“Lessi 'La morte di Virgilio” di Hermann Broch: seduto nella barca, Virgilio scivola lentamente verso la morte, sapendo bene dove è diretto. Viaggiavo sull'onda delle parole, che mi ipnotizzavano con la loro saggezza nebulosa, senza pietà” (p. 123).
Incipit: la narratrice racconta del giorno del suo funerale. È il principio di una meditazione sull'esistenza e sulla sua identità, sulle sue predisposizioni e sulle sue attitudini; non amava e non voleva fare del male. Credeva che la vicinanza fosse una sorta di resa. Questa la sua strategia di resistenza ai legami, al sogno romantico dell'appartenenza. Non si sente vincolata a niente di significativo, non ha buoni motivi per vivere, non si riconosce in Israele. La sua patria – la terra dei padri – non ha più niente del sogno. Sembra solo retorica. Sembra una cartina disegnata dalla retorica, vergata col sangue dei vinti, lussuosamente incorniciata con capitale straniero. Aveva cercato di uccidersi. Non aveva paura della morte. Era israeliana con doppia cittadinanza (inglese), per volontà paterna, e tuttavia si sentiva “israeliana nel sangue, nel sole, nell'odore della prima pioggia, nei mandarini, nelle banane, nelle pesche, nelle guaiave, nella bamia, nei fichi maturi, nella magnificenza arcaica del deserto” (p. 18). Suo padre era tra i fondatori dell'Esercito per la difesa d'Israele. Lei aveva imparato a riconoscere occhi pieni d'odio che spiavano le truppe, col nero negli occhi (p. 40).
Dalla madre, immigrata clandestinamente da Varsavia, sfuggita ai campi di concentramento, immemore del suo cognome, ha percepito amore disperato e rabbia. La madre la vedeva come una lumaca in un guscio. La madre era stata sposa di un arabo e padre di un sanguemisto ucciso dagli israeliani. Quindi, ritornata ancora in Israele dopo varie fughe, aveva conosciuto il nuovo marito. Aveva capito che Tel Aviv era la spiaggia di Varsavia. Rocambolesche nuove vicende, sino all'incontro con il padre della narratrice, all'epoca sposato con un'altra.
La narratrice è figlia di una madre dai molti figli e dalle molte famiglie, e di un padre che sembra avere una famiglia soltanto: la sua Nazione, nata e fondata nel sangue. La narratrice non riconosce e non accetta le sue radici. Questa sua morte sembra la morte dell'idea moderna di Israele. L'allegoria non è nient'affatto una forzatura. L'indagine sulla sua morte è un espediente letterario appassionante ma non innovativo. È l'allegoria furiosa e iconoclasta l'anima del romanzo. È a quel messaggio che dovete puntare.
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Nel cimitero, lei poggia uno sguardo sulle tombe dei soldati senza nome o senza famiglia: in Israele li chiamano “derelitti”. Lei aveva conosciuto, in infanzia, un altro ideale: quello del soldato israeliano “prodigio della storia ebraica, rivalsa della diaspora, costruttore della patria” (p. 50). Ma questo è il romanzo dei rovesci della medaglia, e forse la profezia dei rovesci della sorte. Della menzogna dell'esistenza in vita, della menzogna delle lapidi nei cimiteri del niente – bandiere a ribadire essenze e identità snaturate, alterate o terminate. Certi confini si tracciano con la squadra e col compasso.
La nuova generazione si volta alle spalle e capisce soltanto pochi concetti: due in particolare, a sentire la narratrice del romanzo di Kaniuk, predominano: sono semplici, e senza bandiere. Deserto, e sangue.
L'identità è un equivoco – il ruolo è un attore spesso fuori dalla parte.
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“La grammatica non ha né anima né spiegazioni” - e questo è quanto. Consolante, a ben guardare.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Yoram Kaniuk (Tel Aviv, 1930), scrittore israeliano. Ha pubblicato romanzi, raccolte di racconti, libri per ragazzi.
Yoram Kaniuk, “La ragazza scomparsa”, Cargo, Napoli 2008. Collana Biblioteca di Cargo, 21. Traduzione di Dalia Padoa. Copertina di Maurizio Ceccato.
Prima edizione: “Ha-Neederet Mi-Nachal Tzin”, 2005.
Approfondimento in rete: ITHL (Bibliografia di Kaniuk) / Alberto Melis / Wiki en
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Novembre 2008.
Commenti
Nuovo romanzo di Kaniuk.
Allegoria della nuova generazione di israeliani: disillusi, e alla deriva. Edizioni Cargo: piccola editoria di qualità, e di progetto.
Da Napoli.
senti, questo romanzo mi dà un'impressione di tristezza e di desolazione micidiali.
Nuova generazione israeliana così lontana da quella di Grossman e Oz? Ci vorrebbe qualcuno che conosce bene la narrativa di quel Paese e ha letto qualche altro autore "giovane".
Sicuri che tutti gli Israeliani giovani la pensino così?
In Oz ricordo un'insistenza continua sui temi della pace.
Possibile...?
"non si riconosce in Israele. La sua patria ? la terra dei padri ? non ha più niente del sogno. Sembra solo retorica. Sembra una cartina disegnata dalla retorica, vergata col sangue dei vinti, lussuosamente incorniciata con capitale straniero."
Cargo...
Mi pare siano particolarmente sensibili ad argomenti quali l'ebraicità e la questione arabo-israeliana.
Almeno stando ai libri letti e ai titoli sbirciati in catalogo.
Impegni permettendo, ho in programma qualche altra incursione tra le loro pubblicazioni. Ma i tempi sono luuunghi.
Grazie per l'ennesima segnalazione preziosa.
2. Non è un'opera solare, né mi sembra nasconda messaggi di speranza. E' piuttosto un'allegoria amarissima dello spirito di una nazione - e di più popoli che dicono d'esserne uno soltanto - confezionata come una sorta di "thriller". Secondo me, fosse stato solo thriller non sarebbe stato niente. Io detesto il genere e quindi faccio poco testo.
Sicuramente cupo, ma non è detto che sia una scelta sbagliata (sì, abbiamo tutti fame di sentimento e speranza e sogni).
3. Kaniuk è un classe 1930, in IT già edito da Einaudi e Mondadori. Rispetto a chi nomini, mi è sembrato distante - m'è sembrato piuttosto più vicino, fatte le debite proporzioni, a certo ultimo cinema di Amos Gitai. Diciamo "razionale" nell'osservazione dello stato dell'arte.
Quanto ai loro giovani, sarebbe interessante intervistarne a campione un centinaio per sentire cosa pensano dei palestinesi e della condizione di angoscioso stallo del "possesso" di certe terre.
4. A quanto pare, sì. Non so dirti perché, e onestamente non riesco a decifrarne il senso: è una scelta di campo... ma tu saprai sicuramente orientarti meglio. Io sto apprezzando, per adesso, la cura delle edizioni e la sempre presente letterarietà. Tra le loro ultime uscite, il mio pallino rimane Mamatas.
Ave care!
http://www.edizionicargo.it/category/catalogo-cargo/biblioteca-di-cargo/
qui un elenco delle loro ultime uscite.
accurata biobiblio d KANIUK
http://www.ithl.org.il/author_info.asp?id=134