“Cinquemila anni di amarezza” senza “Nessun maledetto miracolo”. Prodigio caustico di ironia che sa farsi contemporaneamente maschera e bisturi a scavare in un patire antico che è ossessione velata dietro il trucco di un sorriso amaro.
Perché Jacobson è un geniaccio che gioca su un terreno minato e sa vincere con stile. Partorisce un romanzo di oltre cinquecento pagine in cui mescola Olocausto, conflitto israelo-palestinese, negazionismo, manie e tradizioni del mondo ebraico senza mai concedersi sbavature, senza mai rinunciare a quel witz che alleggerisce la tragedia dal melodrammatico arrivando addirittura a divertire.
“Ebrei, ebrei, ebrei”.
Kalooki Nights è il libro di un ebreo sugli ebrei. Sul loro stile di vita, sulla loro memoria dolorosamente viva, sui loro vizi e virtù, sulle loro contraddizioni nonché sulla loro ironia. Una galleria di ritratti impeccabili, ispirata alla convinzione che “in fin dei conti, esistano solo due tipi di ebrei: quelli che sanno vedere il lato comico delle cose e quelli che non ne sono capaci”.
Jacobson, inutile dirlo, n’è capacissimo. E allora diventa impossibile non accorgersi di come il duplice omicidio commesso dal frumkie (devoto) Manny Washinsky, costituisca semplicemente un pretesto, l’ossatura sulla quale sviluppare l’intera architettura introspettiva dell’opera che si fa beffe della trama e mira dritto a ben più ampia questione, provando con splendido sarcasmo ad illustrare l’identità ebraica.
Dentro e oltre le righe, quindi. Il plot è concepito come involucro intorno alla vera essenza di questo romanzo, che si serve di una narrazione in prima persona e di ripetute digressioni per farsi specchio di un popolo che ha da sempre una certa confidenza con la scrittura e col libro inteso come strumento d’indagine per lo scandaglio interiore.
L’autore si diverte a puntare e puntarsi il dito contro, senza commiserazione, senza avvilimento, anzi sottolineando con pungente umorismo, quella che molti obiettano come palese tendenza al vittimismo da parte degli ebrei, non solo non smentendola, ma rimarcandola addirittura, arrivando a scherzarci sopra. Ne deriva un susseguirsi di storielle e battute non estranee al concetto stesso di comicità ebraica, che dicono senza spiegare, descrivendo mentalità, usi e costumi di un popolo votato alla satira di sé stesso.
Il racconto è affidato alla voce di Max Glickman, è lui a dipanare l’intera storia e le sue parole sono nette come il tratto di un bravo fumettista che si muove sicuro, riempiendo il bianco delle tavole. Il paragone è d’obbligo, Max Glickman è un fumettista e già quando ci spiega le motivazioni alla base della propria scelta in ambito professionale, capiamo che siamo di fronte ad un libro che merita. Un libro non scontato, che affronterà sì temi non nuovi, ma in maniera del tutto diversa. Da una prospettiva altra, in altra chiave. Con altra energia stilistica, con piglio nuovo. Perché innumerevoli, in letteratura, si sono confrontati con il dopo-Auschwitz; innumerevoli hanno tentato di dipingere la figura dell’ebreo, attraverso pagine e pagine. Ma nessuno fino ad ora era riuscito come Jacobson a mantenere un tale equilibrio tra comico e tragico. E a volte, la forma riesce a dire più della sostanza. Il come arriva a contare più del cosa. Ne abbiamo prova sin dalle primissime battute, quando l’io narrante dichiara candidamente: “Disegnavo perché il mondo mi amasse, e in seguito rivolsi contro me stesso l’ironia dei miei disegni, perché io non riuscivo ad amarlo”.
Eccola lì in sole due righe tutta la complessità del protagonista. E se poi aggiungiamo il controverso approccio ebraico alle arti figurative, capiamo come anche questa scelta non sia assoluamente casuale. “Perché disegnare è di per sé un atto divino: si crea qualcosa dal nulla, dissipando l’oscurità del vuoto originario, facendo sì che sia luce, e in questo senso si usurpa il ruolo di Dio. (…) Ma un artista satirico è una contraddizione in termini, perché al tempo stesso crea qualcosa dal nulla e riduce ogni cosa al nulla.”
Tutto ha un senso che va oltre il contingente, oltre la vicenda biografica, per farsi categoria generale ed acquisire più ampio valore su un piano di ragionamento puramente astratto. Dal microcosmo di Crumpsall ad Israele, dalla famiglia Glickman alla “politica emozionale dell’essere ebrei”.
E non è facile, non è affatto facile, ma Jacobson ci riesce benissimo. Adocchia tutti i maggiori punti di criticità e anziché glissare, li evidenzia ironizzando. Senza nascondersi, piuttosto usandoli come cardini del suo scrivere. Scherza sulla difficoltà degli ebrei a salire serenamente su un treno quasi che alle loro orecchie sibilasse “giu-giu, giu-giu, giu-giudeo”. Ridicolizza la loro ossessione per le radici, attraverso la ricerca maniacale di Errol Tobias impegnato a scovare i nuovi ebrei, quelli che rinnegano il passato cambiando nome. Bacchetta l’estremismo e la cecità degli ortodossi, inchiodati al Medioevo per via della loro “fanatica tendenza alla regressione”. Si diverte a farci gustare le sfumature linguistiche dello yiddish. Gioca ad elencare i paradossi della cucina kosher. Spiega il pensiero ebraico permeato dal concetto di habdalah (separazione). Sottolinea il loro rapporto conflittuale con il corpo e la nudità, quell’eccesso di pudore che li induce a considerare le donne ebree quasi angelicate, riversando le più inconfessabili fantasie sulle shikseh. Max Glickman ne è l’esempio lampante con tre matrimoni alle spalle di cui solo l’ultimo, il più fallimentare, con un’ebrea. Ma in realtà tutti i personaggi di Kalooki Nights sono esempi lampanti. Sono tutti pezzi di un unico grande mosaico volto a ritrarre l’ebraicità.
Tutti ebrei, ebrei, ebrei.
E Jacobson scrive, scrive, scrive. Perché “un ebreo ha la dialettica nel sangue”.
Scrive e lo fa dannatamente bene.
Del resto “gli ebrei ritengono che l’arte sia espressamente contraria ai desideri – anzi, ai comandamenti di Elohim. Ragion per cui quando si dedicano ad essa lo fanno in maniera solenne.”
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Howard Jacobson (Manchester, 24 agosto 1942) è uno scrittore, romanziere e umorista britannico. Editorialista dell’Indipendent, è autore di otto romanzi e quattro libri non-fiction.
Angela Migliore, novembre 2008
Commenti
Finalmente.
Olè!
Sbrigo due cose e volo a leggerti. Attesissima!
"Perché Jacobson è un geniaccio che gioca su un terreno minato e sa vincere con stile. Partorisce un romanzo di oltre cinquecento pagine in cui mescola Olocausto, conflitto israelo-palestinese, negazionismo, manie e tradizioni del mondo ebraico senza mai concedersi sbavature, senza mai rinunciare a quel witz che alleggerisce la tragedia dal melodrammatico arrivando addirittura a divertire.
?Ebrei, ebrei, ebrei?."
> Confermo. Vero...
" Perché innumerevoli, in letteratura, si sono confrontati con il dopo-Auschwitz; innumerevoli hanno tentato di dipingere la figura dell?ebreo, attraverso pagine e pagine. Ma nessuno fino ad ora era riuscito come Jacobson a mantenere un tale equilibrio tra comico e tragico. E a volte, la forma riesce a dire più della sostanza. Il come arriva a contare più del cosa".
> Alla Richler, che dici? Alla Allen (Woody). Ma con personalità...
"Si diverte a farci gustare le sfumature linguistiche dello yiddish. Gioca ad elencare i paradossi della cucina kosher. Spiega il pensiero ebraico permeato dal concetto di habdalah (separazione). Sottolinea il loro rapporto conflittuale con il corpo e la nudità, quell?eccesso di pudore che li induce a considerare le donne ebree quasi angelicate, riversando le più inconfessabili fantasie sulle shikseh."
> Grande passo...
"E Jacobson scrive, scrive, scrive. Perché ?un ebreo ha la dialettica nel sangue?.
Scrive e lo fa dannatamente bene.
Del resto ?gli ebrei ritengono che l?arte sia espressamente contraria ai desideri ? anzi, ai comandamenti di Elohim. Ragion per cui quando si dedicano ad essa lo fanno in maniera solenne.?
> Applausi ad Angela Migliore. Grande contributo.
Autore nuovo per tanti lettori, pubblicato da un piccolo editore di qualità come Cargo, presentato a dovere e con una bella analisi, completa e appassionata.
Gran lavoro!
4- Sì ho pensato a Richler e anche ad alcune pagine di Philip Roth ne "Il lamento di Portnoy", ma qui in Jacobson l'ironia è più protagonista.
Spero traducano anche gli altri suoi romanzi, sarei curiosa di leggerli.
6- Ce ne ho messo di tempo! Avevo la testa altrove, mi spiace.
Ma sono contenta abbia apprezzato, benchè sospetti sia troppo generoso con me.
E' stato un gran bel suggerimento di lettura, era il romanzo di cui avevo bisogno. Tema e stile molto nelle mie corde.
Peccato nell'edizione completa non abbiano pubblicato l'intervista a Jacobson che chiudeva il fascicoletto dell'anteprima. Era interessante, per questo ho inserito il link.
Grazie sempre. Non ne sbagli una. Tutte le letture che mi hai consigliato sono state doni preziosi.
Ti sono debitrice.
;).
Io e noi tutti siamo tuoi debitori.
La verità è che sei sempre troppo buono e prodigo di complimenti. :)Non merito tanto, ma fa piacere. Ancora grazie
a te. E alla prossima;).
Tieni sempre d'occhio Cargo & Ancora. Vedrai che da Napoli pulita verranno fuori sempre belle cose, libere & indipendenti.
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nuovo articolo sul PARADISO. Da leggere!