Kawabata Yasunari, Mishima Yukio

Lettere

Autore: 
Kawabata Yasunari, Mishima Yukio

“…È un onore per me proporre colui che, più di ogni altro scrittore giapponese, presenta realmente le qualità richieste per l’attribuzione del premio nobel per la letteratura” (Yukio Mishima)

Da un estratto della lettera di presentazione che Yukio Mishima scrisse nel 1961 per proporre Yasunari Kawabata al Premio Nobel si riesce a comprendere il profondo legame tra i due scrittori. Ed è da questa lettera che si deve partire per ricomporre un vincolo più forte di un’amicizia, suggellata da un fascio di pagine che dal 1945 arrivano al 1970, due anni ricchi di significato per entrambi. Ed è da uno scrittore emergente di nome Kimitake Hiraoka che parte la flebile speranza di contatto verso colui che lo aveva scoperto, Yasunari Kawabata. Il giovane Hiraoka si firma così fino al 1946, anno in cui assume lo pseudonimo di Yukio Mishima. La lettera che apre la raccolta è di Kawabata che gli scrive per ringraziarlo dell’invio de “La foresta in fiore” (Hanazakari no mori), prima opera pubblicata sulla rivista “Bungei bunka”. Mishima aveva insistito con Utar? Noda, critico e letterato, ottenendo un biglietto di presentazione per Kawabata e così Noda aveva inviato il racconto al collega più anziano, finendo per essere l’inconsapevole artefice dell’amicizia tra i due scrittori. Mishima aveva insistito con Utaro Noda, critico e letterato, ottenendo un biglietto di presentazione per Kawabata e così Noda aveva inviato il racconto al collega più anziano, finendo per essere l’inconsapevole artefice dell’amicizia tra i due scrittori.

La raccolta è fondamentale per penetrare a fondo nella loro produzione, per scoprire le zone d’ombra del loro carattere, rivelandosi autentica testimonianza della loro stessa esistenza. Dalle lettere emerge una visione rara della germinazione di molte delle opere, delle fasi della stesura, dei dubbi e delle aspirazioni di entrambi. L’influenza reciproca è palpabile dai toni della corrispondenza, dallo sviluppo degli argomenti. Lo scambio di pensieri è la parte più significativa, visto l’ampio spazio lasciato ai commenti da cui traspaiono anche certe riflessioni sulla situazione del Giappone dell’epoca. Si assiste, pagina dopo pagina, alla crescita di Mishima che lascia alle spalle l’anonimato per un’enorme, spesso contestata, popolarità. Tra corrispondenza veloce, privata, dettata da piccoli ed intimi avvenimenti, come gli auguri per una nascita o i saluti che accompagnano il rientro da un viaggio, s’incastrano perle illuminanti della tensione emotiva di Mishima che arde di un sacro fuoco interiore che gli fa esprimere su carta il desiderio di comporre “un racconto magnifico, come nessuno è più in grado di scriverne…e questo stolto desiderio mi domina con la stessa ineluttabilità di un male incurabile” (Mishima, 18 luglio 1945, pag.15). 

Il rispetto per il maestro si trasfigura divenendo assai più profondo di quello che le singole lettere rivelano. È stupefacente assistere alla crescita della stima che si fa smisurata negli anni. Ancor più incredibile è rilevare l’evoluzione di Kawabata che, da riservato e timido nelle prime concise battute calligrafiche, si trasforma in entusiasta sostenitore del talento di Mishima. Di quest’ultimo si approfondiscono certi lati del carattere che emergono senza posa nella sua produzione, quel misto di autostima e sensibilità che tendono a renderlo spigoloso, ma non nei confronti di Kawabata. La sua incredibile cultura soffre nel desiderio di essere compreso e pare che il maestro veda in lui ciò a cui Mishima aspira: assai tangibili, dunque, i tentativi di Kawabata di stimolare il discepolo con un dono, un biglietto d’auguri, un invito o un discorso a sua difesa. Mentre mantiene un elegante atteggiamento nei suoi confronti, il distacco di Kawabata si fa sempre più incerto, non limitandosi nelle dimostrazione di ammirazione: “il suo talento è così spontaneo e meraviglioso da suscitare la mia invidia. Non riuscirò mai a uguagliarlo” (Kawabata, 18 dicembre 1953, pag.77). Kawabata lo ammira profondamente nonostante la giovane età. A volte i due appaiono speculari, a volte si partecipa alle tensioni emotive che non risultano mai falsate da doppi fini. Kawabata dimostra un’umiltà fuori dal comune e questo suo atteggiamento stempera gli accessi dell’altro, smorzando un’istintiva antipatia del lettore. È il genio Mishima a prevalere, ma alla fine si ha quasi la sensazione di comprendere il perché del Nobel a Kawabata, il significato di un premio nei confronti di chi, nonostante l’esperienza e senza falsa modestia, non conosce appieno il suo valore, non sa di aver raggiunto una tale perfezione nella scrittura da sentirsi ancora entusiasta di apprendere dal talento altrui. Kawabata lo ammira profondamente nonostante la giovane età. A volte i due appaiono speculari, a volte si partecipa alle tensioni emotive che non risultano mai falsate da doppi fini. Kawabata dimostra un’umiltà fuori dal comune e questo suo atteggiamento stempera gli accessi dell’altro, smorzando un’istintiva antipatia del lettore. È il genio Mishima a prevalere, ma alla fine si ha quasi la sensazione di comprendere il perché del Nobel a Kawabata, il significato di un premio nei confronti di chi, nonostante l’esperienza e senza falsa modestia, non conosce appieno il suo valore, non sa di aver raggiunto una tale perfezione nella scrittura da sentirsi ancora entusiasta di apprendere dal talento altrui.  

Interessanti si presentano, tra una lettera e l’altra, le stimolanti considerazioni su alcune loro opere inedite, in particolar modo “Elegia” di Kawabata che centra il tema dello spiritismo comune a certe intense opere di Mishima. Così avviene anche per le produzioni di altri autori, contemporanei o meno, come Jun’ichiro Tanizaki: Mishima racconta che la domestica riconosce nel protagonista maschile de “La gatta, Shozo e le due donne", la sua stessa figura perché anche lui aveva una passione incontrollabile per il gatto di casa.

La morte ha un significato particolare per entrambi, per Kawabata è un elemento presente nella sua infanzia costellata da eventi luttuosi, mentre Mishima non la teme come rivelano le profetiche parole che verranno utilizzate da Kawabata per onorare la memoria dell’amico nella sua cerimonia funebre: “non temo la morte, ma temo per l’onore della mia famiglia dopo che sarò morto. Se mi accadesse qualcosa suppongo che il mondo ne approfitterebbe per stigmatizzare i miei più piccoli difetti e distruggere la mia reputazione. Non m’importa che mi si dileggi mentre sono vivo, ma l’idea che si possa ridere dei miei figli dopo la mia morte mi riesce intollerabile. Nella certezza che Lei è l’unica persona in grado di salvarli da questo pericolo, mi affido totalmente a Lei per l’avvenire” (Mishima, 4 agosto 1969, pag.157).

Mishima raggiunge la fama, superando all’estero quella di Kawabata che viene pubblicato in America inizialmente solo per il merito di averlo scoperto. Del discepolo si scoprirà ogni cosa mentre quel suo gesto plateale, nel novembre del 1970, resterà per sempre nella memoria di quanti penseranno anche per un solo istante alla caduta dell’ultimo samurai. Il maestro vincerà il Nobel e poi, pochi anni dopo, contrariamente a quanto aveva sempre dichiarato pubblicamente sul suicidio, lo seguirà con un gesto più silenzioso. E non si può dimenticare che Kawabata soleva scrivergli che dalla sua energia sperava di trovare la forza di superare gli acciacchi della vecchiaia. La morte di Mishima è pregna di significato anche per lui, distruggendo quella visione illusoria che gli aveva regalato attimi di eternità. Mishima s’immola per un’ideale e con lui se ne va il più grande critico delle opere di Kawabata, in quanto più di ogni altro è riuscito a scalfirne la fragilità entrando in completa empatia con la sua anima. È questa realtà era stata compresa da Kawabata che gli aveva chiesto di scrivere la lettera di presentazione  al Nobel, pur avendo avuto profonda coscienza che fosse Mishima l’unico ad esserne degno tra tutti.

Le opere di Yasunari Kawabata coniugano la delicatezza alla fermezza, l’eleganza alla coscienza degli abissi della natura umana; il loro nitore cela un’insondabile tristezza, e sono moderne pur ispirandosi esplicitamente alla filosofia solitaria dei monaci del Giappone medioevale. Il modo in cui questo scrittore sa scegliere ogni parola testimonia a quale sottigliezza, a quale grado di sensibilità fremente possa pervenire la lingua giapponese; il suo stile impareggiabile è in grado, con infallibile precisione, di andar dritto al cuore di qualsiasi soggetto per esprimerne la sostanza, sia che si tratti dell’innocenza di una fanciulla o della spaventosa misantropia di un vecchio. Una concisione estrema – la concisione carica di sensi dei simbolisti – lo costringe entro certi limiti delle opere brevi che, nonostante la loro brevità, approfondiscono tutti gli aspetti della natura umana. Per molti scrittori del Giappone contemporaneo, gli imperatori della tradizione e il desiderio di creare una letteratura nuova si sono rivelati pressoché inconciliabili. Yasunari Kawabata, al contrario, con la sua intuizione di poeta ha superato questa contraddizione, approdando a una sintesi. In tutti i suoi scritti, dalla giovinezza sino ai nostri giorni, si ritrova, come un’ossessione, lo stesso tema: quello del contrasto tra la solitudine ineluttabile dell’uomo e l’inalterabile bellezza che si può cogliere in modo intermittente nelle folgorazioni dell’amore, nello stesso modo in cui una luce può all’improvviso svelare, nel cuore della notte, i rami di un albero in piena fioritura. È un onore per me proporre colui che, più di ogni altro scrittore giapponese, presenta realmente le qualità richieste per l’attribuzione del premio nobel per la letteratura”, Yukio Mishima, 1961.

In queste parole Mishima condensa la migliore critica della scrittura di Kawabata, ponendoci di fronte alla triste realtà che anche l’allievo era meritevole del Nobel, e non per rappresentare la letteratura giapponese, ma perché era Mishima.  

Il Nobel per Kawabata arriverà qualche anno dopo, ma è commovente poter pensare che le parole dell’amico abbiano sconfitto la cecità degli accademici sulla letteratura giapponese ed in particolare su uno dei suoi più grandi interpreti, per certi versi il migliore: fin dalle prime pagine dei suoi romanzi ho avuto chiaro in me l’idea che Kawabata è il Giappone.  

Il secondo Nobel per il Giappone arriverà molti anni dopo con Oe Kenzaburo, ma questa è un’altra pagina.

 

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

 Yasunari Kawabata nasce ad Osaka nel 1899 e muore suicida nel 1972. Solo quattro anni prima, nel 1968, gli era stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

Kawabata fonda nel 1924 con Riichi Yokomitsu ed altri intellettuali la Shinkankakuha (Scuola della nuova sensibilità) a cui segue la pubblicazione della rivista Bungei Jidai (Epoca letteraria). A quell’epoca conosce Kan Kikuchi, scrittore e saggista che lo supporta anche finanziariamente nominandolo poi redattore di riviste, Shinshicho, Bungei Shunju. Nel 1942 è redattore della rivista Bungei Konwakai e direttore della Nippon Bungaku Hokoku Kai (Società patriottica letteraria giapponese) e, quindi, giudice del premio letterario Akutagawa. A Kikuchi chiede anche i soldi per un matrimonio che non venne mai celebrato, perché la donna di cui era innamorato lo abbandonò devastando ancor di più la sua anima tormentata. Il secondo conflitto mondiale lo travolge, nonostante dichiari sempre la sua indifferenza alla guerra, soprattutto con la morte del suo mecenate e dei suoi amici più cari. La sconfitta lo cambia profondamente come scrittore. Da quel momento il suo impegno è quello di preservare la bellezza giapponese e di diffondere la cultura della sua terra nel mondo. Diventa quindi Presidente del PEN club nel 1948, che gli dà l’opportunità di incontrare letterati in tutto il mondo.

Nel 1945 fonda la Kamakura Bunko, la biblioteca circolante di kamakura. Ed è questa che pubblica i primi scritti di un giovane scrittore di nome Yukio Mishima.

Grandi successi di Yasunari Kawabata furono romanzi come “Il suono della montagna”, “La casa delle belle addormentate”, “Il maestro di Go”, “Il paese delle nevi”, “Mille Gru”. Questi, a cui si aggiunsero i numerosi racconti, riuscirono ad aprirsi un varco nel panorama letterario internazionale, influenzando sempre più nuove generazioni di scrittori. In Giappone molti testi di Kawabata conobbero anche l’adattamento cinematografico. In Francia, invece, “Bellezza e tristezza” divenne un film con la regia di Joy Fleury (1985) e Charlotte Rampling come protagonista. 

Kawabata Yasunari – Mishima Yukio, “Lettere 1945-1970”, Milano, SE, 2002. Traduzione di Lydia Origlia e postfazione di Diane de Margerie (“Infanzie contrastate, affinità segrete”). 

Prima edizione:  “Kawabata Yasunari – Mishima Yukio: Ohfuku shokan”, 1997.

 Movida, 9 novembre 2005.

Originariamente apparsa su Lankelot.com

 

 


Kawabata Yasunari in Lankelot:






















 


ISBN/EAN: 
9788877105431

Commenti

A me questo testo manca, porca miseria. Comunque è scandaloso che Mishima non abbia preso il Nobel. Ma sappiamo tutti bene il perchè...

Avevo chiuso con questa all'epoca. Era saggio riaprire con questa l'altra parte su kawabata. Ho altri tre testi su Mishima,ma due sono inediti...quindi aspetto...
Leon: questo testo è un pilastro. Leggerai un Mishima assolutamente inedito, ma capirai anche l'ammirazione incondizionata che aveva per kawabata e, a mio avviso, l'importanza per chi ama Mishima di scoprire anche Kawabata. Non dico tutto, ma io li vedo sono due facce della stessa medaglia.

2 - Ho letto poco di Kawabata, devo assolutamente rimediare. Grazie per l'interessante pagina, Movida.

due inediti! e quando arrivano? Dai dai...

"La raccolta è fondamentale per penetrare a fondo nella loro produzione, per scoprire le zone d?ombra del loro carattere, rivelandosi autentica testimonianza della loro stessa esistenza. Dalle lettere emerge una visione rara della germinazione di molte delle opere, delle fasi della stesura, dei dubbi e delle aspirazioni di entrambi. L?influenza reciproca è palpabile dai toni della corrispondenza, dallo sviluppo degli argomenti. Lo scambio di pensieri è la parte più significativa, visto l?ampio spazio lasciato ai commenti da cui traspaiono anche certe riflessioni sulla situazione del Giappone dell?epoca. "

> Forse dovrei partire da qui, allora. Sperando che le edizioni SE arrivino in tempi accettabili nelle librerie monteverdine;).

"Il Nobel per Kawabata arriverà qualche anno dopo, ma è commovente poter pensare che le parole dell?amico abbiano sconfitto la cecità degli accademici sulla letteratura giapponese ed in particolare su uno dei suoi più grandi interpreti, per certi versi il migliore: fin dalle prime pagine dei suoi romanzi ho avuto chiaro in me l?idea che Kawabata è il Giappone.

Il secondo Nobel per il Giappone arriverà molti anni dopo con Oe Kenzaburo, ma questa è un?altra pagina."

> Che scopriremo sempre assieme a te... vero?;)
Adesso ci ripappiamo tutto Kawabata. Era ora.