Jackson Shirley

Abbiamo sempre vissuto nel castello

Autore: 
Jackson Shirley

Cosa e come scrivere dell’incredibile romanzo di Shirley Jackson “Abbiamo sempre vissuto nel castello” pubblicato negli Stati Uniti nel 1962 e portato in Italia da Adelphi nel 2009, sono state due domande che mi hanno disturbato parecchio in questi giorni al termine della sua rilettura.
Prima di rileggerlo mi ero preparato una scaletta mentale, avevo ripescato in alcuni quadernetti alcuni appunti di quasi due anni fa e pensavo che sarebbe stato abbastanza semplice scrivere di un romanzo che tanta importanza ha acquistato nella mia vita. Così semplice non lo è stato, perché il malessere che mi ha lasciato questo libro è ancora più grande e sconvolgente di quanto mi aspettassi. Un romanzo lascia segni ad ogni lettura, dipende dal contesto, dalla situazione personale, dall’attenzione che gli si può dedicare e dalla attese che uno ha e leggerlo ora ha assunto tutto un altro sapore, ancora più malsano, ancora più toccante e commovente rispetto a quanto è accaduto in passato.

Cosa dire allora di “Abbiamo sempre vissuto nel castello”?

Per prima cosa lo si potrebbe ascrivere alla tradizione gotica, presentarlo forse come romanzo mystery, addirittura dalle venature horror, lo si potrebbe definire una favola moderna, potrebber ricordare la pellicola di Frank Capra del 1944 “Arsenico e vecchi merletti”, si potrebbe trovare qualche somiglianza con la famiglia Addams, riflettere se questo “castello”, che è una villa, ricordi maggiormente le case di Edgar Allan Poe o quella di Psycho, l’albergo di Shining o la residenza-prigione di Edward Mani di Forbice e per chi ama ritrovare similitudini si potrebbe andare avanti all’infinito ma rimarrebbero tutte definizioni abbozzate, nemmeno necessarie quando ci si ritrova al cospetto di un’opera singolare e autonoma come questa, che se è vero rimanda a quanto sopracitato, diventa essa stessa oggetto di paragone e citazione, si trasforma in un libretto incendiario come pochi ormai vengono scritti.

Letteratura del Male a bassa voce (perfetto è la dedica di Stephen King ne “L’incendiaria” :“A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”), crudele, che colpisce e angoscia proprio per l’assenza di sbalorditivi colpi di scena e che stupisce per l’abilità dell’autrice nel raccontare qualcosa che le anime sensibili e solitarie conoscono profondamente, anime solitarie e incantate come Mary, la voce narrante e anima pulsante dell’intero libro che si apre proprio con le sue parole.  

Con un’avvertenza, simpatizzare, solidarizzare con Mary è quasi naturale ma dopo averlo fatto si prova un sottile fastidio nel guardarsi allo specchio, come se avessimo appena rivelato qualcosa di malvagio che è dentro di noi. La malvagità con il sorriso sulle labbra, con la testa fra le nuvole, di chi utilizza il male e sembra quasi dimenticarsene.

Mary si presenta con queste parole:

“Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott'anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leon e l'Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.”

Una che se deve innervosirti parla di funghi mortali e può farlo, eccome se può farlo, ed è quasi impossibile chiuderle la bocca, perché si ha paura, si ha paura di lei, di sua sorella, del posto dove abita, del suo passato e della maledizione che sembra regnare su di lei e sulle sue parole.

La Jakson ci trasporta in un mondo simile a quello del racconto “La lotteria”. Sì, probabilmente ci troviamo negli Stati Uniti ma quali Stati Uniti non ci è dato sapere. Sì, ci sono macchine, quindi siamo nell’età moderna, forse gli stessi anni’60 in cui è stato pubblicato il romanzo, viene citata l’Italia e allora esiste un mondo fuori, ma ci troviamo anche in una dimensione atemporale, impossibile da collocare con precisione nel tempo e nello spazio, se non in quello delle nostre stanze, dei nostri paesi, dei nostri incubi e sogni. Un mondo, il loro, e forse anche il nostro, spostato di qualche metro, incantato eppure così terribile. Incantato e terribile come la bellissima villa immersa in un giardino dove vivono Mary, la sorella Constance quasi trentenne e lo zio Julian, paralitico e fuori di testa e che inutilmente cerca di ricostruire il tragico evento che ha segnato la vita della loro famiglia.

Sei anni prima dell’inizio della narrazione metà della famiglia Blackwood è stata spazzata via da un avvelenamento d’arsenico. Riuniti intorno al tavolo sono morti padre, madre, il figlio più piccolo e la zia. Ad essere incolpata degli omicidi, ma scagionata dopo il processo, è stata Constance e, secondo la ricostruzione, durante i fatti Mary era chiusa nella sua camera e Julian si è salvato dalla morte solo per miracolo. Da quel giorno i tre vivono isolati nella loro casa ed è la sola Mary a rompere l'isolamento per prendere i libri della biblioteca e fare acquisti. Fuori tutti li odiano. Hanno paura di loro, li trattano come un fenomeno da baraccone, i bambini cantano filastrocche agghiaccianti quando vedono comparire Mary:

“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni. Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni”,

ricevono pochissime visite, che si rivelano di pura cortesia. Fin qui qualcuno potrebbe dire, normale che li odino ed invece apprendiamo che la famiglia Blackwood era disprezzata anche prima del fattaccio, era temuta e oggetto di chiacchiere per il proprio separatismo, snobberia, tirchieria ma gli abitanti del villaggio non sono certo meglio anzi, sono uomini laidi, invidiosi, sporchi, dei derelitti senza coscienza.

Insomma un bel posto dove vivere.

Mary è una ragazza che sogna di volare sulla luna e che per uscire di casa compie strani rituali come questo:

“Andando a fare la spesa feci un gioco. Mi ispirai a quei giochi da tavolo infantili in cui ogni giocatore lancia il dado e procede; c’è sempre un pericolo in agguato, per esempio “stai fermo un turno” o “retrocedi di quattro caselle” o “torna al via”, e piccoli vantaggi, come “avanza di tre caselle” o “tira di nuovo”. La partenza sarebbe stata la biblioteca, e il traguardo il masso nero. Dovevo avanzare su un lato della via principale, attraversare e poi procedere in senso inverso sull’altro lato finché arrivavo al masso nero e vincevo. Cominciai bene, con una bella mossa sicura sul lato deserto, e mi dissi che forse quella sarebbe stata una giornata particolarmente fortunata; qualche volta capitava, le mattine di primavera, ma non era certo la regola. Nel caso avrei fatto un’offerta in gioielli in segno di riconoscenza.” (pag.13-14)

Mary veglia su Constance, proteggendola da qualunque cattiveria provenga dal mondo, lasciandola libera di occuparsi della cucina e di tutte le faccende di casa, in particolare del meraviglioso orto. È la stessa Mary che parla con il gatto, che vive in simbiosi con la Natura, che seppellisce denaro nel parco di casa, che non ha il permesso di toccare il cibo e che si augura che gli abitanti del paese muoiano tutti. Non proprio un’anima candida insomma.

Questa pace apparente, quasi da incantesimo, si rompe quando giunge in casa Blackwood un cugino, Charles, intenzionato ad impadronirsi del denaro di famiglia, approfittando della difficile situazione mentale di Constance. È Mary a riconoscere subito il pericolo insito in quell’arrivo e sembra essere incapace di fare qualcosa per impedire che le cose cambino e che il mondo assuma nuove forme. I suoi incantesimi non funzionano e sembra che Constance voglia ricominciare una nuova vita, uscire di casa, rituffarsi dal mondo, uscire insomma dall’isolamento.

Ma.

Scrivo volutamente "ma" perché la grandezza della Jackson si rivela proprio in questo passaggio, accumulando dubbi su dubbi nel lettore: Mary, impedendo alla sorella di rientrare nel mondo, la sta davvero proteggendo da quanto le potrebbe succede oppure non si dimostra altro che una ragazza profondamente egoista che rende schiava sua sorella? E la catastrofe in arrivo porterà redenzione o solo distruzione e miseria alle due giovani sorelle? E ciò che accade nella seconda parte del libro ha il sapore di una punizione sulle sventurate o il consolidamento di una vita? E quello che ci è stato raccontato sulla strage all’arsenico corrisponde alla verità? E se non corrisponde alla realtà, è giusto sempre conoscere la verità? Esistono davvero dei bambini buoni oppure si tratta solo di una invenzione a cui ci piace credere per dormire sonni tranquilli? E i colpevoli devono pagare sempre per le loro colpe oppure talvolta gli esseri umani possono trovare forme alternative di punizione o vivere comunque felici e spensierati? Oppure non ci sono colpevoli per alcune azioni? E la vita di queste due ragazze è davvero una vita felice così lontane dal mondo? È felicità rinunciare al mondo e alla realtà? Oppure la solitudine è un tempio che non deve essere violato e che non tutti sono in grado di comprendere? 

Il finale di “Abbiamo sempre vissuto nel castello” che non rivelo (così come altri decisivi passaggi del romanzo) perché eliminerebbe gran parte della suggestione del romanzo non offre una vera e propria spiegazione ai numerosi interrogativi presenti che continueranno a scavare nel cuore dei lettori anche a lettura terminata.

È giusto anche però ammettere che la Jackson non scrive un romanzo per tutti, credo anzi che ad alcuni lettori daranno molto fastidio queste pagine, rimarranno infastiditi dalla mancanza di una precisa chiave interpretativa e dalla simpatia malsana che proveranno per queste due ragazze che dietro la bellezza e l’aspetto fatato, celano una crudeltà spiazzante, senza la minima comprensione e compassione per gli altri.

Chi invece si è sentito fuori posto dove abita ed odiato e disprezzato nella propria vita non potrà invece che amarlo questo romanzo e dopo poche pagine comincerà a sognare un giardino e una casa dove poter vivere e salutare per sempre il mondo che li circonda. Qualunque cosa sia accaduta e debba ancora accadere.

Edizione esaminata e brevi note:

Shirley Jackson (San Francisco, 14 dicembre 1916 – Bennington, 8 agosto 1965) è stata una scrittrice e giornalista statunitense.

Shirley Jackson, "Abbiamo sempre vissuto nel castello", Adelphi Edizioni, Milano, 2009. Traduzione di Monica Pareschi. Titolo originale "We Have Always Live in the Castle", 1962.

Per approfondire: WIKI en [bio] + Wiki en [scheda]

Andrea Consonni, maggio 2011

ISBN/EAN: 
9788845923661

Commenti

[Abbiamo sempre vissuto nel

[Abbiamo sempre vissuto nel castello - Shirley Jackson] Come promesso qualche giorno fa, ecco qui "Abbiamo sempre vissuto nel castello".

[shirley jackson] e alè,

[shirley jackson] e alè, carichiamolo in home. Pezzo che attendevo con enorme curiosità. Grazie caro. A più tardi per i commenti!

[Abbiamo sempre] Inserisco

[Abbiamo sempre] Inserisco anche l'immagine di questa copertina perché rende bene l'atmosfera del romanzo:

[abbiamo sempre...] l'altra

[abbiamo sempre...] l'altra copertina è stupenda.

[oh, adelphi] adelphi. 230

[oh, adelphi] adelphi. 230 schede di lettura: http://www.lankelot.eu/archivione?adelphi - ad oggi:)

[Shirley Jackson] Gran pezzo,

[Shirley Jackson] Gran pezzo, And. Segnalo però qualche refuso.A fine del sesto paragrafo, "la vita della loro vita"; quando Mary parla dei giochi, "in cui ogni giocate" invece di giocatore; quando arriva Charles "è Mary a riconosce"...re; nello stesso paragrafo "rituffarsi dal mondo" invece che nel; nella seconda domanda che poni c'è un "poterà" invece che porterà. Tutto qui, mi sembra.Gran pezzo. E questa frase: "Per prima cosa lo si potrebbe ascrivere alla tradizione gotica, presentarlo forse come romanzo mystery, addirittura dalle venature horror, lo si potrebbe definire una favola moderna, può ricordare la pellicola di Frank Capra del 1944 “Arsenico e vecchi merletti”, si potrebbe trovare qualche somiglianza con la famiglia Addams, riflettere se questo “castello”, che è una villa, ricordi maggiormente le case di Edgar Allan Poe o quella di Psycho, l’albergo di Shining o la residenza-prigione di Edward Mani di Forbice e per chi ama ritrovare similitudini si potrebbe andare avanti all’infinito ma rimarrebbero tutte definizioni abbozzate, nemmeno necessarie quando ci si ritrova al cospetto di un’opera singolare e autonoma come questa, che se è vero rimanda a quanto sopracitato, diventa essa stessa oggetto di paragone e citazione, si trasforma in un libretto incendiario come pochi ormai vengono scritti."

[Shirley Jackson] Grazie

[Shirley Jackson] Grazie Branco per i complimenti ma soprattutto grazie per la segnalazione dei refusi, spero di avere corretto tutto. (che svogliato che sono, ragazzi) 

[Shirley Jackson] Confesso

[Shirley Jackson] Confesso che tutte le recensioni sono sempre prima versione, scrivo e basta e correggo qua e là. (non sempre come vedete)

[Shirley Jackson] Io a volte

[Shirley Jackson] Io a volte ci metto talmente tanto a scriverle che se non le rileggessi non saprei come continuare....

[abbiamo sempre vissuto nel

[abbiamo sempre vissuto nel castello] il primo passo a restare decisamente impresso è questo:

"Letteratura del Male a bassa voce (perfetto è la dedica di Stephen King ne “L’incendiaria” :“A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”), crudele, che colpisce e angoscia proprio per l’assenza di sbalorditivi colpi di scena e che stupisce per l’abilità dell’autrice nel raccontare qualcosa che le anime sensibili e solitarie conoscono profondamente"

> Direi che già qui hai guadagnato i neofiti alla causa della Jackson, amice And. Davvero indovinato e potente.

[castello, shirley jackson]

[castello, shirley jackson] pezzo memorabile, andrea. Sempre più bravo. La chiusura mozza il fiato.

"Chi invece si è sentito fuori posto dove abita ed odiato e disprezzato nella propria vita non potrà invece che amarlo questo romanzo e dopo poche pagine comincerà a sognare un giardino e una casa dove poter vivere e salutare per sempre il mondo che li circonda. Qualunque cosa sia accaduta e debba ancora accadere."

> Un lavoro fantastico. Chapeau. Ordinerò entrambi i libri di SJ di cui hai scritto, entro fine anno tornerò a ringraziarti.

[Jackson] Grazie Gianfranco.

[Jackson] Grazie Gianfranco. Quello con la Jackson è stato un incontro incredibile, soprattutto per La lotteria e questo romanzo. Incubo a Hill House, un po' meno, ecco forse è quello è più invecchiato, anche se viene indicato come un piccolo capolavoro. 

Si respira un'atmosfera magica in "Abbiamo sempre vissuto nel castello" e non dimostra affatto 50 anni, anzi. L'autrice arebbe potuto scegliere vie più gradite al lettore, calcare sul melodramma, sul buonismo, presentarci due candide ragazze disprezzate dal mondo brutto e cattivo che piacciono tanto al lettore medio, magari facendole anche morire o ribellarsi in una maniera che si riesce a comprendere. E invece ti mostra una famiglia che vive isolata, dopo un avvelenamento di gruppo commesso da una ragazzina. 

Se ci fosse un grande regista, se ne potrebbe trarre un film incredibile. Un Tim Burton che ritorna grande o qualche regista che non conosco. Non lo dico mai ma sarei curioso di vederlo sul grande schermo. 

Aggiungo solo una postilla, forse è un romanzo adatto a chi non riesce ancora ad abituarsi a tutto il sangue e violenza dei giorni nostri. Non è che mi dispiacciano i film dell'orrore o il cinismo e il resto però fino ad un certo punto. Il genere di atmosfere alla Jackson, seppur pesanti, è molto più gradito dal sottoscritto.

[Jackson] secondo me se

[Jackson] secondo me se Hitchcock fosse ancora vivo si divertirebbe un sacco con Shirley Jackson, comunque, cercando nel magico mondo di google ho trovato che un certo Robert Wise ha fatto una trasposizione de "La casa degli Invasati". Anche David Lynch non sarebbe male...

Complimenti, davvero grande and, li metto nella mia lista.

 

 

[Jackson] Grazie Miner. io

[Jackson] Grazie Miner. io l'ho visto il film di Wise e mi è piaciuto. Quello del '99 è una boiata invece. Sì, forse Lynch potrebbe tirarne fuori qualcosa di molto interessante. In bianco e nero, però, non so perché. 

[Lynch- biancoenero] eccerto.

[Lynch- biancoenero] eccerto. Il bianco e nero nella cinematografia è molto più affascinante dei colori... e la prima copertina del castello è significativa.

 

[jackson, abbiamo sempre

[jackson, abbiamo sempre vissuto...] Viviana Rosi, su Corpo 12: http://www.corpo12.it/?p=515

La clausola: "nero come una notte senza luna, questo romanzo è una festa e un regalo tardivo (perché una bella e curata edizione del 2009 di un libro del 1965?) per gli amanti di Stephen King e i più esigenti estimatori di Ambrose Bierce. Ma, forse, a ben vedere è anche qualcosa di molto di più: un coltello tagliente conficcato nella corposità materica del cliché della famiglia felice e invidiata, un veleno che cancella le apparenze, un caos creativo che mescola barbari invasori e quiete comunità di individui dai segreti inconfessabili, un lento sprofondare negli incubi dell’infanzia e nei suoi terribili e rimpianti segreti." 

> Notevole...

[abbiamo sempre vissuto nel

[abbiamo sempre vissuto nel castello] comprato poco fa da Tilopa, con molta gioia. Entro qualche mese leggo e torno a commentare. Grazie ancora.

[Abbiamo sempre vissuto nel

[Abbiamo sempre vissuto nel castello] Allora aspetto. (e sarebbe bello che un giorno la copertina fosse quella in bianco e nero)

[abbiamo sempre vissuto nel

[abbiamo sempre vissuto nel castello] qualche mese al massimo e ci sono, e se dovesse piacermi, come spero, subito dopo punto anche l'altro, "La lotteria". E grazie ancora:)

[Abbiamo sempre vissuto nel

[Abbiamo sempre vissuto nel castello] Allora aspetto e chissà che il Franchi non possa scrivere bene di un romanzo a stelle e strisce. (scherzo)

[shirley jackson, "abbiamo

[shirley jackson, "abbiamo sempre vissuto nel castello"]

Intanto due tra i passi che ho preferito:

"Quando ero piccola credevo che un giorno sarei cresciuta tanto da toccare la sommità delle portefinestre nel salotto di nostra madre. Davano sulla veranda, perché la casa era nata come residenza estiva. Nostro padre aveva fatto mettere il riscaldamento solo perché non c'era un'altra casa dove trasferirci per l'inverno; ci sarebbe toccata di diritto casa Rochester in paese, ma a quella avevamo dovuto rinunciare da tempo. Le portafinestre arrivavano fino al soffitto e non sono mai riuscita a toccare la sommità; mia madre diceva sempre a chi veniva a trovarci che le tende di seta celeste erano lunghe cinque metri. C'erano due finestre così nel salotto e due nella sala da pranzo e, viste da fuori, così alte e strette, davano alla casa un'aria scarna e desolata. Dentro però il salotto era un delizia" [p. 35].

Singolarmente claustrofobico.

L'artista è decisamente visiva, in ogni caso. Questa è una delle migliori descrizioni di esterni: "Eravamo diretti al campo d'erba alta, che oggi sembrava un oceano, anche se io l'oceano non l'avevo mai visto; l'erba si muoveva al vento mentre le ombre delle nuvole la percorrevano in un andirivieni continuo, e si muovevano anche gli alberi in lontananza. Jonas sparì nell'erba, così alta che camminando mi sfiorava le mani, e avanzò a piccoli balzi sghembi; per un momento l'erba si piegava tutta da una parte sotto il vento, poi si vedeva avanzare una scia rapidissima, ed era Jonas che correva. Attraversai il campo in diagonale, e quando fui esattamente in centro vidi la pietra che copriva il punto in cui era seppellita la bambola; la trovavo sempre, anche se molti dei miei tesori erano perduti per sempre. La pietra era intatta, perciò la bambola era al sicuro. Sto camminando su un tesoro sepolto, pensai, con l'erba che mi sfiorava le mani e niente intorno a me a parte la distesa del campo, l'erba piegata dal vento e la pineta in fondo; alle mie spalle la casa, e lontano, a sinistra, nascosta dagli alberi e quasi invisibile, la recinzione di filo di ferro che aveva costruito nostro padre per tenere lontana la gente" [p. 71]

Altro, a breve:)

[shirley jackson] aggiungo

[shirley jackson] aggiungo due link, per approfondire: WIKI en [bio] + Wiki en [scheda] > laddove campeggia un bel giudizio lapidario: "The novel has been described by Jackson's biographer, Judy Opphenheimer, as "a paean to agoraphobia" with the author's own agoraphobia and nervous conditions having greatly informed its psychology."

["abbiamo sempre vissuto nel

["abbiamo sempre vissuto nel castello"] La tua presentazione è davvero molto ben fatta, appassionata, partecipata e vivace. Considerando quanto cupo, paranoico e malaticcio sia questo romanzo, sei riuscito nell'impresa di regalargli un po' di luce - un bel po' - con la tua vitalità e il tuo entusiasmo. Tecnicamente, secondo me siamo dalle parti di un romanzo neogotico, provinciale e piccolo borghese, giocato su una lingua - se la traduzione è fedele, come pare - mai ricercata, e tuttavia composta e sempre abbastanza semplice. Concettualmente, la Jackson sembra aver interiorizzato la lezione un po' angosciante e tanto troppo universale dell'homo homini lupus. Mi piacerebbe se questo libro diventasse un film - diciamo pure alla "The Others", fatte le debite proporzioni, un "The Others" leggermente più realistico, privo di ogni spiritualità.

[Abbiamo sempre vissuto nel

[Abbiamo sempre vissuto nel castello] Amo tantissimo questo libro forse anche perché mi ci sono ritrovato parecchio. Questa distanza totale dalla vita che mi circonda, dagli esseri umani dei quali sempre meno sento il bisogno di circondarmi, questo volersene starsene per i fatti propri, lontano da tutto e tutti, senza quasi contatti umani, se non quelli obbligati. E quella casa meravigliosa dove sogno un giorno di poter vivere, in maniera semplice, sperando un giorno di fare a meno anche di questo oggetto. 

[s. jackson; shiel] a

[s. jackson; shiel] a proposito di "volersene stare per i fatti propri, lontano da tutto e da tutti"... hai mai provato a leggere "La nube purpurea" di M.P. Shiel [personaggio stravagante come pochi, tra le varie cose]?

Qua c'è la mia scheda di lettura di 10 anni fa - avevo 24 anni, scrivevo con uno stile un po' diverso - e non so quanto possa avvicinarti al libro. Comunque: http://www.lankelot.eu/letteratura/shiel-la-nube-purpurea.html

In compenso, questa è la scheda Adelphi - http://www.adelphi.it/libro/9788845900471