Kawabata Yasunari

Il lago

Autore: 
Kawabata Yasunari

 Ginpei Momoi ha la stravagante abitudine di seguire le donne. Non tutte quelle che gli capitano a tiro, né quelle che paiono rivelare una particolare avvenenza fisica, ma solo le donne che ritiene appartenere a quel mondo magico in cui lui stesso è convinto di vivere. Le segue senza pensare alla paura che in loro può destare o al timore di una denuncia che lo porrebbe in seria difficoltà in un mondo di solitudine.

Ginpei ha anche un’altra ossessione, quella verso i suoi piedi che ritiene brutti e sgraziati, da nascondere, da non rivelare agli occhi altrui e se questo accade, per un qualsivoglia motivo, in lui si avverte un moto d’inspiegabile soggezione.

Ginpei è personaggio che desta inquietudine per quel suo procedere ambiguo tra gli opposti, nell’inseguire la bellezza femminile ed il celare la bruttezza di una parte fisica di se stesso. Egli altro non è che creatura resa evanescente da un passato doloroso.

Kawabata scrive “Il lago” in un momento delicato della sua vita, in un momento in cui i fantasmi riaffiorano per ripopolare quel mondo di tenebre per trasformarsi in demoni urlanti. Il frutto di questi periodi ricorrenti nella sua interiorità è una serie di prose surreali e ambigue in cui si avverte il retrogusto amaro della depressione. Lo scrittore si attacca ai ricordi, battagliando con se stesso, facendo emergere comunque quel contrasto vivido tra i colori: da una parte l’odore malsano che avvolge la figura misteriosa di Ginpei, dall’altra la volontà di oltrepassare la soglia della solitudine inebriandosi del profumo consolatorio che ispira la bellezza. 

Duplice, quindi, la visione voluta per questo breve romanzo: l’atmosfera torbida in cui Kawabata immerge Ginpei sin dall’inizio contrapposta all’aspirazione verso la diversità da sé.

Già dalla descrizione (e dagli accostamenti) in cui lo presenta non lascia spazio ad alcun dubbio sulla costruzione del personaggio: “in realtà Ginpei non sapeva se fosse braccato come un animale. Forse la vittima non aveva sporto denuncia. Buttò il fagotto nel bidone per le immondizie davanti alla porta di servizio” (pag. 7).

Il contrasto appare ancor più evidente quando Ginpei s’immerge nella vasca di un bagno pubblico. La massaggiatrice che si prende cura di lui pare placare quella torbidezza insita nel suo carattere, iniziando ad insinuare il dubbio che non tutto è come appare: “Ginpei era realmente sul punto di piangere. Il suono di quella voce suscitava in lui una sensazione di innocente felicità e di dolce salvezza. Era la voce della femminilità eterna o di una madre pietosa?” (pag. 9). In questa breve commozione suscitata da una voce femminile, di per sé sconosciuta, si ribalta la sensazione sgradevole che accompagna le vicissitudini di quest’uomo e pone le basi per la curiosità di conoscere i motivi che lo hanno trasformato in un essere solitario.

Ginpei porta con sé il bagaglio interiore di un passato oscuro svelato dai frammenti del presente che vengono posti sulla sua strada, e mi piace pensarli con la stessa funzione dei sassolini di Pollicino che tenta di tornare a casa. I suoi comportamenti sono sì estremizzati, ma non si riesce ad avere di lui l’idea della piena follia per quel moto di pietà che in fondo lo protegge.

Ginpei, come Kawabata, ha una scia di lutti alle spalle e questo senso spiccato della morte è insito in ognuno dei personaggi tratteggiati dalla sua penna. La solitudine è la conseguenza di quel tragico destino; della struggente sensazione dell’abbandono al disturbante atteggiamento di Ginpei si cercano le cause nel passato e quest’ultimo si ricompone, tassello dopo tassello, in un’apparente casualità di eventi curiosi i cui contorni sono lasciati appositamente nel vago. Non si fa caso a quei toni malinconici che emergono da una serie di pensieri che avvolgono Ginpei, pochi frammenti dopo la sua ufficiale presentazione nella storia, ma sono altrettanto fondamentali pezzi di quel puzzle che aspira ad una riconciliazione finale: “quando era un fanciullo Ginpei odiava e detestava la cugina. Nutriva la segreta e perversa speranza che il ghiaccio si rompesse sotto i suoi piedi e che Yayoi fosse inghiottita dal lago. La cugina aveva due anni più di Ginpei, ma in lui era maggiormente sviluppata una maligna astuzia. Suo padre era morto tragicamente quando egli aveva dieci anni. Ossessionato dalla paura che la madre lo abbandonasse per tornare al suo paese natale, Ginpei era stato costretto a sviluppare la propria astuzia più di Yayoi, cresciuta nella bambagia. Si era innamorato, per la prima volta in vita sua, della cugina forse perché segretamente sperava, così facendo, di non perdere la madre. Da piccolo la sua felicità maggiore consisteva nel passeggiare sulla riva del lago con Yayoi, mentre le loro ombre si proiettavano sulla superficie dell’acqua. Camminava contemplando il lago e gli sembrava che le loro immagini riflesse sull’acqua avrebbero continuato a procedere all’infinito, senza separarsi mai. Ma la sua felicità fu di breve durata” (pag.23). 

In questa pagina bellissima si rimarca visibilmente quel leit motiv del girovagare di Ginpei in un apparente moto circolare, come quel lago in cui tutto si perde e si ricompone.

Ginpei insegue le donne e si fa inseguire dai fantasmi delle figure familiari, la madre, il padre, la cugina, la fidanzata ed il bambino o meglio la bambina che pare aver avuto in gioventù quando era studente. I suoi fantasmi sono figure evanescenti che non toccano terra, mentre la visione dei suoi piedi deformi è una presa di coscienza del suo essere solo nella cruda realtà. E così anche l’attaccamento morboso alla bellezza femminile altro non è che la prova di quel mondo onirico a cui tende per rifugiarsi dalle brutture della vita e da cui si risveglia per un ritorno crudo alle radici del passato.

Il lago” è un romanzo breve che possiede le tracce della deflagrazione interiore dei contrasti di Kawabata, in quell’insieme di bellezza e solitudine, tra morte e sogno in una visione surreale che ha raggiunto altrove i picchi più alti.Non è annoverato tra le opere migliori dello scrittore giapponese, ma certamente trova spazio nelle citazioni di quella parte delle produzione in cui i demoni personali di Kawabata prendono il sopravvento.”

 

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Yasunari Kawabata nasce ad Osaka nel 1899 e muore suicida nel 1972. Solo quattro anni prima, nel 1968, gli era stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Kawabata fonda nel 1924 con Riichi Yokomitsu ed altri intellettuali la Shinkankakuha (Scuola della nuova sensibilità) a cui segue la pubblicazione della rivista Bungei Jidai (Epoca letteraria). A quell’epoca conosce Kan Kikuchi, scrittore e saggista che lo supporta anche finanziariamente nominandolo poi redattore di riviste, Shinshicho, Bungei Shunju. Nel 1942 è redattore della rivista Bungei Konwakai e direttore della Nippon Bungaku Hokoku Kai (Società patriottica letteraria giapponese) e, quindi, giudice del premio letterario Akutagawa. A Kikuchi chiede anche i soldi per un matrimonio che non venne mai celebrato, perché la donna di cui era innamorato lo abbandonò devastando ancor di più la sua anima tormentata. Il secondo conflitto mondiale lo travolge, nonostante dichiari sempre la sua indifferenza alla guerra, soprattutto con la morte del suo mecenate e dei suoi amici più cari. La sconfitta lo cambia profondamente come scrittore. Da quel momento il suo impegno è quello di preservare la bellezza giapponese e di diffondere la cultura della sua terra nel mondo. Diventa quindi Presidente del PEN club nel 1948, che gli dà l’opportunità di incontrare letterati in tutto il mondo. Nel 1945 fonda la Kamakura Bunko, la biblioteca circolante di kamakura. Ed è questa che pubblica i primi scritti di un giovane scrittore di nome Yukio Mishima.

Grandi successi di Yasunari Kawabata furono romanzi come “Il suono della montagna”, “La casa delle belle addormentate”, “Il maestro di Go”, “Il paese delle nevi”, “Mille Gru”. Questi, a cui si aggiunsero i numerosi racconti, riuscirono ad aprirsi un varco nel panorama letterario internazionale, influenzando sempre più nuove generazioni di scrittori. In Giappone molti testi di Kawabata conobbero anche l’adattamento cinematografico. In Francia, invece, “Bellezza e tristezza” divenne un film con la regia di Joy Fleury (1985) e Charlotte Rampling come protagonista.

Kawabata Yasunari, “Il lago”, Milano, Guanda, 2005. Traduzione di Lydia Origlia.

Prima edizione: “Mizuumi”, 1954.

Movida,18 novembre 2005.

Originariamente già apparsa su Lankelot.com.


Kawabata Yasunari in Lankelot:


Kawabata Yasunari


Kawabata Yasunari, Mishima Yukio

 

ISBN/EAN: 
9788882468460

Commenti

movida!
l'archivio KAWABATA è straordinariamente completo, apparentemente;)
Ma manca ancora qualcosa...

sì, tre dell'archivio. Poi tre dei nuovi, ma prima passo ad altro anche se sono indecisa...qualche suggerimento? O scelgo io?

Carta bianca;).
Come sempre. C'è talmente tanto di bello da riprendere che non saprei nemmeno da dove cominciare... (rimarrei sulla Letteratura, però, passando al cinema una volta concluso il recupero di tutti gli articoli sui libri)

Mi permetto di suggerire Moravia.

4. era anche nei miei pensieri.

3. Ok. Avrei anche in mente come chiudere i libri e riaprire sezione cinema oldies. Almeno sono diventata più veloce con gli inserimenti, rispetto ai primi giorni.

5, 3. E vedrai che la velocità aumenterà ancora, senza che nemmeno te ne accorgi;)

"Ginpei Momoi ha la stravagante abitudine di seguire le donne. Non tutte quelle che gli capitano a tiro, né quelle che paiono rivelare una particolare avvenenza fisica, ma solo le donne che ritiene appartenere a quel mondo magico in cui lui stesso è convinto di vivere. Le segue senza pensare alla paura che in loro può destare o al timore di una denuncia che lo porrebbe in seria difficoltà in un mondo di solitudine. "

> Mi torna in mente un film rimosso della Nouvelle Vague.
Se Luca Martello passa di qui ci saprà dire sicuramente qual è.

"Kawabata scrive ?Il lago? in un momento delicato della sua vita, in un momento in cui i fantasmi riaffiorano per ripopolare quel mondo di tenebre per trasformarsi in demoni urlanti. Il frutto di questi periodi ricorrenti nella sua interiorità è una serie di prose surreali e ambigue in cui si avverte il retrogusto amaro della depressione. Lo scrittore si attacca ai ricordi, battagliando con se stesso, facendo emergere comunque quel contrasto vivido tra i colori: da una parte l?odore malsano che avvolge la figura misteriosa di Ginpei, dall?altra la volontà di oltrepassare la soglia della solitudine inebriandosi del profumo consolatorio che ispira la bellezza. "

> Preziosa contestualizzazione biografica;).
Danke cara.