“Niente” gli dissi. Ma non riuscii ad aggiungere altro. Mi aveva tolto ogni coraggio. Una sbrodolata! Tutte quelle sfumature, quello splendido dialogo, quei tocchi di lirismo…secondo lui erano una sbrodolata. Meglio non sentire più niente e andarmene lontano, in totale solitudine. Una sbrodolata!
“Ho cambiato idea” gli dissi. “Preferisco non parlarne più”.
(John Fante, “Chiedi alla polvere”, capitolo X)
Un giovane scrittore di origine italiana, solo con i suoi sogni di fortuna letteraria, costretto a una sorta di training autogeno per non ammettere che non ha ancora avuto alcuna conferma del suo ipotetico talento; un giovane scrittore che vive in un albergo miserello di Los Angeles, tutto dedito alla sua attività letteraria e angosciato dalle sue ristrettezze economiche. Poteva essere un’esistenza delirante di lotta per la sopravvivenza e consacrazione alla causa della narrativa, in un sistema cieco e sordo ai lamenti e ai richiami del giovane artista incompreso e sconosciuto: e invece è la vicenda di “formazione atipica” dell’alter ego dello scrittore italoamericano John Fante, quell’Arturo Bandini adorato da Bukowski e universalmente acclamato, come troppo spesso accade, soltanto dopo la morte dell’autore, avvenuta nel 1983.
Bandini è stato protagonista di numerosi romanzi di Fante: e in questo suo secondo libro, “Chiedi alla polvere”(pubblicato per la prima volta nel 1939)vive senza ombra di dubbio una delle sue incarnazioni più felici: è personaggio archetipico, radicale ed estremo come viene tratteggiato, e combattuto e inquieto come appare. Bandini vive del sogno d’essere scrittore in una condizione di autentico “integralismo letterario”: tutto quel che avviene nella sua esistenza può essere argomento dei suoi racconti, ogni sentimento s’avvia sul sentiero della trasfigurazione e ogni incontro può originare nuovi personaggi. Al punto che a volte la narrazione sembra scivolare dalla prima alla terza persona, quasi il protagonista riuscisse nell’impresa dell’astrarsi da se stesso per raccontare se stesso. Una scissione di personalità estremamente interessante e senza dubbio complessa: Bandini è l’alter ego di Fante; Bandini può parlare in terza persona di Bandini. Specchi di uno specchio.
Dov’è la verità? Quali sono le verità?
Forse, questo espediente serve a non ammettere il dolore e la miseria di certi frangenti della propria esistenza; forse serve a giudicarsi, e quindi a raccontarsi, in maniera più spietata. Dubito sia una forma di autoesaltazione; al più, si ha la sensazione che sia una forma di narcisismo tutta tinta di insicurezza e fragilità.
Bandini vive una strana e contraddittoria relazione sentimentale con una cameriera di origine messicana, Camilla Lopez. Sono due personaggi “emarginati” dalla società Wasp, poiché sono, per così dire, estranei ed estraniati: e tuttavia, coscienti della loro condizione di “nuovi americani”, sembrano dilettarsi a tratti nel difendere ciò che è peculiare della loro cultura, pur nei suoi ultimi riflessi prima della definitiva ibridazione con il calderone statunitense.
Un italiano e una messicana. Due americani.
Non è un amore felice, e non è un amore compiuto. Non è neppure un amore idealizzato. È un sentimento puro e pulito, quello del giovane scrittore, frainteso e non condiviso dalla confusa cameriera messicana. È un sentimento pure nascosto e trascurato per via dell’ossessivo impegno letterario di Bandini: che nei momenti di peggior delusione e maggior isolamento, sembra riuscire a evitare di vacillare ripetendosi che certamente lui è un grande scrittore; e va immaginando stravaganti scene d’un futuro che lo vedrà famoso e onorato e idolatrato, pur di non accettare la quotidianità che, evidentemente, lo avvilisce e lo deprime. L’illusione sostituisce totalmente la realtà.
Tutto diventa fantasia, gioco, sogno. Niente presente, è già futuro.
E questo amore gli viene conteso da un rivale che pure non desidera Camilla, ma vorrebbe soltanto pubblicare racconti. Strane divergenze.
Arturo, poco a poco, trova fortuna con i suoi racconti. Incontra un editore che crede nelle sue qualità. Si getta anima e corpo nella stesura di un romanzo.
Attende, e sogna. D’essere scrittore, d’avere Camilla.
Forse il cortocircuito avviene quando l’arte s’impadronisce della realtà, e l’anima riesce a disintossicarsi dall’adorabile veleno della ricerca artistica.
L’arte ruba vita e segreti e sogni. La realtà diventa plurima e danza; s’infrange, e spezza legami. L’anima dovrebbe rivendicare l’empietà, per sopravvivere alle onde del destino. Arturo pubblica il romanzo, vivrà di letteratura. Camilla scompare nel deserto. Una dedica sul libro, polvere.
E sabbia.
Libro strutturato in diciannove capitoli, numerati progressivamente. Lingua particolarmente accessibile, sporadici slanci lirici, dialoghi vivaci; introspezione ben curata e maniacalità perfettamente rappresentata. Un romanzo che appassiona e segna. Coinvolge. Un personaggio non nuovo, se non per via dell’ambientazione della sua vicenda; ma almeno archetipo contemporaneizzato, tradotto e semplificato. Piacevole.
“Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, dal terribile significato della sua presenza. Il deserto era come il bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto”.
(John Fante, “Chiedi alla polvere”, capitolo XIV)
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
John Fante (Denver, Colorado, 1909 – Los Angeles, California, 1983), narratore e sceneggiatore americano d’origine italiana.
Nel 1938 pubblicò il suo primo romanzo Aspetta primavera, Bandini, al quale seguirono Chiedi alla polvere (1939) e la raccolta di novelle Dago Red (1940). Dopo un periodo come sceneggiatore a Hollywood pubblicò altri tre romanzi: Full of Life (1952), da cui fu tratto un film candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura, La confraternita del Chianti (1977) e Sogni di Bunker Hill (1982), che Fante, reso cieco dal diabete, dettò alla moglie. Alla morte dello scrittore, la sua compagna portò alla luce vari inediti tra cui Un anno terribile e A ovest di Roma.
John Fante, “Chiedi alla polvere”, Marcos Y Marcos, Milano, 1994.
Traduzione di Maria Giulia Castagnone.
Altra edizione: Sugarco, 1983.
Prima edizione: John Fante, “Ask the dust”, 1939.
Altre recensioni su Lankelot.com:
Lankelot, G.F., giugno del 2003. Donec ad metam.
Prima pubblicazione: Lankelot.com, Ciao.com
Commenti
poi, chiederò anche alla polvere. (ne sono certa. mi fido di bukowski... tra gli altri) ho deciso di cominciare aspettando la primavera. anzi, di farmi aspettare. è sul comodino.
Vedrai che ci rimarrà per poco.
divorato la primavera, ingoiato la polvere e bevuto la confraternita. non mi resta che proseguire sulla strada per los angeles... mi ha rapita!
:). Grazie per il responso a distanza di mesi, una piacevolissima conferma;)
eh, ma io so lenta. o meglio.. ho tempi lunghi di cottura. tipo un ragù... you know?! ; )
I know, come il pezzo dei Placebo.
:)
(Placebo a parte: sono tempi ottimi. Straordinari pensando a quelli dei lettori italiani. E dico sul serio.)
(io, per esempio, sono tornato a essere un lettore normale e molte cose sono cambiate, a partire dalla capacità di avere pazienza & voglia di essere incuriosito da un romanzo. Altro che due mesi. Due, tre anni...).
mmmmmmmm i placebo... ; )
(io sono incostante, in tutto, e sto imparando ad accettare questo mio aspetto. (vedremo...) ad avere pazienza. tutto può accadere subito o chissà quando. inutile chiedersi quando. meglio cercare di riconoscere il momento giusto...)
(saggia impostazione. Dovrò conquistarla).