Jones Babsi

Sappiano le mie parole di sangue

Autore: 
Jones Babsi

Leggendo “Sappiano le mie parole di sangue”, per un attimo ho pensato di amarlo. Forse perché me ne ero innamorata già prima di leggerlo - e come si fa a non innamorarsi di un romanzo sulle guerre balcaniche degli anni Novanta anche senza leggerlo, anche solo per la coraggiosa eccentricità del tema. La geopolitica che irrompe nella narrativa italiana degli anni zero: era ora. Finalmente un grandangolo. Una panoramica. Uno sguardo capace di spingersi oltre Schengen e di intrufolarsi nell’Europa balcanica, l’Indesiderata, l’Europa dei conflitti interetnici che abbiamo alle costole.

L’ho amato molto fino a quando non ho capito che il romanzo di Babsi Jones è sorprendentemente self-centred. Che la sua anima geopolitica viene continuamente minacciata o risucchiata dall’autofasia, dall'ostensione del buco nero interiore dell'autrice: un «malore intimo, intimo e prolisso» che non diventa mai storia nella storia, perché non ha sviluppo e rimane piantato nel romanzo come un chiodo fisso.
Due voci si contendono il romanzo. Due diversi io narranti: uno più maturo, quello della reporter di guerra che racconta l’inenarrabile (o meglio l’inenarrato, la versione non ufficiale delle guerre balcaniche); l’altro più estetizzante, ed è quello che non sa resistere alla tentazione dell’autoritratto con macerie. Che, come in una natura morta secentesca, raffigura continuamente il proprio teschio affianco alle candele consunte, gli uccelli morti e il cibo in decomposizione. E così il grandangolo finisce spesso per cedere spazio all’autoscatto.
L’io-narrante, autenticamente narrante del romanzo, racconta una storia vera, o meglio una vera storia, sia pure destrutturata in forma di epistolario/reportage/inchiesta (in una parola: quasiromanzo, come lo definisce la stessa BJ) sulla guerra del Kosovo e su quella di Bosnia, di pochi anni precedente. La trama: una reporter, Babsi Jones (così la chiamano o dice di chiamarsi), decide di restare nella città kosovara di Mitrovica mentre la popolazione serba, sconfitta, viene evacuata o fugge per timore delle rappresaglie dei vincitori, i kosovari albanesi. Assieme ad altre tre casuali coinquiline (una che lavora per la missione umanitaria dell'Onu in Kosovo, una ragazza cieca e demente e una malata di colera), trova alloggio nel diroccato condominio Yu Prog dove sopravvive un grumo di una derelitta umanità serba. E nella settimana che precede l’arrivo dei vincitori in città per formalizzare la secessione del Kosovo, scrive lettere al Direttore del suo giornale, che non ha mai apprezzato le sue posizioni filoserbe. Da questo epistolario, che non verrà mai spedito, parte una documentata contro-versione delle recenti catastrofi balcaniche, che BJ ricostruisce dal punto di vista dei serbi, difendendoli dall’accusa di «genocidio e di ogni altra possibile brutale minchiata».
 
Nell’ordine: il massacro di Racak - in cui, secondo il Tribunale dell‘Aja, le forze serbe uccisero 45 civili kosovaro-albanesi, episodio scatenante che portò all’intervento della Nato in Kosovo - viene rappresentato da BJ come una farsa: una macabra messa in scena organizzata dall’Esercito per la liberazione del Kossovo (Uck), che rivestì di abiti civili i cadaveri di militanti dello stesso Uck uccisi dai serbi durante legittime operazioni militari. Una tesi sostenuta, all’epoca, non solo dai serbi, ma anche da testate occidentali tra cui Le Monde, Figaro, France Press. Anche di Srebrenica (più di 8.000 civili musulmano-bosniaci massacrati nel 1995 dai Serbo-bosniaci di Karadzic e Mladic, secondo il verdetto del Tribunale dell’Aja), BJ fornisce una diversa interpretazione, secondo cui i serbobosniaci uccisero non i civili, ma gli aggressori che tra il 1992 e il 1993 si erano resi responsabili di una sanguinosa pulizia etnica antiserba (tesi giudicata negazionista dal Tribunale dell’Aja). Dunque Srebrenica sarebbe una vendetta. Una giustificata, sacrosanta vendetta.
E poi gli eccidi e le efferatezze compiute dagli ustascia croati contro i serbi, deportati nel campo di sterminio di Jasenovac assieme a zingari ed ebrei; la pulizia etnica compiuta tra il ‘41 e il ‘45 dagli albanesi della divisione Skanderbeg in Kosovo (diecimila serbi uccisi e altrettanti espulsi); la “serbofobia“ congelata dal regime titino che riesplode alla dissoluzione della ex Yugoslavia; i serbi in fuga dal Kosovo per paura delle rappresaglie albanesi dopo la fine della guerra, oppure uccisi o lasciati morire di fame come il vecchio Zivorad Velikinac in un regime di apartheid: il quasiromanzo di BJ è una miniera di controinformazioni desunte da un’ampia letteratura filoserba che perlopiù non ha avuto accesso al mainstream mediatico.
Mai un accenno alle violenze compiute dai serbi, se non per presentarle come reazione e legittima difesa. Anche se da una simile ricostruzione dei fatti i serbi escono immacolati, come smacchiati di candeggina. L’intento di BJ infatti non è quello di contrapporre alle violenze commesse dai serbi quelle compiute dalle altre etnie in lotta. Lei va oltre questa bilanciata imparzialità. Non vuole essere un giudice, ma il pubblico ministero che difende le ragioni del popolo serbo, rimasto inascoltato. Alcune pagine del libro illustrano quella che, secondo BJ e altre fonti di controinformazione, fu la strategia propagandistica perseguita dal governo croato, da quello bosniaco e dai separatisti del Kosovo, i quali, per promuovere la loro causa agli occhi dell'Occidente e a danno dei serbi, si affidarono agli image makers dell’agenzia Ruder&Finn: «Non siamo pagati per essere morali. Il nostro lavoro non è verificare le informazioni, ma di accelerare la circolazione di quelle a noi favorevoli, per raggiungere bersagli accuratamente scelti», dichiarò il direttore della Ruder&Finn in un’intervista. Di fronte a questa macchina da guerra propagandistica, BJ reagisce definendo «meschina» l’oggettività di chi pretende di attenersi alla verità dei fatti, secondo lei irrecuperabile: «Non è un’oscenità… pretendere etica e verosimiglianza davanti agli esperti della Ruder&Finn che - di concerto con i creativi terroristi [quelli dell’Uck] – ci offrono settimanalmente il meglio della produzione mondiale, notizie bomba e concrete deflagrazioni? Non è indecente esigere obiettività se altre parole, insanguinate o monche, potrebbero salvarci dal finire supercoerenti, sì, ma ammutoliti?». “Sappiano le mie parole di sangue“, col suo titolo di derivazione shakespeariana, offre queste parole altre, e ne dichiara apertamente la parzialità. Sarà una posizione discutibile, ma rappresenta la parte più cospicua e coinvolgente del romanzo, quella su cui tornare a riflettere da un punto di vista storico e storiografico. Magari approfittandone per procedere oltre la semplicistica diagnosi di “serbofobia“ enunciata nel libro come causa del mattatoio balcanico degli anni Novanta.
 
Per il resto, nel romanzo c’è lei, Babsi Jones. Oltre il reportage con la sua bella confezione narrativa (o post-narrativa), oltre l'efficace fenomenologia dello scempio delle città e dei corpi, in queste pagine c'è la messa in scena della donna/scrittrice Babsi Jones. Il suo avido cercarsi e rispecchiarsi nelle rovine, una lunga sequenza di autoscatti: autoscatto mentre abito e scrivo «in questo sovrumano budello, migliaia di cunicoli in cui entriamo in collisione». Autoscatto mentre resto a contemplare le foglie marce e gli stracci lerci che danzano nel fiume Ibar. Autoscatto mentre corro e inciampo sulle salme riverse per le strade di Mitrovica: «con il ventre squarciato, sono ostriche molli; rigurgitano umori non ancora rappresi: scuriranno. Le lingue roteano nel mulinello dei vermi solerti; i soldati hanno gli arti spezzati. Ce ne sono degli altri: più in là sotto i ponti a insecchirsi, dentro il fiume a immollarsi. Io corro».
La sua macchina da presa non inquadra foglie marce e stracci lerci, ma inquadra lei che a sua volta inquadra foglie e stracci nell'Ibar, i cunicoli-prigione del condominio Yuprog, le salme fumanti per le strade di Mitrovica. C'è lei in ogni inquadratura, la sua firma sotto ogni scatto, un verbo in prima persona a didascalia di ogni sequenza: «Vedo». «Inquadro».«Io che siedo nel mezzo di tutto». Il dramma non si svolge davanti ai suoi occhi ma si forma nella camera gestazionale della sua retina, mentre noi lettori siamo chiamati ad osservare non quello che accade, ma la gravidanza delle cose nell'utero del suo sguardo. Come se ogni volta ci toccasse assistere al parto in diretta dei frutti del suo concepimento visuale. Una mediazione che toglie al dramma la sua forza oggettiva, lo intorbida e lo confonde in una visione personalistica e allucinata, grondante di egoità.
 
Una notte massacrano un uomo sotto le sue finestre e lei immagina il sangue del morto colare in sincrono col suo mestruo: «Stringo le gambe, strisciando nella pozza che mi si allaga sotto. Sembra restringersi anche il morto, la cui sagoma si rapprende sotto la neve. Entrambi zitti: il sangue non ha suono. Né il mio né il suo. Stilla, scende, cola: il sangue del cadavere che si coagula, il sangue del taglio aperto in mezzo alle mie gambe vive». La vita che defluisce dal morto, e la vita dell’ovulo infecondato - vita disfatta prima ancora di cominciare - che defluisce dal ventre di lei: una simmetria forzosa e sproporzionata tra un lutto vero e una perdita fisiologica, tra un massacro e una dismenorrea. Il grandangolo, ancora una volta, non ha retto, e la visione panoramica si è ristretta a un close up sulla lei narrante, sulla sua autopercezione, sul proprio lento, assaporato disfacimento: «Questa mia settimana di tragedia sfinente».
Lo stesso accade durante il suo primo incontro con la ragazza cieca, la serba che, come lei, vive barricata nel condominio Yu Prog: «Aperti su di me, i suoi occhi: non c‘è che la cornea tra le ciglia folte… Di me, lei non vede che un‘ombra». E poi, rivolgendosi al potenziale destinatario delle sue annotazioni: «Che sollievo, Direttore, non vede.» Non vede cosa? Cosa è bene che non veda, la ragazza? Forse lo scempio che passeggia indisturbato per le strade di Mitrovica? No: «Non vede le mie unghie tinte di nicotina, che io eclisso nel palmo storcendo le falangi … Non vede le espressioni facciali: il dubbio che offusca il mio sguardo, l’imbambolata determinazione con cui mi ostino a scegliere quel che non si può scegliere: restare qui». Ancora una volta, il dramma di un altro essere viene scalzato per far posto al proprio malessere, che nella contiguità con la tragedia altrui si esalta fino ad assumere una dimensione eroica. Investiti della fosca luce dei morti e degli sventurati, dismenorrea, tabagismo e dubbiosa determinazione a restare perdono i loro modesti contorni umani e diventano epos. Un caso di vampirismo al contrario, in cui sono i vivi a succhiare il sangue dei morti.
 
L’altro essere umano è spesso occasione o espediente per buttare giù un rapido autoritratto e per riproporzionare il dolore degli altri al formato del proprio malore. Come quando BJ tenta un dialogo con la straniera malata di colera che, contro il parere della coinquilina umanitaria, si è portata a vivere nell’appartamento del condominio Yu Prog: «Provo a parlare alla straniera, Direttore, mentre Talita [la ragazza cieca che vive con loro] le asciuga la fronte. Le divide in ciocche i capelli madidi di sudore. Non ottengo che un flebile «aba ibtyvb zbever» e uno sguardo di dolore lontano. L’assenza di comunicazione non mi inquieta: ho imparato anche a non parlare, in questi anni di guerra. Ho imparato anche a parlare a vanvera. A nascondermi in un diluvio di ciarle». Verso la fine del libro, BJ si scaricherà di ogni responsabilità sulla straniera morente consegnandola all’umanitaria: «Te ne occuperai tu». «E perché?». «Perché io me ne vado. E perché tu sei quella che soccorre le vittime».
 
“Sappiano le mie parole di sangue“ è un romanzo a due voci, scritto da due diverse Babsi Jones, una scrittrice impegnata e una prefica di se stessa. Non si sa se BJ tornerà a pubblicare, un giorno. Ma, nel caso, sarebbe bene che a tornare fosse la prima delle due.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Babsi Jones (Milano, 1968) ha vissuto per sette anni a Londra lavorando nel music business. Ha collaborato con agenzie stampa e siti di informazione indipendenti, occupandosi della questione del Kosovo. Ha pubblicato racconti su giornali e riviste, tra cui "Nuovi Argomenti" e due suoi racconti fanno parte dell'antologia "Voi siete qui" (Minimum Fax 2007). Questo è il suo primo romanzo.
 
Babsi Jones, “Sappiano le mie parole di sangue”, Rizzoli, Milano, 2007.
 
 
Elettra Sammarco, 15 agosto 2012
ISBN/EAN: 
9788817017657

Commenti

[sappiano le mie parole di

[sappiano le mie parole di sangue] scrive Elettra: "L’ho amato molto fino a quando non ho capito che il romanzo di Babsi Jones è sorprendentemente self-centred. Che la sua anima geopolitica viene continuamente minacciata o risucchiata dall’autofasia, dall'ostensione del buco nero interiore dell'autrice: un «malore intimo, intimo e prolisso» che non diventa mai storia nella storia, perché non ha sviluppo e rimane piantato nel romanzo come un chiodo fisso. Due voci si contendono il romanzo. Due diversi io narranti: uno più maturo, quello della reporter di guerra che racconta l’inenarrabile (o meglio l’inenarrato, la versione non ufficiale delle guerre balcaniche); l’altro più estetizzante, ed è quello che non sa resistere alla tentazione dell’autoritratto con macerie..."

 

[babsi jones, "sappiano..."]

[babsi jones, "sappiano..."] dati bibliografici + links:

 

Babsi Jones, “Sappiano le mie parole di sangue”, Rizzoli, Milano, 2007.
 

[Elettra] pagina bellissima.

[Elettra] pagina bellissima. Grazie di cuore.

[Babsi Jones] Grazie a te!

[Babsi Jones] Grazie a te! Ora sai su chi mi piacerebbe scrivere? Ornela Vorpsi (tanto per rimanere in tema Balcani). Praticamente, senza saperlo,  stavo pedinando Cortellessa (Pascale, Pedullà, Jones, Vorpsi...)!

[vorpsi, cortellessa] è una

[vorpsi, cortellessa] è una saggia scelta, Elettra. Post "Narratori degli anni Zero", ho letto due dei suoi libri; quello che mi è sembrato più ispirato, e in generale più facilmente destinato a restare nel tempo, è stato [ovviamente?] il primo pubblicato, vale a dire "Il paese dove non si muore mai". Molto lirico... mi dirai. Invece non mi ha scosso, almeno non particolarmente, "La mano che non mordi".

* Su Cortellessa: ha fiuto, non ci piove. E ha stile. E' il miglior critico letterario che abbiamo qui in Italia. Scavalcherà Fofi - ma forse è già oltre Fofi. Per me lui deve diventare più grande di Flora. E' Flora il maestro che va superato.

Credo che AC potrebbe molto apprezzare queste tue pagine, Elettra - complimenti, veramente. Questa su BJ è veramente molto personale e molto profonda. In qst giorni tornerò per condividere i passi che avevo più amato, nel librone della misteriosa Babsi.

[Babsi Jones] Gran bella

[Babsi Jones] Gran bella recensione per uno dei libri più interessanti usciti in Italia negli ultimi anni. L'ho letto tanto tempo fa, praticamente appena uscì, e ho dimenticato alcuni passaggi però mi permetto di una considerazione sulla chiusura, quando Elettra ti auguri che nel caso di una seconda pubblicazione sia la prima voce a tornare. Allora, anche io penso che la parte migliore sia la prima voce perchè la seconda io l'avevo trovata un po' pesante/pedante ma credo che sia la stessa voce, non so bene come spiegarla questa cosa ma in tutto il romanzo io ho percepito uno sguardo da spettatore, nel senso da spettatore partecipe, che vive l'orrore ma pur sempre da spettatore, esterno, un passo in là, non veramente macchiato, sporcato, offeso dalla guerra o meglio sporcato, marchiato, vilipeso, ferito, ucciso ma sempre in quanto spettatore con un proprio vissuto, in questo caso un malore. Sei fuori e come succede spesso sei mezzo centimetro spostato rispetto all'altro, vivi le reazioni degli altri calibrandole sulle tue. Non per niente è una giornalista. Vuoi scivolare nell'orrore, non puoi più scrivere dispacci.

Per semplificare potrei dire che questo libro mi ha ricordato alcune discussioni accese con dei balcanici: loro litigavano, si accusavano, si auguravano morti, io ero lì, partecipavo ma sempre più pensavo a: sto sudando? quello sta pensando a me? perchè mi guarda così? oddio devo dire qualcosa? ma ho preparato da mangiare? ieri mi sono comportato da schifo? le sto prendendo le pastiglie? Tutto questo anche perchè per loro non ero propriamente parte del gruppo in quel momento. Ero un italiano, un estraneo, la discussione era loro. Allora accade quello che dici tu "riproporzionare il dolore degli altri al formato del proprio malore."

Ti dico, sono riflessioni che mi vengono a lettura lontana nel tempo, ma se uno sceglie di tenere la posizione del giornalista all'interno di una scelta narrativa gli è impossibile il "Grandangolo" o almeno se poi scegli un giornalista decisamente piegato sulla Serbia (come per il sottoscritto) e ti mostri come vittima.

Ecco quello che piacerebbe a me è una sorta di unione fra le due voci che in molti casi mi sembrano molto staccate, come se ci fossero due romanzi, poco mescolati.

(Vabbè, quanta confusione.)


 

[Babsi Jones- Andrea C.] In

[Babsi Jones- Andrea C.] In quello che scrivi sulle discussioni coi balcanici e su te che vi assistevi, c'è in germe un racconto dal bel potenziale narrativo. Mi ha incuriosito molto. Perché non lo scrivi?

["sappiano le mie parole di

["sappiano le mie parole di sangue"] queste sono le parti che mi sono più rimaste impresse. Cominciamo dalla prima: "Non scrivere".

"Vorrei che non scrivessimo più, e finissimo di raccontare una storia alla Storia che non ci ha commissionato che un requiem: una musica priva di verbi e voci, se proprio dobbiamo fare cagnara. Vorrei abbandonarmi, non più scritta né detta, solamente pensata, interdetta da ogni congrega umana e vestita di nero, impastata di rabbie oramai vendicate, di promesse disattese."

"Non scrivere: ecco cosa vorrei. I verbi non hanno più tempo, i verbi non hanno più i tempi. 'Aspettare', ad esempio, si è svuotato e seccato, e poi - cavo come una ciotola - si è riempito di pioggia. Io aspetto, lo so, io aspetto la fine dei negoziati da, io aspetto la risoluzione del Consiglio di Sicurezza che, io aspetto domenica quando. Raccontarlo, però, è impossibile" [p. 31].

"Come vedi, più racconto la guerra-non guerra, più imbastisco parole senza trama: solo un flusso di vivi in attesa o in fuga, solo un flusso di morenti sulle brande, di morti in cataste; io che siedo nel mezzo di tutto, replicando una specie di prologo epilogo prologo epilogo - metà inchiostro e metà voce fioca - che nessuno avrà udito. Hanno già scritto troppo. Hanno già scritto tutto". [pp. 102-103]

 

["sappiano le mie parole di

["sappiano le mie parole di sangue"] altri passi. "Balcani".

"Questi sono i Balcani: prendili alla leggera, Direttore, e ti sarai scavato la tua fossa. Qui non si crede nel dio cattolico e romano, grossista del filioque; qui non ci sono angeli paffutelli e svelti come il detersivo per i piatti; qui si spara e si scanna; nessuno siede dalla parte della ragione abbastanza a lungo da lasciare sul divano l'impronta del suo sommo culo, e le cose, siano esse visibili o invisibili, non portano il codice a barre delle certezze del mercato. Qui non si ammettono deleghe né deroghe, e l'unica voce del padrone che risuona è quella becera che ripete l'abbecedario dell'apocalisse [...]."

"Io non ho più nulla da temere: questi Balcani sono il capolinea, e oltre i Balcani ci sono i Balcani nuovamente" [p. 36].

"Non comprende la mia serenità, e non importa. Siamo diversi e divisi per sempre, io e lui, nel terreno avido della Storia. Lui è un manovale di un paese che c'era una volta e si chiamava Jugoslavia, e io sono una straniera che viaggia e sfiora guerre, pogrom, stati di assedio. Siamo diversi e divisi per sempre, eppure siamo identici. Due corpi" [p. 130].

"Non ho tempo per offrirti un reportage da un fronte invisibile: la guerra umanitaria, questo osceno ossimoro, scandisce i miei giorni a Belgrado. Non ho tempo, nel fragore delle bombe venute dall'Ovest, per spiegarti la differenza che passa tra vendetta, verità, vandalismo e vergogna" [p. 157]

[sempre su "sappiano le mie

[sempre su "sappiano le mie parole di sangue"] infine, "la fine del tempo e dello spazio".

"All'inizio, la città ha perduto il suo tempo; c'era una falla nell'otre dei mesi, si svuotavano. Giorni e notti e stagioni se ne andavano in pozze di sabbia finissima; la clessidra ha un foro, e nessuno lo nota. La fine del tempo, il primo sintomo certo: eravamo in un buco scordato dagli uomini. Ora tocca allo spazio: la città ha perso ogni effetto prospettico; io, la donna e il soldato, il fiume col suo cane annegato, e più in là le colline che si incarnano nella piana di Campo dei Merli: allineati sullo stesso confine. Una riga diritta, una retta senza punti di fuga. Non abbiamo più angoli dietro ai quali nasconderci" [p. 41].

"Io non sono di qui? In questa terra ci sono rimasta così a lungo da chiedermi se ho ancora il diritto di dirmi straniera, Direttore, e questa terra, oggi, la smarrisco contro la mia volontà. Ho perduto questa terra con i miei capelli, impigliata tra i rovi? L'ho pianta nel pianto ripianto e pianto per una pace che pare un purgatorio? E' scivolata in lacrime? Con il sudore freddo l'ho evaporata fuori dal mio corpo, questa terra strafottuta e confiscata? O contro me stessa, l'ho sputata, in quel cocchio di specchio? Mi somigliava, forse? Ho chiuso gli occhi perché ho avuto paura di saperlo, Direttore, mentre la bocca si riempiva un'altra volta di saliva densa come colla? Con le ciglia cadute, l'ho persa, questa minuscola terra di cui nessuno sa pronunciare il nome? Ogni ciglio una sua zolla, sul ciglio della notte, ogni ciglio un corpo umano, sul ciglio di un dolore inenarrabile, e ogni tonfo un frammento in meno di questo luogo dentro la mia vita, dentro l'Europa? Con le unghie cresciute e poi spezzate l'ho recisa, terra già all'asta, o con le scaglie della pelle che si squama? Io non ho una casa in cui tornare, Direttore. Io sono di qui" [p. 211]

[Babsi Jones] Anch'io ho

[Babsi Jones] Anch'io ho amato il passo dei "grossista del Filioque", come  anche altri passi in cui lei non sente il bisogno incontrollato di epicizzare se stessa o di parlare di sé in favore di telecamera.

"La logica dei mercenari del bene: dovunque ci sia un conflitto, instaurate la monarchia della commiserazione. Proteggiamo i più deboli! e fanculo se ti chiedi quando i più deboli non sono per caso anche i più stronzi" (p. 55).

E questo [parlando della sua coinquilina "umanitaria"]: "Non ha senso dell'umorismo, perché rifiuta la tragedia. Ambisce a parole compiute, antisettiche, già convalidate; ha una specie di affetto languido per i pensieri incoraggianti, condivisi e condivisibili; l'hanno educata a coltivare un corpo pulito e funzionante, sicché di fronte a un corpo che cade, si sfascia, si caria e si lede, annichilisce. Se incontra una narrazione spasmodica, che non è mai rigorosa né mai potrà esserlo, che zoppica, che si inventa nel suo grottesco fallimento, la rigetta. Mi chiama bugiarda. preferisce il palliativo: una let(tera)tura lenitiva, un pensiero volenteroso che proceda da A a B, che le dia l'illusione di un senso; se non ha una logica, la cosa non la riguarda. Tutto quello che non le quadra è menzogna" (p. 62).

Sono passi in cui lei dimostra di essere capace di una scrittura maschia, una scrittura-soldato, molto adatta all'argomento. Ho trovato fuori luogo, invece, quel ricentrare sempre su di sé l'obiettivo, quel suo infilarsi sempre in ogni inquadratura, saturandola con le sue personali macerie ("Siamo morte, io e Mitrovica?"). Mi chiedo se questo non sia, riveduto e corretto, evoluto e sofisticato, il classico difetto di una certa scrittura femminile, a cui viene molto naturale auscultare innanzitutto il proprio malore ...

  

[babsi jones] altro rilievo

[babsi jones] altro rilievo molto interessante. Ti chiedi se quello della Jones sia "il classico difetto di una certa scrittura femminile, a cui viene molto naturale auscultare innanzitutto il proprio malore" - sono d'accordo se aggiungiamo "del Novecento", e di questo inizio Duemila. Ma in questo senso non è un difetto di genere; è, forse, un guasto sia maschile che femminile, figlio della nostra società profondamente individualista, che ha finito per insegnarci a [indurci a] vivere tutto in prima persona per poi giocare a [provare a] universalizzare - ma sempre per faticosa congettura, per successiva astrazione, per speculazione. E comunque con grande incertezza. 

Mi viene in mente un esempio. C'è un grande libro di narrativa di viaggio - forse il massimo risultato in letteratura italiana, nel genere - scritto da Goffredo Parise quando era già un po' avanti con gli anni: mi riferisco a "L'eleganza è frigida". In quel libro, il grande vicentino torna a sentire il proprio malessere [per l'italia; per l'italianità; per la sua salute, compromessa] e per contrasto finisce per nobilitare il Giappone: fonda la sua esperienza sull'antitesi. E' femmina? Non so. E' un grande ego che cammina su due gambe, come quasi tutto il Novecento letterario. Incapace di pensare "noi" senza prima aver pensato "io" e "io può essere noi".

  http://www.lankelot.eu/letteratura/parise-goffredo-leleganza-%C3%A8-frig...

[Babsi Jones - Parise]

[Babsi Jones - Parise] Riguardo Parise, il suo malessere non mi sembra molto egoico: è fatto di coscienza civile, oltre che dell'umanissimo pensiero della morte che si avvicina.

Il malessere di cui parlavo io invece ha una portata meno ampia e più claustrofobica: è quello di chi assapora la propria interiorità sfatta, è fatto di pulsioni autodistruttive, di anime e corpi randagi e alla deriva. La narrativa femminile degli ultimi decenni ne ha dato numerosi esempi di differente valore (Santacroce, Massei, Lattanzi...). Intendiamoci: anche dalla più morbosa egoità possono nascere capolavori. L'importante è non innamorarsi mai della propria scrittura.

[babsi jones, elettra] sì, ho

[babsi jones, elettra] sì, ho capito cosa intendi - forse la sfumatura veramente diversa, nello "sprofondamento nell'io" e nel "parossismo dell'io", sta tendenzialmente nel discorso del "corpo randagio e alla deriva", e di ciò che può derivarne - perché tutto il resto, cioè l'ossessione per la propria interiorità sfatta, l'incapacità di liberarsi dalle pulsioni [auto]distruttive, l'estrema difficoltà di essere realmente generosi, e cioè di parlare degli altri consegnandosi agli altri, "dimenticandosi di sè", è un guasto sia dell'io maschile che dell'io femminile. Almeno, vedo una progressiva uniformazione...

[b. jones - scrittura etc]

[b. jones - scrittura etc] Può esserci stato un "aumento" di questo tipo di scrittura egotica dovuto alla rete, ai blog? (aumento inteso come numero maggiore di autori e autrici che arrivano alla pubblicazione scrivendo etc etc)

[B.Jones- Andrea B.] Mi

[B.Jones- Andrea B.] Mi sembra un'osservazione intelligentissima. Una lente attraverso cui leggere e valutare la futura produzione letteraria.

[B.J. - Elettra - A.C.]

[B.J. - Elettra - A.C.] Anch'io aspetto il racconto del Consonni. Il romanzo nondimeno. Per quanto riguarda l'osservazione, sull'aggettivo non saprei, però mi sembra, girellando qua e là, sia un po' così, che ci sia stato un filone di blog dai risultati alterni che sono approdati a pubblicazioni, magari di piccoli editori, e che ci sia, a prender le parole con cautela, un "mercato" di questo tipo di scritture (sempre che io abbia inteso esattamente il tipo di scrittura descritta). Ma non so se sia sempre stato un po' così, la rete ha reso accessibili molti più giri gratuiti in scritture che prima non avrei conosciuto. Mah.

[B.J. - Elettra - Branco]

[B.J. - Elettra - Branco] Dispiace deludere un po' tutti ma il racconto non ci sarà, diciamo che invece una parte di quelle atmosfere/ricordi tutto trasformato è possibile che entri in maniera particolare e ancora tutta da valutare nel romanzo a cui sto lavorando e che vedrà la luce fra vent'anni se va tutto bene, sempre che non mi rompa le scatole prima.

:) 

[Consonni] Quel tuo romanzo,

[Consonni] Quel tuo romanzo, non essendo un romanzo, potrebbe già cominciare ad uscire, no? Uff. Vuoi proprio fare come Chuck Kinder? Suvvia. (-:

[b. jones] è stata la seconda

[b. jones] è stata la seconda pagina più letta nel mese di agosto - almeno sin qua. Davvero un grande contributo, Elettra.

[Narratori - Cortellessa] Se

[Narratori - Cortellessa] Se non sbaglio fra gli autori dell'antologia di Cortellessa c'era anche Raimo e in questi giorni è uscito o uscirà per Einaudi il suo nuovo libro "Il peso della grazia" e se ho ben capito va a dirigere anche l'inserto culturale del nuovo giornale di Telese.

http://www.einaudi.it/libri/libro/christian-raimo/il-peso-della-grazia/978880619933

[raimo] sì - è come dici. Non

[raimo] sì - è come dici. Non so con quale titolo e per quali meriti o quali esperienze, ma è stato scelto come direttore di un inserto culturale di un quotidiano. Spero sia accompagnato da un paio di persone veramente smaliziate, altrimenti la vedo dura - per lui come per tutti quelli che esordiscono in serie A giocando titolari a quindici anni.

[Raimo] Il tuo commento ha un

[Raimo] Il tuo commento ha un che di luciferino.

:) 

[raimo] onestamente, non ho

[raimo] onestamente, non ho mai particolarmente apprezzato il circuito m-fax, preferendo i "laterali di m-fax", cioè Carlo D'Amicis e Paolo Mascheri, alle "bandiere di m-fax", cioè Raimo e Lagioia. Mi sembra scrivano letteratura per giovani alternativi, non letteratura. A Roma abbiamo scrittori e critici meno giovani e meno alternativi ma decisamente più degni: Renzo Paris, Tommaso Pincio, Emanuele Trevi, Fernando Acitelli, Eraldo Affinati, Filippo Tuena, ovviamente Cortellessa. Solo qualche nome, giusto per capirsi. Io non so come possa venire in mente di dare la direzione di un inserto culturale a un ragazzino che per lo più ha smanettato nell'ombra dell'editoria - ma questa è Roma. Non a caso sono molto felice di andarmene via da qui... e non vedo l'ora.

[Raimo - editori] Sto con te

[Raimo - editori] Sto con te pur conoscendo poco la situazione casa editrici/mondo romano & co. e mi auguro che tu possa stare bene nel Nord-Est, chissà magari un giorno la bora spazzerà via un po' di queste ragnatele. Un autore italiano che è pochissimo citato è Vitaliano Trevisan e tra l'altro son passato proprio da quelle parti alcune settimane fa e ti giuro ma quella zona lì mi mette addosso una certa angoscia, andando verso Schio o Bassano migliora un po'.

(OT: tanto hai la fortuna che Zeman te lo puoi vedere anche da lì magari con qualche portata di cibo bolognese...sai com'è oggi si parte alla conquista dell'Europa e poi del mondo...ah ah ah)

[editoria] l'unica cosa che

[editoria] l'unica cosa che mi consola, in prospettiva editoriale, è che stando a trieste "non vedrò con i miei occhi" - sentirò, leggerò, ma insomma mi eviterò l'ulcera e tutta la depressione che porta vedere certe cose e non poterle distruggere, o almeno bloccare. E poi - oh: c'è mia madre, e io sono anche 32 anni e qualcosa che la vedo ogni tot mesi, quando va bene. Meglio tardi che mai...

In prospettiva calcistica: beh, la Triestina sta in eccellenza, e io il mio atto di amore stupido e gratuito per la roma suicidella di zeman l'ho già fatto, abbonandomi a una squadra mediocre con padrone americano [madonna...]. Non credo che rimpiangerò troppo lo spettacolo che già sto vedendo allo stadio da 2 partite. Ma gli amici sì, ovvio: normale. Logico, anche - monteverde era la mia vita, ma monteverde non è roma [e grazie a dio... questa città è diventata orrenda, è invivibile, ed è amministrata da gente mostruosa, mostruosa. E qui si lavora con logiche quando clientelari, quando proprio mafiose. Insomma: "ciao..."]

[editoria - trieste] Comunque

[editoria - trieste] Comunque una bella casa editrice triestina non sarebbe male. (-:

[editoria] più che editori,

[editoria] più che editori, qui in IT servono lettori e servono letterati, letterati consapevoli e pieni di coraggio... e serve che la Finanza faccia pulizia dell'industria del libro, ma spietata. Il giorno dopo il repulisti serviranno [parecchi] editori.

[editoria] Mica ho detto che

[editoria] Mica ho detto che c'è bisogno di editorI, ma di editorE. Condivido quel che dici, però non volevo essere così sconfortante. Quel che vedo tra le persone è tanto impegno e tanta passione, un po' meno preparazione. Almeno, per quel che sembra a me. Tanta fame e poco cibo, o pochi mezzi per procacciarselo.

[editoria] eh. grazie frater,

[editoria] eh. grazie frater, sei gentile. spero di essere degno della tua considerazione. certo posso dirti che quando, come qui a roma spesso accade, c'è gente che ufficialmente viene chiamata "direttore editoriale" di una casa editrice, quando è semplicemente "socio della casa editrice", e quindi - per parlare chiaro - "uno che s'è comprato il lavoro", allora è normale, normalissimo, che da fuori si vedano sicuramente impegno e passione, ma preparazione scarsa forte, e idee nuove zero, e traduzioni colabrodo, bandelle zoppicanti, impaginati inguardabili, etc. Non so perché ma qualcuno s'è convinto che i lettori siano tutti stupidi, e che basta dire "sono direttore editoriale" o "sono direttore di collana" invece che "ho comprato quote dell'azienda, e quindi sono direttore di collana", per diventare rispettabili, per guadagnare istantanea credibilità. Certo, coi giornalisti funziona...

Ci sono un paio buffo di analfabeti di ritorno che giocano questo gioco da tanto tempo. Spesso in coppia. Il destino li ha messi nello stesso gruppo editoriale, pochi anni fa. Erano meravigliosi... sono meravigliosi. Sono ancora direttori editoriali, di qua e di là. Scelgono cosa pubblicare. Eh già...

[editoria] Ho appena letto

[editoria] Ho appena letto una nota di una traduttrice, su FB, una lettera aperta "A un redattore", unico referente di una casa editrice che non la paga, a 4 mesi dalla consegna del lavoro, nonostante il contratto. Ecco, per cose come queste uno dovrebbe potere semplicemente rivolgersi alla giustizia in modo del tutto gratuito e questa dovrebbe, molto semplicemente, andare da chi non paga, dalle persone eh, non dalle società, e porre sotto vendita i loro averi, auto computer uffici etc, a meno che non paghino immediatamente. Perché poi chi non paga, solitamente, i soldi per sé li ha. E se non li ha per sé, come può pensare di offrire un lavoro? Perché i manager, di solito, pure quando le aziende falliscono, e le fanno fallire loro, hanno come si dice il culo parato. Se le cose vanno male alla FIAT è perché i dirigenti FIAT, compreso Marchionne, il loro lavoro non l'hanno saputo fare. Allora si chiude, si mandano a casa gli operai (che tutti insieme guadagnano molto meno di Marchionne, quasi) e si tiene Marchionne. Va beh.

[editoria] sugli editori che

[editoria] sugli editori che hanno smesso di pagarci: come autori, come traduttori, stesso problema - o semplicemente hanno smesso di pagare "chi dicono loro" - c'è da aprire un altro faldone. Ma per me rimane nel discorso "fiamme gialle, fate voi, fate presto". Dovrebbe essere un reato, e dovrebbe essere severamente punito. Soprattutto perché siamo già molto sottopagati, e così, semplicemente, è un disastro. Ma la Guardia di Finanza non mena dove dovrebbe menare...

[kosovo] (ANSA) - L'AIA, 29

[kosovo] (ANSA) - L'AIA, 29 NOV - Ramus Haradinaj (43 anni), ex premier ed ex membro dell'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), e' stato assolto per la seconda volta dal Tribunale penale internazionale dell'Aia per crimini commessi durante la guerra di indipendenza del Kosovo (1998-1999). Nell'aprile 2008, Haradinaj era stato assolto dalle accuse di aver assassinato e torturato nel 1998 decine di civili serbi kosovari nella regione di Decani. Un anno fa il Tpi aveva deciso in appello un nuovo processo.

[Nuovi autori - Vasta] Ne

[Nuovi autori - Vasta] Ne scrivo qui perché se ricordo bene era nata una discussione su alcuni autori citati da Cortellessa o comunque qualcosa di simile. Ieri su Repubblica Vasta indicava 4 libri fuori dai canoni della letteratura mainstream: "Tutto cospira a tacere di noi" di Daniela Raineri (Ponte alle Grazie), "La dissoluzione familiare" di Enrico Macioci (Indiana Editore), "L'impero familiare delle tenebre future" di Andrea Gentile (il Saggiatore) e "Il diciottesimo compleanno" di Riccardo Romagnoli (Transeuropa). 

[vasta, repubblica, andrea]

[vasta, repubblica, andrea] mi mancano tutti e quattro - mai sentiti. 

"Tutto cospira a tacere di noi" della Raineri viene definito "noir politico":  http://www.alfemminile.com/cultura/daniela-ranieri-intervista-d30167.html 

"La dissoluzione familiare" di Macioci sembra un giocattolo sperimentale: "Una scrittura brillante e naturalmente comica, un apparato di note che è quasi un libro nel libro, illustrazioni come piccole pietre miliari" >   http://www.indianaeditore.com/collane/la-dissoluzione-familiare/

mentre "L'impero familiare delle tenebre future" di Gentile sembra una cosa alla Dante Virgili: "Ricorrendo a una lingua conturbante per musica e sapienza, si costruisce un diario perpetuo che somiglia alle «croniche» fantastiche da territori dove il sogno si intesse col dramma mortale, cruento e mai defi nitivo. Talento immaginifico e plurilinguistico" >  http://www.ilsaggiatore.com/argomenti/narrativa/9788842818489/limpero-familiare-delle-tenebre-

Quello di Transeuropa mi pare trascurabile, così, come prima impressione. Morale della favola, mmm...

[vasta, repubblica]

[vasta, repubblica] piuttosto, a livello editoriale invece è interessante che abbia scelto un libro indiana [quelli di "sinapsi" di galiazzo e uno transeuropa [il marchio più periodicamente redivivo della storia...]

[Vasta-Repubblica] Cercherò

[Vasta-Repubblica] Cercherò comunque di dare una sfogliata a questi quattro libri anche se dalle mie parti è un'operazione decisamente difficile e mi toccherà cercare a Milano. Per quanto riguarda Indiana voglio studiarmi meglio il loro catalogo e i loro autori e leggere, anche solo per curiosità, un libro che si rifà ai manga e di cui mi hanno parlato molto bene, anche se io rimango perplesso.

[indiana] visti allo stand di

[indiana] visti allo stand di roma, quando sono andato a comprarmi Galiazzo, mi sono sembrati libri stravaganti - narrativa, per lo più, e per me con la narrativa è veramente un momentaccio, crepo facilmente di noia...

[Indiana] Io invece continuo

[Indiana] Io invece continuo a leggere narrativa con grande passione. :)

E adesso mi tocca andare al lavoro e buon anno! 

[Cortellessa] Segnalo qui un

[Cortellessa] Segnalo qui un documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, "Senza scrittori", trasmesso su Rai 5 qualche tempo fa. Io l'avevo mancato ma l'ho trovato in libreria in dvd (in un unico esemplare).

Molto interessante, già in parte metabolizzato dal dibattito sulle colpe delle politiche editoriali, ma comunque da vedere, anche per come segue nel dettaglio il farsi delle scelte editoriali. 

Deprimente la rappresentazione dei premi letterari, sia di quelli in cui a decidere sono le case editrici (vedi premio Strega), sia di quelli, come il festival di Mantova, in cui al centro sono i cosiddetti lettori, in realtà  semplici consumatori già lavorati e preformati dal gusto letterario corrente.

Una via d'uscita possibile? Quella di un piccolo "festival" che si svolge a Topolò in Friuli, ai confini della Slovenia. Qui, al di fuori di ogni logica di mercato, la letteratura riacquista la sua voce sorgiva, immateriale, disinteressata.

Certo un documentario sui blog letterari, la webletteratura e gli e-book sarebbe, quello sì, davvero innovativo. Soprattutto ci racconterebbe un mondo nascente, con i suoi limiti e le sue potenzialità, e non una realtà decadente come quella dell'editoria ufficiale, di cui ormai sappiamo quasi tutto. Questo è l'unico limite del documentario di Cortellessa: è una sintesi di ciò che per grandi linee già conoscevamo, una rappresentazione efficace che non indica vie d'uscita possibili se non di nicchia, mentre ci sono macrorealtà che hanno raggiunto dimensioni tali da non poter essere più ignorate come oggetto di studio.

Per chi volesse una bella sintesi di "Senza scrittori":

  http://www.absolutepoetry.org/L-ITALIA-SENZA-SCRITTORI-DI-ANDREA

[Senza scrittori -

[Senza scrittori - Cortellessa] Se ne parlò anche da qualche altra parte, qui dentro, mi sembra. Visto (non tutto, purtroppo) su Rai5, e che dire? Interessante, sì, ma non molto nuovo. Quella via d'uscita mi sembra, se e quando possibile, limitata (e per certi versi limitante), seppure affascinante. Più che di letteratura, forse la scrittura, non so. E così, forse, i blog scritturali (magari non è la definizione esatta), la webscrittura, etc. La scrittura, prima della letteratura, dovrebbe forse riacquistare una voce disinteressata. Parlo di un'ansia da palcoscenico che mi sembra percorra la scrittura sul web, dagli articoli ai commenti. Magari è un commento confuso, questo. Ciao.

[Scrittori - nuovi argomenti]

[Scrittori - nuovi argomenti] Mi hanno segnalato l'uscita di questo:

http://www.nuoviargomenti.net/numero/supernova/ 

con anche Genna e Pincio. Ma qualcuno sa dirmi com'è questo nuovi argomenti? Non lo compro e leggo mai. 

[nuovi arg.] tutta

[nuovi arg.] tutta tradizione. presente, nullo...

[nuovi arg.] Molto chiaro. 

[nuovi arg.] Molto chiaro. 

[nuovi arg] in che senso

[nuovi arg] in che senso "tutta tradizione. presente nullo"? a leggere qualche nome, dico, sul sito, ci sono vari "nomi nuovi"...

[nuovi arg.] nel senso che

[nuovi arg.] nel senso che una volta ci scrivevano Moravia, Pasolini e Bertolucci. 

Adesso, con tutto il rispetto, la Maraini e Chiara Valerio...

[nuovi arg.] quindi nel senso

[nuovi arg.] quindi nel senso di, se mai, guardare al passato di nuovi argomenti, e non al presente. anche se ho visto a volte ci scrive Vasta, Giordano, nell'ultimo la Di Viola etc...poi va beh, parlo semplicemente per "visto" non "letto", infatti chiedevo (-:

[nuovi argomenti] beh, già

[nuovi argomenti] beh, già che una rivista letteraria alterni uno competente come vasta a un allegro mestierante come giordano mi sembra abbastanza buffo... "Nuovi argomenti" ha una grande tradizione, ampiamente dissipata, già eccessivamente rimossa. In certi casi le riviste andrebbero chiuse, e mai più riaperte. Ma forse sono io che sono troppo radicale...

[kosovo] (ANSA) - BELGRADO,

[kosovo] (ANSA) - BELGRADO, 10 APR - La Ue starebbe organizzando un ulteriore round di colloqui fra Belgrado e Pristina, un incontro tuttavia che si terrebbe solo con un avvicinamento delle posizioni in grado di consentire il raggiungimento di un accordo. Lo riferisce la stampa di Belgrado. L'eventuale round avverrebbe entro il 16 aprile, quando la Ue presentera' il rapporto sui progressi di Serbia, Kosovo e gli altri Paesi dei Balcani occidentali. E' possibile anche che la Ashton decida di visitare Belgrado e Pristina. 

[kosovo](ANSA) - BRUXELLES,

[kosovo](ANSA) - BRUXELLES, 19 APR - Serbia e Kosovo hanno trovato un accordo a Bruxelles. ''I negoziati si sono conclusi, il testo e' stato siglato da entrambe le parti'', ha annunciato Catherine Ashton. ''Voglio congratularmi con entrambe le parti per la determinazione dimostrata in questi mesi e per il coraggio che hanno avuto'' i leader di Serbia e Kosovo, ha aggiunto, sottolineando che ''quel che vediamo ora e' un passo che allontana dal passato e che avvicina all'Europa''.