Kaplan Alice

Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach

Autore: 
Kaplan Alice

«Se Brasillach fosse ancora tra noi, avremmo potuto giudicarlo. Invece ora è lui a giudicarci» (Albert Camus).

Assassinato per le proprie idee. Non per crimini di guerra. Assassinato per quel che aveva scritto. Per la sua lealtà a un ideale. Per essere stato fedele a sé stesso. Un intellettuale, un poeta e uno scrittore ucciso per non aver abiurato, per non aver cambiato fronte. Brasillach si sentiva un patriota, come Knut Hamsun, come Marguerite Duras, come Drieu La Rochelle. Assassinato, dallo Stato, mentre uno dei capi della Polizia di Parigi, responsabile della deportazione degli ebrei francesi, si ritrovava sospeso per due anni. Assassinato, dopo un processo durato niente. Sia il pubblico ministero sia il presidente della corte avevano lavorato, appena pochi mesi prima, per Vichy. Come niente fosse. Assassinato, perché la Beauvoir diceva che certe parole sono pericolose come le camere a gas.

Brasillach non aveva rubato, non aveva ucciso, non s'era arricchito, non s'era fatto corrompere. Aveva scritto. Aveva scritto molto. Letteratura: sembra fosse migliore come critico che come romanziere. Aveva scritto nomi e cognomi e indirizzi segreti, anche. Contribuendo a consegnare cittadini “nemici” nelle mani dello Stato.

De Gaulle, che ne decretò definitivamente la condanna a morte, di lui ha detto: “Le talent est un titre de responsabilite”: in letteratura, come in tutte le cose, il talento è una responsabilità. Porta alla morte. Succede. Prima di morire, Brasillach ribadiva: “So che in questo preciso momento un certo numero di giovani pensa a me. So che tutti questi giovani sanno che non ho insegnato loro nient’altro che l’amore per la vita, la fiducia nella vita, l’amore per il nostro Paese: so ciò in maniera così certa che non rimpiango nulla di ciò che sono stato”.

Non rimpiango nulla di ciò che sono stato. Viva la Francia, ha detto, mentre la nuova Francia gli sparava al petto. Io ho insegnato l'amore per la Francia. Questa è la mia colpa. Fate fuoco. Fuoco. Possibile? Possibile.

Robert Brasillach (Perpignan, 1909 – Montrouge, 1945), scrittore e giornalista (“Action Française”), fascista francese (dal 1934), cattolico, monarchico e nazionalista in gioventù, di sangue catalano. Figlio di un ufficiale dell'esercito caduto in battaglia quando Robert aveva appena cinque anni, pubblicò narrativa (“L'Enfant de la nuit”, “Comme le temps passe”, “Les Sept Couleurs”, “Notre Avan-guerre”), fu prigioniero di guerra dei tedeschi durante l'invasione della Francia, quindi divenne direttore di una rivista di propaganda collaborazionista (“Je suis partout”). Voleva armonizzare fascismo francese e nazionalsocialismo tedesco: tenendoli ben distinti. Credeva che ebrei e comunisti (magari come Gide: falsi, snob e borghesi) fossero nemici della Francia, e tuttavia non voleva pogrom né omicidi. Si definiva un moderato.

Intellettuale antisemita (come Simenon, come Céline), rifiutò di fuggire all'estero dopo lo sbarco in Normandia. Si consegnò al nuovo governo francese solo quando arrestarono suo cognato, suo patrigno e sua madre. A tradimento. Rilasciata, la mamma, non appena Brasillach si costituì. Succede.

Imprigionato, fu processato e fucilato dalla Francia gollista con l'accusa di aver collaborato con il nemico, nonostante una petizione sostenuta da protagonisti della scena letteraria come Mauriac, scrittore cattolico, partigiano, antico e un tempo ridicolizzato nemico politico, e Camus, rivale ideologico ma fiero antagonista della pena di morte. Sostenuta e firmata da Jean Cocteau, e Paul Valery. No, Eluard, Sartre e la (sua) compagna Beauvoir tenevano il pugno chiuso. In tasca.

The Collaborator: The Trial and Execution of Robert Brasillach (2000) che s'è aggiudicato il Los Angeles Times Book Prize in History, è stato tradotto in IT come “Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach”, interpretando e semplificando il termine “collaborazionista”. È un grande documento, firmato dalla professoressa Alice Kaplan, un'erede di chi fu protagonista e decise le sorti degli sconfitti durante Norimberga, a proposito di chi fu questo intellettuale le cui parole hanno meritato la morte.

Conoscevate Brasillach? È stato, per almeno sessant'anni, uno degli autori proibiti dalla cultura italiana. Ne circolavano edizioni più o meno clandestine, nelle piccolissime case editrici politicamente scorrette; qualche saggio (cfr. “edizione esaminata e brevi note”) sempre d'area, per non dimenticare che c'era stato, altrove, qualcuno che, a differenza dei tanti intellettuali italiani capaci di cambiare fronte come niente fosse, aveva pagato con la vita le sue idee. Fino a qualche anno fa, nominare Brasillach significava farsi riconoscere. Oggi non è così diversa, la situazione. Direi di no. Avete notizia di nuove edizioni italiane dei suoi romanzi, o della sua Storia del Cinema? Eppure fu tra i pionieri nella scoperta del cinema giapponese. In tempi non sospetti. Ma Brasillach era un fascista, quindi ucciderlo non era reato, come certi servi dell'ideologia cantavano, e cantano, nei cortei. Leggerlo fa male, è diseducativo, è sbagliato. Non importa che il London Times scrivesse, il 29 agosto 1936, che il suo era “il più interessante ingresso del talento giovanile nella Letteratura Francese degli ultimi anni”, quando ancora non era stato tradotto in Inghilterra. Non importa che fosse un uomo incapace di uccidere o di fare violenza. Non importa che non fosse un venduto, o un bandito, o un traditore. Importava massacrarlo, perché la Francia – sosteneva la propaganda di De Gaulle – in realtà aveva vinto la guerra. E quindi doveva cancellare il passato recente. Quello istituzionale, riconosciuto da tutte le grandi potenze mondiali: Vichy. Come no. Victoire!, basta nascondere bene certe cose, come il riconoscimento mondiale della legittimità d'un governo, e tutto passa. Ma poi torna a galla. E con la Storia si devono fare i conti. La Francia non ha ancora finito (cfr. Derrida sull'arte della menzogna, Castelvecchi, 2005).

Mentre l'Italia dormiva beata, tutta contenta della sua storia non condivisa e della sua impronunciabile guerra civile combattuta da nonni molto abili a cambiare uniforme, ideali e bandiera, nel 2003 Il Mulino – non proprio Il Settimo Sigillo – traduceva e proponeva al grande pubblico questo saggio. Risultato? A suo tempo un certo ritorno di critica e di pubblico. Oggi, il vuoto.

Il mio libro ha una dedica. La dedica di un uomo di sinistra, ex sindacalista. Dice, “A Gianfranco. Bene Mauriac, stupendo Camus. Lui... era forse un poeta”. Allora scopriamo perché la Francia repubblicana esordisce ammazzando un poeta. Esordisce regolando i conti con stile totalitario.

Si dice (Claude Roy) Brasillach fosse uno che teneva le persone a distanza da “lanterna magica”, che adorasse i libri e amasse le donne solo da lontano. Basso e paffuto, “topo da biblioteca in carne”, era, a inizio carriera, un giornalista letterario instancabile, crudele e carismatico; credeva in un fascismo sentimentale e gioioso. Tra le sue letture principe, c'era Alain-Fournier, “Il grande amico Meaulnes”. Sua sorella e il suo migliore amico, forse è un caso e non una reminiscenza letteraria, si sposarono. Bardèche divenne suo cognato. Secondo certe malelingue (Drieu e Céline inclusi) erano due finocchi (fonte: diario di Drieu, 24 ottobre 1939; 18 maggio 1940; 21 giugno 1940; cfr. nota 15 p. 266 della Kaplan), o quantomeno l'omosessuale era Brasillach. I giudici “repubblicani” adombrarono la stessa accusa. Era filo-tedesco perché aveva dormito coi tedeschi. Traduciamo: era frocio, andava ucciso. Céline, scrivendo di lui ad Albert Paraz, diceva: “è una checca neroniana”. La verità sembra diversa dalle cattiverie del sempre bastardo ambiente letterario: scriveva Roger Grenier, nel 1997:

“Prima della guerra, Claude Roy era l'amante di una donna la cui sorella, Annie Jamet, è l'unica donna attribuita a Brasillach. Pare che egli non fosse omosessuale, ma asessuato. Il legame tra Claude Roy e Brasillach starebbe nel fatto che sono stati gli amanti di due sorelle” (cfr. nota 33, p. 269).

L'articolo che diede il là all'accusa, neanche troppo velata, di omosessualità, era questo:

“mi sembra di aver stabilito un vincolo con il genio tedesco, e questo non lo dimenticherò mai. Ci piaccia o no, avremo vissuto insieme. I francesi abituati a riflettere in questi anni avranno più o meno dormito nello stesso letto coi tedeschi, magari non senza diverbi – e gliene resterà un dolce ricordo” (19 febbraio 1944, cfr p. 78, capitolo II).

Basta poco per malignare. Magari l'impreparazione letteraria: la frase “dormire nel letto coi tedeschi” era un omaggio al “Siegfried” di Jean Giraudoux:

“Mi coglieranno in flagrante adulterio con la Germania. Sì, sono andato a letto con lei, Siegfried” - scriveva Giraudoux. Cfr. nota 57, p. 302.

Si dovrebbe invece pensare alle reali cause dell'odio: le denunce pubblicate su “Je suis partout”, rivista di cui Brasillach era stato caporedattore. Capitava che su quelle colonne si rivelassero identità e nascondigli di chi cercava di sopravvivere in clandestinità. Ebrei, leader politici del Fronte Popolare, intellettuali esuli. In quegli anni, 76mila ebrei furono deportati dalla Francia, ne tornarono indietro tremila; altri 65mila furono arrestati o internati come ostaggi, detenuti o partigiani (Kaplan, p. 51). In questo senso, Brasillach poteva avere – come molti altri – una responsabilità oggettiva. E la questione si complica. Allora, forse non è del tutto vero che sia stato ucciso “per le parole”: è stato ucciso “per le delazioni”. Parrebbe, ma gioverà sapere che fu l'unico della rivista (!) a essere fucilato. Qualcosa non quadra. Questo è il nodo principe. Stanare i nemici, metterli in rischio di vita, denunciarne la vera identità, implica spedirli al macello. Tutta colpa dello scrittore Brasillach?

Forse aveva ragione Camus: in ogni caso, non si manda a morte chi ha contribuito a mandare a morte, pur senza uccidere. Nessuno deve decidere della vita degli altri. Forse aveva ragione De Gaulle: grande intelligenza? Grande responsabilità. Alla vostra coscienza decidere da che parte stare.

Brasillach non è stato ucciso per i suoi romanzi. È stato fucilato perché dava informazioni sulla residenza di chi si opponeva al regime. Mettiamola così. In clima di guerra, certe cose costano care. Io non avrei mai avallato, in ogni caso, la condanna a morte di un intellettuale. Soprattutto pensando che così facendo l'intellettuale diventa martire. Capisco e comprendo l'entusiasmo cieco di Brasillach nei confronti della patria; meno la volontà di collaborare con l'ex nemico tedesco. Ma non trovo fondamento per una condanna a morte. Mi sembra una decisione delirante.

Non si può condannare a morte un letterato per aver scritto che Hitler era un “poeta” wagneriano. Si deve discutere della sua responsabilità politica sulle delazioni. E sul fatto che Brasillach non aveva mai salvato nessuno degli intellettuali dell'altro fronte, magari: questo sì. Politzer, Decour, Max Jacob, Robert Desnos finirono fucilati o morirono nei campi di concentramento. Questo è un fatto.

La ragione? “Ho chiesto misure esemplari contro i capi comunisti perché ho sempre avuto vivissimo il senso della responsabilità del capo. Era contro quelli che, nella Resistenza, a torto o a ragione, avevano ordinato attacchi contro i soldati tedeschi, che occorreva procedere, e non contro gli sventurati presi in ostaggio (...). Onorerò sempre con il massimo rispetto quelli che intendono assumersi la responsabilità davanti alle loro truppe, come Gabriel Pèri, e vorrei che i capi comunisti si assumessero le loro responsabilità, e non solo quelli che eseguono i loro ordini” (p. 180).

Come potete osservare, la questione Brasillach è dolorosa, parla alle coscienze di tutti e pretende risposte. Le parole possono meritare la morte? O almeno: possono meritarle in tempo di guerra? La coerenza può meritare la morte? Allora quanti collaborazionisti, da Renault a Cèline a Gallimard, meritavano una punizione? E ancora. Chi lavorava, pure talvolta da spia, per un governo comunque riconosciuto a livello internazionale, poteva essere considerato responsabile di “intelligenza col nemico”, una volta caduto quel governo? Brasillach diceva di non aver mai approvato che le famiglie fossero separate, e che le donne fossero allontanate dai bambini. E in ogni caso: è forse sensata e giusta la damnatio memoriae delle sue opere? È giusto che una Repubblica nata da una sconfitta si dichiari vittoriosa in una guerra che non ha combattuto, e si senta in diritto di fucilare chi era schierato sul fronte legittimo e riconosciuto dal mondo intero? È giusto, umano e ammissibile che una nazione democratica ritenga di poter fucilare un intellettuale, fascista o comunista o liberale o anarchico, chiamandolo “chierico che ha tradito”? Soprattutto: patriota di Vichy significava logicamente e necessariamente “traditore nazista”? Andavano puniti quelli che fornivano armi alla Germania o gli scrittori? Da un punto di vista morale, un collaborazionista non equivaleva a un partigiano? Non erano forse entrambi convinti di servire la Patria?

Io vorrei chiudere l'articolo lasciando questi dubbi e queste domande sospese. Sospese e fluttuanti nella vostra coscienza.

Dico solo, come insegnò l'avvocato Isorni, francese di sangue italiano, che uccidere per le idee è un crimine. L'assassinato è un martire. Ricordo solo che la redazione di “Je Suis Partout”, dopo una prima condanna ai lavori forzati o a morte, venne graziata e amnistiata.

Drieu si suicidò quando ricevette il mandato d'arresto. Céline scappò in Danimarca, venne arrestato e condannato a un anno di prigione e al pagamento di una multa. Altri cambiarono idee, e nascosero per anni il loro passato, forse vergognandosene, forse per opportunismo. Chissà.

La Kaplan, tutt'altro che fascista, conclude – dopo aver raccontato per filo e per segno la storia del processo, dei suoi protagonisti e del contesto letterario: “si trattò di un verdetto esagerato e ingiusto (...) il processo era simbolico (...) il governo compì un'azione irrevocabile, un'esecuzione che consolidò il potere di De Gaulle e dimostrò l'efficienza e la legittimità di una corte di giustizia che operava da appena quattro mesi”.

Così si spense il letterato Brasillach, poeta, romanziere e critico letterario e cinematografico, eterna promessa inespressa della Letteratura Francese. Così nacque la nuova Repubblica Francese: sporca del suo sangue.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Alice Kaplan, professoressa di Letteratura Romanza alla Duke University. Founding director del Duke Center for French and Francophone Studies.

Alice Kaplan , “Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach”, Il Mulino, Bologna 2003. Traduzione di Giuseppe Balestrino. Revisione di Anna Buia. In appendice, Note e Indice dei nomi.  

Prima edizione: “The Collaborator. The Trial and Execution of Robert Brasillach”, Chicago Press, 2000. 

Approfondimento in rete: Intervista alla Kaplan sul libro / Luca Leonello Rimbotti (La Destra) / Zanarini (Arianna) / Lanzol (Paradiso degli Orchi) / Wiki en su Brasillach / Recapiti accademici della Kaplan / Rabdod / Time Europe / Duke Magazine / Fulford / Area 27 / Repubblica /

BIBLIOGRAFIA CRITICA IT:

“Robert Brasillach”, di Giorgio Almirante, Edizioni Ciarrapico 1979

“Apologia di Brasillach”, di Gabriele Fergola, Edizioni Settimo Sigillo 1989

“Il Processo Brasillach”, di Jacques Isorni. Edizioni Ar 2007

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Gennaio 2009.

ISBN/EAN: 
9788815089601

Commenti

ogni 6 febbraio, si commemora l'ingiusta morte del letterato Brasillach.

«Se Brasillach fosse ancora tra noi, avremmo potuto giudicarlo. Invece ora è lui a giudicarci» (Albert Camus).

Assassinato per le proprie idee. Non per crimini di guerra. Assassinato per quel che aveva scritto. Per la sua lealtà a un ideale. Per essere stato fedele a sé stesso. Un intellettuale, un poeta e uno scrittore ucciso per non aver abiurato, per non aver cambiato fronte. Brasillach si sentiva un patriota, come Knut Hamsun, come Marguerite Duras, come Drieu La Rochelle. Assassinato, dallo Stato, mentre uno dei capi della Polizia di Parigi, responsabile della deportazione degli ebrei francesi, si ritrovava sospeso per due anni. Assassinato, dopo un processo durato niente. Sia il pubblico ministero sia il presidente della corte avevano lavorato, appena pochi mesi prima, per Vichy. Come niente fosse. Assassinato, perché la Beauvoir diceva che certe parole sono pericolose come le camere a gas.

Brasillach non aveva rubato, non aveva ucciso, non s?era arricchito, non s?era fatto corrompere. Aveva scritto.

Prima di morire, Brasillach ribadiva: ?So che in questo preciso momento un certo numero di giovani pensa a me. So che tutti questi giovani sanno che non ho insegnato loro nient?altro che l?amore per la vita, la fiducia nella vita, l?amore per il nostro Paese: so ciò in maniera così certa che non rimpiango nulla di ciò che sono stato?.

Non rimpiango nulla di ciò che sono stato. Viva la Francia, ha detto, mentre la nuova Francia gli sparava al petto. Io ho insegnato l?amore per la Francia. Questa è la mia colpa. Fate fuoco. Fuoco.

Così si spense il letterato Brasillach, poeta, romanziere e critico letterario e cinematografico, eterna promessa inespressa della Letteratura Francese. Così nacque la nuova Repubblica Francese: sporca del suo sangue.scopriamo perché la Francia repubblicana esordisce ammazzando un poeta. Esordisce regolando i conti con stile totalitario.

L'articolo è ovviamente dedicato a Federico Magi.

"Avete notizia di nuove edizioni italiane dei suoi romanzi, o della sua Storia del Cinema? Eppure fu tra i pionieri nella scoperta del cinema giapponese."

Leggo e imparo...

su WIKI...Fu anche il primo a parlare in Francia del cinema giapponese e particolarmente di Yasujiro Ozu, Kenji Mizoguchi e Heinosuke Gosho.

http://nipponaka.free.fr/ouvrages_sur_le_cinema_japonais.htm

Imparo.

"Brasillach non aveva rubato, non aveva ucciso, non s?era arricchito, non s?era fatto corrompere. Aveva scritto. "

Delirante.

Mi sento un po' più ricco dopo aver letto. Grazie di cuore.

Eccellente sintesi di una vicenda a me non ignota, almeno in merito alle divisioni che provocò tra gli intellettuali la condanna capitale di Brasillach.
Poi rileggo meglio l'articolo ma ritengo che questa resa dei conti, che come tutte le rese dei conti colpisce alla cieca, sia stata fortissimamente condizionata dalla particolare situazione francese, reduce dall'esperienza di Vichy e da un De Gaulle in procinto di diventare quello che poi è diventato.
Insomma non ci vedo grandi somiglianze con quanto accaduto in Italia o in Giappone dove il riciclaggio politico è stata la regola.
Certo fa pensare che un Petain, con tutto quello che aveva sulla coscienza, sia morto in carcere anni dopo la fine della guerra ed invece personaggi come Brasillach, che pure possono aver avuto idee indecenti, ma pur sempre idee, siano stati fatti fuori senza troppi complimenti.

Ancora una pagina che pone una marea di interrogativi.
Quello che più mi sconcerta è la presunta legittimità con cui sono state perpetuate queste condanne.
La delazione è qualcosa di squallido e personalmente fatico a nutrire simpatia per chi vede nemici in un popolo o in un opposto schieramento politico. Però "Forse aveva ragione Camus: in ogni caso, non si manda a morte chi ha contribuito a mandare a morte, pur senza uccidere. Nessuno deve decidere della vita degli altri."
Forse aveva ragione Camus, sì. Anzi toglierei il forse.

Quanto alla damnatio memoriae, spero che i cosiddetti intellettuali decidano finalmente dimostrarsi tali, smettendo di condannare, ghettizzare o ignorare le opere di quanti negli anni sono stati e continuano ad essere considerati politicamente scomodi. L'editoria ha tanto da lavorare per restituirci libri ingiustamente ostracizzati. E' il solo modo per cercare di provare a non avallare i torti della Storia.

"si trattò di un verdetto esagerato e ingiusto (?) il processo era simbolico (?) il governo compì un?azione irrevocabile, un?esecuzione che consolidò il potere di De Gaulle e dimostrò l?efficienza e la legittimità di una corte di giustizia che operava da appena quattro mesi?.

6. Fu anche il primo a parlare in Francia del cinema giapponese e particolarmente di Yasujiro Ozu, Kenji Mizoguchi e Heinosuke Gosho.

> Vorrei riuscire a capire quanto importanti fossero questi registi, amica mia, purtroppo non conosco bene il cinema nipponico come te;).
Se ti andrà di parlarcene, volentieri...

....dicevo > per me questa frase sintetizza quato accaduto, per il resto non sono d'accordo per la pena di morte, ma non provo simpatia per un delatore di questo tipo, non riesco a provare nessun trasporto verso queso autore.

7, grazie a te, amice Paul.

8, eppure, stando a quel che leggo, amice Lupo, il riciclaggio politico è stato ottimo e abbondante anche da quelle parti. Per non tacere del travestitismo di certi imprenditori - editori - importanti, capaci di stare bene sotto qualsiasi governo, qualsiasi Stato...
La vicenda di Brasillach mi ha aiutato a capire meglio le recenti polemiche sull'incapacità della Francia di assumersi responsabilità sulla questione dei cittadini ebrei deportati, e via dicendo. La truffa - di fronte al mondo intero - è stata rinnegare la legittimità di Vichy, da tutti riconosciuta, stabilendo si trattasse, arbitrariamente, di un governo fittizio.
E' abbastanza curioso, in effetti, studiare la strategia politica di De Gaulle. E' riuscito a spacciare una nazione sconfitta per una vincitrice. Ha dell'incredibile.

Come incredibile rimane questa condanna a morte "simbolica".

12, Marina, se leggessi certe pagine di Giorgio Bocca giovane, o di altri stravaganti trasformisti come Eugenio Scalfari, grideresti allo scandalo. L'elenco è abbastanza lungo, ma ti presento i due nomi principe. Probabilmente, oggi Brasillach - fosse stato italiano dico - sarebbe stato un vecchio accademico, magari un po' trombone, sicuramente revisionista (in senso partigiano) e pronto ad ammettere più di qualche errore (gioventù!). Ogni settimana avrebbe avuto qualche pagina sui quotidiani, e sicuramente la direzione di un periodico di sinistra.

Sarebbe stato come tanti intellettuali e letterati italiani, capaci di cambiare maglia da un giorno all'altro.

Ma Brasillach era francese. Dà l'impressione di essere uno che sarebbe rimasto a destra, ma certo in posizione meno oltranzista. Come altri. Né più, né meno. Forse andava punito il direttore del suo giornale - certo con la galera, non con le fucilate - ma anche, permettimi la battuta, il folto numero di lettori.

9, Angela:
"La delazione è qualcosa di squallido e personalmente fatico a nutrire simpatia per chi vede nemici in un popolo o in un opposto schieramento politico"

> Pienamente d'accordo con te. Soprattutto per quanto concerne le delazioni a mezzo stampa, magari in periodo di guerra. Proprio mostruosette.

9, Angela:
"L?editoria ha tanto da lavorare per restituirci libri ingiustamente ostracizzati."

> a voja...;).
Ma qualcosa si farà, si è fatto, e faremo, spero, noi e gli editori. Presto però.

EUGENIO SCALFARI, 1942

«Ancora oggi è la stessa voce del Capo che ci guida e ci addita le mete da attingere. [...] Oggi mentre sembra che Sua Maestà la Massa (come la definì il Duce in un lontano giorno) mascherata da veli più o meno adeguati tenti di riprendere il suo trono, è necessario riporre l'accento sull'elemento disuguaglianza, che il Fascismo ha posto come cardine della sua dottrina».

Pochi mesi dopo, settembre: «Un Impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la "volontà di potenza" dello Stato nucleo, che poggia su due pilastri essenziali: il "popolo" quale elemento di costruzione sociale; la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata "volontà di potenza"».

http://aconservativemind.blogspot.com/2006/01/i-diversi-di-scalfari-dal-...

Il riciclaggio c'è sempre purtroppo.
In Italia lo sappiamo, poi c'è stato un travaso tra fascismo e comunismo.
Storia complessa di cui mi pare si sia accennato anche su lankelot.
Altrettanto particolare semmai il caso giapponese, dove la classe politica legata all'imperatore e ai nazionalisti è sopravvissuta indenne.
De Gaulle?
Nazionalista, democratico (ma senza esagerazioni) ma sopratutto carismatico; odioso per tanti aspetti.

Bisogna rendersi conto che finita una guerra non è che si possa pensare di spegnere un interruttore e tornare ad una legislazione e giurisdizione più umana.
Credo le vendette travestite da giustizia siano qualcosa che ci si possa aspettare.
Strascichi di odio inevitabili.
Certo se è quanto meno comprensibile l'esecuzione di un Laval, almeno mettendoci nei panni dei contemporanei, e lo dico come persona contraria alla pena di morte, non lo è quella di un Brasillach.

su GIORGIO BOCCA, "ex fascista dalla memoria corta"
fonte; IL GIORNALE
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=301093

"Non avendo dimestichezza col personaggio Giorgio Bocca sono andato a vedere cosa si scrive di lui sul web, utilizzando il motore di ricerca Google. Alla voce «Biografia e libri» ho trovato che a 18 anni egli ha sottoscritto il manifesto fascista «in difesa della razza italiana», e che «da giovane giornalista fascista nell?agosto 1942 (quando aveva già 22 anni) scrive un articolo in cui imputa il disastro della guerra alla congiura ebraica». Preso da curiosità ho voluto rintracciare quell?articolo e ne ho trovato dei passi alla voce «camelotdestraideale.it» ove si specifica che l?articolo di Bocca è apparso sul giornale La Provincia Granda il 4 agosto 1942 e che in esso Bocca, tra l?altro, scrive «Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa della guerra attuale... A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l?idea... di essere lo schiavo degli ebrei?». Se gli astiosi rimproveri che Bocca mi rivolge per scelte da me fatte a 12 anni, escludendo perentoriamente che esse siano state fatte in buona fede e purezza di intenti, mi fossero stati rivolti da un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti ne avrei sofferto, ma avrei taciuto in rispettoso, doveroso silenzio. Non posso certo accettarli da chi, come Bocca a 22 anni, cioè in età già matura, ha scritto articoli in cui si esprimevano orientamenti e convinzioni non dissimili da coloro che nello stesso periodo avevano creato i lager per lo sterminio degli ebrei. Anche se mi rendo conto della sostanziale differenza che vi è tra il dire ed il fare, vi è comunque una comune «cultura», una comune valutazione della pericolosità della razza ebraica. Una postilla. Personalmente ho sempre pensato che sia inelegante scavare nel passato delle persone per ricordare loro comportamenti e convinzioni che hanno abbandonato da moltissimo tempo. Sinceramente mi spiace di non aver potuto evitare di farlo in questa circostanza".

17, quoto.

Ecco, gli esempi di Scalfari e Bocca - ma ripeto, posso portarne molti altri, basta chiedere - servono per raccontarci molto di questo "processo" con omicidio a firma De Gaulle.

Insomma, dovremmo esserci capiti.

?So che in questo preciso momento un certo numero di giovani pensa a me. So che tutti questi giovani sanno che non ho insegnato loro nient?altro che l?amore per la vita, la fiducia nella vita, l?amore per il nostro Paese: so ciò in maniera così certa che non rimpiango nulla di ciò che sono stato?.

Caro Gianfranco ti ringrazio sentitamente di aver recensito questo testo, e di aver portato su Lankelot il nome di Robert Brasillach. La sua morte resta come un'infamia dolorosa, e più di altre, di altri camerati uccisi "legalmente" dai paesi vincitori post secondo conflitto mondiale, è emblematica del feroce accanimento contro gli sconfiti d'ogni nazione.

Se il tutto, come dite nei commenti, ha una sua logica, come la storia d'ogni tempo insegna - ed io credo che abbia una sua logica, pur perversa -,quello che mi sembra giusto sottolineare, ancora una volta, è che non esistono e non sono mai esistiti buoni contro cattivi nel secondo conflitto mondiale, ma due modelli imperiali tra loro differenti. In quest'ottica, e credo di non dire nulla di scandaloso, De Gaaulle, Churchill e Roosvelt non sono diversi da Hitler e Stalin: o sono tutti assassini, o sono tutti contendenti, più o meno legittimi, per la supremazia di un modello imperiale su un altro. Come del resto è avvenuto sempre, nella storia. Sempre scritta sul sangue dei vinti, dalla notte dei tempi fino alla fine mondo.

11 - Registi importanti per i cinefili, Franco, soprattutto i primi 2.

(integro: se metti Stalin dalla parte di Roosevelt e De Gaulle il quadro diventa chiaro anche a un cieco: Stalin non va vicino a Hitler - che ha perso, ed era meno assassino di Stalin e Lenin, in una mostruosa gara al genocidio)

Ma abbiamo il diritto di voto, e la stampa libera, oggi........
eh.

22. non sapevo amice;).

Io ho tratto una conclusione, oggi pomeriggio.
La Storia del Novecento va praticamente tutta riscritta, a partire da una serie di punti fermi.

a - uno dei vincitori della seconda guerra era l'impero più assassino della storia, capace di genocidi e violenze senza precedenti: l'URSS.

b - l'accordo tra vincitori ha permesso reciproche tolleranze yankee-urss sulle rispettive atrocità.

c - hiroshima rimane la migliore foto del Novecento, assieme ai lager e ai gulag.

Partirei da questi tre presupposti.

16-18 - Su Scalfari e Bocca, Franco, sai che penso tutto il male possibile. L'ho scritto più volte qui su Lankelot, e lo ripeto in questa sede. Per personaggi come loro, ma anche per altri di diversa estrazione ma ugualmente cattivi maestri fomentatori di odio e violenza come Erri De Luca, invocherei la damnatio memoriae. Bocca e Scafari fortunatamente sono assenti su Lankelot, De Luca invece è uno dei più recensiti. Ma non voglio farne una colpa ad Angela, visto che le piace cosi tanto. Avrà i suoi buonissimi e validissimi motivi, però non ti nascondo che m'infastidisce assai che sia tra i più recensiti del sito. Mi limiterò a ignorarlo, come ho sempre fatto da quando ho saputo chi fosse veramente.

23 - Non è sufficiente a giustificare questa divisione tra buoni e cattivi, a mio avviso.

Postilla.

Mentre l'Italia perdeva Istria, Fiume e Dalmazia, la Francia...

(WIKI)
Alla fine della seconda guerra mondiale De Gaulle riuscì a far includere la Francia tra i vincitori,nonostante lo stato francese legittimo (Vichy)avesse combattuto in più occasioni a fianco dell'Asse.A Parigi fu concessa una zona d'occupazione in Germania e un settore di Berlino (ambedue ritagliati dalla zona britannica).Alla contea di Nizza furono riunite,nel maggio 1947, Briga e Tenda strappate all'Italia contro il volere delle popolazioni;la Quarta Repubblica fu promulgata il 27 ottobre 1946, ma dovette affrontare gravi difficoltà nell?impero coloniale, prima in Indocina e poi in Algeria, oltre alla decolonizzazione attraverso negoziati.
*

ed ecco la democrazia francese di De Gaulle alle prese con l'Algeria, poco dopo.
http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_d%27Algeria

mah.

27. Il discorso è che dovremmo sognare i "buoni".
Perché ci avevano detto, a scuola, che i buoni c'erano eccome.
Avevano falce e martello, o la bandiera a stelle e strisce.

E' dura accettare che serviranno 200 anni ancora per vedere restituita verità al secolo atroce.

14 sapevo sia di Bocca che di Scalfari, non mi piacciono particolarmente né l'uno, nè l'altro, specie in questi ultimi anni.
Del resto ci fu un tempo in cui tutti gli italiani furono fascisti, mi sembra, anche perché pare che senza tessera non si trovasse lavoro....io non sono una storica, così ho sentito raccontare dai miei avi. I due in questione, come molti altri, camibiarono idea, sono rimasti un livore, una supponenza così pesanti e poco sopportabili.
*
Sì,probabilmente hai ragione tu su come sarebbe diventato Brasillach.

30, probabile: ma è pur vero che dalla tessera alla propaganda, firmata nome e cognome, il passo è abbastanza lungo. Si poteva scrivere d'altro - che so: sport, cinema - aggirando l'ostacolo. Sarebbero stati articoli comunque fedeli allo Stato, ma almeno non direttamente politici o ideologici.
Comunque, è andata così. Il "partigiano Bocca" ha avuto molti grandi amori, in vita sua, e buon per lui. Si vede che amava amare.
*
Quanto a Brasillach, chissà. I suoi critici dicevano che aveva così tanta coscienza della lingua e della letteratura che un giorno sarebbe riuscito a tirar fuori il romanzo capolavoro. Tanti dicevano che era migliore come critico che come narratore, che andava sgrezzato. Questo - ecco - non lo sapremo mai. Ci sono tanti modi di morire, ma morire per mano dello Stato è forse il più terribile. E' come se tutti i concittadini ti sparassero addosso.

Comunque - era doveroso riparlarne. Magari qualche italiano che si domanda cosa c'è che non va con la Francia potrebbe tornare a studiare cosa accadde loro tra 1945 e 1947, mentre noi ci ritrovavamo invasi e occupati e presto mutilati delle nostre terre.
Giusto per dirne una.

26 > A me dispiace che le pagine su De Luca diano così fastidio e proprio non riesco a condividere. Perchè se ci rammarichiamo per la damnatio memoriae di un delatore, non capisco come si possa poi invocarla per un ex di Lotta Continua.
Le idee politiche non dovrebbero mai arrivare a condizionare la circolazione e la percezione dell'arte. Ma dovrebbe valere per Brasillach come per De Luca.
Io apprezzo il De Luca scrittore, l'uomo non mi interessa. 

La Storia del Novecento andrebbe riscritta, è vero. Andrebbero finalmente denunciate certe colpe taciute, certe responsabilità negate. I comunisti sono passati per i salvatori e liberatori che non erano, giustissimo sottolineare l'infamia di questa menzogna. Ma non giochiamo al più colpevole dei colpevoli. Perchè io non assolverei nessuno: fascismo, comunismo, nazismo. Distanti eppure prossimi per orrore.

32 - Be' Angela, tu sei padronissima di amare De Luca scrittore, non discuto. Ma è un fatto di sensibilità. Mi è un po' difficile - vale per tutti, ovviamente - distinguere l'uomo dall'opera: uno influenza l'altra. E poi De Luca non si è limitato a firmare condanne a morte tramite il suo giornale, ma ancora oggi firma appelli di libertà per un pluriomicida come Cesdare Battisti. Il che lo trovo oltraggioso per i famigliari di vittime innocenti. Per questo mi dà molto fastidio la sua corposa presenza in Lankelot. Considero gli uomini come De Luca gente della peggior specie. Brasilacch aveva ben altra sensibilità, e non avevo fatto nulla di così orrendo come De Luca, anzi. Se Poi per te il passato - ma anche il presente - di De Luca non è stigmatizzabile negativamente non ci posso far nulla. Come ripeto,é un fatto di sensibilità differente.

Be' il fascismo prossimo per orrore a nazionalsocialismo e comunismo non lo puoi proprio scrivere, Angela. Per favore, non esageriamo con le parole in libertà.

Nell'Italia tra il '40 e il '44 il passaggio dalla formazione fascista e forse convinzione, alla fronda, per poi giungere all'antifascismo vero e proprio non è stato di pochi. I casi sono veramente molti e non limitati solo a Bocca e Scalfari.
Semmai ci sarà da valutare caso per caso quanto degli scritti citati, opera di ventenni (ma a volte di uomini fatti e strafatti) fosse frutto di convinzione, di opportunismo o di un ibrido di questi due.
Certo è che fa specie leggere queste leccate fasciste da parte di un Bocca, da anni baluardo, spesso fuori le righe, di quell'antifascismo intollerante e antistorico, negazione di se stesso, e che ovviamente ha foraggiato recenti ed interessati revisionismi.
Bocca è un ottimo giornalista, ha scritto ottimi articoli, ancora oggi sforna editoriali condivisibili, ma quando si tocca il tasto dell'antifascismo sbarella del tutto.
Oltre al possibile rincoglionimento per l'età può essere un modo per esorcizzare le marachelle giovanili.
Scalfari anche lui ottimo professionista ma comportamenti passati (penso a come si comportò con Montanelli negli anni '80) e certa spocchia non me lo rendono simpaticissimo.
A mio avviso i limiti di questi giornalisti, pur dotati di grandi pregi, sono da ricercarsi in tempi più recenti piuttosto che andare indietro di 70 anni.

Certo se si ritiene di dover giudicare l'artista per le sue posizioni politiche o la personalità in senso lato, magari inchiodata al proprio passato, come se durante una vita non si possa cambiare, dovremmo buttare alle ortiche Wagner, Saramago (qualcuno qui ha azzardato recensire qualcosa di suo?) e chissà quanti altri.
L'importante è esserne convinti.
Soltanto temo che con questo ragionamento rimarrebbero pochi "puri" da apprezzare.

Qui si lamenta - a ragione - l'ingiusto oblio di artisti vicini a posizioni politiche nazionalsocialiste, o di destra radicale.
Artisti di sicuro ma magari persone pure con qualcosina da farsi perdonare.
Come ha da farsi perdonare qualcosa un Saramago, a voler leggere bene la sua biografia.
E allora?
Pretendere di riservare uno speculare trattamento di emarginazione agli artisti sinistrorsi non mi pare di una coerenza cristallina.

Sono d'accordo con Lupo e Angela, Federico.
Tanti anni fa, studiando Seneca, restavo combattuto tra due opposti sentimenti. Da un lato l'ammirazione per l'intelligenza e la qualità della sua scrittura; dall'altro, la nausea per la sua attività di usuraio, che vedi, fortunosamente, ora nemmeno ricordo dove avevo letto... (la memoria è selettiva).

Mi domandavo: cosa salvare della filosofia di un grande intellettuale se la sua biografia stride con la sua scrittura?

Non so se sono mai uscito da questo cortocircuito. Negli anni universitari, scoprii l'abisso tra certe opere - certi contenuti - e certe dichiarazioni degli autori. C'era il socialista che scriveva da elitario, e viceversa. Il disimpegnato che in realtà stava sgranando il mondo...

veniamo al tuo De Luca. La rivalità politica non può impedirti di apprezzare la sua narrativa. De Luca è una sorta di mistico, uno scrittore sentimentale capace di raccontare la sua terra e il suo popolo, Napoli e l'appartenenza. E' uno che ha ammesso la sconfitta delle sue idee e non mi sembra le stia propagandando. E' un ex militante comunista che ha imparato l'ebraico da autodidatta e traduce la Bibbia. E' uno che sta cercando Dio, è intriso di spiritualità. Cosa ha ancora a che fare con loro?

Mauriac difese Brasillach. Mauriac era l'oggetto delle sue prese per i fondelli, delle sue umiliazioni. Mauriac era un cattolico intriso di pietas. Chi ritrova Dio ritrova pace, e perdono e comprensione.

De Luca può aver fatto - come ognuno di noi, più di molti di noi - scelte sbagliate. Ma la sua narrativa è libera da queste ferite. Se leggessi De Luca pensandolo come uno pseudonimo, troveresti - in "Tu, mio", ad esempio - un narratore capace di sedurti e convincerti - e in molti casi avreste posizioni analoghe.

Per quanto mi riguarda, la grande Letteratura o la buona Letteratura non ha colore politico; per quello, negli anni, mi sono battuto per Berto, Tobino, Drieu, Céline, Brasillach, Hamsun, Zamjatin, Bulgakov e compagnia. Se avessi scoperto si trattava di autori mediocri, avrei ammesso l'opportunità di cassarli. Ma mediocri non erano e non sono.

Quindi. Per la politica c'è sempre spazio. Fa che De Luca scriva un'apologia del comunismo in un romanzo e se ne riparla. Ma finché scrive romanzi sentimentali, elegiaci, territoriali... non sono d'accordo. Tu potrai non volerlo leggere perché i suoi compagni hanno fatto del male ai nostri concittadini. Capisco. Ma se loro applicassero gli stessi principi a Drieu o a Brasillach, torneremmo al punto di partenza.

La politica - le biografie - sono sciagurate.

OT. La mia morale della favola è che il Novecento ci ha insegnato che dobbiamo forgiare e plasmare un modello nuovo di società, congetturare nuove istituzioni e una nuova forma-Stato. Quanto accaduto in tutto il mondo - ieri ho scoperto la storia di un bombardamento americano stile Dresda, a Tokyo: 100mila morti. Possibile? madonna - non può che convincerci che con queste armi, queste ideologie, tutte, e questo approccio culturale andiamo incontro all'autodistruzione di massa.

Sforziamoci di salvare il buono, di denunciare tutto il male, di immaginare qualcosa di radicalmente diverso.

35 -38. Eh no. non me la mettete su questo piano. Qui io non discuto il pensiero politico di De Luca ma gli atti pubblici. Non solo quelli passati ma anche quelli presenti. Chi ha scritto la lettera a favore della liberazione di un assassino come Battisti? De Luca. Ed è un fatto contingente e in tempo "democratico" e di pace, non di guerra, dove comportamenti estremi si possono comprendere pur non giustificandoli. E poi, De Luca era tra quelli che scriveva che uccidere un fascista non è reato, uno che contava in quell'ambiente non uno qualsiasi. Vi prego non lo mettete sullo stesso piano di Brasillach perché siamo su mondi lontanissimi. De Luca era e resta un infame. E voi non fate i buonisti a tutti i costi, il mio discorso è chiaro e inequivocabile. De Luca non ha idee da farsi perdonare, ma atti passati e soprattutto presenti davvero inqualificabili e oltraggiosi per la dignità umana. Non mi piace davvero, e ve lo dico a tutti, che mettiato tutto nello stesso calderone perché non è un buon servizio alla verità storica e alla dignità umana di vittime dell'odio. E, soprattutto, non è un buon servizio per chi legge. Vi costa tanto ammettere che De Luca è un infame? Poi, leggetelo quanto volete ma sempre infame resta.

Federico,

se De Luca ha scritto "uccidere un fascista non è reato", mi serve la fonte per consultare e meditare.

Se ha firmato l'appello per Battisti, non lo condivido ma non posso farci niente: sì, mi sembra esecrabile, ma ancora non vedo che abbia a che fare con i suoi romanzi.

Non è questione di buonismo. Se Brasillach non muoveva un dito per impedire che altri intellettuali e scrittori fossero imprigionati o mandati a morte, in tempo di guerra, non si comportava in modo limpido e cristallino, umanamente. E questo nell'articolo emerge.

Purtroppo non stiamo parlando di un santo, ma di un letterato impegnato in politica che diceva che i capi comunisti dovevano ricevere punizioni esemplari per una questione di responsabilità. E se non se le prendevano, B avallava la pubblicazione dei loro indirizzi. Non è esattamente una condotta eroica.

Capisci?

42 - Mi dispiace ma non sono d'accordo. Non è la stessa cosa. E quello era un tempo diverso, non quello"democratico" in cui viviamo. De Luca era il responsabile romano di Lotta Continua,nei Settanta, il giornale. Da quelle pagine uscivano appelli ad uccidere i fascisti un giorno si e l'altro pure. C'è bisogno che aggiunga altro? Se poi volete continuare a far finta di nulla su De Luca fate pure. Io non mi associo e continuerò, ogni qualvolta lo ritengo opportuno, da queste pagine o da altrove, a rimarcare la sua infamia. E poi, come Lankelot, dovremmo stigmatizzare in negativo chiunque firmi o proponga appelli come quello per Battisti, se vogliamo fare un servizio utile. Almeno quello, pur volendosi bendare sul passato.

Io non voglio fare finta, amice.
Nè intendo bendarmi. Vedi, torno tranquillamente indietro e rilancio questioni irrisolte ben oltre gli anni Settanta.
Non conosco alla perfezione le dichiarazioni pubbliche di De Luca sugli anni Settanta, ma ricordo di averlo sentito in televisione, La 7, rimarcare il male accaduto allora. Non credo ne vada orgoglioso. Altrimenti starebbe ancora a scrivere quei comunicati...

L'appello per Battisti - mi ripeto - è esecrabile, e la condotta del governo brasiliano, come pure quella del governo francese in passato, è sleale e scorretta. Non è un prigioniero politico, è un bandito e un omicida.

La questione De Luca è forse, permettimi il paradosso, un po' diversa. Se simuli la logica dei comunisti, la loro visione del mondo etc, come pensi possano prendere il fatto che uno di loro prende e s'accosta ai testi sacri, o scrive pagine non neorealiste, o si diletta di meditazioni sul divino?
Come minimo, in altri tempi, gli levavano l'appoggio editoriale.

De Luca, non so, vorrei parlarci di persona, un giorno... mi sembra la prova vivente della sconfitta del comunismo. Non scrive come uno di loro, non è malato di materialismo né di propaganda.
E se il colpo di coda battistiano ha la sua firma... bah. Chissà perché l'avrà fatto. Forse per carità cristiana, non credo per solidarietà ideologica. Quale ideologia?

Uno che scrive come lui sa che dirsi comunista significa dirsi nazista. Sono assassini, gli uni e gli altri. Oggi sappiamo molto, molto altro verrà a galla. Indifendibili entrambi quei regimi.
La letteratura no - la letteratura è libera.

E se la letteratura serve a redimere i malati di ideologia... santa letteratura. Credimi.

Ma quale carità cristina. De Luca è un gran paraculo, come tutti i suoi amici ex compagnucci ora nelle stanze del potere dei media, forse più paraculo di altri. Io ho letto solo un suo libro, prima di sapere bene chi fosse (che peraltro non m'è piaciuto gran che, ma questo non conta nulla), ma non è questo il punto. So benissimo da dove viene e dove va, lui come altri della sua cosca politica d'un tempo. Ora fanno tutti i buonisti, si ergono a moralisti, ma un tempo incitavano all'odio e all'assassinio;e credimi, in special modo quelli di lotta CONTINUA, sono tutti mandanti materiali e esecutori morali. Tutti sapevano: e lo ha scritto Mughini, uno che c'era dentro. DE Luca non era diverso e forse era anche peggiore (infatti l'M.S.I di allora, Almirante in persona mi pare, credo lo volesse denunciare per ciò che scriveva sul giornale: la vicenda è accennata in Cuori Neri). E se De Luca fosse veramente redento e caritatevole, non firmerebbe appelli per Battisti, t'assicuro. Lui resta lo stesso di prima, mi pare lampante, solo che s'è riciclato bene. E noi italiani coglioni compriamo i suoi libri...

So chi sono quelli di Lotta Continua.
So cosa hanno fatto e cosa scrivevano.
So come si sono riciclati.
Spero sinceramente che la vita ci dia occasione di confrontarci, culturalmente e politicamente, perché sogno di vederli assumersi chiare e nette responsabilità per la loro condotta e i loro scritti.
Ma ciò detto - capisco la tua passione e il tuo sdegno, ma ti prego di meditare un solo aspetto, quello che da anni ripropongo proprio per salvare tutti i tuoi - anche miei - autori.

Sganciamo la letteratura pura dalla biografia politica degli autori, quando è letteratura non politica. Altrimenti si manda tutto a male. Altrimenti, domani uccideranno un altro Brasillach.
Questo articolo serve a dire che gli artisti non si toccano.

Noi non siamo De Gaulle.

lasciami dire, al di là delle appartenenze politiche, che se finissimo sotto regime e qualcuno volesse fare del male a scrittori comunisti, firmerei per salvare loro la vita, e per evitare la loro prigionia. Non condivido le loro idee, ma pretendo la loro libertà.
Non appartengo al loro mondo, ma riconosco che come in tutti i mondi c'è qualcosa di buono. Non scrivo come loro, e voglio che continui a essere così. L'arte è arte, l'artista va lasciato libero.
Libero di sbagliare, anche. Sempre. (non di uccidere eh? :) se no si riparte dall'abc)

46 -47 Libero di sbagliare se fa solo l'artista. Ma, ripeto, De Luca firma appelli per un assassino, anzi, scrive lettere di suo pugno. Io non voglio toccare l'artista ma, cavolo, sarò padrone di scrivere che questo è un infame per quello che fa oggi, extra arte, e non 70 anni fa. Poi i suoi libri comprateli pure. MA LO VOGLIAMO SCRIVERE A LETTERE GIGANTI CHE QUESTO VUOLE LIBERO UN ASSASSINO, E CHE OFFENDE LA DIGNITA DEI MORTI E DEI PARENTI RIMASTI IN VITA. E se lo fa non lo fa certo perchè è un filantropo, ma perchè quell'odio di allora è rimasto intatto. Io, di mio, solo per questo non riuscirei a leggerlo - anche perché, ripeto, un conto è l'incitazione all'odio in tempo di guerra, un conto e molto più grave lo è in tempo di pace - ma questa è una mia scelta personale. Ne facevo un fatto etico più che estetico, sull'opportunità di leggerlo o meno.

ricevuto, e trovo giusto quel che scrivi sui firmatari tutti di quell'appello. Sul resto, credo che tutti abbiamo ribadito la nostra visione delle cose.

Ave!

49 -Si, non pretendevo che la mia posizione fosse di tutti, ci mancherebbe. Spiegavo solo il mio odio per De Luca, e per tutti gli infami come lui, del resto.