Jacobson Sid, Colon Ernie

9/11. Il rapporto illustrato della Commissione americana sull'11 settembre

Autore: 
Jacobson Sid, Colon Ernie

"9/11" è definibile come una "graphic non-fiction" (prima tiratura americana di 100.000 copie), che ha fatto seguito a "L'ombra delle torri" di Art Spiegelman, il creatore di Maus: i devastanti attentati di New York, Washington e Pennsylvania, avevano perciò già avuto un degnissimo tributo a fumetti, ma non nei termini dell’opera di Sid Jacobson e Ernie Colón, dove i due autori sono riusciti a raccontare, senza troppo banalizzare, i complessi avvenimenti che hanno preceduto e seguito il primo attacco di guerra in terra americana.
"9/11" è il riassunto grafico del rapporto 22 giugno 2004 ad opera della Commissione d'inchiesta sull'attacco alle Torri Gemelle: pagine bipartisan (un milione di copie vendute negli USA) che prendono spunto dalla desolante impreparazione dimostrata dal Dipartimento della Difesa americano, dai servizi segreti, dalla FAA (Amministrazione Federale dell'Aviazione) e che bocciano senza appello gli organi di difesa statunitensi e l'ambiguità di Pakistan, Arabia Saudita nella lotta contro il terrore fondamentalista.
Un'opera che descrive con l'efficacia delle immagini quanto accaduto: la storia di un'investigazione, la cronaca del dirottamento degli aerei suicidi, il caos nelle stanze del potere mentre le linee aeree, gli ufficiali addetti alla sicurezza non capivano cosa stava succedendo, gli indizi trascurati dai servizi segreti, il traffico di armi occidentali in medioriente e soprattutto le origini del fenomeno terrorista, il flusso di soldi dagli enti benefici ai gruppi terroristici, i contributi dei poco lungimiranti occidentali, da quando Carter volle usare i mujaeddin in funzione antisovietica, i dieci anni di guerra in Afghanistan che diedero la possibilità agli estremisti islamici di esercitarsi sul campo, le origini e il rinnovamento di Al Qaeda (1996-1998), ormai una sorta di franchising, i primi attentati (il Trade Center nel 1993, le ambasciate in Kenia e Tanzania, la USS Cole), "l'operazione aerei", pianificata fino ad otto anni prima del settembre 2001, i mancati adattamenti della sicurezza interna, dopo la fine della guerra fredda, al nuovo tipo di conflitto, i fallimenti delle operazioni sotto copertura, le sterili discussioni e i paralizzanti veti incrociati da parte degli organi di vertice, agenti privi di preparazione specifica e quanto mai furbetti nel scansare potenziali grane, una progettualità a breve termine che si alimentava con una burocrazia del tutto obsoleta per un paese come gli USA, le conseguenze del passaggio dall'amministrazione Clinton a quella di Bush; e poi la carriera di Bin Laden come moderno interprete del terrore jaidista, le inquietanti figure di Khalid Sheikh Mohammed, Ramzi Youssef, Risuan Imauddin (conosciuto come Hambali), Abd Al Rahim Al Nashiri.
Non ultimo il controverso ruolo dell'Iraq, di cui si colgono le palesi forzature della nuova amministrazione americana ("vengono riscontrati solo alcuni episodi minori che collegano l'Iraq ad Al Qaida,…Zalamy Khalilzad, dello staff della Rice, concorda: non c'è una prova inconfutabile che l'Iraq abbia pianificato od eseguito attentati. Il testo aggiunge che Bin Laden non approva il lacismo del regime di Saddam").
Una ricostruzione serrata e priva di quell'indulgenza, facilmente usata per assolvere ed autoassolvere i vertici militari e civili del paese nelle loro inefficienze e nelle loro ciniche furbizie, e che qualcuno temeva potesse essere dispensata a piene mani anche in "9/11".
La prefazione di Gianni Riotta, che pure non è assimilabile ad un “teo-com”, alla luce degli avvenimenti degli ultimi anni, risulta fin troppo ottimistica nel proporre l’immagine di una rinnovata sintonia USA-Europa nella strategia contro il terrorismo islamico: onestamente, salvo la presenza di alcuni paesi come il nostro, utili zerbini dell’amministrazione Bush, di questo feeling proprio non me ne ero accorto.
Semmai non  c'è da meravigliarsi affatto se in un paese come gli U.S.A., così cagionevole di fronte alla sindrome Elvis Presley, quella di coloro che hanno sostituito il detto "se non vedo non credo" con "se non vedo ci credo ancor di più", l'11 settembre abbia dato il via ad un fiorente business di teorie cospirative.
Lo stesso accade in Europa e nel resto del mondo, dove le tesi più terrificanti riscuotono un grandissimo successo e si rivelano molto più affascinanti per chi si sente un animo antagonista: è un dato di fatto che la curiosità premia sempre chi, rivolgendosi al grande pubblico con la pacatezza dell'esperto, la spara più grossa con l'aria di saperla lunga.
Pensiamo solo, tra i tanti, a Eric Laurent, Carol Brouillet, all'americano Lyndon LaRouche, ai nostri Blondet e Mazzucco, ma soprattutto a Thierry Meyssan, diventato una star tra tutti i complottisti (con relativo ritorno economico: secondo Channel Four un milione di euro grazie ai suoi libri sul Pentagono ed in particolare al suo "L'incredibile menzogna"), un passato e un presente di giornalista dedito a contro-inchieste ("Beslan: C'è lo zampino dei servizi americani e britannici tramite Basaiev, agente occidentale come Osama Bin Laden", "Madrid e Londra: indizi falsificati dai poliziotti"; "l'assassinio di Theo Van Gogh: possibile coinvolgimento della CIA nell'ambito di un traffico d'armi con l'Olanda"), militante cattolico-integralista, poi laicissimo militante di sinistra, sposato in chiesa e poi leader di campagne anti-Opus Dei, battagliero libertario e nello stesso tempo nella segreteria nazionale del "Partito radicale di sinistra" francese, non ha disdegnato contatti con l'estrema destra (basti controllare il sito del Réseau Voltaire), un tour propagandistico in Libano, accompagnato dal comico antisemita Dieudonné ("Le mie posizioni convergono con quelle degli antisemiti? Non è affar mio. Io dico che la Terra è rotonda. Se anche gli antisemiti dicono che la Terra è rotonda, questo non osta alla verità dell'affermazione").
Il libro "L'incredibile impostore" (Grasset) della sociologa francese Fiammetta Venner, ancora inedito in Italia, che attacca frontalmente il nostro Meyssan ("in certe bancarelle di Amman, L'incredibile menzogna è già un classico. Accanto ai Protocolli dei Savi di Sion e al Mein Kampf"), non ha avuto certo lo stesso successo del libello complottista; e con lei tutti coloro, Paolo Attivissimo in primis, intenti a smontare le teorie cospirative: è chiaro non possano avere lo stesso appeal di chi presenta scenari da tregenda, con il piglio dell'investigatore solitario ed incompreso da un establishement corrotto e magari soggiogato dall’ inganno demo- pluto-giudaico-massonico.
Un lungo inciso che reputo tutt'altro che superfluo, visto che il rischio di equivocare quanto contenuto nella nostra "graphic non-fiction" c'è eccome, malgrado il racconto di "9/11" scorra senza particolari ambiguità.
Un disegno classico, personaggi ben disegnati, anche se forse un po' statici, belle illustrazioni, ci fanno rivivere quasi trent'anni di storia, con l'efficacia di un saggio storico.

BREVI NOTE

Sid Jacobson, 76 anni, disegnatore Marvel, è il creatore del personaggio di Richie Rich.

Ernie Colón, 75 anni, disegnatore Marvel e DC, è illustratore di Spiderman e curatore delle serie di Casper e Wonder Woman.

- Jacobson Sid, Colón Ernie - 9/11. Il rapporto illustrato della Commissione americana sull'11 settembre. Tutto quello che accadde prima, durante e dopo - pag. 132 - Alet Edizioni - 2006

Riferimenti web: http://en.wikipedia.org/wiki/Ernie_Colon

Recensione originariamente pubblicata su ciao.it il 19/11/2006 e qui modificata.

Luca Menichetti

ISBN/EAN: 
9788875200268

Commenti

La recensione originaria su ciao era più ampia ma anche più dispersiva.
Tant'è ho pensato che anche su lankelot potesse starci una segnalazione di una "graphic non-fiction" , peraltro di ottima fattura.

Bravo Lupo, ci sta:)

Nella stessa collana: MASLOV
www.lankelot.eu/index.php/2007/09/10/maslov-nikolaj-siberia/

Altre graphic novel:
www.beccogiallo.it/ BECCO GIALLO (Alet)

www.edizionibd.it/ BD, leader nel settore.

"e con lei tutti coloro, Paolo Attivissimo in primis, intenti a smontare le teorie cospirative: è chiaro non possano avere lo stesso appeal di chi presenta scenari da tregenda, con il piglio dell?investigatore solitario ed incompreso da un establishement corrotto e magari soggiogato dall? inganno demo- pluto-giudaico-massonico."

> Non ho ancora letto Attivissimo in proposito.
So soltanto che se dovessi raccontare l'accaduto a un ragazzino partirei da lontano, e cioè dal Lusitania.
E da un fatto semplice: Osama, ufficialmente, è e rimane un ex CIA.
Ti ricordi, vi avevo portato il gran libro di Vollmann proprio per meditare sulle relazioni USA-Afghanistan, qui su Lankelot, e sulla natura dei primi fondi talebani...

Ho letto questo libro. Lo giudico una prova della deficienza di prove e di argomentazioni a proposito di quanto accaduto. E' la dimostrazione che ci sono una valanga di lacune e di punti deboli nella ricostruzione amministrativa americana.

Difatti basta pensare al fatto che i mujaeddin sono stati foraggiati dall'amministrazione USA.
Non sono altro che i talebani di oggi.

Esatto. Quindi c'è qualcosa che non quadra, a ben guardare. Sbaglio?

No assolutamente.
Si può discutere semmai su come interpretare questo qualcosa o molto che non quadra.
Minimo possiamo dire che sono "armi" sfuggite al controllo.
E da qui poi interpretare sempre più estensivamente e dire che in realtà un qualche controllo c'è sempre stato.
Il fumetto "9/11" l'ho letto in maniera tale da non vederci spunti polemici oltre la cronaca da noi conosciuta.
Oltre non va, e sicuramente non era quello il suo scopo.
Ma certo non una lettura del tutto edulcorata, come se le falle dell'intelligence USA fossero in qualche modo giustificate.

Non so perché, ma sospetto che ne verremo a capo attorno al 2035, quando probabilmente l'accaduto avrà un peso differente.

comprato la scorsa settimana! vi farò sapere...

Gennaio 2009.

ANSA

WASHINGTON - Barack Obama ha un messaggio per i paesi arabi e per i musulmani nel mondo: "Gli americani non sono il vostro nemico". Un concetto che il presidente degli Stati Uniti ha voluto accompagnare dalla scelta inedita di una Tv araba per la propria prima intervista alla Casa Bianca, ribadendo la promessa di recarsi presto in una capitale musulmana per parlare all'Islam e attirando l'attenzione sul fatto di avere parenti musulmani in famiglia. Nel giorno in cui in Medio Oriente è arrivato il nuovo inviato George Mitchell, l'intervista di Obama all network del Dubai Al-Arabiya ha fatto rumore, suscitando subito una raffica di reazioni nel mondo arabo. Il sito web dell'emittente si è riempito di commenti positivi, esortazioni al nuovo presidente a proseguire su questa strada, invocazioni di benedizioni di Allah su di lui e anche qualche critica, in particolare sulla posizione di Obama sul conflitto israelo-palestinese. Obama ha ribadito che Israele "continuerà a essere un alleato forte degli Stati Uniti e io continuerò a credere che la sicurezza di Israele è cruciale". Il nuovo presidente è convinto che alla fine dei conti gli Usa "non possono dire agli israeliani o ai palestinesi cosa è meglio per loro, dovranno prendere le loro decisioni".

Nello stesso tempo, però, Obama si è detto convinto che i tempi "siano maturi perché entrambe le parti si rendano conto che la strada che hanno intrapreso non porterà alla prosperità e sicurezza per i loro popoli". E' quindi tempo, ha avvertito, "di tornare al tavolo dei negoziati" e la missione di Mitchell serve a questo scopo. Gli Stati Uniti non nascondono la preoccupazione per il clima in Israele e Gaza. Dopo la violazione della tregua, il segretario di Stato Hillary Clinton ha avvertico che "i lanci di missili palestinesi, che si avvicinano sempre più alle aree più popolate di Israele, non possono essere ignorati: purtroppo i leader di Hamas - ha aggiunto - sembrano essere convinti che sia nel loro interesse provocare il diritto all'autodifesa piuttosto che creare un miglior futuro per la gente di Gaza". Ma Obama ha espresso fiducia sul fatto che uno stato palestinese alla fine possa vedere la luce, aggiungendo che gli Usa contribuiranno al cammino verso questo traguardo con un atteggiamento che sarà quello di chi "ascolta, senza imporre" e consultando tutte le parti in causa. Una posizione che ha suscitato reazioni positive in molti paesi dove la Tv del Dubai é seguita con attenzione. Per esempio in Pakistan, da dove sono arrivati commenti entusiasti anche se nelle stesse ore, in Senato, il capo del Pentagono Robert Gates ribadiva che gli Usa continueranno a bombardare con aerei senza pilota le regioni pachistane al confine con l'Afghanistan dove l'intelligence ritiene si trovino i leader di Al Qaida.

Quest'ultimi, secondo quanto ha detto Obama alla Tv araba, appaiono "nervosi", a giudicare dalle ultime esternazioni di Osama bin Laden e Ayman al Zawahri, e le loro idee "sono in bancarotta". Ma insieme ai taleban restano pericolosi in Afghanistan, un paese che secondo Gates è ormai diventato "la nostra più grande sfida militare". Obama ha usato toni di apertura nei confronti dell'Iran e le sue parole hanno avuto un'eco immediata in quelle della Clinton: "Come il presidente ha chiaramente detto nell' intervista - ha detto il segretario di Stato - c'é una chiara opportunità per gli iraniani di dimostrare segni di buona volontà per impegnarsi consapevolmente con la comunità internazionale". Seduto nella Sala delle Mappe della Casa Bianca, di fronte al capo della sede di Washington di Al-Arabiya, Hisham Melhem, Obama ha mandato un segnale al mondo arabo con la scelta stessa di accettare l'intervista. Il network del Dubai ha battuto Cnn, Abc, Nbc e gli altri colossi americani nella corsa alla prima intervista presidenziale. Una scelta che vuol essere una rottura con la linea di George W.Bush ed arriva a meno di una settimana dall'annuncio della chiusura della prigione di Guantanamo, da anni un punto dolento nei rapporti tra l'America e il mondo arabo. Obama già nel discorso inaugurale aveva mandato segnali di apertura e ad Al-Arabiya ha ribadito di volersi recare presto in una capitale musulmana (non ha precisato quale). "Il mio compito - ha affermato - è comunicare il fatto che gli Usa hanno un ruolo nel benessere del mondo musulmano, e il linguaggio che vogliamo usare è di rispetto. Ho membri musulmani in famiglia, ho vissuto in paesi musulmani", ha ricordato, citando l'infanzia in Indonesia.

(marco.bardazzi@ansa.it).