Isnenghi Mario

Storia d’Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo

Autore: 
Isnenghi Mario

Esse est percipi: non credo che lo storico Mario Isnenghi, autore della "Storia d’Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo", Laterza, pagg. 678, 30,00, volume ponderoso e certo non facile, condivida la celebre tesi del filosofo George Berkeley secondo la quale il mondo si esaurirebbe nella percezione di se stesso. L’assunto, seppure al netto del gravame teorico implicato nell’ontologia del pensatore settecentesco, in questi anni è andato per la maggiore. Aggiornato al disimpegno degli ultimi trent’anni, in una versione diremmo più friendly, ha finito per trasformarsi in disincanto, disillusione e probabilmente cinismo - inutile aggiungere che mai come in una mediocrazia come la nostra la realtà è stata soppiantata dalla percezione (ahimé manipolatissima). 

Il rischio ultimo di questo atteggiamento, “fare spallucce” rispetto alle cose in sé, a leggere il libro di Isnenghi, sembra il più temuto. Contro questa declinazione “leggera” fino all’evanescenza della realtà che sostituisce i fatti con la percezione degli stessi, lo storico, lontanissimo da ogni rozzo determinismo che si volesse oggettivo, cerca un ragionevole punto di equilibrio, tutt’altro che astratto ma volta per volta incarnato in una sequenza storica, nella vicenda di un personaggio, nelle articolazioni di una temperie culturale, un punto di equilibrio si diceva tra i fatti e l’immaginario.

L’anticlericalismo chiamato in causa dall’autore spingerebbe a trovare una spiegazione antica nell’attitudine degli italiani, soggiogati da secoli di fumisterie cattoliche, a scambiare il mondo per il racconto che ne fanno i potenti: non a caso un modo per indottrinare e tener buone le masse. Un mondo in cui lo stesso viene derubricato a mero accidente del quale non preoccuparsi più di tanto in vista di una vita vera una volta tirate le cuoia. Non a caso Leone XIII in un’enciclica del 1878 ricordava ai regnanti che la Chiesa garantiva un insostituibile contributo all’obbedienza dei “sudditi” (la sapevano lunga, a San Pietro). Ed è difficile contestare l’idea che non sia stata solo un potere illegittimo insediato nel nostro territorio, ma un ottimo puntello per il potere tout court, anche per i laici Mussolini e Craxi. Che abbiano favorito l’attitudine italiana a fidarsi di divinità e demiurghi: il ventennio televisivo ancora in auge è stato preceduto dal Ventennio di un altro uomo della “provvidenza”.  

Isnenghi affianca però all’analisi impietosa dei drammi nazionali la storia di chi invece ha creduto in qualcosa che andasse oltre il particolare; una storia propositiva anche. Di persone e idee che al futuro hanno creduto, lo hanno immaginato, voluto. Che hanno dato il loro contributo a cambiare le cose – è appena successo. Anche con apporti per così dire non centralissimi del dibattito storiografico torna costante il filo di una doppiezza italiana fra il dire e il fare, obbligata dalla “doppia cittadinanza” inflitta alla nostra storia dall’“occupazione” vaticana. Una sovranità limitata la nostra, si è detto in molte occasioni. Isnenghi mostra come gli stessi scrittori cattolici che ad avviso di molti sono stati frenati proprio dal loro timore di uscire dal seminato delle sacrestie, siano apparsi viceversa pericolosi per le loro gerarchie.

In negativo e in positivo, il lavoro dello storico procede attraverso i fatti e le narrazioni coeve sugli stessi: da Fogazzaro a Cavour, da Comisso al Giamburrasca di Vamba fino alle gazzette più marginali ma sempre indiziarie di un clima. Tra fatti e percezioni, a mediare, ma soprattutto a confondere, sono le parole: valga l’esempio dei primi manifesti fascisti-futuristi cui non corrispose nei fatti altro che la natura violenta del potere successivo. Così come alla congerie culturale di Fiume, almeno ibrida, sublimata nella Carta del Quarnaro a firma De Ambris–D’Annunzio corrisponderanno fatti non omogenei e soprattutto riletture assai arbitrarie da parte di Repubblichini dimentichi della “realtà” del ventennio. Epperò, scrive Isnenghi, i fatti esistono. Una filosofia della storia è tutt’altro che pacifica, lineare, ma le azioni degli uomini un senso lo hanno. Anche in un paese come il nostro.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Mario Isnenghi - Storico veneziano, (1938) professore di Storia Contemporanea.

Storia d’Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo, Laterza, pagg. 678, Euro 30,00

Per le note bio-bibliografiche rimando a  http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Isnenghi

http://www.gothicnetwork.org/articoli/litalia-di-mario-isnenghi-dal-risorgimento-ad-oggi

Michele Lupo

ISBN/EAN: 
978884208757

Commenti

[Storia d’Italia]

Neo Michele! Buona lettura

OT Michele, per come è strutturato Lankelot questo articolo andava postato in "letteratura". Sezione che include la saggistica. Ho aggiunto il tag "scienze" perché altrimenti non poteva neanche essere visualizzato, quaggiù:). Idem, i libri di musica vanno comunque in "letteratura":).

[isnenghi]

 giusto, non ci avevo pensato - grazie

 

[isnenghi]

una cosa forse andrebbe chiosata - e mi scuso per il ritardo, ma ci stavo passando giusto adesso. Vale a dire: scrivi,

"Così come alla congerie culturale di Fiume, almeno ibrida, sublimata nella Carta del Quarnaro a firma De Ambris–D’Annunzio corrisponderanno fatti non omogenei e soprattutto riletture assai arbitrarie da parte di Repubblichini dimentichi della “realtà” del ventennio."

> http://www.lankelot.eu/letteratura/d-annunzio-gabriele-la-carta-del-carn... in realtà, nel secondo Novecento e negli anni Zero, le "riletture assai arbitrarie" non sono quelle dei repubblichini: la Carta del Carnaro, scritta da De Ambris e "fatta letteratura" da D'Annunzio, è un esempio di costituzione d'avanguardia, come già Giordano Bruno Guerri e Patrick Karlsen - due storici tutt'altro che repubblichini, decisamente - hanno correttamente spiegato.

Va poi detto - e rimarcato - che quando accaddero i fatti di Fiume, poco dopo la Prima Guerra Mondiale e ben prima del ventennio, nostri concittadini andavano ad abbracciare altri nostri compatrioti, oltre il 70 percento della cittadinanza, non ancora riuniti alla nazione. La Fiume di oggi è ben diversa, come sappiamo, complice l'esodo e la diaspora che l'hanno spogliata. Per questo bisogna sforzarsi di parlare dei fatti di allora soltanto con qualche bel libro di storia di fronte:)

L'impresa di Fiume, per prima cosa, era "etnica", non politica. Era riportare un altro pezzo di cultura "istroveneta", se non vogliamo dire "italiana", dentro casa. Tutto qua:). E non a caso l'impresa riuscì, nonostante quel pagliaccio buffo di d'annunzio.

* Quindi, insomma: "le "riletture assai arbitrarie" fatte dai "repubblichini" che cita Isnenghi vorrei tanto sapere quali sono, e chi le avrebbe scritte. Curiosità mia... pardon ancora per la differita.