Kawabata Yasunari

Mille gru

Autore: 
Kawabata Yasunari
Kikuji, in visita alla casa della signora Kurimoto Chikako, osservando i gesti tradizionali della cerimonia del tè, ricorda la prima volta che aveva incontrato la donna in compagnia del padre.
In quel momento riemerge in lui la sensazione sgradevole che lo aveva invaso alla vista di una grande voglia sul petto della donna, intenta a depilarsi la peluria che vi cresceva sopra.
Il mucchietto di peli raccolto in un foglio di giornale che la donna teneva sulle gambe, gli faceva venire in mente i baffi di un uomo.
Quello di Kikuji è un viaggio che si alterna tra momenti del presente e la memoria del tempo, quando il padre era vivo e si destreggiava tra la vita familiare e due amanti, la Kurimoto e la signora Ota.
Kikuji, a sua volta, si avvicina a quest’ultima finendo per sostituirne la figura paterna, a dispetto della gelosia immutabile dell’altra donna.
In contrapposizione ai personaggi che ripristinano la sensazione viva data dalla memoria, Kawabata inserisce due ragazze chiamate alla vita, al perdono, alla consolazione illusoria tranciata dall’attaccamento al passato.
Chikako armeggia con le loro vite così come fa con gli utensili per il tè, tentando di tirarne le sorti a suo piacimento. In particolar modo colpisce la vita amorosa di Kikuji per distoglierlo dalle attenzioni dell’eterna rivale e  dall’ombra della figlia e dirigerne così gli affetti secondo la sua esclusiva volontà. Ciò che non era riuscita a fare con il padre, tenta di realizzarlo con il figlio.
Kikuji si trova così, senza neppure rendersene conto, ad avere una relazione con la Ota che sa donargli un calore femminile tale da farlo maturare appieno: “…doveva avere almeno quarantacinque anni, quasi venti più di Kikuji, ma sapeva farglielo dimenticare. Con lei, Kikuji aveva la sensazione di stringere tra le braccia una fanciulla…lui che al momento del commiato di solito preferiva essere sbrigativo, ora indugiava, come se per la prima volta qualcuno gli stesse accanto con vero calore. Ignorava che l’onda femminile potesse essere tanto incalzante”, (pag. 343).
Allo stesso tempo si sente attratto dalla figlia di lei, Fumiko, che sembra aver ricevuto la medesima fisionomia pur avendo un’identità caratteriale completamente diversa. L’altra ragazza, la signorina Inamura, l’aveva ispirato con quel furoshiki su cui era disegnata l’immagine di “mille gru” nel contrasto tra bianco e rosa.
 
Il simbolo della gru ha una grande importanza nel Giappone, con il suo significato di longevità, tanto da essere utilizzato ovunque, abbigliamento compreso.  Le mille gru di carta*, spesso visibili come ex-voto nei templi, sono una sorta di talismano per assicurarsi una lunga vita, sia per chi le fa che per chi le riceve.
Questo romanzo, uno dei più famosi di Kawabata e che lo misero sulla strada del Nobel, venne pubblicato suddiviso in capitoli (Mille gru, I boschetti del tramonto, Il bricco dipinto, Il rossetto della madre, La stella), dal 1949 al 1952 su diverse riviste, più volte rimaneggiati dallo stesso autore. Era questa una sua consuetudine, nella particolare caratteristica che i suoi romanzi potevano essere terminati in qualsiasi punto, lasciando comunque vivo il senso di sospensione, di incompiutezza, della sua prosa.
Mille gru” per espressa ammissione di Kawabata, non è un romanzo che vuole onorare l’estetica della cerimonia del tè (chanoyu). La minuziosa descrizione degli utensili, la ritualità dei gesti, della diversità dei materiali da utilizzare per fattura e stile che dovevano comunque preservare l’essenza minimalista, non sono che un pretesto per rappresentare finissime caratterizzazioni psicologiche che si apprestano ad affrontare l’evolversi in negativo delle tradizioni.
Kawabata ha rivestito un ruolo particolare per il mondo occidentale, ruolo che è stato dimenticato. È proprio alla sua prosa, ai suoi simboli, alle tematiche tratteggiate, alle descrizioni di grande valore estetico, che si deve la conoscenza delle tradizioni più tipiche e forti del Giappone stesso: con i suoi romanzi ed i fulminei racconti ha trasmesso, in una delicata forma letteraria, l’immagine del Paese dei crisantemi, dei riti funerari, delle cerimonie del tè, della neve che ricopre la malinconia autunnale e la gioia disillusa delle geishe. 
 
Attraverso le ceramiche Shino o le tazze Raku su cui indugia lo sguardo di Rikiji, ritrovando su una di esse la traccia di rossetto di chissà quale tempo, Kawabata ci presenta le origini di una vera e propria arte (Sadō, la via del tè a cui si rifugiavano perfino i samurai per concentrarsi come i monaci zen e come momento di distacco dalla violenza). Le regole formali e materiali, scenografiche e contemplative del rituale, sono state intaccate dalla volgarizzazione dell’epoca moderna, con la commercializzazione della bevanda, ma il significato intrinseco della cerimonia che costituisce una sintesi dei potenti valori della cultura giapponese non sono mai andati perduti.
Il senso di disgusto, il disagio interiore emerge nettamente dalla figura di Chikako la cui macchia fisica è l’esteriorizzazione dell’inquinamento delle tradizioni. La purezza, l’importanza, il valore della cerimonia del tè ne è sminuita come quella memoria del passato inquinata dalle trame della donna che non può dimenticare l’umiliazione del tradimento.
Ed è così che il confronto tra due generazioni si risveglia sotto i nostri sensi, grazie a quel filo conduttore che è, per l’appunto, la cerimonia in sé con quelle tazze che conservano l’equilibrio armonico tra i loro colori ed il liquido del tè verde.
Kikuji appare come la via di mezzo che non vuole abbandonare il sentimento del passato, iniziato dal padre. Così, nonostante le influenze della Kurimoto, sembra quasi superare il tabù sessuale, incerto tra mantenere l’intimità con la Ota o perseguire nell’ammirazione per la figlia: “il fatto che i figli ignorino il corpo della madre, da cui pure sono nati, reca in sé qualcosa di stranamente bello, come stranamente bello è il rivivere delle forme materne nel corpo delle figlie”, (pag. 380).
 
Ed è attraverso la tazza, al pari della madeleine di Proust, che i ricordi riemergono perché vederla sfiorata e portata alle labbra dalle signorine che affollano la cerimonia, lo riporta immediatamente al pensiero che quella tazza era passata dal marito della signora Ora a lei e, quindi, al padre di Kikuji che l’aveva donata a Chikako. Due dei protagonisti sono morti, toccherà poi alla Ota che lascerà la figlia Fumiko a riflettere con Kikuji sul loro destino. La tazza è stata infranta in mille pezzi. Poi anche Fumiko parte: “non aveva alcun motivo di morire, Fumiko, la fanciulla che aveva risvegliato in lui la vita. Ma forse la sua arrendevolezza della sera innanzi non era che l’accettazione stessa della morte. È rimasta solo la Kurimoto”, (pag. 435).
 
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Yasunari Kawabata nasce ad Osaka nel 1899 e muore suicida nel 1972. Solo quattro anni prima, nel 1968, gli era stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.
Kawabata fonda nel 1924 con Riichi Yokomitsu ed altri intellettuali la Shinkankakuha (Scuola della nuova sensibilità) a cui segue la pubblicazione della rivista Bungei Jidai (Epoca letteraria). A quell’epoca conosce Kan Kikuchi, scrittore e saggista che lo supporta anche finanziariamente nominandolo poi redattore di riviste, Shinshicho, Bungei Shunju. Nel 1942 è redattore della rivista Bungei Konwakai e direttore della Nippon Bungaku Hokoku Kai (Società patriottica letteraria giapponese) e, quindi, giudice del premio letterario Akutagawa. A Kikuchi chiede anche i soldi per un matrimonio che non venne mai celebrato, perché la donna di cui era innamorato lo abbandonò devastando ancor di più la sua anima tormentata. Il secondo conflitto mondiale lo travolge, nonostante dichiari sempre la sua indifferenza alla guerra, soprattutto con la morte del suo mecenate e dei suoi amici più cari. La sconfitta lo cambia profondamente come scrittore. Da quel momento il suo impegno è quello di preservare la bellezza giapponese e di diffondere la cultura della sua terra nel mondo. Diventa quindi Presidente del PEN club nel 1948, che gli dà l’opportunità di incontrare letterati in tutto il mondo.
Nel 1945 fonda la kamakura Bunko, la biblioteca circolante di kamakura. Ed è questa che pubblica i primi scritti di un giovane scrittore di nome Yukio Mishima.
Grandi successi di Yasunari Kawabata furono romanzi come “Il suono della montagna”, “La casa delle belle addormentate”, “Il maestro di go”, “Il paese delle nevi”, “Mille Gru”. Questi, a cui si aggiunsero i numerosi racconti, riuscirono ad aprirsi un varco nel panorama letterario internazionale, influenzando sempre più nuove generazioni di scrittori. In Giappone molti testi di Kawabata conobbero anche l’adattamento cinematografico. In Francia, invece, anche “Bellezza e tristezza” divenne un film di Joy Fleury (1985) con Charlotte Rampling.
 
Yasunari Kawabata, “Mille gru”, in “Romanzi e racconti”, Milano,  I Meridiani – Mondadori edizioni, 2003, pagg. 324-436 a cura di Giorgio Amitrano. Traduzione a cura di Mario Teti. Prima edizione: “Senbazuru”, 1949-1952, con edizione definitiva nel 1969.
 
Approfondimenti in rete: Cerimonia del tè.
 
Movida, 4 aprile 2005.
Originariamente apparsa su Lankelot.com. 

Kawabata Yasunari in Lankelot:


ISBN/EAN: 
9788804503200

Commenti

"Il simbolo della gru ha una grande importanza nel Giappone, con il suo significato di longevità, tanto da essere utilizzato ovunque, abbigliamento compreso. Le mille gru di carta*, spesso visibili come ex-voto nei templi, sono una sorta di talismano per assicurarsi una lunga vita, sia per chi le fa che per chi le riceve."

> Altra cosa che non conoscevo affatto...

"Questo romanzo, uno dei più famosi di Kawabata e che lo misero sulla strada del Nobel, venne pubblicato suddiviso in capitoli (Mille gru, I boschetti del tramonto, Il bricco dipinto, Il rossetto della madre, La stella), dal 1949 al 1952 su diverse riviste, più volte rimaneggiati dallo stesso autore. Era questa una sua consuetudine, nella particolare caratteristica che i suoi romanzi potevano essere terminati in qualsiasi punto, lasciando comunque vivo il senso di sospensione, di incompiutezza, della sua prosa."

> Ecco. A questo volevo arrivare, qualche commento fa, meditando sulla strategia di pubblicare in puntate:).
Scrivere pensando che un libro potesse terminare in quel capitolo, e in quello soltanto. Espediente notevole...