L'attacco del romanzo della scrittrice svizzera di adozione italiana Fleur Jaeggy (moglie del patron di casa Adelphi, Roberto Calasso) è folgorante:
"A quattordici anni ero educanda in un collegio dell'Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio, a Herisau, non lontano dal nostro istituto. E' morto nella neva. Fotografie mostrano le sue orme e la positura del corpo nella neva. Noi non conoscevamo lo scrittore. E non lo conosceva neppure la nostra insegnante di letteratura. A volte penso sia bello morire così, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell'Appenzell. E ' un vero peccato che non sapessimo dell'esistenza di Walser, avremmo colto un fiore per lui. Anche Kant, prima di morire, si commosse quando una sconosciuta gli offrì una rosa. Nell'Appenzell non si può fare a meno di passeggiare. Se si guardano le piccole finestre listate di bianco e gli operosi e incandescenti fiori ai davanzali, si avverte un ristagno tropicale, un lussureggiare tenuto alla briglia, si ha l'impressione che dentro succeda qualcosa di serenamente fosco e un poco malato. Un'Arcadia della malattia. Là dentro sembra che vi sia pace e idillio di morte, nel nitore. Un tripudio di calce e fiori. Fuori dalle finestre il paesaggio chiama, non è un miraggio, è uno Zwang, si diceva in collegio, un'imposizione."
e racchiude in sè tutta l'anima di quest'opera di poco più di cento pagine scritte con una padronanza del linguaggio e dei tempi che ha pochi eguali.
Ricerca assoluta della rarefazione, dell'essenzialità poetica, delle sfumature presenti in ciascuna parola nella costruzione di un'architettura resistente alle intemperie del tempo ma facendosene beffe con le alchimie della memoria che invero procede senza consequenzialità.
Un'infanzia e un'adolescenza, quella di Fleur Jaeggy, trascorsa fin dalla tenera età fra collegi dislocati sul territorio svizzero, con una famiglia assente, che viene trasfigurata nelle vicende della ragazza protagonista del libro, alle soglie della discesa nell'età adulta.
Una ragazza che negli anni '50, vive in un collegio femminile, il Bausler Institut, situato fra le montagne dell'Appenzell in Svizzero, diretto dalla signora Hofstetter, "alta, massiccia, piena di dignità, il sorriso infossato nel grasso" (pag.13) , con poca voglia di studiare, la madre in Brasile che le scrive lettere e detta le regole della sua educazione e un padre anziano che ha fatto delle camere d'albergo la sua casa.
Una ragazza che per una questione di pochi mesi sulla carta d'identità viene confinata nel caseggiato delle ragazzine più piccole, con una compagna di stanza tedesca con la quale ha rapporti pressochè nulli: "La mia compagna di stanza del Bausler era una tedesca, brava e cattiva, come possono essere le ragazze stupide. Il suo corpo, nella biancheria candida, era piuttosto bello. Era già quasi formosa, ma sentivo una certa ripugnanza se inavvertitamente la toccavo. Forse per questo mi alzavo prestissimo la mattina per fare una passeggiata. Verso le undici, durante le lezioni, venivo presa dal sonno. Guardavo una finestra, e la finestra mi rendeva lo sguardo, facendomi assopire" (pag, 16),
in un ambiente sonnolento uguale a tutti i collegi dove ha vissuto fino a quel momento: "Avevo passato già quasi sette anni in collegio, e non era ancora finita. Quando si è là dentro, ci si immagina cose grandiose del mondo e, quando si esce, si vorrebbe qualche volta risentire il suono della campanella." (pag. 20) scandito da giornate sempre uguali, con passeggiate notturne vissute come fughe, con la sottile attrazione per la carne giovane che è una carezza languida e gelida che spinge le ragazzine più piccole ad offrirsi come serve, a tenersi per mano, a toccarsi, a scivolare nei letti delle compagne (sia chiaro qui siamo ben lontani dal sensazionalismo e da qualsiasi sentimento pruriginoso).
Quand'ecco che nella vita della giovane entra come uno spirito puro Frédérique, così diversa da lei, perfetta, ottima a scuola, adorata da tutti ma in realtà isolata in un mondo tutto suo, che finisce per concederle l'onore di accompagnarla lungo i corridoi e di cui assumerà, copiandola, la perfetta calligrafia.
"A scuola era - mi sembra inutile dirlo - la più brava. Sapeva già tutto, credo dalle generazioni che l'avevano preceduta. Aveva qualcosa che le altre non avevano, non mi restava che giustificare il suo talento come un dono dei morti. Bastava sentirla in aula leggere i poeri francesi, erano scesi in lei, lei li ospitava. Noi eravamo forse ancora innocenti. E l'innocenza ha in sè forse una certa rudezza, pedanteria e affettazione, come se tutte noi fossimo vestite alla zuava" (pag. 12)
Ma le regole che governano l'adolescenza sono fatte di rinunce, di morti improvvise, di servitù alle fascinazioni dell'eleganza, di balli, di spettacoli, di genitori assenti che promettono futuri radiosi, di una vita fuori dalle mura del collegio fintamente migliore e così le due ragazze finiscono per allontanarsi (la ragazza si avvicinerà alla "belga ridanciana e allegra" Micheline con Frédérique che assisterà impassibile alla perdita "Divertiti, sembrava dire Frédérique, ma non lavrebbe mai detto. Se non a qualcuno in punto di morte") ma in realtà senza mai perdersi, senza mai dirsi veramente addio e si ritroveranno "Rividi Frédérique. Per caso. Di notte. Mi apparve quasi come un fantasma. La testa era incappucciata, le mani in tasca" (pag.94) in una memoria disperata che le porterà ad incontrarsi di nuovo, cresciute, in un finale giocato sull'angoscia del silenzio, su un piattino di dolci, su un foglio di carta con delle parole scritte in una calligrafia perfetta.
"I beati anni del castigo" è letteratura nel senso più alto del termine, splendido nel descrivere un'adolescenza "altra" rispetto alla normalità, doloroso nella sua espiazione di un passato che non potrà mai tornare e che si vedrà costretti a riaprire senza però mai più ritrovarlo.
"Ripetei ancora il nome del collegio. Mi sbagliavo, disse. Mi scusai. Questa, disse, è una clinica per ciechi. Adesso è così. Una clinica per ciechi." (pag. 107)

Edizione esaminata e brevi note:
Fleur Jaeggy (Zurigo, 1940) è una scrittrice, traduttrice e saggista svizzera di madrelingue italiana. Dopo aver trascorso gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza in vari collegi svizzeri, negli anni sessanta si trasferisce a Roma. Qui diventa intima amica della scrittrice Ingeborg Bachman e conosce Thomas Bernhard. Dal 1968 vive a Milano ed inizia la sua collaborazione con la casa editrice Adelphi. "I beati anni del castigo" vince il premio Bagutta nel 1990. Ha scritto inoltre per il teatro: Un tram che si chiama Tallulah è stato presentato nel 1975 al Festival dei Due mondi di Spoleto. Ha collaborato ai testi per Franco Battiato e Giuni Russo. Proleterka è stato scelto libro dell'anno nel 2003 dal Times Literary Supplement.
Fleur Jaeggy, "I beati anni del castigo", Adelphi Edizioni, Milano, prima edizione 1989
Pubblicazioni narrativa:"Il dito in bocca" (Adelphi, 1968); "L'angelo custode" (Adelphi, 1971); "Le statue d'acqua" (Adelphi, 1980); "I beati anni del castigo" (Adelphi, 1989); "La paura del cielo" (Adelphi, 1994); "Proleterka" (Adelphi, 2001)
Traduzioni: "Vite immaginarie, di Marcel Schwob" (Adelphi 1972); Gli ultimi giorni di Immanuel Kant, di Thomas de Quincey" (Adelphi 1983)
Commenti
Un grande libro. a mio avviso la migliore scrittrice italiana e svizzera.
(aspetta che revisiono i tag;) )
italia libri su FJ
http://www.italialibri.net/autori/jaeggyf.html
(bravo And)
L'Adelphi è uno scrigno aperto, ad avere tempo e mezzi economici saccheggerei.
Ho letto "Vite congettuali". Davvero una scrittura elegante, sa coinvolgere con una verve rara.
Mi ricorda una certa prosa adelphiana, alla Kundera...
"I beati anni del castigo" è letteratura nel senso più alto del termine, splendido nel descrivere un?adolescenza "altra" rispetto alla normalità, doloroso nella sua espiazione di un passato che non potrà mai tornare e che si vedrà costretti a riaprire senza però mai più ritrovarlo."
La recupero in toto :)
Hai trovato uno degli aggettivi migliori da coniugare alla scrittura della Jaeggy: eleganza ma mai barocca. Una scrittura di aristocratica bellezza che è difficile incontrare di questi tempi.