Kawabata Yasunari

Arcobaleni

Autore: 
Kawabata Yasunari

Nel quadro erano dipinti tre o quattro meli dai fiori bianchi tra le tenere erbette di un campo primaverile. Anche il bosco della collina opposta era di un verde giovane. La terra era bagnata e rossa e un arcobaleno si inarcava tra nubi scure, portatrici di pioggia.

L’arcobaleno nasceva in alto a sinistra e terminava idealmente fuori dal quadro. Pareva un augurio affinché la rinascita primaverile della natura si prolungasse”, (pag. 138).).

Asako, la seconda figlia dell’architetto Mizuhara, si trova da mesi in ospedale per curarsi dalla pleurite. Ogni giorno si incanta alla vista della copia della “Primavera” di Millet appesa ad una delle pareti della stanza. L’arcobaleno nel dipinto sembra essere un segno del destino di cui non riesce a darsi una spiegazione concreta. Nell’inverno precedente ne aveva scorto uno sul lago Biwa viaggiando in treno ed ora, in pieno autunno, sulla via della guarigione, si ripromette, come sua abitudine, di approfondire i dipinti giapponesi di And? Hiroshige e Takeji Fujishima in cui si ripete lo stesso tema.

L’arcobaleno, elemento naturalistico dominante del romanzo di Kawabata, rincorre la narrazione sia nel titolo che nei capitoli in cui è strutturato il libro.

Il quadro di Millet è anche la causa scatenante dei ricordi di Momoko, sorella naturale di Asako che, in visita alla clinica, non può fare a meno di meravigliarsi della coincidenza. Una copia del dipinto era presente anche nella casa di Mizuhara, dove Momoko era stata portata nell’infanzia, in seguito al suicidio della madre. Momoko aveva visto la famiglia legittima del padre, nell’eleganza del clima cittadino, come un arcobaleno di felicità. Nell’entrare in casa dove la moglie e la figlia minore di Mizuhara l’aspettavano, non poté fare a meno di imprimersi nella mente il quadro di Millet a cui associò per sempre l’immagine della piccola Asako che si stringeva alla madre quasi per separarne il ruolo

Momoko non aveva avuto motivo di portare rancore ad una bimba di tre anni che non conosceva altre verità e non poteva comprendere la sofferenza di una famiglia mancata; la ragazza, tuttavia, aveva conservato inconsciamente quel senso di estraneità nella vita che l’avrebbe portata, con il trascorrere del tempo, ad un’inquietudine ostinata.

Si era svolta in modo strano la convivenza per quelle giovani donne, figlie di due madri diverse, almeno fino alla morte della madre di Asako. Solo in quel momento, infatti, la simbolica parità filiale aveva preso il sopravvento.

Asako continua ad essere, nella sua fragilità fisica, bella, gentile e compassionevole.

Momoko, invece, riversa il suo dolore interiore su rapporti burrascosi ed infantili. Il ricordo del fidanzato morto in Giappone si aggiunge alla separazione dalla madre. La tenerezza di cui lui era stato capace ricavando una tazza d’argento dal calco di uno dei seni della ragazza, si disperde nella freddezza con cui la respinge dopo l’offerta del suo corpo, prima della partenza per la guerra.

Traumatizzata dal dolore degli uomini, Momoko si trasforma lentamente da vittima in carnefice seducendo giovani ragazzi che abbandona dopo essersene trastullata. L’incoscienza e l’immaturità la porta più volte sull’orlo del suicidio, nella convinzione che la morte è il rimedio finale dei mali della vita. Le coincidenze o le strani mani del destino (le viene sostituito il cianuro, in dotazione nel periodo della guerra, con lo zucchero) fanno il resto.

Il ruolo giocato dalla morte è in contrapposizione all’immagine dell’arcobaleno, come illusione fragile di felicità. Kawabata riprende uno dei temi più cari attraverso l’esistenza di tre figlie dal destino diverso (Asako e Momoko hanno un’altra sorella che incrociano per caso ad un teatro senza intuire la verità). Lo stile dello scrittore, immerso nei delicati colori delle stagioni, rivela la visione della vita come uno dei momenti rarefatti della natura. Ed è così che essa può paragonarsi all’immagine della spuma del mare nel dipinto di Hokusai “La grande onda”.

Kawabata traduce in prosa i vari momenti della vita umana calandoli nel contesto del ciclo delle stagioni, slegandoli da una rigidità narrativa e temporale, tanto che solo alla fine, il lettore ha piena coscienza di aver appreso, attraverso le tensioni di una strana complicata vicenda familiari, tra flashback, rimandi e ricordi, la vita stessa nelle sue variegate espressioni.

Ecco che un arcobaleno invernale sfumato sul lago Biwa apre il romanzo e lo conclude in autunno con la visione del dipinto di Millet; ed ecco che un neonato è la visione successiva al primo arcobaleno, simbolo di una vita che fiorisce, mentre l’ombra della morte, con il suicidio e l’aborto, conclude il romanzo.

Frammenti di vita, pittura, cerimonia del tè, feste commemorative, teatro kabuki, architettura e storia del dopoguerra deviano poi l’attenzione e, come inserti preziosi, arricchiscono un romanzo sorprendente.

La sensualità sfumata della scrittura di Kawabata, concentrata ancora una volta sulla figura femminile, svela la duplice visione con cui si ci accosta alle sue opere: la sottile analisi psicologica e, parallelamente, la raffinata descrizione del contesto naturale.

Il risultato, il quadro d’insieme, è lasciato al lettore. La tendenza è quella di acuire la suggestione, data dall’esperienza della Shinkankakuha, nella relazione sensibile tra l’io e le cose, evitando approfondimenti o esplicite spiegazioni di questa relazione. Kawabata si dimostra così grande interprete della tradizione estetica giapponese racchiusa nel cosiddetto mono no aware, concetto di difficile traduzione, in cui si nota la forte partecipazione all’universalità delle cose e da cui discende una sensazione dalle mille sfumature che passano dalla gioia al dolore, non tralasciando le strade intermedie. È il sentimento della nostalgia, o più propriamente il forte attaccamento di chi ha la piena consapevolezza delle cose, per il grande valore che si acuisce dalla certezza della loro caducità e, quindi, dalla loro perdita. La partecipazione attiva però, nello stile giapponese, risente dalla filosofia zen, dal senso del vuoto e dal distacco, anche se partecipato. Emblematica è la scena descritta da Aoki, il padre di Keita, il fidanzato di Momoko morto in guerra, di un documentario di guerra centrato sulla morte di Hitler e Mussolini. In particolar modo, l’uomo reputa atroce ed intollerabile la morte di Mussolini perché in lui si intuiva più che l’attaccamento alla vita “una sorta di radicale compimento della vita stessa, qualcosa che per noi giapponesi è intollerabile. Chi come noi costruisce padiglioni per il tè o ammira la collina Arashiyama in inverno, non potrà mai comprenderlo” (pag. 175).”  

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Yasunari Kawabata nasce ad Osaka nel 1899 e muore suicida nel 1972. Solo quattro anni prima, nel 1968, gli era stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

Kawabata fonda nel 1924 con Riichi Yokomitsu ed altri intellettuali la Shinkankakuha (Scuola della nuova sensibilità) a cui segue la pubblicazione della rivista Bungei Jidai (Epoca letteraria). A quell’epoca conosce Kan Kikuchi, scrittore e saggista che lo supporta anche finanziariamente nominandolo poi redattore di riviste, Shinshicho, Bungei Shunju. Nel 1942 è redattore della rivista Bungei Konwakai e direttore della Nippon Bungaku Hokoku Kai (Società patriottica letteraria giapponese) e, quindi, giudice del premio letterario Akutagawa. A Kikuchi chiede anche i soldi per un matrimonio che non venne mai celebrato, perché la donna di cui era innamorato lo abbandonò devastando ancor di più la sua anima tormentata. Il secondo conflitto mondiale lo travolge, nonostante dichiari sempre la sua indifferenza alla guerra, soprattutto con la morte del suo mecenate e dei suoi amici più cari. La sconfitta lo cambia profondamente come scrittore. Da quel momento il suo impegno è quello di preservare la bellezza giapponese e di diffondere la cultura della sua terra nel mondo. Diventa quindi Presidente del PEN club nel 1948, che gli dà l’opportunità di incontrare letterati in tutto il mondo.

Nel 1945 fonda la kamakura Bunko, la biblioteca circolante di kamakura. Ed è questa che pubblica i primi scritti di un giovane scrittore di nome Yukio Mishima.

Grandi successi di Yasunari Kawabata furono romanzi come “Il suono della montagna”, “La casa delle belle addormentate”, “Il maestro di go”, “Il paese delle nevi”, “Mille Gru”. Questi, a cui si aggiunsero i numerosi racconti, riuscirono ad aprirsi un varco nel panorama letterario internazionale, influenzando sempre più nuove generazioni di scrittori. In Giappone molti testi di Kawabata conobbero anche l’adattamento cinematografico. In Francia, invece, anche “Bellezza e tristezza” divenne un film di Joy Fleury (1985) con Charlotte Rampling. 

 Kawabata Yasunari, “Arcobaleni”, Tea Due edizioni, 1994. Traduzione a cura di Lydia Origlia. 

Prima edizione:“Niji ikutabi”, 1950. 

Movida, 22 maggio 2005. 

Originariamente apparsa su Lankelot.com.  


Kawabata Yasunari in Lankelot:



 

ISBN/EAN: 
9788877463241

Commenti

"Ecco che un arcobaleno invernale sfumato sul lago Biwa apre il romanzo e lo conclude in autunno con la visione del dipinto di Millet; ed ecco che un neonato è la visione successiva al primo arcobaleno, simbolo di una vita che fiorisce, mentre l?ombra della morte, con il suicidio e l?aborto, conclude il romanzo.
Frammenti di vita, pittura, cerimonia del tè, feste commemorative, teatro kabuki, architettura e storia del dopoguerra deviano poi l?attenzione e, come inserti preziosi, arricchiscono un romanzo sorprendente."

> Questo è il mio passo preferito, nell'articolo.

"In particolar modo, l?uomo reputa atroce ed intollerabile la morte di Mussolini perché in lui si intuiva più che l?attaccamento alla vita ?una sorta di radicale compimento della vita stessa, qualcosa che per noi giapponesi è intollerabile. Chi come noi costruisce padiglioni per il tè o ammira la collina Arashiyama in inverno, non potrà mai comprenderlo? (pag. 175).? ()."

> Questo, invece, non riesco a decifrarlo del tutto. Cosa intendeva dire?

Il pensiero è, da una parte, quello che commentavo sul modo di affrontare la morte nel bushido e dall'altra parte l'impossibilità di pensare alla morte come fine di tutto (vedi le parole di Katsumoto sui fiori di ciliegio). E' un pensiero buddista difficile da tradurre in parole...è il distacco dall'idea, poiché tutto finisce e rinasce allo stesso modo. infine, i due riferimenti ai padiglioni e soprattutto ad arashiyama, mi fanno pensare al paragone sull'estetica di entrambe le cose. Arashiyama è una zona nota per l'eleganza delle immagini naturali in ogni stagione (soprattutto ciliegi in fiore ed aceri in autunno)..e l'immagini di Mussolini sono in antitesi, sia per il modo di affrontare la morte che, evidentemente, per la mancanza di "estetica" nella stessa. questo è ciò che penso.

Yasunari Kawabata è uno dei miei autori preferiti. Di lui ho letto "Immagini di cristallo", "la casa delle belle addormentate" e "il paese delle nevi". Aggiungerei a questo ottimo articolo che l'autore (immenso) nei suoi racconti, lascia l'elemento narrativo passare in secondo o terzo piano rispetto alla demarcazione dei personaggi (anche se sempre lieve e lasciata più al'intuizione del lettore piuttosto che a una descrizione aggressiva e diretta) e alla lenta malinconia naturalistica. Solo nella casa delle belle addormentate la storia è fondamentale, negli altri libri è delineata come un elemento casuale, una scelta fortuita che consente all'autore di esprimere la sua malinconia.

(OT, bentornata, Maeba!)

La casa delle belle addomentate era in programma per questa sera. Mi piace l'aggettivo immenso riferito a kawabata. Sono stata folgorata nel leggere il mio primo libro di kawabata e da lì non mi sono più fermata. Per fortuna stanno ricominciando a tradurlo. Lieta di conoscerti. E' difficile scrivere della bellezza della sua prosa, della rarefatta sensibilità con cui riesce a trascinarti tra le sue pagine per catturarne le misteriose creature dei suoi pensieri. Arte nell'arte. :)

(chi sta pubblicando le nuove traduzioni?)

oltre alla scossa Einaudi, la maggiore attenzione è dalla SE che mi ha regalato una serie di altri autori nippinici che vedevo solo nei miei sogni. La mia guida in Giappone lavorava in una libreria di Osaka (Kawabata è nato ad Osaka)...ed indovina di chi abbiamo amabilmente chiacchierato?

dicci dicci:).
(SE? Peccato che siano così mal distribuiti. Hanno un catalogo micidiale)

Il discorso è iniziato quando, sulla strada per il Padiglione d'oro, a kyoto, ha chiesto se qualcuno nel nostro gruppo conosceva Mishima e avesse mai letto il libro...ho alzato il ditino, visto che è uno dei miei preferiti, e lei era stupita. Allora le ho spiegato che Mishima è noto in Italia e che hanno tradotto molto, al contrario di Kawabata. A sentire il nome di Kawabata ha sussultato..e non abbiamo più smesso. Mi ha spiegato tutto il gioco del Go (un libro che amo è il suo Maestro di Go) e siamo finiti a parlare degli anime e del fatto che ce n'è uno sul Go (credo sia arrivato anche in Italia, o solo il manga) e..quindi...dagli anime non potevo non chiederle di Leiji Matsumoto il papà di Capitan Harlock e mi ha raccontato tantissime cose su di lui (un giorno lo andrò a trovare, lo so). Citando Capitan Harlock, non potevo non chiedere di Musashi e mi ha praticamente programmato un altro viaggio da quelle parti con tutto l'itinerario della sua vita...quindi mi ha rivelato l'esistenza della Musashi doll che ora è a casa mia. La mia famiglia deve curarmi, ne sono consapevole. Sono malata di giapponite acutissima,ma ora so che la mia antica malattia aveva un fondamento.Il Giappone è la mia terra promessa (forse in un'altra vita, ma lo è).
Edizioni SE: se non ci fosse, dovrebbero inventarla.

!

"Emblematica è la scena descritta da Aoki, il padre di Keita, il fidanzato di Momoko morto in guerra, di un documentario di guerra centrato sulla morte di Hitler e Mussolini. In particolar modo, l?uomo reputa atroce ed intollerabile la morte di Mussolini perché in lui si intuiva più che l?attaccamento alla vita ?una sorta di radicale compimento della vita stessa, qualcosa che per noi giapponesi è intollerabile. Chi come noi costruisce padiglioni per il tè o ammira la collina Arashiyama in inverno, non potrà mai comprenderlo? (pag. 175).?"

Qui non è molto chiaro, o forse io non ho chiaro il concetto. Mussolini non scelse di morire come è morto, al contrario di Mishima, ad esempio. Quindi tutte le considerazioni esteteiche mi pare lascino un po' il tempo che trovano, o comunque non mi paiono calzanti, nella fattispecie. Diverso è il discorso per Hitler, che scelse di darsi la morte.

(cfr. commento 10, e commento 2, Fede;) )

13 - Li ho letti. Non mi è chiaro comunque;)

guarda com'è ordinato il

guarda com'è ordinato il collegamento all'archivio Kawabata così...:D


mi piace tanto...ihih

wow

wow