Asasuka è il quartiere storico di Tokyo, quello che ha conservato le tracce di una passato ricco di vita, brulicante di personaggi e di mestieri, fonte di mistica nostalgia per chi ancora lo visita.
Passeggiare tra i vicoli di Asakusa significa calarsi nella vivacità artistica d’antan di Tokyo, socchiudere gli occhi e vedere, in un flashback, lo scorrere in bianco e nero di immagini appartenenti ad un’altra epoca. Solo un colore emerge prepotente sulla scena marchiandone l’atmosfera: il rosso.
Anche la copertina del libro è di quel colore, di un rosso scarlatto (kurenai) come le foglie d’acero in autunno, come i particolari su cui si ferma l’occhio vigile dello scrittore: il rossetto, la gonna, le bandierine, il nastro per capelli, gli asciugamani dei rifugiati, il ponte sul fiume Sumida, e poi il fulcro religioso, meta di ogni pellegrinaggio, il tempio della dea Kannon, il Sensoji, con i suoi tetti, la pagoda a cinque piani, le lanterne della via Nakamise.
Asakusa era un luogo pittoresco, con la sua vicinanza a Yoshiwara, il distretto del piacere, oggi lo è altrettanto, ma rivestito dai toni sgargianti del turismo perché altre zone di Tokyo lo hanno sostituito nel cuore dei cittadini.
Asakusa era amato da Kawabata che vi si recava spesso, anche quando il grande terremoto del 1923 distrusse gran parte del quartiere, compresa la torre a dodici piani, primo imponente esempio di grattacielo moderno. Intense le pagine che ci regala nella narrazione del ricordo di ciò che fu. È il luogo della memoria collettiva, ricettacolo di variopinti e strampalati personaggi che si inseguono tra le pagine in una vorticosa carrellata. E non solo.
“La banda di Asakusa” s’incastra perfettamente nel periodo meno noto della produzione dello scrittore, quello dedicato alla sperimentazione giovanile adagiata nel movimento d’avanguardia Shinkankakuha (Scuola della nuova sensibilità).
Quel movimento voleva un rinnovamento dello stile, facendo tesoro degli insegnamenti della tradizione (e non sulla sua ripetizione), e improntato ad una nuova percezione della realtà, colta con l’impiego di tutti i sensi: l’olfatto, la vista, l’udito, il tatto messi in gioco e unificati dall’immaginazione della scrittura.
In quel periodo c’erano altre due correnti. Una aveva la sue radici nel naturalismo d’estrazione europea (Shizenshugi). Nel processo di assimilazione dell’Occidente durante il periodo Meiji, si era voluto tracciare un adeguamento sistematico della realtà nella scrittura. Si ammirava in particolar modo la capacità e le modalità descrittive nel naturalismo francese. Il Giappone, in una prima fase, lo rivisitò in una sorta di quella che oggi potremmo definire “scannerizzazione” della realtà, in tutte le sue scientifiche sfumature e con un linguaggio incolore. In un secondo momento, quelle tendenze si tradussero nel romanzo autobiografico-confessionale (Shishosetsu), in cui anche con l’uso della terza persona c’è un’identificazione tra il protagonista e lo scrittore. Si sceglie il racconto di esperienze personali, senza filtri, anche con uno stile spesso scarno. In definitiva, il processo è diverso, poiché in Giappone l’attenzione si sposta dalla collettività sociale all’individuo. Ma è da questo processo che nasce una maggiore attenzione all’analisi interiore.
La seconda delle correnti era rappresentata dalla letteratura proletaria (Puroretaria bungaku), più proiettata alla traduzione di idee marxiste in letteratura.
Kawabata, in opposizione, ne “La banda di Asakusa” sceglie di concretizzare l’innovazione dello stile linguistico della sua Scuola esplorando la geografia umana cara alla letteratura proletaria: le classi più umili, per l’appunto.
Ecco che quest’opera è assai rappresentativa di quella fase. Non ha la struttura lineare del romanzo, è priva di una trama convenzionale, disorienta ma affascina. È più una girandola di caratterizzazioni, di fotografie in movimento, con un io narrante che si muove tra i vicoli di Asakusa registrandone posture e ambiguità: le declinazioni del vivere in tutte le sue accezioni.
La scelta ricade su personaggi dell’emarginazione, della delinquenza, degli artisti, dei bottegai, degli ambulanti, dei mestieranti dalle improbabili occupazioni. Ci si muove tra ladruncoli, prostitute, vagabondi, circensi, ballerine e musicisti di cui filma gli scatti nervosi.
È l’insettario che popola e anima allo stesso tempo il racconto. Lui lo descrive con distacco.
Si sente il “tic tac” dei passi delle ballerine, si osservano i colori, si respirano gli odori della cucina lungo le vie, si scrivono storie e memorie inquiete, si percepisce la vita in tutte le sfaccettature del popolo comune, in un contesto che più urbano non si può: un microcosmo nell’isola - Asakusa.
E poi quel filo rosso che accompagna il lettore fino alla fine, legando il tutto in un’unica visione, converge sul mistero di una donna, Yumiko, che percorre in lungo e largo il quartiere, in mille travestimenti, alla ricerca di una vendetta. La malinconia di Kawabata racchiusa in quel connubio di bellezza e tristezza si riversa in Yumiko che, nel suo essere sfuggente, è metafora della vita. È una lirica figura, di quelle che hanno fatto grandi la sua letteratura: “sono una figlia del terremoto. Sono rinata nel mezzo del terremoto. Te l’ho già detto all’Acquario. Diventerò un uomo. Quando dico che non intendo diventare donna…tra centinaia di persone che dormivano sul cemento, senza niente per coprire il corpo, scalciando l’una contro l’altra…una bambina finisce per odiare di essere donna! Non c’era né acqua corrente né elettricità. Le candele si spegnevano una a una, la totale oscurità nel pieno della notte…”(pag.63).
“La banda di Asakusa” è uno splendido affresco di un’epoca dai colori autunnali, gli ultimi anni di un’epoca d’oro, un omaggio a quel luogo caro e a quelle variopinte personalità che lo avevano popolato, in un affascinante percorso che intreccia tradizione nipponica (la geisha, la cucina, la storia, le leggende, il teatro e la musica tradizionale) e contaminazioni occidentali (le nuove pietanze, la moda, le pettinature, il charleston, gli spettacoli di derivazione parigina), e che finisce per donare un tratto anticonvenzionale della letteratura di Kawabata, ancora sconosciuta.
Lo scrittore era allora attraversato dal fuoco dell’innovazione; dovrà aspettare la conclusione della seconda guerra mondiale e dar fondo a tutte le sue energie per far scoprire il Giappone del mito, quello che conosciamo grazie alla sua prosa.
Da ultimo, quale curiosità, il quartiere, in tempi sicuramente diversi dagli anni ’20, ha visto un altro artista calcare le scene comiche in un locale di strip: Takeshi Kitano che lo descrive nel suo libro “Asakusa Kid”.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Kawabata fonda nel 1924 con Riichi Yokomitsu ed altri intellettuali la Shinkankakuha (Scuola della nuova sensibilità) a cui segue la pubblicazione della rivista Bungei Jidai (Epoca letteraria). A quell’epoca conosce Kan Kikuchi, scrittore e saggista che lo supporta anche finanziariamente nominandolo poi redattore di riviste, Shinshicho, Bungei Shunju. Nel 1942 è redattore della rivista Bungei Konwakai e direttore della Nippon Bungaku Hokoku Kai (Società patriottica letteraria giapponese) e, quindi, giudice del premio letterario Akutagawa. A Kikuchi chiede anche i soldi per un matrimonio che non venne mai celebrato, perché la donna di cui era innamorato lo abbandonò devastando ancor di più la sua anima tormentata. Il secondo conflitto mondiale lo travolge, nonostante dichiari sempre la sua indifferenza alla guerra, soprattutto con la morte del suo mecenate e dei suoi amici più cari. La sconfitta lo cambia profondamente come scrittore. Da quel momento il suo impegno è quello di preservare la bellezza giapponese e di diffondere la cultura della sua terra nel mondo. Diventa quindi Presidente del PEN club nel 1948, che gli dà l’opportunità di incontrare letterati in tutto il mondo.
Nel 1945 fonda la kamakura Bunko, la biblioteca circolante di kamakura. Ed è questa che pubblica i primi scritti di un giovane scrittore di nome Yukio Mishima.
Grandi successi di Yasunari Kawabata furono romanzi come “Il suono della montagna”, “La casa delle belle addormentate”, “Il maestro di Go”, “Il paese delle nevi”, “Mille Gru”. Questi, a cui si aggiunsero i numerosi racconti, riuscirono ad aprirsi un varco nel panorama letterario internazionale, influenzando sempre più nuove generazioni di scrittori. In Giappone molti testi di Kawabata conobbero anche l’adattamento cinematografico. In Francia, invece, anche “Bellezza e tristezza” divenne un film di Joy Fleury (1985) con Charlotte Rampling.
Yasunari Kawabata, “La Banda di Asakusa”, Einaudi, Torino, 2007. Traduzione ed introduzione di Costantino Pes.
Prima edizione: “Asakusa Kurenai dan”, 1930 (pubblicato inizialmente in 60 puntate sulla rivista Asahi Shinbun dal 1929 al 1930).
Kawabata Yasunari in Lankelot:
Commenti
sorpresa...Kawabata non è ancora completo, ne mancano altri due..:)
Ho inserito maggiori precisazioni sulla Shinkankakuha.
Nooo, non ci credo!!
Ma niente niente il padrone di casa t'ha rivelato la formula magica per leggere e scrivere a velocità aliena??? :))
Il primo Kawabata, allora. E mi pare che anche qui ci sia qualcosa di straordinario perchè il suo modo di interpretare l'innovazione coniuga entrambe le opposte correnti letterarie. Riesce a rinnovare lo stile e contemporaneamente a dedicarsi alla materia proletaria.
Insomma sintesi perfetta del suo Giappone.
La ricca spiegazione sulle due correnti letterarie è, a distanza di anni, un'ottima replica alle domande di Franco in calce alla pagina su "A sud del confine, a ovest del sole?. Io ho provato a rispondere documentandomi un po' in giro, ma è con le tue righe che arriva la vera spiegazione capace di esaurire l'argomento.
Grazie!!
Ecco anche spiegato l'anomalo rosso in copertina Einaudi.
E' bello scoprire che dietro certe scelte solo apparentemente casuali, ci siano dei fascinosi perchè.
2. se consideri che l'ho letto due mesi fa...tanto aliena non mi sento (se passava altro tempo, avrei dovuto rileggerlo) :P
mo-vi-da!
(applausi.)
3. diciamo che l'assimilazione al naturalismo non era di tipo ideologica, ma di stile letterario. In estrema sintesi, con l'epoca Meiji si passa dal romanzo storico a quello orientato sulla realtà, alla descrizione di una realtà asettica, scientifica, senza filtri. In quel periodo molti letterati vengono inviati all'estero (Natsume Soseki, ad esempio) per studiare la letteratura. Nasce il romanzo -confessione che si considera più adatto per rappresentare la nuova corrente letteraria. La tradizione a cui si ispira (nikki) è solo di forma, non di sostanza. L'esempio diaristico di Sei Shonagon del periodo Heian è molto diverso dallo shisosetsu del Novecento. Sei Shonagon è lirica nelle sue descrizioni. Nel Novecento si va sullo scarno, esperienze strettamente personali a volte scandalose.
Dall'altra parte c'era la tradizione proletaria.
Kawabata come giustamente affermi dimostra che si può toccare gli stessi argomenti ma con uno stile nuovo, basato su un nuovo modo di percepire la realtà...e con una prosa colorata, allegra, vivace, ma anche malinconica.
Il suo è un distacco ideale. Lascia ai suoi protagonisti il compito di trasmettere la vitalità, la condizione di emarginazione, la tristezza dell'esistenza.
kawabata - archivio in calce
kawabata - archivio in calce (oh movi erano rimasti i link veci, e purtroppo vetusti:). Rimedio così)
non avevo aggiornato perché
non avevo aggiornato perché tanto a breve ci torno su...
comunque continuo a preferire illink diretto all'archivio autore, così non si deve aggiornare di volta in volta...
(sì, è una saggia
(sì, è una saggia osservazione)
è bella quella schiera di
è bella quella schiera di link, ma se si aggiornano, altrimenti risulta disordinato e trascurato.....
se poi penso che devo tornare ad aggiornare i link in qualche pagina dall'impaginazione pericolosa, mi viene la pelle d'oca..
pian piano sistemano anche
pian piano sistemano anche quel problema, vedrai:)