Kawabata Yasunari

Il Paese delle nevi

Autore: 
Kawabata Yasunari

Ci sono libri che giacciono per interi lustri nella polvere delle mensole più alte, titoli confusi tra altri titoli da vecchia libreria; succede in ogni buona famiglia, succede anche in quelle dei lettori più accaniti. Poi, in un giorno piovoso, quel titolo, sul quale fino a ieri lo sguardo era passato senza indulgere, attrae in un istante la nostra attenzione.
Esiste, ahimè, l’amore a prima vista anche per i libri, esiste ed è del tutto folle e irrazionale: confesso di aver letto alcuni libri solo perché attirato dal loro aspetto, non è il lato carnale di un consumismo senza motivo, forse è solo il mio leggero animismo, il credere che ogni oggetto, case, luoghi, libri, ossi di seppia, biciclette, tra le pieghe, conservi un’anima propria. E’ quella di questo libro un’edizione datata, una di quelle rilegature a corda con  le pagine ingiallite, una di quelle sfinite a tal punto, che si può immaginare la difficoltà (e il fascino) di lettura in tempi in cui si sgranavano pagine al fioco chiarore della lucerna. Ho così scoperto, in un giorno di pioggia, “Il Paese delle Nevi”. Un romanzo di duecento pagine, un romanzo d’evocazione, allusivo, che viaggia sul filo dell’implicito, del non detto: sembra siano proprio il non rivelato, l’epifania e l’evocazione, il fulcro portante di questo lungo racconto, loro, a condurre in una lenta e crescente tensione verso il finale. Se fosse musica, sarebbe musica descrittiva, non certo una forma architettonica, una descrizione Wagneriana, per immagini sublimate, continui contrappunti, oniriche fughe. 

CENNI BIOGRAFICI

Iniziamo con qualche nota su Kawabata.
Yasunari Kawabata nasce a Osaka il 14 Giugno 1899. Nel giro di sette anni perderà quasi tutta la sua famiglia e resterà solo con il nonno materno. Questo evento rimarrà la (prolifica?) costante di tutta la sua letteratura, la condizione d’orfano e la vicinanza così stretta alla morte ritorneranno incessantemente in ogni pagina della sua narrativa.
Inizia a scrivere a tredici anni una sorta di autobiografia che, al momento della pubblicazione, verrà inititolata: “Diario di un sedicenne”. Quest’opera prima, darà da pensare a numerosi accoliti ed esegeti, avvolta dal mistero, sospesa (tuttora) tra finzione e realtà.
Nel 1918, il giovane Yasunari si reca in viaggio a Izu (meta di pellegrinaggio spirituale). Da quest’esperienza, nella quale conobbe una ballerina girovaga, nasce “La danzatrice di Izu”, pubblicato solo nel 1926. E’ unanimemente considerato il primo vero capolavoro di Kawabata, sebbene sia lontano dagli intenti modernisti di Illusioni di cristallo, del 1931. “La danzatrice di Izu” non è la cronaca fedele e obiettiva del viaggio di Kawabata a Izu: come nella maggior parte delle opere di Kawabata, la realtà è frequentemente idealizzata.
Nel 1924 si laurea in letteratura giapponese all’Università imperiale di Tokyo con una tesi sulla letteratura tradizionale del periodo Heian (794-1186), al quale rimase sempre in qualche modo fedele. Seppe, tuttavia, modificare la sua radice stilistica servendosi delle nuove correnti letterarie europee del novecento. Fonda infatti nel novembre 1924, con Yokomitsu Riichi, quella che verrà definita. “Scuola della nuova sensibilità”. Kawabata senza snaturare le forme della tradizionale letteratura giapponese, saprà ricondurre elegantemente le suggestioni e i contenuti di autori come Joyce, Proust e Dostoevskij all’interno del suo stile “leggero” ed evocativo. In seguito, per un lungo periodo, vengono segnalate numerose esperienze in riviste letterarie, e un numero considerevole di viaggi, che daranno spunto ad alcuni racconti brevi pubblicati successivamente. Intenzionalmente lontano dalle questioni politiche,negli anni del secondo conflitto mondiale, Kawabata pubblica pochissimo e sembra dedicarsi più alla lettura, in particolare ai classici della letteratura giapponese. Assiste, durante il conflitto, alla morte di molti amici e alla distruzione della nazione, questi continui accadimenti lo colpiranno profondamente, tanto che, sebbene spesso e deliberatamente si sia mostrato indifferente nei confronti della guerra, la sua esperienza di scrittore ne verrà trasformata radicalmente. Dalle immagini di distruzione, scaturisce in Kawabata l’esigenza di preservare l’identità culturale del Giappone, anche attraverso la conservazione della bellezza tipicamente giapponese. S’impegna quindi a far conoscere la letteratura del suo paese all’estero attraverso il PEN club, di cui diviene presidente nel 1948. E’ l’occasione per incontrare altri grandi scrittori, di fama internazionale, come fece con Thomas Eliot. Nel 1952 pubblica “Mille gru” e nel 1954 “Il suono della montagna” considerato il suo più grande capolavoro.
Una caratteristica peculiare dell’autore, negli anni che seguono, sarà la continua ridefinizione e affinamento della forma, quasi che l’opera fosse considerata una realtà in divenire, un’entità assoggettata ai tempi.
Grazie all’opera di diffusione dei mass media e al boom economico a partire dalla metà degli anni ’50, le opere di Kawabata riscuotono grande successo, merito anche del loro adattamento sul grande schermo, di cui non ho ulteriori notizie.
Dopo la pubblicazione de “La casa delle belle addormentate”, nel 1961, Kawabata si dedicherà soprattutto allo sviluppo dei rapporti culturali con l’estero, mantenendo la sua carica di presidente del PEN club: fece apprezzare in Giappone non solo i maestri della letteratura europea moderna e contemporanea, come Joyce, Maupassant, Checov, Dostoevskij, Strindberg, ma anche la pittura occidentale, di cui Kawabata era grande cultore, come Leonardo e Cézanne.
Riceve il premio Nobel per la letteratura nel 1968. Kawabata dichiarerà che quel premio, più che a lui, è stato dato a tutta la letteratura giapponese. Viene trovato morto, con un tubo di gas in bocca, il 16 Aprile 1972, a 72 anni. Le motivazioni e le circostanze di questo suo ultimo gesto (tra le fonti consultate) sono discordanti o non segnalate.

 
LA SCUOLA DELLA NUOVA SENSIBILITA’

Per comprendere “Il Paese delle Nevi” al suo fondo è necessario conoscere, almeno sommariamente, il clima sociale e la condizione culturale in cui Kawabata è immerso durante la sua maturazione letteraria. All’inizio del novecento l’intransigenza del governo verso qualsiasi forma di innovazione culturale si era acuita grandemente, ne era triste dimostrazione la condanna a morte di alcuni intellettuali, rei di aver dato voce ad alcune idee del socialismo e, quindi, cospirato contro la sovranità dell’imperatore. Questo clima reazionario comportò così anche una riduzione di prospettiva della scrittura, destinata a restringere il suo campo da letteratura sociale a letteratura introspettiva.
In secondo luogo, i grandi cambiamenti socio-politici che il Giappone affrontò in quel momento, portarono a profondi mutamenti dei costumi, ad agitazioni e attività di partiti politici, nonché all’emergere di avanguardie culturali. In particolare, l’apertura con l’occidente indusse molti intellettuali a visitare l’America e l’Europa e, conseguentemente, molte opere occidentali furono tradotte in giapponese: è, ad esempio, del 1909 la prima traduzione del manifesto futurista italiano.
In questo clima, nasce, e Kawabata è tra i suoi fondatori, la Scuola della Nuova Sensibilità. Questa scuola si caratterizza per due tratti fondamentali: la letteratura non si concepisce più come rappresentazione della vita, ma come atto creativo in sé e per sé e, in secondo luogo, lo scrittore risulta solo parzialmente coinvolto (e influenzato) dalla realtà sociale in cui vive. La capacità creativa diviene, così, valore assoluto, al di là di qualsiasi schema fisso e precostituito. Infatti, la rottura con il passato viene avvertita sempre più come missione, non tanto nel senso di negare completamente richiami o eredità della letteratura classica o precedente, ai quali, in particolare Kawabata, deve molto, ma nel senso di sentirsi “fase di transizione” verso un nuovo futuro. A questo sentimento si aggiunge anche uno spiccato senso d’incompletezza, come il sentire di non appartenere a niente di preventivamente definito, all’incognita della novità, appunto, dell’avanguardia.
Per il vero, nonostante abbia sfogliato un po’ di qua e un po’ di là, pare non esista un compiuto manifesto di questa “Scuola”. La vocazione del movimento è stata volta a creare una “nuova sensibilità” più che un nuovo stile finito, una sensibilità basata sulla percezione del profondo cambiamento in atto.
Allo stesso modo, la contaminazione da parte della cultura occidentale, la traduzione dei classici, di Dante o Petrarca, non va letta come elemento di contraddizione, ma proprio come elemento esotico di rottura con l’ordine precostituito.
Con uno slogan: “Il lontano nel tempo e nello spazio come arma contro un presente oscuro e reazionario”.

 
IL ROMANZO

“Il Paese delle Nevi” viene considerato da questo punto di vista una summa dell’opera letteraria di Kawabata. Come già detto, un romanzo giocato sull’allusione, sul non detto, sul fascino raccontato tramite le donne e la natura, donne e natura che seducono e preservano intatta la grazia primigenia, ma che sviliscono lievi: la natura con le sue foglie cadute al sopraggiungere dell’autunno, le donne come emozioni inconcludenti, fuggevoli come quelle stesse nevi al sole.
La trama lineare e semplice, narra del soggiorno di Shimamura, un opulento esteta di Tokyo, amante della cultura e del vizio, nel modesto centro termale del Paese delle Nevi (alcune foto qui), un luogo immacolato, uno scenario naturale talmente puro da sembrare irreale. Durante il soggiorno il Shimamura viene rapito da un turbine di suggestioni legate al paesaggio e vive una storia d’amore (forse mai iniziata..) con Komako, una geisha del piccolo borgo. Terme modeste, alberghi modesti, geishe di montagna, ben diverse da quelle di Tokyo, ragazze che nel paese si aggirano coi “Pantaloni da montagna” e che di sera prestano servizio negli alberghi, un contesto che sottolinea una semplicità a tratti spoglia. Una natura splendida intorno, riscatto da ogni turpitudine, luogo dove librare lo sguardo, abbandonare il cuore e in cui, alla fine, tutto si dissolverà. Il sesso, la passione, le seducenti pieghe del kimono, le incertezze dello sguardo femminile, filtrate attraverso un racconto finemente psicologico, dove tutto è anelito e desiderio e mai carne, mai amplesso, mai orgasmo. Tutto si mantiene sotto una linea di apparente nitidezza e semplicità. Apparente però: se si legge - se si legge bene - tra le righe, le suggestioni e le descrizioni di Kawabata, si scorgono presto immagini complesse, incresciose, angoscianti: c’è una tensione secondaria, sommersa, nelle pagine di questo libro.

Riprendendo un ipotetico parallelo con il paesaggio della musica classica descrittiva, si potrebbe dire che ad un primo impatto le parole di Kawabata suonano come le onomatopeiche vivaldiane (ad esempio, gli “augelletti” della Primavera, o il riconoscibilissimo temporale dell’Estate) inserzioni semplici (e non allusive) all’interno della struttura regolare dei movimenti. Scavando un po’ più a fondo, però, dopo qualche pagina, le parole di Kawabata sembrano legare le esperienze dei soggetti a esperienze, tensioni, movimenti del circostante, dell’intera umanità, della Natura (si disvela l’influenza della cultura Zen), sembrano evocare una tensione che appartiene al dorso intero della terra, rivelando quindi un’evocazione più complessa, che sarebbe opportuno definire Wagneriana, tipica di opere come quelle del tedesco o di Debussy.

C’è una vivezza, in queste pagine, straordinaria, gli elementi della natura, le descrizioni degli stati d’animo dei protagonisti sono perfettamente misurati, raccolti in uno stile elegante in cui nulla pare fuori posto. “Il Paese delle Nevi”, forse per via della sua natura “transitoria”, contiene in sé una certa ricchezza di elementi stilistici:
in primo luogo, la tecnica del flusso di coscienza è dilatata ai suoi estremi visionari: Kawabata si è mostrato più volte interessato alla psicanalisi e alle tecniche narrative che rappresentavano il fluire del pensiero, in particolare alle libere associazioni. Questo era in linea con i movimenti d’avanguardia, tesi alla liberazione dalla tirannia dei codici del linguaggio prestabiliti. La sintassi si fa breve, spezzata da continui capoversi, acuisce ancor più il senso di frammentazione e incertezza che la storia racconta. Evoca immagini e stati d’animo.
In secondo luogo, tali immagini ed evocazioni vengono accostate senza alcuna correlazione, spesso in modo illogico e ripetitivo. Anche questo espediente sembra voler ricreare il senso di caos, di vuoto, di un cosmo senza senso, non fine a se stesso (di prim’acchito è questa la sensazione), ma finalizzato ad aprire la mente al vuoto per acuire la percezione: una percezione diversa, più profonda e più partecipe della realtà.
In terzo luogo, l’uso di “epifanie” per rivelare appieno l’essenza di una situazione o di un personaggio e per diminuire, ancora una volta, le distanze dal contesto. L’origine di queste descrizioni rivelatrici trae spunto da una sensibilità spiccatamente giapponese, che porta l’autore a cogliere sì la bellezza, ma anche la caducità insita nei singoli eventi od oggetti dell’universo.
In ognuno di questi tratti, l’epifania, le immagini non correlate, la fusione dell’io nel tutto, diversi studiosi hanno sottolineato l'armonco intreccio tra elementi moderni e una sensibilità spirituale marcatamente tradizionale e buddista.

In definitiva, le pagine di questo libro girano piano. Girano piano per la sensibilità che non ne coglie il significato, girano piano per chi, intensamente, vi si immerge.
Quelli di questa lettura, saranno, in ogni caso, giorni strani, di pensieri, umori e sensazioni come ombre.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Kawabata Y., Il paese delle nevi, Einaudi, Torino, 1959.
Collana: I coralli
199 p.

Per chi ha pazienza e costanza approfondimenti in:

Kato, shuichi, Storia della Letteratura Giapponese, Venezia, Marsilio, 1987.

TETI, Mario, Kawabata Yasunari, Milano, UTET, 1977

Kawabata Yasunari in Lankelot:
 
ISBN/EAN: 
8806146335

Commenti

Soliti problemi con giustificazione e grassetto... me ne dolgo...

"E? quella di questo libro un?edizione datata, una di quelle rilegature a corda con le pagine ingiallite, una di quelle sfinite a tal punto, che si può immaginare la difficoltà (e il fascino) di lettura in tempi in cui si sgranavano pagine al fioco chiarore della lucerna."

> oh. che splendore.

Ti piace Kawabata? Guarda cosa ha scritto Movida su Lankelot.com (e forse un giorno ritroveremo qui)...

Yasunari KAWABATA
> La danzatrice di Izu Movida
> Una pagina folle Movida
> Lirica Movida
> Uccelli e altri animali Movida
> Il paese delle nevi Movida
> Racconti in un palmo di mano Movida
> Il suono della montagna Movida
> Arcobaleni Movida
> Mille gru Movida
> Luna d?acqua Movida
> Il disegno del piviere Movida
> Il maestro di go Movida
> Il lago Movida
> Prima Neve sul Fuji Movida
> La casa delle belle addormentate Movida
> Koto Movida
> Il braccio Movida
> Bellezza e tristezza Movida
> Lettere anni 1945-1970 Movida

Ti interessa?
http://www.lankelot.com/critica-letteraria-narrativa-4.html#k

"?Il Paese delle Nevi? è da questo punto di vista una summa dell?opera letteraria di Kawabata."

> hai letto TUTTO Kawabata? Come fai a parlare di summa?

"In terzo luogo, l?uso di ?epifanie? per rivelare appieno l?essenza di una situazione o di un personaggio e per diminuire, ancora una volta, le distanze dal contesto. L?origine di queste descrizioni rivelatrici trae spunto da una sensibilità spiccatamente giapponese, che porta l?autore a cogliere sì la bellezza, ma anche la caducità insita nei singoli eventi od oggetti dell?universo."

> "Apparizioni" in che senso?

"Kawabata ha mostrato più volte il proprio interesse verso la psicoanalisi ed era interessato alle tecniche narrative che rappresentavano il fluire del pensiero, in particolare alle libere associazioni."

> dove ha dimostrato questo interesse? In quali opere?

Attendo le tue risposte. In generale, parli come chi conosce a menadito la produzione di Kawabata. Non mi permetto di dubitarne, non ti conosco di persona, ma immagino che da qualche parte queste sicurezze proverranno. Intanto grazie per il nuovo contributo!

Eccomi di ritorno Gianfranco.
Allora, innanzitutto, grazie per le segnalazioni provenienti da Lankelot.com. Segnalazioni che ignoravo.
Di Kawabata non conosco certo l'opera omnia, è stata una bella sorpresa nata proprio da questo romanzo. In questo periodo ho letto alcuni dei suoi romanzi più in vista (Mille gru, Il suono della montagna) e alcuni saggi e articoli sul suo conto.
Chiaramente quella sopraesposta non è tutta farina del mio sacco, non è il giudizio di un conoscitore profondo, è semplicemente una sintesi di quanto ho appreso dalle fonti consultate (le due usate con maggior copia sono riportate nelle note), integrata e conforntata con mie considerazioni e suggestioni personali. Ho svolto un lavoro di questo tipo soprattutto perchè consultando il sito avevo visto un vuoto riguardo il nome di Kawabata, un vuoto che a mio parere era giusto colmare dando almeno un quadro generale dell'autore.
Mai avrei voluto utilizzare un tono saccente o da grande sommelier della letteratura giapponese. Se così fosse me ne scuso, non sono il tipo e mi dispiace molto. Allo stesso modo mi scuso per eventuali imprecisioni (ma ben vengano le precisazioni) o per la banalità dell'introduzione al chiarore della lucerna (questioni di gusto).

Ave!
In generale: bene per le integrazioni delle lacune in lankelot.eu; ottimo per la scelta di autori laterali o minori o dimenticati, davvero. Cautela massima con le affermazioni nette a meno di non essere padrone della materia, meglio usare formule neutre ("viene considerato"; "si tende a riconoscere"; etc) e rinviare alla bibliografia critica, dove qualcuno s'è preso la responsabilità di dire "è così".

Questo non vale solo per lankelot ma anche per tue future pubblicazioni altrove, magari accademiche. Le tue argomentazioni ne usciranno rafforzate, il testo perderà debolezze e risulterà assolutamente credibile. Pensaci;).

Grazie mille Gianfranco, sei sempre (il sito è sempre..) ricco di stimoli a migliorare. Consigli che terrò in considerazione. Sai, quando scrivo per internet, sono sempre un po' frivolo soprattutto dal punto di vista bibliografico e, lo so, è peccato.
Questo contributo su Kawabata comunque è mosso da buone intenzioni. Ora mi leggerò lentamente le recensioni presenti su Lankelot.com e poi magari integrerò con maggior perizia. I prossimi giorni li dedicherò al nuovo libro di Bauman, di cui spero di darvi presto notizie.

aspettiamo con entusiasmo. Internet è come la carta stampata. C'è testata e testata, c'è sito e sito. La differenza la fa la competenza e la completezza nell'indicazione delle fonti. Da questo punto di vista, siamo già un secolo avanti rispetto a quotidiani e periodici. Chissà quando nomineranno le fonti consultate, o la concorrenza... e quando daranno adeguato spazio alle arti, e non alla cronaca nera o alla cronaca parlamentare. Per dire.
Rispetto ai mensili "specialistici", diciamo a circolazione accademica, siamo più letti. Bisogna prenderne coscienza e migliorare da subito.
La differenza - ma è normale che sia così - attualmente la fa il c.d. "prestigio". Acquisito dalla consuetudine. La comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo sul web non ha neanche 10 anni di vita. Vedrai nel 2020 se non avevo ragione. ;)

La qualità qui c'è e si legge, non c'è dubbio..

In altre parole, l'unica fortuna del nostro tempo è che stiamo cavalcando una rivoluzione nella stampa e nella circolazione delle opere. Sottovalutarla è antistorico, fraintenderla un vizio di forma; dobbiamo agire subito, per capire e perfezionare le tecniche di comunicazione (e un giorno espressione). E' vitale non dimenticarsi che dieci righe su un quotidiano rimangono in edicola meno di 24 ore, quel che scriviamo qui - diversamente esteso e più completo - nei mesi e negli anni, a portata di mano e in un attimo. La stampa cartacea ha totalmente perso dignità, visibilità e concorrenzialità.
Ne parleremo altrove. Torniamo a YK:)

"In ognuno di questi tratti, l?epifania, le immagini non correlate, la fusione dell?io nel tutto, diversi studiosi hanno sottolineato l?armonco intreccio tra elementi moderni e una sensibilità spirituale marcatamente tradizionale e buddista".

é una caratteristica di molti artisti giapponesi del Novecento, quella di aver saputo fondere tradizione e modernità. E la cosa mi ha sempre affascinato. I miei preferiti sono Mishima nella letteratura e Miyazaki nel cinema. Kawabata, di cui avevo letto un gran bene sui pezzi di Movida, ancora non l'ho accostato. Ma rimedierò. Quindi consigli questa come opera d'approccio, Alfio?

(ehm. psst. Leon! Leggi i commenti :) )

C'hai ragione, Frà, avevo letto solo il pezzo;)

Movi adesso torna...

ehm....

;)