WHO’S THAT GIRL?
Confesso di aver intrapreso la lettura del ponderoso romanzo di Henry James, spinta dalla curiosità di trovare eventuali congruenze stilistiche e tematiche con un’autrice americana a me assai cara, Edith Wharton. Accomuna i due autori, oltre che un’amicizia di lunga data, la descrizione della società borghese americana di fine Ottocento in piena crisi di identità, sospesa fra ricerca inquieta di un luogo fisico e psicologico di appartenenza, soprattutto attraverso estenuanti viaggi intercontinentali, e la spasmodica affermazione della propria forza sociale.
Ne emerge un quadro interessantissimo: gli Americani soffrono di (più o meno evidenti) complessi di inferiorità nei confronti degli abitanti del Vecchio Continente, e ancor più nei confronti dei cugini inglesi – specie se nobili – che ovunque riescono, nonostante tutto, a far pesare il gradino superiore di distanza dal Nuovo Mondo. Se questo è il leit-motiv nei romanzi della Wharton, ritroviamo la stessa difficoltà di relazione nel Ritratto di Signora, di James, con la differenza che qui i Britannici, lontani dal loro Paese di salde tradizioni, fanno la figura dei pesci fuor d’acqua mentre gli Americani ormai europeizzati, della nuova patria hanno assunto tutta l’oscura forza di seduzione. Mentre Edith Wharton però in America era nata e vi era rimasta a lungo respirando l’atmosfera dell’alta società newyorkese perennemente occupata a scagliare il proprio nome nel firmamento per farcelo restare il più a lungo possibile, Henry James, anch’egli americano per nascita, ben presto si trasferisce in Inghilterra e ne diventa cittadino, godendo così del privilegio di poter guardare da un osservatorio privilegiato il confronto fra due “civiltà”: la giovane, incosciente, ingenua (ma anche più libera) America e la vecchia, saggia e disincantata (ma anche più corrotta) Europa.
Idealmente, il romanzo si divide in due parti, due momenti narrativi ben distinti: il primo si svolge nella cornice di una ricca dimora post-vittoriana, abitata da una famiglia americana che ha trovato in Inghilterra una nuova patria e vi si è abbarbicata facendo di essa la propria terra e adottandone le tradizioni, e finanche i pregiudizi: l’arrivo di una giovane parente acquisita porta quindi scompiglio in tanta deliberata tranquillità. Isabel Archer, nipote del facoltoso signor Touchett, viene condotta senza tanti complimenti in Inghilterra dalla zia, una donna indipendente e volitiva, decisa a dare alla ragazza una formazione adeguata alla famiglia di cui quasi inconsapevolmente ella fa parte. Divertiti e perplessi, gli uomini accolgono con indulgenza e simpatia l’ingenua signorina: simile a un profumo lieve e freschissimo, Isabel lascia tracce indelebili nel cuore di tutti coloro che incontra: il cugino Ralph, lo zio, il bel Lord Warburton… Neppure le donne possono rimanere indifferenti al fascino della semplicità di questa fanciulla intelligente ma certo pochissimo preparata ad affrontare una vita che dietro cortine di velluto dorato nasconde insidiose lame affilate. Così l’amicizia con Madame Merle apre la pericolosissima strada verso un baratro di cui solo l’innamorato Ralph riesce a intuire la portata distruttrice, dapprima come sensazione epidermica, poi, via via che i fatti si susseguono, con maggior lucidità. Ma Ralph è malato e spesso assente, e la sua presenza di angelo protettore si affievolisce fin quasi a scomparire, mentre Isabel compie scelte che lasciano dubbiosi amici e parenti, rifiutando di “sistemarsi” e cercando piuttosto di prendere le misure del mondo e della società nella quale si trova a vivere.
La seconda parte del romanzo svolge una trama quasi imprevedibile, cui presta il palcoscenico l’Italia, pretesto geografico e metaforico, ridotta di fatto a un paesaggio da cartolina abitato esclusivamente dai protagonisti del romanzo e da loro conterranei più o meno stabilmente residenti tra Firenze e Roma.
Il soggiorno italiano e le abili manovre di Madame Merle getteranno Isabel tra le braccia di un uomo interessato solo al suo patrimonio e desideroso di sistemare una figlia ingombrante. Né le antiche amicizie americane, né quelle inglesi, neppure l’amore ritrovato quando ormai è troppo tardi, restituiscono alla giovane signora i momenti felici trascorsi in Inghilterra, né la sua allegra, contagiosa serenità.
Il destino di Isabel, così come il destino di molti che ne avevano condiviso il cammino, è la rassegnazione, la rinuncia, una morte dell’anima cui il finale “aperto” non regala alcun lieto fine.
Henry James racconta qui molto più che un bell’intreccio, magari un po’ complicato: la ricchezza, a tratti persino sovrabbondante, di particolari nella descrizione dei paesaggi fisici ed umani, la tecnica narrativa precisa, i contenuti carichi di significati anche sociali, rendono questo romanzo la fotografia di un’epoca e di una società. Il punto di vista, lo si è detto, è quello dell’Americano che tenta di spiegare e spiegarsi un mondo dal quale anticamente proviene ma che non riconosce ormai più come proprio. Eppure, l’Europa ha un fascino irresistibile per chi proviene dall’altra parte dell’Oceano, tanto da divenirne – appunto – casa abituale, dimora, patria.
L’Italia – con le sue bellezze artistiche e la sua millenaria storia – rappresenta un’ulteriore tappa fondamentale per la vita di ciascuno dei personaggi. L’Italia è il territorio neutrale ove si conducono e si concludono i giochi, terra di dolci promesse in una Firenze soleggiata e di amare malinconie nella Roma ove Isabel si aggira.
«Aveva eletto la vecchia Roma a sua confidente, perchè in un mondo di rovine le rovine della sua felicità le sembravano una catastrofe meno innaturale. Riposava la sua stanchezza su cose che si erano andate sgretolando da secoli e che pure stavano tuttora in piedi».
L’Italia esercita un’attrazione particolare anche sullo stesso James (a Venezia compone gran parte del romanzo) che tenta di riprodurne colori, sensazioni e armonie pur fermandosi, come dicevamo, all’elemento pittorico e non scendendo mai a scandagliare una realtà sociale che doveva sembrargli ancor più incomprensibile di quella europea in genere.
Un’ultima considerazione – per un romanzo che offre però veramente innumerevoli spunti – riguarda l’approccio psicologico di James ai personaggi: qui sta forse il punto più debole dell’impalcatura narrativa, nella stereotipizzazione leggermente fastidiosa della psiche femminile, dove una specie di mano calcata sulle complicanze interiori restituisce incongruenze che lasciano perplessi. L’eroina, come viene chiamata Isabel, si dibatte fra una conclamata intelligenza e un’evidente (alla prova dei fatti) ingenua testardaggine che né amici né parenti riescono a dirottare verso maggiore giudizio. Mentre agli uomini è riservata la coerenza, nel bene e nel male, le giovani donne sembrano banderuole piegate ora dagli eventi ora dalla sorte in direzioni opposte. Non aiuta all’analisi la prolissità delle descrizioni e la complessità dei dialoghi, nei quali talvolta il lettore veramente si smarrisce e l’impressione è che James usi certi espedienti stilistici in mancanza di una conoscenza diretta (come a dire, insomma, che per rendere bene le mille sfaccettature dell’animo umano occorrono pagine e pagine e ancora non si è detto che una piccola parte).
Ritratto di signora esce nel 1881, probabilmente viene in parte riscritto per l’edizione definitiva del 1908: a noi, in traduzione, è dato di leggere davvero un affresco imponente dove la vicenda di Isabel diviene paradigmatica degli atteggiamenti e del modo di vivere di un’intera generazione. L’emancipazione femminile, ancora lunga dal compiersi, ma le cui eco fievoli ritroviamo in Henrietta (l’amica cronista di Isabel) o nella zia Touchett (dove la libertà però è legata alla disponibilità economica), non può trovare posto nella vita di chi volontariamente rinuncia a difendere il proprio diritto. Isabel preferisce alla libertà e al vero amore le lusinghe di una sistemazione ed è quindi destinata a pagare il prezzo della sua scelta, diventando una prigioniera. Dei sentimenti, dello status sociale, alla fine, di se stessa.
“Una volta era stata curiosa, e adesso era indifferente; pure, nonostante la sua indifferenza, si dava da fare come non mai… c’era una grandiosità ed uno splendore nel suo modo di abbigliarsi che dava un tocco d’insolenza alla sua bellezza. Povera Isabel dal tenero cuore, da quale perversità era stata morsa? La ragazza libera, viva, si era fatta tutt’altra persona” [p. 324]
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Henry James (1843-1916), americano presto trapiantato con la famiglia in Europa, ebbe un’adolescenza segnata da precoci esperienze intellettuali e studi all’estero (i viaggi saranno una costante della sua vita) fino all’inizio della carriera letteraria vera e propria, con il romanzo Roderick Hudson (1875) e il primo successo del 1878, Daisy Miller. Seguono l’Americano (1876), L’ereditiera (1880), Ritratto di signora (1881), La principessa Casamassima (1886), Gente di Boston (1888). Alcune esperienze personali difficili e un insuccesso teatrale portano James dopo il 1897 a quella che è nota come “fase sperimentale” durante la quale pubblica racconti e romanzi come L’età ingrata (1901). Negli ultimi romanzi sono da ricercare i veri capolavori di Henry James: Le ali della colomba (1903), Gli ambasciatori (1903) e La coppa dorata (1904). Allo scoppio della Prima guerra mondiale assume la cittadinanza britannica, morendo poco dopo.
Dai suoi romanzi sono state tratte note versioni cinematografiche: ricordiamo tra le più recenti Ritratto di signora (di Jane Campion, 1995), Washington Square-L’ereditiera (A. Holland, 1997), Le ali dell’amore (I. Softley, 1997).
Henry James, “Ritratto di signora”, Newton Compton, Roma 1996 (Grandi tascabili economici).
Introduzione di Guido Fink. Traduzione di Pina Sergi Ragionieri.
Tit. orig.: The portrait of a lady (1881)
Ilde Menis, maggio 2005
Commenti
si vede, ora?
si vede, ora?
copertina+archivio JAMES
copertina+archivio JAMES