Karlsen Patrick, Spadaro Stelio

L'altra questione di Trieste. Voci italiane della cultura civile giuliana 1943-1955

Autore: 
Karlsen Patrick, Spadaro Stelio
Trieste e l’Istria, abbandonate e tradite nel settembre 1943 sono ancora degne della Patria. La storia risponderà se la Patria è stata degna di loro(Ercole Miani, “La Resistenza nella Venezia Giulia”) 
Stelio Spadaro e Patrick Karlsen – scrive nella presentazione Riccardo Illy – hanno raccolto in questa antologia testi di intellettuali, di scrittori e di uomini politici apparsi tra il 1943 e il 1955, (…) un periodo che riassume in modo emblematico la tragedia di un’Europa dilaniata per la seconda volta in pochi anni da una distruttiva guerra fratricida. (…) La tradizione culturale dell’antifascismo democratico è stata solo apparentemente minoritaria”.  
“Assurdo nazionalismo” e “folle volontà di potenza”: ben diverso doveva essere l’approccio dell’Italia nei confronti delle popolazioni slave, al di là – e a volte all’interno, e non da qualche giorno – della Venezia Giulia. Questo sembra suggerire il primo testo dell’antologia di Karlsen e Spadaro, un documento pubblicato in clandestinità dal povero Foschiatti, caduto a Dachau, tra le anime di “Giustizia e Libertà”. Questo sembra suggerire, assieme alla prima, incredibile e modernissima – e Romana, e Franca e Absburgica, ma con diversa “sfumatura” – intuizione: quella dell’Europa delle Nazioni, confederate e quindi estranee a un Impero centrale. Il sogno è quello di una Federazione (ma accidenti quanto sento echeggiare la lezione austriaca) di nazioni capaci di tutelare culturalmente o economicamente i vari popoli. Sembra scritto nel 2007, con la lucidità di chi può studiare le fonti senza timore di ostilità da parte di sopravvissuti di prima generazione; non è così. Siamo nel 1943.
Questo Foschiatti ha una scrittura e una visione della realtà eccezionalmente chiare, seminali e d’avanguardia: sembra percepire il futuro con diverso nitore rispetto a tutti gli altri autori selezionati. E dimostra di aver compreso molto bene la ragione autentica della confusione che si stava verificando, della drammatica confusione che ha mutilato Trieste e Roma dell’Istria Costiera, di Fiume e di Zara: le popolazioni slave si stavano vendicando, e l’aggressività del regime comunista era nient’altro che il miglior piede di porco per scardinare le difese – tenui – della cultura (neo) democratica “occidentale”. L’idolatria tenace per “l’uomo del popolo” che avrebbe riscattato un popolo – corrige: diversi popoli slavi – ferito e vessato da secoli di influenza o occupazione italiana, era senza dubbio una bella arma di propaganda: si fondava su una verità non parziale. Peccato che i vessatori non fossero solo italiani, storicamente, e che parecchie delle terre rivendicate fossero a maggioranza assoluta di lingua e cultura italiana. 
Foschiatti è una pietra miliare – qualcosa da cui ripartire. Dal Fascismo, suggerisce quest’antologia di intellettuali e letterati antifascisti e democratici, non si può ripartire davvero: Miani nomina il fascismo “deformazione dell’Italia dei sogni” degli irredentisti: Stuparich parla di “dramma patito” e di “fatale aberrazione”, di “sistema poliziesco più infame ancora” che quello asburgico; di “malattia tremenda, quasi mortale. Saba scriveva di “fascisti inetti e tedeschi lurchi”. L’unico che sembra trattare il fascismo con distacco è Biagio Marin: non è devastante e non è drastico nella sua lettura del senso di quel regime. Se si tratti di sensibilità di poeta o di ex appartenente al regime, decidano gli storici e i lettori. Voglio pensare sia sensibilità di uomo libero, di libero osservatore.  
Dal Fascismo non si può ripartire non solo perché si è combattuto e rovesciato: non si può ripartire perché la responsabilità dell’odio slavo e dell’identificazione italiano= fascista suggerisce agli intellettuali l’idea che le peggiori malefatte a danno slavo siano avvenute in quel lasso di tempo.
Logicamente è facile accettare questa lettura, proprio perché la nostra c.d. Italia s’era affermata post 1918. Prima c’era Austria, e prima ancora Austria e Venezia, senza precipitare nel passato – ad esempio – Romano. Curioso sarebbe appurare se lo stesso malanimo slavo era anti-austriaco e anti-veneto, per ragioni probabilmente analoghe. Sta di fatto che a sentire gli intellettuali presenti in questa antologia, prima che esistesse l’Italia – e quindi, subito dopo, il Fascismo – in quest’area c’era pacifica convivenza e assoluto rispetto tra diverse etnie; la lingua dei commerci era un dialetto italiano, probabilmente per via dell’antica influenza e dell’antico potere di Venezia, e dell’eccezionale aura di rispetto trasmessa dalla cultura italiana. Non mi sento convinto di questa lettura. 
 
Il Fascismo – è quasi un coro – s’è appropriato inopportunamente dello spirito del Risorgimento. Ma questo principio, a chi scrive nel 2007, non sembra pacifico. Proprio pensando ai primi passi del Fascismo e alla prima ricerca – diciamo così – della fondazione d’uno spirito di quel movimento trovo diversi richiami al Risorgimento. Che siano stati poi traditi è altro discorso. Che fosse opportuno richiamarsi al Risorgimento altrettanto.  
 
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Cosmopolitismo, impegno civile, patriottismo democratico: questi i tre assi portanti del pensiero – dei pensieri – che si sprigionano durante e al termine della lettura del testo. La storia di Trieste – seicento anni di Austria, duecento di Porto Franco – non può essere estranea al cosmopolitismo: porto d’Austria, fortunato e felice sin quando non è diventato italiano, crogiuolo di etnie e religioni diverse senza mai dimenticare la maggioranza, diremmo oggi, “italiana”. Virgoletto a ragione, considerando la storia di questo Paese: che è sempre meno unito da altro che non sia un passato in cui non lo era affatto, e sta dimenticando il sangue versato per la sua “unificazione” – la prima della storia, è bene tenerlo a mente sempre: meglio sarebbe dire “fondazione”. 
 
Patriottismo e non nazionalismo: perché il nazionalismo, in quel momento storico, significava “imperialismo fascista”. La differenza tra i due termini è una sfumatura sottile. Questi intellettuali gridavano “Italia” ma non volevano avallare guerre o invasioni: volevano tolleranza, rispetto, giustizia, libertà; pacifica coesistenza con i popoli slavi, almeno fin quando non rivendicavano terre italiane. In quel caso, si andava a fronteggiare il dramma del termine di una dialettica. Dramma insoluto. Bandiera con stella rossa e altri colori, e spazio solo per la nostalgia e la memoria e la rabbia, questo sì. E martirio o fuga dei cittadini. Di fronte a questo non so quale dialettica rimanga. Forse solo l’elegia. 
 
Impegno civile – perché una nuova coscienza andava, e va forgiata. Non solo coscienza democratica: io direi coscienza di nazione, di appartenenza. Perché Trieste, e lo dico da triestino di nascita e tanto sangue, mi sembra la più meridionale delle città austriache; e da austriaca di cultura italiana doveva vivere. La menzogna dell’esistenza dell’Italia – della sua esistenza secolare e mai riconosciuta dagli invasori – è la tragedia di Trieste – e Pola, e Zara, e Fiume e l’Istria Costiera l’hanno pagata cara: con la perdita della libertà, con l’esodo in massa dei cittadini, con l’addio alla propria storia e alla propria lingua. Trieste è rimasta italiana, perdendo il suo territorio: è uno sguardo triste sulla giustizia delle democrazie parlamentari e dei regimi, oggi sogna l’Europa vera – la confederazione dei popoli e delle Nazioni – perché ritroverebbe se stessa. Come quando era Austria, e non intendeva essere altro che Trieste: la bella, l’allegra e nevrotica città, porta d’Oriente e balcone d’Occidente. Terra fertile per tanti popoli differenti. Città Civile. Non italiana: è triestina. In Italia non esiste niente del genere, niente di simile. Nessuna città italiana vanta seicento anni di libertà e cultura austriaca – Porto Franco incluso – : una cultura così tollerante da lasciarti restare Trieste, col tuo dialetto, le tue abitudini, i tuoi vizi, i tuoi talenti. 
 
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Probabilmente il passo più toccante in assoluto è nel ricordo dell’esodo di Pola – di tutta la città: circa trentamila abitanti – all’atto della consegna alla Jugoslavia di Tito, grazie alla strategia russa, della città: una città che si svuotò, letteralmente, per diventare comunista e slava. Fantasma di Pola, oggi Pula, Croazia. “Pula”. Succede solo agli Stati, una cosa del genere: non alle Nazioni.
 
Il pezzo è firmato da Miglia, ultimo direttore de “L’Arena di Pola”, e andrebbe consegnato a tutte le scuole di questa nostra sedicente lingua “italiana”, in tutte le regioni: spiega molto più di un documentario o di una pessima fiction televisiva quel che è accaduto in terre che Tito, i comunisti – non solo slavi – e l’indifferenza e l’ignoranza dei c.d. italiani hanno consegnato alla Jugoslavia.  
 
Questo libro aiuta a ricordare, a ragionare e a meditare. A sognare magari un futuro diverso: interiorizzando la lezione degli Stuparich, dei Foschiatti, dei Marin, dei Saba. E tuttavia modernizzandola. Adesso che quasi tutto è perduto – a parte Trieste, che sembra “soltanto” abbandonata da qualsiasi governo – noi, che discendiamo da giuliani e da istriani, e quelli come me, che sono finiti simbolicamente a Roma venendo da tanto sangue diverso eppure di una stessa città, dovremmo chiederci se aveva senso rivendicarla italiana “economicamente” e “burocraticamente”. Cultura italiana sarebbe rimasta per sempre, in senso naturalmente Romano: benessere, fortuna, crescita e sviluppo sarebbero stati diversi, e non avremmo avuto 300mila anime che gli “italiani” chiamavano “slave” o “apolidi”, ospitandole nelle loro città.
 
Mi diverte l’onomastica. Talvolta domando la storia dei cognomi alle persone che incontro. Gli istriani e i fiumani e i dalmati sono quelli che nascondono più volentieri il loro passato, purtroppo, qui a Roma. È un gran peccato, perché vuol dire che qualcuno li ha fatti vergognare d’essere stati istriani, fiumani e dalmati. E oggi sono diventati milanesi o romani, con la r minuscola. È andata così. 
 
Questo libro mi ripete “Italia”, ma io so soltanto che “Trieste” esiste, ed è quel che ci è rimasto di un grande sogno. Trieste patria, e la nazione non potrà che essere quella europea: assieme agli austriaci, agli slavi, ai greci, agli italiani, i triestini torneranno grandi.  
Mi scuso per il taglio dell’articolo: non sono uno storico, sono un letterato. Lascio subito la parola agli storici. Accettate benevolmente questa mia lettura “non accademica” in nessun senso: molto sentita e molto appassionata. Senza dubbio non troppo italiana.
 
Ringrazio Karlsen e Spadaro per il prezioso libro. Mediterò ancora e maturerò altre riflessioni.  
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE 
Patrick Karlsen (Genova, 1978), poeta, critico e storico mitteleuropeo. Si è laureato con Anna Maria Vinci in Storia Contemporanea all’Università di Trieste, dove attualmente svolge un Dottorato in Storia. Ha approfondito alcuni aspetti dell’opera di Fabio Cusin ed Elio Apih, ha introdotto e curato gli scritti di Angelo Ermanno Cammarata sulla “questione di Trieste”.
Ha esordito pubblicando il libro di poesie e prose “Postnovecento” (Edizioni del Catalogo, 2005). È stato redattore della rivista universitaria indipendente “Lighea” e del portale indipendente di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo Lankelot.com. Scrive regolarmente sul mensile “Help!”. 
 
Stelio Spadaro (Isola d’Istria, 1934) è stato insegnante di Storia e Filosofia nei Licei e Assessore alle Attività Culturali per la Provincia di Trieste dal 1977 al 1980. Segretario della Federazione provinciale dei DS dal 1993 al 2001, ha guidato a Trieste la transizione tra PCI a PDS e quindi a DS, contribuendo a forgiare la nuova cultura politica della sinistra giuliana.  
 
(A cura di) Patrick Karlsen, Stelio Spadaro, “L’altra questione di Trieste – Voci italiane della cultura civile giuliana 1943-1955”, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2006.  
Presentazione di Riccardo Illy. Premessa di Fabio Forti.
 
In appendice, una serie di profili biografici degli autori raccolti in antologia.  
 
ISBN/EAN: 
9788861020023

Commenti

Dottor Karlsen, spero di aver dato una lettura comunque equilibrata, a dispetto dell'integrazione di riflessioni e osservazioni personalissime nel testo.
E' stato bellissimo e difficile. Ostico. Non il libro, dico.

Viva!

Merita una rilettura e relativa stampa da meditazione. Sicuramente contribuirò alla causa con un acquisto.

Non potrà non appassionarti. E' un libro micidiale.

Si tratta di una lettura viva e libera, il che è meraviglioso ed emozionante a priori. E' poi un lavoro attento alla filologia e difficile (come tu dici), che mi onora. Su alcune punti mi piacerebbe discutere con te all'infinito. Chissà che un giorno non ci sarà dato finalmente il luogo.

Grazie davvero. Con grande affetto e stima, Buccia.

Non ho le basi necessarie per capire fino in fondo. Però tornerò spesso sulla citazione in apertura, che mi pare sintesi e chiave di lettura e del libro e del periodo storico in generale. Due righe che sguinzagliano riflessioni e domande amare.

Bello quel 2007 accanto alla firma Lankelot, bello che sia stato il libro di Patrick a farti tornare a scrivere.

Prima di tutto grazie a Patrick, per avermelo spedito due mesi e mezzo fa. Grazie per quel "A Fede - Léon, amico" e per aver fatto insieme a Spadaro un lavoro di ricerca appassionato. Ho letto con interesse, con curiosità, cercando di mantenere il più possibile un distacco emotivo da certi giudizi trovati sul Fascismo. Il lavoro è ottimo, anche se non sempre da me condiviso. Ciò non è rilevante ai fini del valore del testo, è naturale - me lo aspettavo - che non avrei concordato su un po' di cose. Ammetto che molte cose le ignoravo, non avevo conoscenza profonda di fatti e personaggi della tua bella terra. Spero, quando capiterà che ci rincontriamo, Patrick, di parlare di questo tuo libro a voce. Per iscritto non voglio aggiungere di più di quel che ho lasciato qui.

Franco, apassionata e personale anche la tua lettura, che pur se non condivido in toto in alcune conclusioni ha il pregio dell'originalità e del sentimento (che emerge ben chiaro).

"Questo libro aiuta a ricordare, a ragionare e a meditare. A sognare magari un futuro diverso: interiorizzando la lezione degli Stuparich, dei Foschiatti, dei Marin, dei Saba. E tuttavia modernizzandola. Adesso che quasi tutto è perduto ? a parte Trieste, che sembra ?soltanto? abbandonata da qualsiasi governo ? noi, che discendiamo da giuliani e da istriani, e quelli come me, che sono finiti simbolicamente a Roma venendo da tanto sangue diverso eppure di una stessa città, dovremmo chiederci se aveva senso rivendicarla italiana ?economicamente? e ?burocraticamente?. Cultura italiana sarebbe rimasta per sempre, in senso naturalmente Romano: benessere, fortuna, crescita e sviluppo sarebbero stati diversi, e non avremmo avuto 300mila anime che gli ?italiani? chiamavano ?slave? o ?apolidi?, ospitandole nelle loro città."

Questo brano l'ho passato a Elio. Commozione vivissima.

"Probabilmente il passo più toccante in assoluto è nel ricordo dell?esodo di Pola ? di tutta la città: circa trentamila abitanti ?all?atto della consegna alla Jugoslavia di Tito, grazie alla strategia russa, della città: una città che si svuotò, letteralmente, per diventare comunista e slava. Fantasma di Pola, oggi Pula, Croazia. ?Pula?. Succede solo agli Stati, una cosa del genere: non alle Nazioni."

E chi se lo dimentica!
Emozionante scrittura, Gianfranco, grazie.

Sto finendo anch'io di leggere il libro di Patrick, dopo tre lettori...che hanno preteso l'anteprima. Aggiungerò in seguito.

Grazie davvero ad entrambi.

Raffaella

(mi rallegro ancora con il nostro Karlsen e con Spadaro per il lavoro: invito tutti alla lettura del volume; per ragioni di coscienza e conoscenza al contempo. Segnalo infine al mio buccia che ho glossato il suo Crainz "minore", quello del Dolore e dell'Esilio. Cfr. articolo;) ).
Ciò detto, lunga vita alla libertà e all'intelligenza e al libero confronto: grazie a Patrick, grazie a tutti. Mi rintano nei miei pensieri, torno nei commenti

salut!
(angela, sì, il 2007 sarà diverso. E' più di una promessa.)

Raffaella, saluta e omaggia Elio e dighe: viva l'a e po' bon.
Ritorneremo.

Ah, Patrick, una cosa ancora. Ti chiedo scusa se non ne ho scritto subito. Le ragioni sono varie e molteplici. La prima è che sono un lettore malato almeno dal maggio del 2005, ho difficoltà di concentrazione - ne ho avute - di fronte a un testo per oltre un anno e mezzo. Per varie cause che ora non ci interessano. La seconda è che l'argomento è famigliare, consanguineo e delicato, ma qui sai tutto e non devo dire niente (magari mi è aumentata la curiosità di leggere scritti di Mario e Niccolò Giani, ma questo tu sai bene cosa significa. Insomma, se riesci ti sarò grato, quali che siano i significati e i sensi del loro lavoro. Sono miei parenti e vorrei sapere tutto). La terza è che avrei voluto - ma è impossibile - ricostruire una mappa delle tue ultime letture, ma sei andato troppo avanti lungo il tuo sentiero e non posso seguirti. Sono tuttora impedito dai circa 500 volumi arretrati, evado solo per richiami di sangue e fratellanza come questo. Ciò detto, fine della spiegazione, e grazie, grazie, grazie. Non posso più dire a nome dei miei nonni, ma credo che avrebbero molto gradito: soprattutto Bruno, che si svegliava guardando l'Istria dalla sua casa di Barcola. Ecco, loro avrebbero pianto leggendo questo libro, e si sarebbero infuriati e disperati. E ti avrebbero - vi avrebbero - portato molta riconoscenza, puoi credermi. Fine! Torniamo all'argomento.

Uau, che pagina, Gf! E che materia, Patrick...
Beh, vediamo cosa posso dire stando dalle mie parti (così vicine e così lontane, lo so che il resto d'Italia non comprende, ma voi sì).

1) "Sta di fatto che a sentire gli intellettuali presenti in questa antologia, prima che esistesse l?Italia ? e quindi, subito dopo, il Fascismo ? in quest?area c?era pacifica convivenza e assoluto rispetto tra diverse etnie; la lingua dei commerci era un dialetto italiano, probabilmente per via dell?antica influenza e dell?antico potere di Venezia, e dell?eccezionale aura di rispetto trasmessa dalla cultura italiana.
Non mi sento convinto di questa lettura."

Neppure io, anche se in area friulana certamente si è visto peggio l'arrivo dell'Italia che la partenza dell'Austria. Quanto a Venezia, fumo negli occhi per secoli. Quanto all'Italia, cos'era l'Italia?
Certo, un'altra storia.

2."Trieste è rimasta italiana, perdendo il suo territorio: è uno sguardo triste sulla giustizia delle democrazie parlamentari e dei regimi, oggi sogna l?Europa vera ? la confederazione dei popoli e delle Nazioni ? perché ritroverebbe se stessa. Come quando era Austria, e non intendeva essere altro che Trieste [e quel che segue]

"Questo libro mi ripete ?Italia?, ma io so soltanto che ?Trieste? esiste, ed è quel che ci è rimasto di un grande sogno. Trieste patria, e la nazione non potrà che essere quella europea: assieme agli austriaci, agli slavi, ai greci, agli italiani, i triestini torneranno grandi."

Assolutamente TUA, la lettura e così dev'essere. Perché ciascuno deve difendere la propria memoria, che è poi memoria della terra, delle origini e del sangue.

"ciascuno deve difendere la propria memoria, che è poi memoria della terra, delle origini e del sangue" > sacrosanto. E il così lontano che dici è anche tanto così vicino. Ma appunto, extra moenia non si potrà mai capire. Ave Ilde!

9. Elio ti risponde:

Viva l'A e po bon
xé un vecio moto triestin
che la vadi ben, che la vadi mal
sempre alegri e mai passion
viva l'A e po bon

Ritorneremo.

Raffaella

"Cosmopolitismo, impegno civile, patriottismo democratico: questi i tre assi portanti del pensiero ? dei pensieri ? che si sprigionano durante e al termine della lettura del testo. La storia di Trieste ? seicento anni di Austria, duecento di Porto Franco ? non può essere estranea al cosmopolitismo: porto d?Austria, fortunato e felice sin quando non è diventato italiano, crogiuolo di etnie e religioni diverse senza mai dimenticare la maggioranza, diremmo oggi, ?italiana?.
Sottoscrivo anche i passi già citati da Raffaella.
Ho letto il libro prima di Natale ed è stata un'esperienza molto interessante, soprattutto perché ho scoperto fatti e dettagli che mi erano sconosciuti. Naturalmente non ho la competenza necessaria per scriverne così come hai fatto tu, Gf, con grande passione e partecipazione. Mi è piaciuto molto Stuparich, anche Quarantotti Gambini e le pagine di Miglia sull'esodo da Pola poi sono importanti. Sono fatti che è giusto ricordare e soprattutto è importante rendersi conto della complessità delle vicende che queste zone hanno attraversato.
PK e Spadaro hanno fatto un lavorone e loro vanno i miei rinnovati complimenti.
Infine, complimenti anche a te,Gf, per essere ritornato a scrivere, è stata una lieta sorpresa. Evidentemente ci voleva un libro di Patrick per "ispirarti" una recensione.

Forse potremmo tornare ad analizzare quei libri di narrativa di Stuparich e di Quarantotti Gambini non ancora recensiti tra vecio e nuovo lankelot. Magari più in là ci si suddivide il lavoro, pensiamoci su...

Ottima idea. Inizio molto presto.

Un abbraccio a tutti per i commenti e i complimenti.

"l?8 febbraio sarò alla Camera perché Piero Fassino ha voluto, bontà sua, presentare il libro che ho curato con Stelio Spadaro in occasione della giornata del Ricordo."

UFFICIALE! KARLSEN ALLA CAMERA L'8 FEBBRAIO 2007!

Leggo, memorizzo, imparo. La pagina e di commenti mi invitano a questo. Silenzio e riflessione e conoscenza.

Complimenti a Patrick! Ok se trovi un po' di tempo mi fa piacere che ci si incontri. Cosi ti parlo a voce un po' del libro;)

Grazie per l'attenzione, Paolo e per i complimenti, Fede. Ho il presentimento di una grande surrealtà. Vedremo! :)

Io e il Fress possiamo dire: IO C'ERO!

Ma voi avete qui un completo resoconto di tutto (il dicibile)
http://www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=182&Itemid...

Seguirà nei prox giorni selezionata rass stampa

Foibe, Napolitano consegna le medaglie d'oro

"Riconoscimento troppo a lungo mancato"
Il presidente ha ricordato "le vittime di una furia che assunse i contorni di una pulizia etnica"
Plauso bipartisan al discorso. Fini: "Belle parole". Commenti favorevoli da Udc e dal vicepremier Rutelli

ROMA - "Un riconoscimento troppo a lungo mancato, un dramma negato per ideologia". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano alla cerimonia dedicata alle vittime delle foibe. Il capo dello Stato ha consegnato oggi una medaglia d'oro ed un diploma ai parenti di trenta italiani uccisi nell'ambito della persecuzione etnica scatenata dalle milizie titine tra Trieste e Fiume alla fine della seconda guerra mondiale.

"Non dobbiamo tacere, - ha detto Napolitano - assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica" il dramma del popolo giuliano-dalmata. E' stata una tragedia, ha spiegato, "rimossa per calcoli dilomatici e convenienze internazionali"

"Oggi che in Italia abbiamo posto fine ad un non giustificabile silenzio, e che siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un'amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all'ingresso nell'Unione, dobbiamo tuttavia ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione, che fermamente vogliano, è la verità. E' quello del 'Giorno del Ricordo' è precisamente un solenne impegno di ristabilimento della verità", ha aggiunto il capo dello Stato.

Napolitano ha voluto richiamarsi esplicitamente al suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, dicendo che ne raccoglie l'esempio circa "il dovere che le istituzioni della Repubblica sentono come proprio, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato" delle tragedie di un intero popolo di istriani, fiumani e dalmati, che al confine orientale dell' Italia, dopo l'8 settembre '43, furono vittime di un moto di odio e di furia sanguinaria che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Una tragedia la cui memoria "ha rischiato di essere cancellata" e che invece, ha aggiunto il capo dello Stato, deve essere trasmessa ai giovani nello spirito della legge del 2004 che ha istituito il Giorno del Ricordo.

Plauso bipartisan. Il discorso di Napolitano ha suscitato un plauso bipartisan. Commenti positivi sono stati espressi da Gianfranco Fini, leader di An: "E' stato molto bello quello che ha detto il Capo dello stato richiamando anche le parole del suo predecessore. E' possibile ora avere una memoria condivisa, onorare il sacrificio di tanti connazionali che sono stati costretti all'esilio o trucidati perchè italiani. Ricordare è doveroso per tutti, soprattutto ora che finalmente gli italiani conoscono una pagina della storia che è stata per tanti anni negata a strappata".

Concorda con le parole del presidente anche il vicepremier Francesco Rutelli per il quale è importante che "l'Italia tributi un riconoscimento giusto e saggio ai famigliari delle vittime delle foibe e all'intero popolo giuliano-dalmata. E' un bene che ciò avvenga con il largo consenso dell'intero schieramento politico e parlamentare, anche se questo riconoscimento è avvenuto tardivamente". Favorevole all'intervento del Capo dello Stato anche Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc: "Sulle foibe il Capo dello Stato ha il coraggio e l'onestà intellettuale di dire le cose come stanno. Paroleche gli fanno onore e rendono giustizia alla verità e ai martiri di uno dei periodi più bui della storia contemporanea. Parole che son un monito sui danni gravissimi che un uso distorto dell'ideologia può provocare anche oggi".

(REPUBBLICA)

"un dramma negato per ideologia" > mi sembra una buona sintesi del clima culturale della Repubblica post 1945. Soltanto 62 anni dopo, si prende atto delle conseguenze dell'influenza del PCI sulla cultura italiana - nella fattispecie, sugli eventi legati alla mutilazione del territorio italiano.

Gongolo pensando a quando verranno ammesse certe notizie a proposito degli ambienti culturali. Meglio tardi che mai: certo. Ma ormai è tardi. Patrimonio delle prossime generazioni.

www.radioradicale.it

video e altro: RadioRadicale

Dare la colpa all'influenza del Pci sulla cultura è molto sensato ma non è sufficiente. Il problema della rimozione di queste pagine della nostra storia solleva altri nodi: la debolezza culturale della borghesia, la mancanza di una chiara e diffusa coscienza nazionale, i meccanismi di rimozione che intervengono nelle società appena colpite da grandi sofferenze.

In generale non c'era nessuna voglia di parlare e ricordare quei fatti legati alla guerra. Non mi pare proprio che la ventennale oppressione del fascismo sugli sloveni e croati o gli eccidi dell'esercito italiano in Jugoslavia durante la guerra abbiano attirato su di sé molta più attenzione di quella rivolta alle foibe o all'esodo. Eppure il Pci ne avrebbe avuto tutto l'interesse.
Il punto è che si voleva rimuovere tutto, dimenticare tutto. Tutto cosa? Che l'Italia si era gettata follemente in una guerra di aggressione e ne era uscita a pezzi. Guardare alla Venezia Giulia e alle sue vicende significava guardare all'unica ferita che continuava a sanguinare. Il Paese aveva voglia d'altro.

E poi, cos'era esattamente la Venezia Giulia? Una strana regione dai contorni confusi e bizzarri, mai sentita realmente come parte integrante della collettività nazionale. Una creazione artificiale, per molti, della retorica nazionalista e fascista.

Al bisogno di dimenticare e alla debole coscienza nazionale, si aggiunsero poi i calcoli politico-diplomatici del periodo della guerra fredda. E qui entra in gioco la Dc. Tito dopo il '48 era alleato del mondo atlantico, quindi anche nostro: in caso d'invasione sovietica, la Jugoslavia avrebbe fatto da cuscinetto perfetto.

Come si vede si tratta di più motivazioni intrecciate, qualcosa di più complesso dell'influenza del Pci. Ieri Magris scriveva sul Corriere che attaccare il Pci sta diventando un grosso alibi per molti. Nessuno sembra ricordarsi che l'Italia non è stata per cinquant'anni una repubblica popolare, che è stato invece un Paese governato socialmente dai moderati, che la maggior parte delle case editrici più prestigiose e influenti erano "borghesi" (Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Bompiani, Adelphi), così come i grandi quotidiani di opinione. Eppure delle foibe e dell'esodo nessuno parlava (se non Magris sul "Corriere" dalla fine degli anni Sessanta).

Il discorso un po' si complica e va virando sulla questione editoriale, che è bubbone purulento e non ancora esploso: andremmo avanti per ore, probabilmente non è questa la sede giusta. Né forse il momento storico adatto. Certo, immaginare Rizzoli, Garzanti e Bompiani sul piano di Feltrinelli è un po' difficile, adesso; stesso vale per Einaudi. Ma va bene, appunto, tutto un po' troppo complicato e non solo dalla politica (ah, la distribuzione: ah, le speculazioni figlie del marketing; ah, il potere degli uffici stampa. A voja... prima d'arrivare ai partiti che fanno arrivare le monetine...)

Comunque, probabilmente stiamo cercando una conferma delle responsabilità orrende di chi ha firmato Osimo. Ossia la Democrazia Cristiana. Assolutamente innegabili e i protagonisti, a ben guardare, in certi casi sono ancora vivi.

Quindi DC, PSI e PCI tra i principali responsabili. Ma la fonte dei guasti è l'ideologia comunista e l'aggressività fascista. Le vittime - esuli o rimasti o la minoranza relativa degli infoibati - hanno sempre saputo quali siano state le mani che mutilavano la Venezia Giulia.
Sono mani rosse e mani tricolori.

Io buccia non credo più nell'italia e per nessuna ragione tornerò a credere nell'italia partitica, partitocratica, oligarchica e al contempo oligarchica vassalla di altri. Sono consapevole d'essere cittadino d'uno Stato fantoccio, debole coi potenti fino alla vigliaccheria e alla connivenza, malvagio coi deboli fino alla damnatio memoriae. Per conto di chi accada ormai non m'interessa più: la DC e il PCI non esistono più. Già, e nemmeno Pola e Fiume e l'Istria costiera hanno più il loro antico popolo.

Qualcuno la chiamava "ingegneria". Si divertivano così.
La Storia emetta una condanna severa, senza giustificazioni. Il marcio è marcio, e la correità non allevia le colpe.

Raccontava un'amica insegnante che il Giorno della Memoria è stato preceduto da circolari e avvisi diretti agli insegnanti, mentre per il ricordo delle foibe neppure una riga. Dice che si prende la rivincita e ne farà oggetto di lezione per ogni classe.
Però, a che punto, se perfino qui, a pochi chilometri...

Ma dice bene Franco, nell'ultimo commento, a proprosito dell'Italia.
Sono tante le cose che si preferisce non ricordare...

28. Intesi.

29. Chi è il ministro dell'Istruzione?

26 - Scusa Patrick, ma non mi trovi d'accordo nel tirare sempre in ballo il Fascismo. L'Italia repubblicana in nome e con la giustificazione dell'antifascismo ha compiuto i suoi atti più disgutosi e vergognosi, fino addirittura ad uccidere. La rimozione delle "Foibe" vive di queste squallide motivazioni, ma si è fatto anche di peggio in questi sessant'anni abbondanti. Comunisti e Democristiani uniti, ambedue partiti colpevoli.

non conosco a fondo (devo leggere il libro) la questione se non come la trattano i commenti qui e le mie frigide letture di giornali. Per cui non tirerei in ballo il Fascismo, certo, ha ben altre faccende da affrontare,direi. Il Fascismo dico, quello vero. Quello che ha fatto un sacco di male, direi. Mentre qui il Comunismo mi pare decisamente in ballo ( anche quello ha fatto un sacco male, direi). Ragazzi la vicenda è seria, non vi sembra di andare verso altrove? Vedete secondo me è molto più grave (adesso, ma ADESSO) il dominio culturale di una certa mentalità nella cultura. Quella mi preoccupa. Fermo restando che sono ignorante, in campo territoriale (ma non su Fascismo e Comunismo, sia beninteso). Spero di non essere stato oscuro, ora. Quoto 24. per la parte che ho detto.

Anche perché, e qui apro e chiudo, gli zozzoni rossi continuavano a programmare danni: notizia di oggi, altre inchieste contro le nuove br. Parecchi iscritti a CGIL. Insomma, non so come altro dirlo, stanno fuori dal tempo e sono dannosi per la civiltà e basta.
Fuck Communism

(questo con tutto il rispetto per la grande tradizione partitica e parlamentare del PCI. Questo covava e ha covato. Menzogne e cattiverie e piani anti-umanità. Ma sempre extra-parlamento, intendiamoci. Materiale per far grufolare i Wu-Ming e i loro amici)

Rimaniamo sul tema del libro e - in misura minore - dell'articolo, amices, è importante. Per eventuale dibattito sul comunismo, forum > disc. politiche

Cortocircuito:
un bel frammento tratto dal romanzo d'esordio del romano Giovanni De Feo, classe 1973, scrittore di talento - il libro si chiama "Il mangianomi", edito da e/o nel 2002. Volutamente, decontestualizzo (è un romanzo fantasy e metafisico, peraltro bellissimo)

"Perché esistono città che vivono nel tempo, e muoiono.
E città che vivono nei nomi.
E di esse, anche se non esistono, se ne ha memoria.
Ma tutto questo apparteneva al passato"

http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/886102002X/

reperibile anche qui. Se Ibs perde colpi, scrivete nel motore di ricerca "questione di trieste".

Scopro or ora che il libro è stato ordinato per la biblioteca della nostra facoltà: che bello!!!!!

Bello, sì! Grazie per la notizia, Ilde cara.

... e attualmente è in lettura;)
(cfr. commento di Ilde sulla tua postfazione)

Confermo, dopo la lettura, due impressioni che la recensione di Franco mi aveva già suscitato. La prima, negativa, è di sconforto. Chi sa più cosa è successo di Trieste, di Fiume, di Pola, in quei tragici anni ben testimoniati dalla scelta antologica di Spadaro e Karlsen? Chi ha mai letto su un libro di storia contemporanea (purtroppo anche su molti manuali generali usati all'università) la questione di Trieste e dell'Istria "perduta" (magari liquidata in due righe, sì, io non ricordo)?
Seconda impressione, positiva. E' un libro che probabilmente mancava e ben venga per scelta e cura di queste "voci" che in prima persona raccontano la storia, il dramma, le difficoltà di una regione ... italiana ormai scomparsa. Peggio: fagocitata soprattutto da una Jugoslavia prima o da una Croazia poi che - non è mistero qui - a me non piace per come gestisce quelli che ora geopoliticamente sono suoi territori, dandoli in pasto a orde di turisti che non ricordano e non sanno. O non vogliono sapere.

Ha ragione Franco: è mai stata davvero Italia questa parte Orientale?
A leggere le voci scelte da Karlsen e Spadaro, forse italiana nel senso in cui può sentirsi tale un Romano, un Fiorentino, un Napoletano, un Torinese... forse no. Ma neppure slava, mi pare.
L'Austria si sa, è un sogno morto nel '17. Quella felix, intendo, che fa festeggiare ancora oggi a Cormons (Friuli) il genetliaco di Francesco Giuseppe facendo ridere il resto della Regione (dubito che la cosa si risappia altrove).
Leggendo le testimonianze sembra davvero che Trieste sia stata salvata in extremis, sì, ma lasciata lì, più o meno abbandonata. Un naufrago che una corrente pietosa ha gettato sull'isola. Peccato che poi l'isola sia deserta. Qualcosa del genere.

Leggendo le vicende di Trieste ho capito meglio anche certe problematiche attuali che ci interessano da quando si è deciso di unire due Regioni (il Friuli e la Venezia Giulia, lontane per storia, lingua e tradizioni, ma che condividono un confine difficile e importante) in una. Lavoretto che sulla carta sembrava più che logico e che non ha finito di provocare grattacapi amministrativi nonostante una sempre più fattiva collaborazione (ritenuta finalmente necessaria da entrambe le parti).

A Trieste però occorre riconoscere una centralità diversa.
E davvero, per il bene della nostra stranissima Nazione, andrebbe conosciuta bene la sua storia recente. Si spendono pagine e pagine sul Risorgimento e sull'Unificazione (ma dice bene Franco: qui è stata una Fondazione!). Si parla di Trento e Trieste (bellissima l'aneddoto sul Fiorentino convinto che un ponte unisse le due città) con cui si è "riunita" l'Italia (e pensiamo a tutta la gente - magari di parti d'Italia lontanissime - venuta a morire per questo). Ma poi in pratica siccome avevamo perso la guerra, Trieste e l'Istria e la Dalmazia avrebbero dovuto essere il "prezzo onesto" della disfatta.
Impressionante.
Impressionanti le pretese titine con tutto ciò che ne seguì (vorrei segnalare che da nessuna parte si parla di foibe credo appositamente per non sviare dall'argomento principale che non fu quello, ma appunto, la volontà politica delle parti: le foibe furono una conseguenza atroce).

Patrick, devo veramente fare i complimenti a te e al professor Spadaro per aver restituito un libro del genere al nostro tempo smemorato e superficiale, chiarendo certi percorsi che forse davvero, da Italiani, è un po' comodo (ma vergognoso) dimenticare.

ops, scusate la lunghezza, mi sono fatta prendere la mano :)

Basilare.

"Chi ha mai letto su un libro di storia contemporanea (purtroppo anche su molti manuali generali usati all?università) la questione di Trieste e dell?Istria ?perduta? (magari liquidata in due righe, sì, io non ricordo)?". Prendo spunto da questa osservazione per meditare sul fatto che, effettivamente, poco o nulla si sa, a livello di opinione pubblica, su Trieste negli anni che precedettero il fascismo, sulla Trieste e su queste terre tra Otto e Novecento. In questo senso, non propongo qui la lettura di un contemporaneo, bensì il nome di Giovanni Marinelli, il quale tracciava un quadro a leggersi ora veramente illuminante del "litorale adriatico". L'articolo di Marinelli è di fatto oggi pressoché introvabile se non da parte di chi ama bazzicare qualche biblioteca importante. L'articolo porta il seguente titolo; " Slavi, tedeschi, italiani nel cosiddetto 'litorale' austriaco (Istria, Trieste e Gorizia), in "Atti del reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti", novembre 1884-ottobre 1885, Tomo I, serie sesta, dispensa sesta, pp. 1093-1131. A p. 1131 si legge: " ... Se nel litorale la lotta etnografica dovesse svolgersi fra Tedeschi e Italiani, allora, equivalendosi le due civiltà, non si potrebbe prevederne l'esito. Ma la diffusione della civiltà e della cultura tedesche quivi non può essere se non artificiale e quindi necessariamente temporanea, e la vera lotta si agiterà fra Slavi da una parte e Italiani dall'altra...". Parole profetiche, dette in tempi non sospetti, intorno agli anni '80 dell'Ottocento.

Segnalo immediatamente al Karlsen.
Grazie, professore.

?Trieste e l?Istria, abbandonate e tradite nel settembre 1943 sono ancora degne della Patria. La storia risponderà se la Patria è stata degna di loro? (Ercole Miani, ?La Resistenza nella Venezia Giulia?)

Notevole spunto, grazie sard.

Amices,
la BRUSATI mi segnala:

stamani alle 7,30, durante la trasmissione alla Radio
Est Ovest che trattava dei campi minati in Bosnia Erzegovina, hanno
intervistato il 'giovane storico' Patrick Karlsen.

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