Dos Lid non è un libro come gli innumerevoli altri sul genocidio ebraico, scritto scavando dolorosamente nel ricordo di chi, superstite, ricompone l’infranto facendosi testimone vivente. Dos Lid è nato dentro l’inferno, durante le persecuzioni a Varsavia e poi nel campo di concentramento di Vittel. È un diario di sgomento e dolore steso “di nascosto da un prigioniero mentre si stava compiendo la più sistematica strage di indifesi da parte di un esercito, l’azione più vigliacca della storia umana”. Erri De Luca comincia a studiare lo yiddish nel ’93, di ritorno dalle celebrazioni del cinquantesimo anniversario dell’insurrezione del ghetto, sceglie di imparare una lingua assassinata, cremata nei forni di Oshventshim (Auschwitz) assieme ai sei milioni di ebrei che la parlavano. Sceglie il Canto di Katzenelson “perché è il canto dei canti, il vertice di poesia dell’esperienza della distruzione” e lo traduce in italiano contribuendo a restituirne la forza. Seppellito dentro tre bottiglie tra le radici di una quercia, dietro il filo spinato del lager francese prima che il suo autore fosse spedito a Birkenau, e recuperato dalla compagna di prigionia Miriam Novitch grazie alle istruzioni che egli ebbe cura di lasciarle, Dos Lid rappresenta il ritratto più emblematico del secolo barbaro che abbiamo alle spalle e che ha fatto del massacro di inermi la sua condotta. Per noi venuti dopo, per noi che non abbiamo visto né vissuto quegli anni bui, questo libro è il modo più autentico per farne esperienza. Senza il filtro della storia che deforma la verità, giacchè “i poteri spacciano vocabolario falso”; senza la mediazione della memoria che ricostruisce a posteriori. “Uno di noi venuti dopo – sottolinea De Luca nella sua intensa prefazione – ha I racconti della Kolyma e Dos Lid per fondare la sua appartenenza al millenovecento”.
E allora i quindici canti del libro, sono un progressivo cammino verso la consapevolezza di quell’orrore.
L’io poetico diventa la voce degli yidn (ebrei) tutti, Katzenelson posa lo sguardo sulle macerie dell’intero suo popolo messo a morte e si fa interprete delle sue grida. Distante dagli inni di Ezechiele e Geremia, la sua non è parola che prepara il futuro, non occorrono profezie. È poesia di resistenza di chi si immerge nel proprio immenso affanno e canta. Perché lui è “l’uomo che ha guardato e visto come i bambini suoi, le donne sue, i suoi giovani e gli anziani suoi sono stati gettati nei vagoni, buttati come pietre, come scarti, battuti senza misericordia, caricati d’insulti” e non può tacere del Consiglio del ghetto che obbedì firmando la sentenza di consegnare seimila persone al giorno. Non può tacere di come si svuotò Varsavia, di come si arrivò quotidianamente a quindicimila deportati. E descrive l’angoscia di quel mercoledì tremendo in cui i tedeschi annunciarono alla radio il loro ingresso in Polonia, intimando all’ebreo di tremare. Fu l’inizio della fine: “tutte le vie, le strade, le autostrade sprofondavano sotto il peso yiddish, un peso senza sacchi sulle spalle, senza bagagli in mano, fuggivano caricati di terrore, fuggivano a precipizio”, ma era troppo tardi per qualsiasi speranza, i confini erano stati sbarrati e, pur nel panico generale, tutti sapevano che nemmeno uno di loro sarebbe riuscito a salvarsi. “La morte li inseguiva per strada con sangue, fuoco e fumo”, nell’indifferenza imperturbabile di cieli “svuotati e desolati, cieli come un deserto vasto e vuoto”, senza dio. Questi versi urlano contro quelle altezze che guardarono e non intervennero, mentre milioni di innocenti morivano implorandole, senza che il loro azzurro tremasse.
“È solo un bene che non esista un dio, anche se è male, assai, senza di lui. Ma se ci fosse pure peggio sarebbe”, scrive il poeta nel dodicesimo canto e tuttavia non si può dire che rinneghi Dio. Lo esonera, lo fa temporaneamente assente: inconciliabile la sua presenza con quanto accadde in via Mila, densa di yidn e di terrore: “cinque per fila per la selezione, messi sulla bilancia dei tedeschi per essere ammazzati subito o più tardi”.
Allora Katzenelson scrive affinchè “mai possa guarire in un dimenticare l’ulcera sua infinita” e invoca la moglie perché nell’immensa pena possa fecondarla così che resti incinta dei frutti del suo compito di accusa, come suoi figli in lei.
Compito d’accusa contro i tedeschi tutti: non solo Hitler, non solo i nomi illustri, non solo le SS, ma il popolo al completo reo d’aver perso la coscienza. Gli ebrei ammazzati indistintamente, maciullati nella macchina di morte nazista, dal piccolo all’adulto e nessuno che si fosse chiesto il motivo di tanto odio. Nessuno. “Perché dalla migliore alla peggiore ogni nazione sapeva. La peggiore ha dato aiuto al tedesco, la migliore ha guardato con un occhio, fingendo di dormire”.
I colpevoli sono troppi, troppi di più rispetto ai processati di Norimberga, è in quest’ottica, pertanto che appare evidente come “il poeta, la poesia si accollino testimonianza da spendere non davanti a un tribunale, ma davanti a chi impugna il Canto”.
“Chi legge Dos Lid, infatti, appartiene alla giuria popolare del millenovecento” e la sua “sentenza non chiude i conti, li costringe aperti. Perché quel male non appartiene ai malfattori singoli, non si estingue con alcuna condanna. Dos Lid fa di ognuno di noi venuti dopo un testimone aggiunto, coinvolto nei suoi sensi corporali e nello sciame di contraccolpi emotivi, compassione, collera, disgusto, tenerezza, vergogna e impotenza”.EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTEItzak Katzenelson nacque nel 1886 in Bielorussia, ma trascorse la maggior parte della sua vita a Lodz, in Polonia. Per anni fu insegnante in un ginnasio. Scrisse, in ebraico e in yiddish, drammi, poemi, liriche. Morì ad Auschwitz nel 1944.Itzak Katzenelson, “Canto del popolo yiddish messo a morte”, Mondadori, Milano, 2009Titolo originale: Dos lid fun oysgehargen Yidishn folk?Traduzione e cura di Erri De Luca con testo introduttivo “Ai piedi di un albero”Pp. 114
Approfondimento in rete: Anteprima dell'edizione La Giuntina con prefazione di Primo Levi
Angela Migliore, agosto 2009
Commenti
La forza di certi nomi a volte fa regali inaspettati. Ho scoperto fortuitamente questo libro prezioso, curiosando nella bibliografia di De Luca. Motivo in più, oltre il mio interesse verso l'argomento in sè, per leggere e provare scriverne.
(grazie, Angela!)
Cara Angela, ho letto stamattina presto la tua bella pagina e mi sembra giusto lasciare un segno della lettura. Che baratro di sofferenza, ogni volta che si apre il libro degli orrori dell'Olocausto... quante pagine ancora dovremo leggerne per capire davvero l'atrocità contenuta?
"Consiglio del ghetto che obbedì firmando la sentenza di consegnare seimila persone al giorno."
questo non lo sapevo ancora..... è molto importante questo lavoro che stai facendo, Angela, di recupero di testimonianze e testi sul popolo ebraico e sulla Shoah. E in pratica De Luca ti sta accompagnado su questo sentiero.
Hai mai pensato di fare un corso di ebraico?
2> E di che? Forse risulterò monotona, ma ho creduto valesse la pena scriverne.
3> Non lo so, Ilde. E' un tema difficile, anche perchè se n'è scritto tanto. Però ci sono libri più incisivi di altri e credo sia il caso di Dos Lid.
4> In realtà, Marina, io non riesco ad andare oltre. Non riesco ad accettare Auschwitz e l'inferno di quegli anni. E' difficile da spiegare, ma mi sento in colpa e leggere è il solo modo per stabilire una "vicinanza", una qualche forma di "solidarietà". E mi piace il nodo che unisce De Luca alla lingua e alla storia ebraica. Assieme alla comune città d'origine è qualcosa che lo rende ancora più prossimo al mio sentire. C'è una sorta di affinità.
All'ebraico avevo pensato, sì. Ma da sola non posso, non sono in grado e qui a Modena non ho trovato corsi. Però mi sono informata spesso. Ce ne sono "a distanza", il guaio è che sono troppo indisciplinata per autogestirmi in un compito così complesso.
no, a distanza non credo sia il caso di studiare l'ebraico, anche perché è più bello farlo con persone visibili e con un insegnante in carne e ossa cui chiedere ragguagli.
In genere lo fanno in strutture legate agli studi biblici e alla diocesi, a Ve c'é il Marcianum ad esempio e una mia amica l'ha studiato lì per un anno. A Bose fanno i corsi intensivi di una settimana di ebraico biblico, in estate.