Entrare in una libreria con pochi soldi a disposizione può essere anche una fortuna. Bisogno di leggere che si scontra con la cronica assenza di liquidità e allora ricerca fra gli scaffali di qualcosa che possa unire qualità e prezzo e allora ci si aggira instancabili fra bancarelle dell’usato e librerie più o meno conosciute. Lo sconforto aumenta fino a quando l’occhio si posa su un libretto di 82 pagine, copertina rossa, edizioni Adelphi. Un nome, Shirley Jackson. Una garanzia o forse anche una sfida. 8 euro per 82 pagine sono forse anche troppi ma nel retro di copertina leggi un riferimento a Orson Welles, poi una data, il 1949, e ti accorgi che stai leggendo da un po’ troppo tempo romanzi e saggi usciti negli ultimi 10 anni. Hai già sentito parlare di Shirley Jackson ma non ricordi dove, forse su un giornale che parlava anche di Edgar Allan Poe, forse ne hai letto in un’intervista a Stephen King, forse hai visto un film tratto da un suo romanzo, forse ti stai sbagliando ma accetti comunque volentieri il rischio e ti porti a casa questo “La lotteria” di Shirley Jackson. 82 paginette con quattro racconti.
Ti siedi sul treno di ritorno dalla metropoli e cominci a leggere e rimani senza parole, poi torni a casa, lo riprendi in mano e lo rileggi ancora e nei giorni successivi continuerai a rileggerlo. Da quel giorno mi sono convinto di aver incontrato una scrittrice di razza, una donna dotata di un talento fuori dagli schemi, che ti chiedi come possa ancora vivere nel dimenticatoio, citata da parecchi scrittori come fonte di ispirazione ma relegata ad una scrittrice di genere, quello del terrore o del mistery, di nicchia, insomma per lettori di seconda classe. Non sai nulla di lei e allora la rincorri, la cerchi e negli anni successivi leggi tutto quello che trovi di lei, in realtà altri due romanzi: “L’incubo di Hill House” del 1959, da cui furono tratti proprio due film, “Gli invasati” di Robert Wise del 1963 e l’orribile “Haunting – Presenze” di Jan de Bont del 1999, e il meraviglioso, dico meraviglioso perché è uno dei migliori romanzi che io abbia letto negli ultimi anni, “Abbiamo sempre vissuto nel castello”, del 1962.
“La lotteria”, il racconto che dà il titolo a questa mini-raccolta, uscì originariamente nel 1948 (e non come scritto nel 1949) sulle pagine del The New Yorker e fece subito scoppiare un putiferio. Documentandomi per quel che è nelle mie possibilità, ho scoperto che la redazione del giornale fu inondata di lettere di proteste e di diffida verso l’autrice scritte da lettori terrorizzati da quel racconto e la mole di lettere di protesta fu tale da essere poi raccolte in un volume dal titolo “Come Along With Me” uscito nel 1968. Tanto per dire di quello che può smuovere uno scritto. Sono forse solo i grandi artisti quelli capaci di azioni del genere. E si resta ancora più a bocca aperta perché “La lotteria” è un racconto che colpisce proprio per la sua semplicità e assoluta mancanza di trasgressione o almeno quello che più banalmente consideriamo trasgressione (droga, sesso, alcool, violenza).
E di cosa parla questo “La lotteria”? Scritto con uno stile asciutto, secco ma per certi versi simile a quello di una favola, racconta di uno strano tipo di lotteria che si celebra ogni anno, in estate, in una comunità agricola senza fuori dal tempo (ovvio comunque pensare agli Stati Uniti) di 300 persone (simile per certi versi nella mia immaginazione al villaggio di “The Village” di M. Night Shyamalan del 2004). Ad ogni estrazione c’è un solo vincitore ma in palio non ci sono oggetti, alimenti, no, il premio sarà la sua lapidazione. Questa rivelazione giunge solo alla fine del racconto ed è l’atmosfera che circonda la preparazione e le varie fasi dell’estrazione a stringerti il nodo attorno alla gola. La sua apparente normalità velata da una strisciante inquietudine con i bambini festanti e che partecipano sorridenti all’estrazione, l’attesa trepidante come per l’arrivo di Babbo Natale, per un solstizio, per una festa. Nessuno può mancare, tutti vengono chiamati a raccolta. La procedura è fissata da regole rigide, sottoposte a piccoli cambiamenti, come l’abbandono delle tessere di legno per i più comodi foglietti. La situazione diventa ancora più angosciante quando si scopre che non è solo questo villaggio sperduto a celebrare la lotteria ma che questa è una prassi condivisa da tanti altri paesi, forse tutti. La lotteria è la normalità e le parole che vengono spese per coloro che stanno pensando di abbandonare questo rituale, che diventano Moderni (utilizzo questo termine spogliandolo di venature positive-negative), sono agghiaccianti:
“Ho saputo” disse Mr Adams al Vecchio Warner accanto a lui “che nel villaggio su a nord parlando di lasciar perdere la lotteria”. Il Vecchio Warner sbuffò. “Pazzi scatenati” disse. “Se stai a sentire i giovani, non gli va bene niente. Manca poco che vorranno tornare a vivere nelle caverne, nessuno più che lavora, e prova a vivere così per un po’. Una volta c’era un detto, “Lotteria di giugno, spighe grosse in pugno”. In men che non si dica mangeremmo tutti erba bollita e ghiande. Una lotteria c’è stata sempre” soggiunse stizzito.” (pag. 22)
Nella lotteria non vengono sacrificati persone colpevoli di qualche crimine oppure persone non più abili al lavoro o dei deviati, no, la lotteria colpisce indiscriminatamente. E perché? Ci si potrebbe interrogare sulla banalità del male, sull’adesione alle tradizioni per proteggersi da ogni cambiamento, su come la lotteria parifichi tutti i cittadini, ciascuno possibile vincitore di una lapidazione, sulla banalità dell’esistenza. Interrogativi che rimangono quasi senza risposta perché la Jackson costruisce un racconto per molti versi indecifrabile.
Ovvio (almeno per chi è ancora capace di stupirsi di qualcosa) che un racconto del genere lasci una sorta di inquietudine per la semplicità quasi banale del Male che striscia in queste pagine. E’ uno di quei racconti che bisogna leggerlo per capirne la profondità. Qualcosa che ti striscia dentro e che forse colpisce maggiormente lettori come il sottoscritto che vengono da paesi di provincia, dove tutti si conoscono, dove ancora oggi questo genere di appuntamenti (una festa popolare può davvero trasformarsi in una lapidazione mentale) sono irrinunciabili e non parteciparci, rimanere in disparte, significa trasformarsi in un estraneo, in “uno di fuori”, “uno di città”, colpevole di non avere onorato il paese stesso.
Gli altri tre racconti sono anch'essi molto belli, seppur inferiori per intensità e novità rispetto a "La lotteria". Il secondo è “Lo sposo”, anche se il titolo originale “The Daemon Lover” è decisamente più bello e che, come si evince da una nota, fa riferimento ad una ballata scozzese che vede come protagonista il diavolo. Anche questa volta l’atmosfera è angosciante e ci si sente sempre più male nel seguire passo dopo passo il travaglio di una donna che nel giorno del suo matrimonio attende invano l’arrivo dello sposo. E allora la donna comincia a vagare per le strade, i palazzi, a bussare alla porta di sconosciuti alla disperata ricerca dell’innamorato ma passanti si prendono gioco di lei e parola dopo parola veniamo condotti in una stanza vuota, con un topo che la guarda da una parete. Ci si ferma, ci si chiede Cos’è successo? E’ mai esistito quello sposo? La donna è una pazza? E tutta una presa in giro? O quello che pensiamo è davvero successo? Ma cosa pensiamo? Chi era quello sposo?
Il terzo “Colloquio” è ancora più breve, appena cinque pagine. Ambientato in uno studio medico è il dialogo fra un medico ed una donna inquieta che pone questa domanda “Dottore, “ disse “da cosa si capisce se uno sta diventando matto?” ma frase dopo frase avviene il ribaltamento: è la donna la possibile pazza o non c’è nessuno di pazzo e malata è la società coi suoi drammi, le sue tragedie, la sua stupida quotidianità. E la chiusura è devastante:
“Mrs Arnold,” disse il dottore severamente “si controlli, la prego. In un mondo disorientato com’è oggi il nostro, spesso l’alienazione dalla realtà…”.
“Disorientato” disse Mrs Arnold. Si alzò.
“Alienazione” disse. “Realtà”. Prima che il dottore potesse fermarla andò alla porta, la aprì, “Realtà” disse, e uscì.” (pag. 66-67)
L’ultimo racconto “Il fantoccio”, forse il meno riuscito dei quattro, vede due donne recarsi per una serata di svago in un locale notturno dove assistono all’esibizione di un ventriloquo con il suo pupazzo di legno. La situazione degenera in battibecchi, in delusione, in’atmosfera satura di odio, disprezzo e ambiguità. Il pupazzo sembra vivo e scatena in una delle due donne una reazione emotiva improvvisa, come se quelle parole, i comportamenti sgraziati del fantoccio l’avessero colpita profondamente nell’intimo.
Poi si chiude il libro e si prende aria. Non c’è una pagina in più, non ne manca nessuna. Questa io la chiamo grazia. Lo chiamo talento. La chiamo letteratura.
Edizione esaminata e brevi note:
Shirley Jackson (San Francisco, 14 dicembre 1916 – Bennington, 8 agosto 1965) è stata una scrittrice e giornalista statunitense.
Shirley Jackson, "La lotteria", Adelphi Edizioni, Milano, 2007. Traduzione di Franco Salvatorelli.
Andrea Consonni, marzo 2011.
Commenti
[Shirley Jackson] La
[Shirley Jackson] La lotteria.
[shirley jackson] subito in
[shirley jackson] subito in home. Bell'idea, And.
229 volte, ADELPHI in Lanke: http://www.lankelot.eu/archivione?Adelphi
[la lotteria] sembra
[la lotteria] sembra decisamente potente. E incredibilmente sinistro e allegorico. Memorizzato.
Hai descritto quel racconto con una certa efficacia:). Rimane decisamente impresso.
[La lotteria] Sì, quel
[La lotteria] Sì, quel racconto è decisamente bello. Sinistro. E davvero, vivendo in un paese come il mio dove in pratica tutti sono parenti di tutti, tranne la mia famiglia che non ha vere radici lì, un racconto del genere assume connotati diversi.
E aggiungo "Abbiamo sempre vissuto nel castello" è un romanzo incredibile. Angosciante e con due protagoniste femminili indimenticabili.
[abbiamo sempre vissuto nel
[abbiamo sempre vissuto nel castello] ne scriverai?
[Abbiamo sempre vissuto nel
[Abbiamo sempre vissuto nel castello] Appena me lo restituisce mia sorella, ne scrivo volentieri.
[La Lotteria] Colpo di
[La Lotteria] Colpo di fulmine!
Bello. Adoro incontrare i libri come è accaduto a te. Innamorarmi fatalmente, ecco. Per questo, di tanto in tanto, compro un libro a caso. Di un autore (o autrice) mai sentito. Spero di scoprire un tesoro, come hai fatto tu.
L'inquietudine che si fa "normalità" è un tema molto affascinante. L'aspetto psicologico dei racconti che hai citato mi sembra impattante, quasi violento.
Grazie and!
[la lotteria] è successo di
[la lotteria] è successo di nuovo qualcosa del genere, and? Altri colpi di fulmine? Sento qualcosa nell'aria...
[La lotteria] Calma piatta
[La lotteria] Calma piatta Gianfranco. Questione anche di testa.
[andrea] la calma piatta è un
[andrea] la calma piatta è un dono di dio. Tienitela stretta - è fertile.
[La lotteria] Un po' anche
[La lotteria] Un po' anche perchè mentalmente, più che dal punto di vista pratico, sono assorbito da questa piccola sorpresa che arriverà nei prossimi mesi.
[andrea consonni-elkin] un
[andrea consonni-elkin] un libro che mi piacerebbe leggessi - se non è già accaduto - e commentassi, magari qui su lanke, è "Magic Kingdom" di Elkin...
http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/112
[Elkin] L'ho letto qualche
[Elkin] L'ho letto qualche tempo fa. Molto spassoso. Dovrei riprenderlo in biblioteca e prometto di sicuro una recensione appena lo rileggo.
A me piacerebbe invece che tu recensissi qualche libro di Vitaliano Trevisan. Così, per curiosità.
[elkin] libro tosto, "Magic
[elkin] libro tosto, "Magic Kingdom"... promessa memorizzata:).
Trevisan, sì, volentieri. Tutto potrebbe cominciare a rallentare come vorrei tra qualche mese. Appena rallento lo punto.
[Shirley Jackson] "Abbiamo
[Shirley Jackson] "Abbiamo sempre vissuto nel castello" è finalmente tornato nelle mie mani e appena finisco di rileggerlo, ne scriverò immediatamente. Mi sono accorto del peso che questa lettura ha avuto sul mio inconscio. Me n'ero quasi dimenticato. Qualcosa di emotivo e spero anche di formativo. Un influsso sul libretto che uscirà a breve e su quello che spero di terminare un giorno e che tu Franco sai.
L'inizio è questo:
"Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott'anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leon e l'Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti."
e più avanti si legge questo "Gli abitanti del paese ci hanno sempre odiati."
E quest'anno questo libro compie 50 anni e non li dimostra per niente.
[shirley jack.] ottimo.
[shirley jack.] ottimo. Allora aspetto con gioia che tu finisca di rileggerlo. Forza...