordi attraverso la percezione di un oggetto in uno stile che si serve di metafore, simbolismi, associazioni di idee, tutte da interpretare. Un ritmo preciso scandisce il meccanismo del tempo, anche con l’uso del flashback, ma dall’immediatezza dell’immagine in cui i colori, la natura con i suoi fiori, piante e animali hanno una parte dominante, si passa ad un ritratto vivido in cui lo scrittore estrapola il nucleo centrale lasciando fluire tutto ciò che è superfluo. Al lettore, privato di un antefatto o di una sequenza finale, resta la sensazione della sospensione, del senso del vuoto, contrario al concetto di “nulla” a cui si sovrappone quello di “tutto è possibile”. 

Tra la prima e la seconda delle raccolte ci sono pochi anni di distanza e così non si notano significative differenze nelle tematiche o nello stile espressivo. Kawabata continua con i cenni autobiografici che svilupperà anche nel romanzo quale, ad esempio, l’ammirazione delle ballerine girovaghe di cui si innamorò in un viaggio ad Izu e che tornano nei racconti, alternandosi con quelle di Asakusa, quartiere vivace di Tokyo. L’ansia di vivere, la morbida sensualità, la gioia o la solitudine di queste donne si ritrovano in acquerelli dalle ricche sfumature in “Vita vagabonda delle ballerine”, “L’anello”, “Onubu-Jizō”, Sangue di samurai”, o “La virtù sotto un tetto” in cui una donna invia ogni giorno un telegramma ad un uomo diverso nella speranza che qualcuno risponda al fine di trovare un tetto per ogni notte.

Il tema del ricordo investe l’amore tenero e sfuggente della giovinezza in “Vaso delicato” e “La fotografia”, ma Kawabata in realtà dedica un ruolo fondamentale nella sua prosa alla donna, miracolo della vita, fulcro dell’universo, motore del mondo, scintilla che fa accadere le cose nella sua scrittura. Come già evidenziato, lo scrittore ammirava moltissimo il periodo Heian, in cui due donne avevano saputo creare, per stile, due capolavori della letteratura mondiale.

L’idea della bellezza, della sensualità, del raffinato ed inconsapevole erotismo di cui è pregna la sua narrativa ha un ruolo molto più sottile nei racconti in cui dà modo di visionare prospettive diverse della donna, dalla madre alla bambina, dall’adolescente alla donna anziana, dalla ballerina leggiadra alla fanciulla in fiore venduta per l’eccessiva povertà della famiglia. Ed è così che assistiamo alle storie più incredibili di fantasmi femminili che accompagnano fino all’ultimo la vita dell’uomo amato, storie di donne che inviano le ossa del figlio morto a ciascuno degli amanti o capaci di concepire in un carcere solo con l’aiuto di un’altra donna. Debole è la linea di confine tra la realtà ed il sogno, ma lo stile di Kawabata permette di andare oltre, senza sentire l’urgente necessità di vagliare le possibilità che la ragione è capace di offrire. Lui non dà spiegazioni né le richiede. Esprime frammenti di umanità straordinaria.

Il punto più elevato di questa visione è probabilmente ne “Un giglio” in cui una donna che era solita assimilare le abitudini o le passioni delle persone che amava, viene respinta dal marito che non tollerava più di vedere in lei lo specchio di se stesso. La donna, non lasciandosi prendere dallo sconforto, inizia ad amare Dio che, invece, di renderla uguale a lui la tramuta in giglio per quell’idea di cosa che può non amare nulla e amare tutto allo stesso tempo.

Dopo aver dato esempio di splendidi affreschi surreali tendenti in alcuni casi alla fantascienza, la quarta raccolta, “Un’erba, un fiore” del 1948, risente in modo evidente dell’esperienza della guerra che pure lo scrittore preferisce evitare in modo diretto. Lo sconforto generazionale si ripercuote sullo spirito sensibile di Kawabata rivestendo buona parte dei racconti di un rarefatto senso di decadenza. Il cambiamento radicale nella società giapponese influisce sui racconti vivificati dall’ansia della rigenerazione e così lo scrittore dipinge storie in cui il ricordo o semplicemente il rimpianto di com’era è il segno tangibile della caducità delle cose (“I cinquanta sen d’argento” e il bellissimo “Immortalità”). La vita va avanti ed il Giappone, nel dopoguerra, era disposto a far nascere nuovi bambini pronti a far fiorire il paese come i suoi splendidi paesaggi primaverili. Il racconto che meglio esplicita questa testimonianza di speranza, dopo la solitudine, l’abbattimento morale e fisico, è “La sasanqua”, il fiore preferito la cui vista illumina lo sguardo. “Risvegliandosi dalla guerra, si sono trovate davanti l’incombente crepuscolo della vita. Non è giusto che sia così, ma la pena della sconfitta ha portato con sé un senso di decadimento fisico e spirituale. Come se il paese e l’epoca in cui stavano vivendo si fossero estinti. Nella desolata solitudine in cui mi sentivo respinto, queste nascite del quartiere mi apparivano raggi di vita da un mondo altrove” (pag. 416). ”

La malinconia, il senso di sconfitta acuisce il peso degli anni che nello scritto rivelano il contrasto con le giovani vite che fioriscono: “Forse era stagione. A un tratto ho provato pietà per tutti i bambini perduti a causa della guerra prima che potessero vedere la luce del mondo e nel rimpianto per gli anni che la guerra ha rubato a questa mia vita, mi sono domandato se non accadrà anche a me di reincarnarmi” (pag. 421).”

 

*Il periodo Heian (794-1185) fu una delle epoche di massimo splendore culturale per il Giappone. Due donne hanno il dominio assoluto nella letteratura del periodo (sembra anche che non siano state mai superate): Murasaki Shikibu, con il suo “Genji Monogatari” (Storia di Genji) e Sei Shonagon con “Makura non Soshi” (Note del guanciale), da cui il regista Peter Greenaway ha tratto ispirazione per “The Pillow Book” (I racconti del cuscino).

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Yasunari Kawabata nasce ad Osaka nel 1899 e muore suicida nel 1972. Solo quattro anni prima, nel 1968, gli era stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

Kawabata fonda nel 1924 con Riichi Yokomitsu ed altri intellettuali la Shinkankakuha (Scuola della nuova sensibilità) a cui segue la pubblicazione della rivista Bungei Jidai (Epoca letteraria). A quell’epoca conosce Kan Kikuchi, scrittore e saggista che lo supporta anche finanziariamente nominandolo poi redattore di riviste, Shinshicho, Bungei Shunju. Nel 1942 è redattore della rivista Bungei Konwakai e direttore della Nippon Bungaku Hokoku Kai (Società patriottica letteraria giapponese) e, quindi, giudice del premio letterario Akutagawa. A Kikuchi chiede anche i soldi per un matrimonio che non venne mai celebrato, perché la donna di cui era innamorato lo abbandonò devastando ancor di più la sua anima tormentata. Il secondo conflitto mondiale lo travolge, nonostante dichiari sempre la sua indifferenza alla guerra, soprattutto con la morte del suo mecenate e dei suoi amici più cari. La sconfitta lo cambia profondamente come scrittore. Da quel momento il suo impegno è quello di preservare la bellezza giapponese e di diffondere la cultura della sua terra nel mondo. Diventa quindi Presidente del PEN club nel 1948, che gli dà l’opportunità di incontrare letterati in tutto il mondo.

Nel 1945 fonda la kamakura Bunko, la biblioteca circolante di kamakura. Ed è questa che pubblica i primi scritti di un giovane scrittore di nome Yukio Mishima.

Grandi successi di Yasunari Kawabata furono romanzi come “Il suono della montagna”, “La casa delle belle addormentate”, “Il maestro di go”, “Il paese delle nevi”, “Mille Gru”. Questi, a cui si aggiunsero i numerosi racconti, riuscirono ad aprirsi un varco nel panorama letterario internazionale, influenzando sempre più nuove generazioni di scrittori. In Giappone molti testi di Kawabata conobbero anche l’adattamento cinematografico. In Francia, invece, anche “Bellezza e tristezza” divenne un film di Joy Fleury (1985) con Charlotte Rampling. 

Yasunari Kawabata, “Racconti in un palmo di mano”, Venezia,  Marsilio, 2002. Prefazione e traduzione a cura di Ornella Civardi.

Prima edizione: “Tenohira no shosetsu”, 1968 (Kanjō soshoku, 1926, Boku no Hy honshitsu, 1930, Tanpenshu, 1939, Issu ikka, 1948).

Movida, 6 giugno 2005.

Originariamente apparsa su Lankelot.com.


Kawabata Yasunari in Lankelot:


Kawabata Yasunari


Kawabata Yasunari, Mishima Yukio

ISBN/EAN: 
9788831779173

Commenti

neo MOVI!

"*Il periodo Heian (794-1185) fu una delle epoche di massimo splendore culturale per il Giappone. Due donne hanno il dominio assoluto nella letteratura del periodo (sembra anche che non siano state mai superate): Murasaki Shikibu, con il suo ?Genji Monogatari? (Storia di Genji) e Sei Shonagon con ?Makura non Soshi? (Note del guanciale), da cui il regista Peter Greenaway ha tratto ispirazione per ?The Pillow Book? (I racconti del cuscino)."

> E niente niente prima o poi parleremo sia della Shikibu che della Shonagon? ;)

"Debole è la linea di confine tra la realtà ed il sogno, ma lo stile di Kawabata permette di andare oltre, senza sentire l?urgente necessità di vagliare le possibilità che la ragione è capace di offrire. Lui non dà spiegazioni né le richiede. Esprime frammenti di umanità straordinaria. "

> Ecco il passo che preferisco, in questo vecchio e amato articolo;)

comm.2,..e niente niente che stavo per scriverti "guarda che ci arriveremo al periodo Heian. Erano già in fase di avvio all'epoca della chiusura del .com. Tuttavia è dura riprenderli in mano". E pensa che Pillow Book credo sia stata la prima recensione che ti ho inviato sul .com. Per zona cinema, vale quanto mi hai scritto non so più dove...(mi sto un attimo perdendo sui commenti)..quando sarò sicura di non combinare disasti con le immagini.

(se vuoi una mano... federico léon, angela e luca sono sicuramente più esperti di me;) )

Angela ha già raccolto il mio sos lanciato telepaticamente...:)

(immaginavo;) )