Jergović Miljenko

Al dì di Pentecoste

Autore: 
Jergović Miljenko

Un vecchio maestro occidentale, il dixie Gore Vidal, insegnava: “La Jugoslavia è la più grande invenzione di Wilson”, vale a dire degli Stati Uniti. In questo senso, è stata una nazione fondamentale, sin dall'atto di nascita – 1918 – per mantenere divisa e sofferente l'Europa, post entrata americana nel vecchio continente; più ancora, è servita a strangolare la vecchia monarchia asburgica. Ma quella grande invenzione di Wilson, singolare e astuto omaggio al nazionalismo serbo, ha finito per diventare qualcosa di diverso; un ambiguo sogno socialista, e infine una possibile terza via tra Washington e Mosca. Poi s'è fracassata nel sangue, morto il suo sanguinario e carismatico leader, Tito. E adesso è letteratura. Un bravo letterato italiano come Giuliano Geri, qualche anno più tardi di Gore Vidal, meditava: “Cinquant’anni di storia comune, una nazione costruita sulla pluralità di lingue, etnie, religioni, un ardito esperimento politico che metteva insieme socialismo e federalismo, i principi di unità e fratellanza, hanno lasciato traccia di sé oppure sono stati soltanto un sogno, una visione utopica, un’ombra riflessa in una sorta di caverna platonica dove si sono trovati segregati popoli diversi e profondamente divisi dalla Storia, un cauchemar seguito da un risveglio traumatico?”.

Una risposta possibile sta nel romanzo corale di Miljenko Jergović “Al dì di Pentecoste” (Zandonai, 446 pp., euro 18), allegorico dramma delle sorti d'una nazione di nazioni crollata come un castello di carte, una manciata d'anni fa. L'artista è uno scrittore e giornalista bosniaco classe 1966, zagabrese d'adozione; già tradotto in una ventina di lingue, è noto al pubblico nostrano almeno per “Buick Riviera (Scheiwiller, 2004) e il recente “Freelander” (Zandonai, 2010). Paolo Rumiz, qualche tempo fa, sul “Piccolo” ha scritto che “Jergović vive a Zagabria ed è anagraficamente croato, ma preferisce autodefinirsi apolide, e non solo perché è odiatissimo dai nazionalisti per il suo ostinarsi a non prender partito etnico, ma anche perché non si sente a casa sua da nessuna parte. Né nella fortezza Europa guardata dalla sua spocchiosa polizia di frontiera, né a Zagabria che non gli appartiene, né nella Sarajevo sempre meno plurale di oggi nella quale non si riconosce più”. Insomma: un po' come il Vasile Ernu di “Nato in Urss” (Hacca, 2011) è uno che è nato in una nazione che non più esiste: e a casa non può più tornare. E straniero in patria rimane come buona parte dei personaggi di questo suo nero libro di narrativa. La storia ha inizio con una morte violenta e misteriosa. Una ragazzina, forse nemmeno quindicenne. Ha un nome, Srda Kapurova, ma altro non si sa. Non si sa dove sia nata, di chi sia figlia: forse è moldava, forse bulgara, forse è una zingara. Sappiamo solo che la disgrazia è successa il giorno di Pentecoste. E attorno alla storia di Srda si srotolano tante voci, che finiscono per parlarci di tante altre cose. Per esempio, di Zagabria: “Zagabria è bella, grande e pulita. Quando la vedi, è come se avessi davanti una bella ragazza dalle gambe lunghe, una che ha appena terminato il liceo e di cui non sai assolutamente niente, tranne che lei non sarà mai tua”.
Oppure, della visione del mondo dei nazionalisti serbi: le altre nazionalità della vecchia Jugoslavia esistevano perché un serbo potesse “esprimere la propria tolleranza e la propria convivenza con gli altri. Ovviamente finché loro non andavano a toccare l'orgoglio serbo e non cominciavano a disgregare la Jugoslavia”. O ancora, dell'antica amicizia degli slavi del sud: abitavano “terre da sempre un po' arretrate e fuori mano, a casa del diavolo e isolate dal mondo”; e siccome parlavano lingue simili, per questo riuscivano a scampare dalla peste. O dai turchi. O infine, dell'incubo del regime socialista, e dell'isola-prigione titina di Goli Otok, “Isola Calva”: quel nome soltanto, Goli Otok, “rappresentava le peggiori turbe notturne dei bambini, peggiori persino delle turbe notturne dei grandi, proprio perché più reali e al tempo stesso impossibili da spiegare o raccontare”. Già. Proprio come le storie di certe nazioni.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Miljenko Jergović(Sarajevo, Jugoslavia 1966), scrittore e giornalista bosniaco, croato d'adozione. Collabora stabilmente con “Jutarnji list” di Zagabria, “Oslobodjenje” di Sarajevo e “Politika” di Belgrado.
 
Miljenko Jergović, “Al dì di Pentecoste”, Zandonai, Rovereto, 2011. Traduzione di Ljiljana Avirović.
Prima edizione: “Srda pjeva, u sumrak, na Duhove”, 2008. 
 
Approfondimento in rete: Rassegna Stampa IT / Wiki IT / Sito Ufficiale di MJ.
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Gennaio-Febbraio 2012.

ISBN/EAN: 
9788895538495

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[al dì di pentecoste] dati bibliografici + links:

 

Miljenko Jergović, “Al dì di Pentecoste”, Zandonai, Rovereto, 2011. Traduzione di Ljiljana Avirović.
Prima edizione: “Srda pjeva, u sumrak, na Duhove”, 2008. 
 
Approfondimento in rete: Rassegna Stampa IT / Wiki IT / Sito Ufficiale di MJ.
 

[m. jergovic] “Al dì di

[m. jergovic] “Al dì di Pentecoste” (Zandonai, 446 pp., euro 18), allegorico dramma delle sorti d'una nazione di nazioni crollata come un castello di carte, una manciata d'anni fa. L'artista è uno scrittore e giornalista bosniaco classe 1966, zagabrese d'adozione; già tradotto in una ventina di lingue, è noto al pubblico nostrano almeno per “Buick Riviera (Scheiwiller, 2004) e il recente “Freelander” (Zandonai, 2010). Paolo Rumiz, qualche tempo fa, sul “Piccolo” ha scritto che “Jergović vive a Zagabria ed è anagraficamente croato, ma preferisce autodefinirsi apolide, e non solo perché è odiatissimo dai nazionalisti per il suo ostinarsi a non prender partito etnico, ma anche perché non si sente a casa sua da nessuna parte. Né nella fortezza Europa guardata dalla sua spocchiosa polizia di frontiera, né a Zagabria che non gli appartiene, né nella Sarajevo sempre meno plurale di oggi nella quale non si riconosce più”. Insomma: un po' come il Vasile Ernu di “Nato in Urss” (Hacca, 2011) è uno che è nato in una nazione che non più esiste: e a casa non può più tornare.

[zandonai] ultime schede

[zandonai] ultime schede ZANDONAI in Lanke: http://www.lankelot.eu/Zandonai

[Al dì di Pentecoste] Quello

[Al dì di Pentecoste] Quello della ex jugoslavia ma anche di un'altra esperienza come quella dell'unione sovietica pongono comunque delle riflessioni sul futuro, sulla questione dell'identità dei popoli e visto che siamo europei su questa fantomatica Unione Europea, che è percorsa dai flussi migratori che ne danno delle nuove connotazioni, linguistiche, culturali e religiose.  E' una delle questioni che più mi affascinano in realtà perché da un lato c'è la sensazione di perdere qualcosa, dall'altro è come opporsi a qualcosa che potrebbe avere anche dei risvolti positivi. Leggevo per esempio che in alcune zone degli Stati Uniti ormai la lingua spagnola è la lingua vera e propria e una lingua porta ovviamente dei cambiamenti culturali. E anche il fatto che mia sorella mi dice che in Egitto i giovani che studiano e che guardano all'Occidente ripudiano la propria lingua per utilizzare l'inglese con tutto quello che consegue. 

E' un discorso complesso però l'arroccamento identitario intorno a un'idea di popolo e di lingua mi sa di qualcosa di molto pericoloso e perdente al giorno d'oggi. Non che non debbano essere preservate le lingue e le varie identità, ci mancherebbe, ma bisognerebbe trovare il modo affinchè queste diversità portino a un percorso comune, anche perché il mescolarsi con altre culture non potrò che portare a qualcosa di totalmente diverso. 

Chi insegna credo che forse lo viva ancora di più ma un amico che ha una classe composta da 10 nazionalità diverse, spesso ciascuna con una propria religione, usi e costumi diversi, storie diverse, si trova davvero in difficoltà a farle convivere tutte quante, anche per le richieste dei singoli studenti, dei genitori, etc.

[al dì di pentecoste] in

[al dì di pentecoste] in realtà, più che pensare a modelli come urss o jugoslavia, purtroppo indeboliti da una incredibile sequenza di episodi feroci e maligni [l'urss è la nazione del genocidio ucraino, l'holodomor, e la nazione dei gulag; per non tacere della questione della normalità della censura; del disastro della normalizzazione dell'alcolismo, cfr. vodka al popolo come fosse acqua; etc] [la jugoslavia è la nazione di goli otok; è la nazione nata dallo sterminio dei nazionalisti sloveni, i domobranci, e dei nazionalisti croati e serbi, per mano socialista titina; dall'ingegneria sociale a danno di dalmati italofoni, istroveneti, fiumani; austriaci di Marburg e di Gottschee; ungheresi a est; etc etc]... dicevo: più che pensare a quei modelli... penserei alla vecchia, formidabile e saggia Austria asburgica, confederazione di popoli governata con diplomazia, buon senso, ordine ed enorme rispetto delle etnie. O al limite, e con tante suggestioni letterarie, al vecchio impero grecoromano di Costantinopoli, almeno fino al sacco dei Latini - e alla formidabile capacità dei Romaioi di tenere vivo un commonwealth gigantesco. Insomma, altro che Yugo, altro che Urss, la coesistenza tra popoli non si fonda sui genocidi o sull'ingegneria sociale. Siamo tutti d'accordo, credo:). Il socialismo confedera popoli mascherando, sempre, sempre, un'etnia egemone, dominante.

[Al dì di pentecoste] Sì, sì,

[Al dì di pentecoste] Sì, sì, ovivo, però è bene ricordare che anche  i modelli asburgici o altri, compreso quello romano, erano comunque imposti dall'alto, nulla di democratico o partecipato, e fatti rispettare con la forza se si desiderava essere altro. Altre epoche, ovvio. Mi interessano questi discorsi perché l'idea di uno stato, di barriere fra i popoli, etc, mi angosciano. L'idea di non potermi spostare liberamente, di avere una carta d'identità, un passaporto che determini la mia provenienza è quanto di più angosciante io possa sopportare.

[al dì di pentecoste] ci

[al dì di pentecoste] ci libereremo dei confini, una volta ancora. Ma dovremo tornare a ragionare sul senso delle parole - vale a dire, siamo proprio così convinti che la "partecipazione popolare" sia fondamentale? Siamo sempre convinti che il meccanismo del voto sia democratico? Cosa ci insegnano i casi in cui quel meccanismo consente l'elezione di figure assassine [regimi totalitari di destra] o maligne e corrotte all'inverosimile [regimi odierni ma evito riferimenti precisi per ovvie ragioni]?

Per questo ti dico che studio i vecchi modelli imperiali, occidentali o orientali, con particolare pazienza e molta cautela. Perché so che possiamo migliorarli, e che assieme possiamo scrollarci di dosso queste esecrabili classi politiche e i loro orrendi clienti. E' una provocazione, ma non troppo.

[al dì di pentecoste] Anche

[al dì di pentecoste] Anche io sono dubbioso su questi meccanismi ma non posso tollerare forme che m'impediscano di poter decidere, di essere sullo stesso piano sempre e comunque degli altri. Tutto ciò non vuol dire che il sistema attuale sia il migliore, anzi, fa abbastanza schifo, e che la democrazia sia il sistema migliore, anzi, ma nei modelli imperiali, etc, trovo sempre e comunque il passato, un sistema che in un modo o nell'altro privava, a prescindere, gli individui di libertà. Anche perché si tende sempre a guardare al passato, dimenticando il pochissimo tempo in cui le persone possono, nei limiti, esprimersi, partecipare e credo che concentrarsi eccessivamente sulle classi politiche e le clientele sia fuorviante e insufficiente proprio come modalità di riflessione sui sistemi politici presenti e passati. E' una piaga ovvio ma è qualcosa di endemico in qualsiasi sistema, da combattere sempre e comunque....ma siamo esseri umani, purtroppo è così e la specificità italiana vale secondo me fino a un certo punto se inserita in un contesto più ampio di riflessione. Più importante per me è l'ignoranza diffusa in cui versano le persone, volontaria e involontaria. 

E' un discorso ampio e complesso, però a me la parola "impero" fa venire i brividi appena la sento.

Il mercato i confini li ha già abbattuti in un modo o nell'altro, creando un sacco di disastri. 

[al dì di pentecoste] è

[al dì di pentecoste] è difficile, vedi. è difficile. perché questa epoca è quella di massima alfabetizzazione nella storia dell'occidente. ma non basta. tutti possono votare e il voto di ognuno è uguale. ma non basta. tutti possono fondare un partito ma i partiti non sono uguali tra loro. tutti possono partecipare ma decidono sempre in pochissimi. e così via. Per me questa nostra repubblica democratica è una gran farsa, e anzi è il viatico a levare illusioni e speranze. In compenso aiuta a capire che serve inventare cose nuove. Confederazioni nuove. Diverse forme di cittadinanza. E così via. E così via. Di fatto, già viviamo, da mesi, in un paese in cui il governo nessuno lo ha eletto, in cui il parlamento non ha nessun peso, in cui le decisioni vengono prese senza consultarci: e vale veramente per tutto. Perché ci chiamiamo ancora "repubblica"? Perchè tutti siamo tassati? Per mantenere quella classe politica? E questi formidabili tecnici, chi li ha scelti, per noi? E sulla base di cosa? Eppure dicono che vanno bene. Ciò è curioso. Ma vado fuori tema.

[Al dì di pentecoste] Sì, sì.

[Al dì di pentecoste] Sì, sì. Purtroppo sopra di tutto c'è la grande finanza, le lobby economiche, etc, perché quello che è successo in Italia e alla Grecia, soprattutto alla Grecia, è sintomatico di come le cose vadano. Rapportandomi ogni tanto con la Svizzera resto colpito da questo stato, con tutte le sue immense ma davvero immense contraddizioni, e qualche giorno fa ho ascoltato una riflessione in un servizio dedicato alle Destre d'Europa e un esponente svizzero disse una cosa che mi fece riflettere, ovvero, sosteneva che nel caso di una possibile adesione all'Unione Europea la fragile unità svizzera fondata su un patto fra i vari cantoni, ma soprattutto su 3 unità linguistiche, verrebbe seriamente messa in discussione. Non so quanto ci sia di vero in tutto ciò ma esponeva proprio il problema principale, ovvero il patto fra entità diverse. Anche io sono andato fuori tema ma quello che percepisco è come se questa unità sia dovuta principalmente a un'unità economica e poco altro.

[unità economica] e come

[unità economica] e come nasce la ue? come comunità europea dell'acciaio e del carbone. Poi da là si sono sviluppate tante idee. Tanto simili, però, alla vecchia AU, senza averne la classe, l'intelligenza, lo stile, la superba estraneità alla corruzione e agli sprechi, e via dicendo.

Forse c'è qualcosa di sbagliato nel concetto di "partecipazione popolare" per come lo abbiamo inteso noi nel secondo Novecento. Falsa la realtà, e ci imprigiona, e ci rende più facilmente manovrabili. E' un paradosso ma i partiti e i movimenti ci rendono governabili e riconoscibili, e ci addomesticano. Non sono proprio democratici. Ma proprio per niente. Non nel senso originario del termine. E nemmeno a leggerlo elasticamente. Ma ok:). Parliamo di libri, better:). Meno impegnativo per la nostra povera capoccia.

[a dopo!]

[Al dì di Pentecoste] Ancora

[Al dì di Pentecoste] Ancora meglio un bel caffè fumante. :)