Kawabata Yasunari

Il Paese delle nevi

Autore: 
Kawabata Yasunari

“Il treno sbucò nella galleria nel paese delle nevi. La campagna si stendeva bianca sotto il cielo notturno. Il treno si arrestò a un segnale” (pag. 11). 

Shimamura è un esteta, un uomo ricco che si diletta con l’arte teatrale ed il balletto. Komako è una geisha delle terme, una donna delle montagne, nel Paese delle nevi, famoso per i suoi kimono di tela Chijimi, il paradiso terrestre dove tutto pare sospeso in un tempo indefinito.

È una storia d’amore e di lontananza, la loro. Non ci sono che momenti scanditi dal colore delle stagioni, in una ciclicità che scandisce il trascorrere della vita e l’appassire di un sentimento, nato là, nel Paese delle nevi, dove le geishe suonano o intrattengono qualcuno alle feste dei luoghi di villeggiatura.

Non potranno diventare come le donne di città introdotte nel mondo degli affari o in quello più allettante dell’arte a cui si addestrano fin dalla tenera età. Non hanno grandi possibilità di emergere nel Paese delle nevi perché è il posto che le tiene prigioniere in un incanto senza fine, quando la neve è alta fino a due metri o quando l’autunno dona alle foglie di acero un colore talmente vivo che i turisti accorrono ad ammirarle.

Shimamura è un grande osservatore, ma non si riesce a provar simpatia né altro per lui. È onesto e gentile, ma ha una moglie in città che lo aspetta e quell’amore improvviso nato per una geisha delle montagne lo porterà, poco alla volta, ad abbandonare le illusioni che tali dovevano rimanere.

“Shimamura la guardò e immediatamente abbassò la testa. Il bianco nel cuore dello specchio era neve, e in mezzo ad essa spiccavano le rosse guance della donna. C’era in quel contrasto una fresca indescrivibile bellezza” (pag. 46).

Komako è la ragazza che suona il samisen meglio delle altre; geisha per pagare le cure di un uomo che non è mai stato suo fidanzato, un’altra ha catturato il suo cuore per poi accompagnarlo nel cammino senza ritorno di una malattia che non ha pietà. Komako è la fanciulla capace di tanta devozione e di grandi gesti di generosità, ma che non ha avuto fortuna nella vita, prima l’uno e poi l’altro portati via da un cieco destino.

“Shimamura avrebbe potuto guardare anche direttamente la ragazza, data la sua posizione. Tuttavia, quando i due erano saliti sul treno, qualcosa di freddo e tagliente nella bellezza di lei aveva colpito Shimamura che, mentre abbassava frettolosamente gli occhi, aveva visto le dita grigiastre del vecchio afferrare strettamente la mano della ragazza. Gli era parso piuttosto indelicato guardare ancora dalla loro parte…Nelle profondità dello specchio si susseguiva il paesaggio notturno, lo specchio e le figure riflesse simili a pellicole cinematografiche sovrapposte. Le figure e lo sfondo non avevano alcuna affinità tra loro, e lo sfondo, vago nell’oscurità, si mescolavano in una specie di mondo simbolico, ultraterreno. Specialmente quando una luce spersa tra i monti brillava al centro della faccia riflessa della ragazza. Shimamura sentiva gonfiarsi il petto per quell’inesprimibile bellezza” (pag. 15).

E poi Yoko, figura misteriosa, quasi impalpabile, che aleggia su di loro come un fantasma e di cui non sapremo quasi nulla, neppure negli istanti finali quando tutto è pronto a crollare lasciando intatta la Via Lattea nel cielo, come un ponte che non si riesce mai ad attraversare.

Ed infine resta lui, il Paese delle nevi, ricoperto dalla malinconia che cresce, da un senso di incompiutezza che allontana gli esseri umani raccolti nella loro fragilità di esseri plasmati dalle mani della vita.

Eppure quel sentore di tristezza così vicino alla morte scompare sepolto dalle immagini idilliache, cristallizzate sotto la lente d’ingrandimento dell’autore che le rende vive come ali di farfalla in continuo movimento.

 Il filo veniva filato nella neve, e la stoffa tessuta nella neve, lavata nella neve e imbiancata nella neve (pag. 126): con questa introduzione, s’apre una parentesi sulla terra del tessuto Chijimi per Kimono, portando indietro il lettore a tempi che non esistono più, tra metafore e descrizioni dal vivo sapore nostalgico. Il senso supremo della fine di tutto, della malinconia, della morte è tutto qui, come un panno steso sulla candida neve.

 Yukio Mishima, nella letteratura giapponese moderna, è il magma che ribolle nelle profonde fauci del vulcano di cui quella terra è simbolo.

Yasunari Kawabata, invece, è la neve che ricopre il vulcano; è il fiore di ciliegio che incornicia un paesaggio di incredibile bellezza; è il suono delle corde del samisen pizzicate da delicate mani femminili.

Amare l’uno non esclude l’altro, perché si compensano, si avvicendano, si fondono fino a creare la visione reale dell’anima del Giappone, con le sue delicatezze e con il sangue che ha macchiato la sua terra feconda.

Due generazioni a confronto che hanno vissuto la guerra e da cui sono state trafitte in modo diverso, anche se identica è la conclusione.

Kawabata è fortemente influenzato dalla religiosità giapponese, in un delicato equilibrio tra scintoismo e buddismo, in un rapporto privilegiato tra la contemplazione e l’assimilazione agli elementi naturali. La compenetrazione tra uomo e natura assume nella sua prosa un significato sacrale, quasi magico perché è in essa che l’animo umano si riflette, in un rapporto di forte empatia, raggiungendo visioni idilliache di se stesso.

L’impatto è immediato per quella capacità che ha di immersione totale nelle caratterizzazioni che letteralmente dipinge, semplice come stile, complessa nel significato. L’emozione (dolore, gioia, amore, o qualsiasi altro sentimento) suscitata dalle cose è infinita, raggiungendo punti in cui viene superata dalla capacità di cogliere l’essenza intima delle cose stesse, fino alla loro caducità. In molti passaggi netta è la sensazione di trovarsi di fronte ad un Proust con una sensibilità tutta orientale che esprime un amore sconfinato per la memoria del suo Paese. Ecco la differenza con Mishima. Quest’ultimo è devastato dall’umiliazione della sconfitta, dalla perdita dell’onore e reagisce, a volte, con uno scatto di potente energia, Kawabata ne esalta con orgoglio l’impareggiabile bellezza. Ed è tra le pagine de “Il Paese delle nevi”, ricco di simbologia nascosta, come tesori di inestimabile valore da preservare, e ne “ Il suono della montagna”, che osserviamo con i suoi stessi occhi l’amore profondo celato nel suo cuore.

Kawabata ha uno stile raffinato, elegante, tanto che i traduttori hanno avuto notevole difficoltà nell’onorare la consistenza originaria del testo. La versione tradotta da Luca Lamberti non snatura la forza percettiva delle immagini abilmente descritte dallo scrittore, rendendo merito ad un romanzo di una bellezza disarmante. La migliore traduzione, forse, è quella compiuta da Akira Kurosawa sullo schermo.

 Magistrali doti di narratore che esprimono con grande sensibilità l’essenza dell’anima giapponese” fu il motivo che accompagnò il riconoscimento del Premio Nobel nel 1968.

“Il paese delle nevi”, insieme a “Mille gru”, fu il primo romanzo ad approdare in terra italiana e chi vi si avvicina non lo dimentica facilmente, tanto forte è la suggestione che trasuda da ogni sua pagina.

Un capolavoro di finezza psicologica e stilistica”, scrivono in copertina e così è. Solo le parole di Kawabata potrebbero descrivere la poesia della sua prosa.

 Egli ricordò il mattino nevoso, verso la fine dell’anno precedente, e guardò lo specchio. Le fredde peonie vi galleggiavano ancor più grandi, delineando con un bianco contorno Komako. Il suo Kimono era aperto sul collo ed ella si stava asciugando la gola con una tovaglia. La sua pelle era bianca come appena uscita dal bucato” (pag. 126) 

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Yasunari Kawabata nasce ad Osaka nel 1899 e muore suicida nel 1972. Solo quattro anni prima, nel 1968, gli era stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

Kawabata fonda nel 1924 con Riichi Yokomitsu ed altri intellettuali la Shinkankakuha (Scuola della nuova sensibilità) a cui segue la pubblicazione della rivista Bungei Jidai (Epoca letteraria). A quell’epoca conosce Kan Kikuchi, scrittore e saggista che lo supporta anche finanziariamente nominandolo poi redattore di riviste, Shinshicho, Bungei Shunju. Nel 1942 è redattore della rivista Bungei Konwakai e direttore della Nippon Bungaku Hokoku Kai (Società patriottica letteraria giapponese) e, quindi, giudice del premio letterario Akutagawa. A Kikuchi chiede anche i soldi per un matrimonio che non venne mai celebrato, perché la donna di cui era innamorato lo abbandonò devastando ancor di più la sua anima tormentata. Il secondo conflitto mondiale lo travolge, nonostante dichiari sempre la sua indifferenza alla guerra, soprattutto con la morte del suo mecenate e dei suoi amici più cari. La sconfitta lo cambia profondamente come scrittore. Da quel momento il suo impegno è quello di preservare la bellezza giapponese e di diffondere la cultura della sua terra nel mondo. Diventa Presidente del PEN club nel 1948, incontrando così letterati in tutto il mondo.

Nel 1945 fonda la kamakura Bunko, la biblioteca circolante di kamakura. Ed è questa che pubblica i primi scritti di un giovane scrittore di nome Yukio Mishima.

Grandi successi di Yasunari Kawabata furono romanzi come “Il suono della montagna”, “La casa delle belle addormentate”, “Il paese delle nevi”, “Mille Gru”. Questi, a cui si aggiunsero i numerosi racconti, riuscirono ad aprirsi un varco nel panorama letterario internazionale, influenzando sempre più nuove generazioni di scrittori. In Giappone molti testi di Kawabata conobbero anche l’adattamento cinematografico. In Francia, invece, anche “Bellezza e tristezza” divenne un film di Joy Fleury (1985) con Charlotte Rampling.

 

Kawabata Yasunari, “Il paese delle nevi”, Einaudi editore, Torino, 1959. Traduzione a cura di Luca Lamberti.

 Prima edizione: “Yukiguni”. Iniziato nel 1934, conosce la definitiva stesura nel 1948.

 Movida, 2 febbraio 2005.

 Originariamente apparsa su Lankelot.com.


Kawabata Yasunari in Lankelot:


Kawabata Yasunari


Kawabata Yasunari, Mishima Yukio

 

ISBN/EAN: 
9788806189235

Commenti

Mo-vi-da!

"Komako è la ragazza che suona il samisen meglio delle altre;"

> Samisen?

"Yukio Mishima, nella letteratura giapponese moderna, è il magma che ribolle nelle profonde fauci del vulcano di cui quella terra è simbolo.
Yasunari Kawabata, invece, è la neve che ricopre il vulcano; è il fiore di ciliegio che incornicia una paesaggio di incredibile bellezza; è il suono delle corde del samisen pizzicate da delicate mani femminili.
Amare l?uno non esclude l?altro, perché si compensano, si avvicendano, si fondono fino a creare la visione reale dell?anima del Giappone, con le sue delicatezze e con il sangue che ha macchiato la sua terra feconda"

> Bellissimo, questo passo. Lirico.
Grande Movi.

"In molti passaggi netta è la sensazione di trovarsi di fronte ad un Proust con una sensibilità tutta orientale che esprime un amore sconfinato per la memoria del suo Paese. Ecco la differenza con Mishima. Quest?ultimo è devastato dall?umiliazione della sconfitta, dalla perdita dell?onore e reagisce, a volte, con uno scatto di potente energia, Kawabata ne esalta con orgoglio l?impareggiabile bellezza."

> Altro passo-cardine. Movi in cattedra. Gran bel lavoro.

takk!
danke.

Yukio Mishima, nella letteratura giapponese moderna, è il magma che ribolle nelle profonde fauci del vulcano di cui quella terra è simbolo.
"Yasunari Kawabata, invece, è la neve che ricopre il vulcano; è il fiore di ciliegio che incornicia una paesaggio di incredibile bellezza; è il suono delle corde del samisen pizzicate da delicate mani femminili.
Amare l?uno non esclude l?altro, perché si compensano, si avvicendano, si fondono fino a creare la visione reale dell?anima del Giappone, con le sue delicatezze e con il sangue che ha macchiato la sua terra feconda.
Due generazioni a confronto che hanno vissuto la guerra e da cui sono state trafitte in modo diverso, anche se identica è la conclusione..."
Com'è esplicativo questo passaggio!
Nel mio caso però amare l'uno ha escluso l'amore per l'altro. Ma forse è stato un fatto casuale. Sono due scrittori molto diversi, uno diretto e "egocentrico", l'altro velato, malinconico, poetico. "Confessioni di una maschera è rimasto a metà (e in seguito abbandonato senza poesia su un muretto), non mi ha urtata ma non mi ha dato niente. Invece il paese delle nevi è stato capace di distaccarmi dal qui e dall'ora.
Aggiungo il breve commento che ho lasciato al libro su anobii:

"E' un libro molto bello. Non tanto per la storia, così flebile che pare volarsene via ad ogni pagina, ma per l'atmosfera che l'autore sa creare. Sembra ci sia un filtro di vetro a separare la sua emotività dalle malinconie che delinea in queste pagine e che, spassionatamente, risultano più forti e tragiche. Come sospese, arrivano con un rumore flebile che tocca prima le superfici e poi, poco a poco, le emozioni. Senza far rumore."

Ancora un amore infedele.
Nelle splendide descrizioni dei paesaggi, c'è quel romanticismo e quell'intensità che invece mancano quando il fulcro si sposta sulla relazione uomo/donna.
La partecipazione e la totale adesione alla bellezza della natura, fanno da contraltare ad una misurata distanza dai sentimenti, per effetto della quale le figure femminili vengono osservate come da lontano ed estrapolate dalla realtà. Rese quasi impalpabili. Angelicate.

Hai notato che lo sguardo su di lei avviene attraverso il riflesso sullo specchio, sovrapponendola fino a farla coincidere con l'immagine della neve (purezza)? Associazioni di idee nell'idealizzazione della natura giapponese e, progressivamente, della nazione.

Credo che questo romanzo abbia due piani di scrittura. Iniziato in un periodo, nel 1934, risente delle esperienze personali e del rapporto uomo-donna che non fu mai facile per lui, per il trascorso umano, completato nel 1948, pone in luce l'idea di voler narrare la bellezza del suo paese, distrutto dalla seconda guerra mondiale.

Pur non rinunciando a trattare del rapporto personale, a mio avviso, ha la grande suggestione delle metafore.

Mi sa che lo rileggerò presto...mi è rimasta sempre impressa l'immagine della purezza.