Può il cinema restituire luce alla letteratura? Soprattutto: può un film non memorabile indirizzare i lettori all'opera originaria, a distanza di una decina d'anni dalla prima visione? Stando a quanto appena accaduto, pare proprio di sì. Giorni fa, camminando per Trastevere, ho distrattamente notato “La leggenda di Sleepy Hollow” in vetrina: ho pensato subito a Tim Burton e sono entrato in libreria, per scoprire di cosa si trattava. Ho letto il nome dell'autore: Washington Irving. È un artista ammantato da un'aura leggendaria; è uno dei pionieri della Letteratura Americana. Ho pensato: mea culpa, ne so davvero poco e niente. Così, nonostante il dispetto per la terribile grafica dell'edizione Barbès, e per l'illeggibile quarta di copertina – sembra incisa sulla carta da parati – ho acquistato il libro.
In questa edizione, oltre al racconto eponimo, ecco “Rip Van Winkle” e “L'arte di fare libri”. I primi due, accreditati al fantomatico Knickerbocker, viaggiatore e gentiluomo alter ego dell'autore, sono – stando alla critica inglese – la massima espressione della creatività di Washington Irving (1783-1859); il terzo, una satira dell'arte di fare i libri, che possiamo tranquillamente trascurare.
Cominciamo da “La leggenda di Sleepy Hollow”, allora. La vicenda è ambientata nella piccola valle addormentata di SH, popolata dai discendenti dei navigatori olandesi; leggende la vogliono incantata. Leggende che sembrano aver attecchito: gli abitanti sono scaramantici e superstiziosi, convinti della normalità di strane apparizioni o di musiche nell'aria. Spettro principe è un cavaliere senza testa; cavalca, decapitato e misterioso, nel cuore della notte, veloce come il vento. Imprendibile.
Ichabod Crane, maestro elementare, soggiornava trent'anni prima da quelle parti. Dimenticate Johnny Depp, per favore. Cancellatelo dalla memoria. Non ha proprio niente a che fare con il nostro nuovo, antico amico. Fatto? Vi presento mister Crane. Una persona molto comune, e nient'affatto eroica:
“Era alto e molto magro, con spalle strette e braccia e gambe molto lunghe; le sue mani penzolavano per un miglio fuori dalle maniche, ed i suoi piedi erano buoni come pale: tutta la sua figura sembrava stesse insieme per miracolo. La testa piccola e piatta, i grandi orecchi, i larghi occhi verdi e vitrei e il lungo naso a punta: ricordava una di quelle banderuole a forma di gallo che sul loro perno indicano da che parte soffia il vento” (p. 22): sembrava “uno spaventapasseri scappato da un campo di grano”. Sempre affamato, a dispetto della magrezza (“stomaco da anaconda”), era spesso ospite delle famiglie degli allievi. “Mangiando, il suo spirito si rianimava come succede ad altri uomini col bere” (p. 48).
Non era un maestro d'avanguardia: conosceva la frusta. Sapeva, tuttavia, giocare con i bambini, al termine delle lezione, e trattarli con dolcezza e protettività; al contempo, con generosità ricambiava i pranzi e le cene dei suoi ospiti, prestandosi a piccoli lavori domestici. Manus manum lavat.
Era considerato un erudito perché aveva letto diversi libri fino in fondo; era trattato come la seconda autorità del paese, dopo il reverendo. Amava raccontare storie gotiche, e ascoltarne di nuove; peccato soltanto che poi, tornando a casa di notte, aveva paura anche del fruscio dei rami. Era un buon ballerino e un buon cantante. Un buon diavolo, via, che campava alla giornata contentandosi di piccole cose. Ma un giorno, tra le sue allieve, si presenta la figlia di un ricco agricoltore nederlandese: Katrina Van Tassel. Diciottenne, bella e benestante, ingioiellata e sorridente, conquista il cuore di Ichabod – non insensibile, a dirla tutta, al fascino della sua eredità, e della possibilità di aggiudicarsela. Inevitabilmente, Ichabod ha dei rivali: il più temibile è Brom Van Brunt, giovanotto “robusto, gradasso e turbolento”, eroe della zona, leader dei ragazzi del posto. Presto il clima si fa teso: il maestro evita lo scontro fisico, limitandosi ad arginare le infantili rappresaglie del suo antagonista, ma l'equilibrio non può durare a lungo.
Una sera si tiene una festa a casa Van Tassel. Ichabod arriva a cavallo d'un ronzino, Brom sul suo selvaggio e indomabile DareDevil. È una festa rigorosamente bianca: sentite come possono parteciparvi i negri, in quei tempi oscuri: il maestro danza, accompagnato dalla sua bella, e...
“Era l'ammirazione di tutti i negri della zona, che si erano radunati, di ogni età e corporatura, dalle fattorie vicine e ora formavano piramidi di visi lucenti affacciati alle finestre e alle porte di casa, e guardavano la scena incantati, con gli occhi spalancati, mostrando file di denti bianchi da un orecchio all'altro” (p. 49).
Mi sembra importante evidenziare quali fossero le condizioni di vita degli afroamericani: l'unico che poteva stare tra i bianchi era il vecchio musicista, bianco di capelli, malconcio come i suoi strumenti. Trattato come uno strumento lui stesso. Interessante... Ma torniamo alla trama.
Nel corso della serata, i convitati parlano delle storie incredibili di Sleepy Hollow: negli ultimi tempi, in tanti hanno visto galoppare per la campagna il Cavaliere Senza Testa – sino al cimitero della chiesa, in mezzo alle tombe. Brom la spara grossa: da bravo spaccamontagne, giura di averlo vinto in una gara di velocità; infine, racconta che quella volta il Cavaliere è sparito scomparendo in un bagliore. Sarà vero?
Senza bagliore invece lascia la festa Ichabod, dopo uno sfortunato approccio con la sua ereditiera. E così, mogio mogio, va per il bosco, impaurito per tutte le storie che ha sentito raccontare, quasi presagendo quanto sarebbe accaduto: tutto a un tratto, nel folto della foresta, gli s'avvicina un misterioso cavaliere. Mantengono la stessa andatura, Ichabod non riesce a prendere le distanze. Quell'uomo è gigantesco... e non ha la testa, a quanto pare... testa che tiene educatamente poggiata sul pomello della sella. Ichabod cerca di fuggire, invano; quando guadagna un po' di terreno si ritrova poi spiazzato dalle bizze del suo cavallo, e dirottato per un'altra strada. In quel mentre, il cavaliere gli lancia addosso la testa. Ichabod viene scaraventato a terra. Perde i sensi.
Il cavallo torna a casa il giorno dopo, senza sella e senza il povero maestro. Creduto morto, tutti i suoi beni vengono divisi tra la comunità e le fiamme. A fianco della sella, più avanti, si ritrovano soltanto i resti di una zucca. Frantumata. Curioso.
Ichabod non sarebbe mai più tornato indietro; secondo alcuni per vergogna, secondo altri per paura. Brom, fresco sposo della bella Katrina, intanto ghignava tutte le volte che sentiva parlare della storia del cavaliere senza testa, e della misteriosa zucca del maestro. Questo è quanto.
Si tratta di una “short story” assolutamente differente dalla sua traduzione cinematografica: è una lettura della piccola provincia americana dell'epoca, del clima culturale delle sue comunità e delle stravaganze di un popolo decisamente ignorante e quindi facile alla creduloneria, facile vittima di boccacceschi gabbi. È uno spaccato di un microcosmo di un'epoca, senza pretese diverse dall'intrattenimento e dal divertimento del lettore. Gotico soltanto nel retrogusto: goliardico, a dirla tutta, e a tutto spiano, sin dalle descrizioni un po' impietose dell'affamato povero maestro del Connecticut.
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“Rip Van Winkle” è la storia di un semplice e onesto contadino vissuto negli anni in cui la nazione era ancora una colonia britannica: un buon marito e un pessimo lavoratore (almeno: nella sua fattoria), discendente di una coraggiosa etnia che aveva lottato a fianco di Peter Stuyvesant, ai tempi di Nuova Amsterdam.
Rip era amato dai suoi concittadini: per la gentilezza e per la sua infaticabile attività di cantastorie per i bambini. Era uno che “sarebbe morto di fame per un penny, piuttosto che lavorare per una sterlina” (p. 75); spesso si ritrovava sbattuto fuori casa dalla moglie, ostile alla sua negligenza. Nemmeno tra gli amici poteva trovare riparo: presto lei se ne accorgeva a andava a rimproverarli. Restava soltanto il fedele cagnetto. E così, un giorno, mentre si consola andando assieme a lui a caccia di scoiattoli, nei boschi, incontra un misterioso tizio:
“Era un vecchio basso e tozzo, con folti capelli irsuti e la barba grigia. Vestiva come un olandese del tempo antico, con una giacchetta stretta in vita da una cintura di cuoio, pantaloni ampi, il cui lato esterno era ornato da una fila di bottoni, che sbuffavano alle ginocchia. Portava sulla spalla un barilotto che sembrava pieno di liquore, e fece cenno a Rip di avvicinarsi, per aiutarlo a sostenerne il peso” (p. 80).
Assieme, si inerpicano silenziosamente per le montagne; fino ad arrivare a destinazione. A Rip sembra di trovarsi tra le figure di un vecchio quadro fiammingo: osserva una brigata malinconica e silenziosa che gioca a bocce. Bevono il liquore, e tornano al loro gioco. Rip, più tardi, s'addormenta. Al suo risveglio è solo: non ha più con sé né il cane, né la bisaccia; tornando verso casa incontra sconosciuti vestiti in strani abiti. Sconosciuto a tutti sembra proprio il povero Rip, una barba di venti centimetri e un'aria incredibilmente spaurita.
“Un gruppo di strani bambini gli corse incontro, ridacchiando di lui e indicando la sua lunga barba grigia. I cani poi, tra i quali non ne riconosceva nessuno, abbaiavano al suo passaggio. Ma il fatto è che anche il paese era diverso: più grande, più popolato. C'erano file di case che non aveva mai visto prima, e quelle che conosceva erano quasi tutte scomparse. Strani nomi erano scritti sulle porte, strane facce alle finestre...” (p. 86).
Rip pensa a un incantesimo. La sua vecchia casa è a pezzi, il soffitto crollato, le porte scardinate: tutto sporco e abbandonato. La taverna è sparita. C'è un albergo, sventola una bandiera sconosciuta: la bandiera americana del generale Washington. Scambiato per un monarchico, Rip lentamente capisce l'accaduto, si confronta con i nuovi concittadini e si spiega tutto; i suoi vecchi compagni sono morti, a lui hanno dedicato una statua, sono passati vent'anni. Potrà riabbracciare la figlia e il nipotino, esultare per essere diventato vedovo, bighellonare a oltranza per il paese.
Qualcuno non gli crede, pensando che Rip è soltanto un vecchio pazzo. Ma per i vecchi olandesi diventa leggenda: tutti sognano, a un tratto, di potersi liberare dalla tirannide delle mogli sparendo in montagna come il vecchio Van Winkle. Bastasse una bisaccia...
Siamo sempre dalle parti della storiella goliardica con retrogusto – diciamo così – fantascientifico: la patina assurda della vicenda tinge una novella altrimenti divertente, e relativamente incolore, di fascino e letterarietà. L'argomento principe, ossia il repentino crollo della monarchia inglese nel Nordamerica, era caro a un artista che si chiamava “Washington” non per caso. Tutto qui: una short story caratteristica ma non proprio esemplare, giocata su un escamotage – quello del “viaggio nel tempo” - non proprio originale : sfogliate questa splendida pagina di wikipedia inglese, http://en.wikipedia.org/wiki/Rip_Van_Winkle, per ribadire, assieme a qualcun altro, nihil novi sub sole (eccetto l'America, si intende).
Divertissement per appassionati di Letteratura Americana.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Washington Irving (New York, 1783 – Tarrytown, New York, 1859), saggista e scrittore americano, di sangue inglese e scozzese. È stato sepolto nel cimitero dell'antica chiesa olandese di Sleepy Hollow.
Washington Irving, “La leggenda di Sleepy Hollow”, Barbès Editore, Firenze 2008. A cura di Riccardo Goretti. L'edizione include un numero fastidioso di refusi. Sarebbe bene mostrare più rispetto nei confronti del pubblico.
Prima edizione: “The Legend of Sleepy Hollow” e “Rip Van Winkle”, 1819, nella raccolta di racconti “The Sketch-Book”.
Adattamento cinematografico: Burton Tim - Il mistero di Sleepy Hollow – a cura di GF.
Approfondimento in rete: Wiki en / Gutenberg / WI Sunnyside.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2009.
Commenti
In questa edizione, oltre al racconto eponimo, ecco ?Rip Van Winkle? e ?L?arte di fare libri?. I primi due, accreditati al fantomatico Knickerbocker, viaggiatore e gentiluomo alter ego dell?autore, sono ? stando alla critica inglese ? la massima espressione della creatività di Washington Irving (1783-1859); il terzo, una satira dell?arte di fare i libri, che possiamo tranquillamente trascurare.
Irving perfected the American short story,[88] and was the first American writer to place his stories firmly in the United States, even as he poached from German or Dutch folklore. He is also generally credited as one of the first to write both in the vernacular, and without an obligation to the moral or didactic in his short stories, writing stories simply to entertain rather to enlighten.[89]
Some critics, however?including Edgar Allan Poe?felt that while Irving should be given credit for being an innovator, the writing itself was often unsophisticated. "Irving is much over-rated", Poe wrote in 1838, "and a nice distinction might be drawn between his just and his surreptitious and adventitious reputation?between what is due to the pioneer solely, and what to the writer"
http://en.wikipedia.org/wiki/Washington_Irving
Io credo che la storia del cavaliere senza testa sia molto europea e un poco più antica... per esempio c'è Theodor Storm con il suo Schimmelreiter (il cavaliere dal cavallo bianco) una novella gotica ambientata nei territori paludosi dell'Alta Germania. Anche qui la figura del cavaliere demoniaco è cruciale...
La seconda storia mi rievoca alcune leggende irlandesi secondo cui se si incappa in un certo tipo di folletto (esiste anche la versione locale delle fate friulane con gli stessi poteri) ci si addormenta risvegliandosi moltissimo tempo dopo.
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Se leggi La lettera scarlatta trovi molti di questi riferimenti alle leggende e alle superstizioni europee. Ed è normale vista la provenienza ancora abbastanza "recente " di questi scrittori (tu stesso parli per Whashington di sangue scozzese). Poi sul nuovo continente esse si mescolano alle leggende indiane (un bell'esempio di letteratura fantastica che dà molto bene l'idea delle commistioni è Il settimo figlio di Orson S. Card).
Comunque, anch'io conoscevo solo il film e quindi ben venga il ritorno alle origini!
Sì, le fonti si direbbero tutte europee, senza eccezioni; la novità unica sembra essere l'ambientazione americana. Per l'epoca, qualcosa di notevole; bisogna sforzarsi di guardarla con l'occhio di chi era coevo all'autore, pronto a emozionarsi per i passaggi di potere eng-usa, etc.
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Sono convinto che Storm non aveva abbandonato il gotico, sfociando nel grottesco; è così? Questa potrebbe essere una scelta peculiare di Irving. Quanto alle fonti del secondo... wiki en va ancora più indietro:
The story is similar to Peter Klaus the Goatherd by J. C. C. Nachtigal, which is a shorter story set in a German village.
The story is also similar to the ancient Jewish story about Honi M'agel who falls asleep after asking a man why he is planting a carob tree which traditionally takes 70 years to mature, making it virtually impossible to ever benefit from the tree's fruit. After this exchange, he falls asleep on the ground and is miraculously covered by a rock and remains out of sight for 70 years. When he awakens, he finds a fully mature tree and that he has a grandson. When nobody believes that he is Honi, he prays to God and God takes him from this world. Note also that the family name of Honi is also a term of geometry ('M'agel' is Hebrew for 'circle maker'), as well as the family name of Rip ('Winkel' is German for 'angle').
The story is also similar to a 3rd century AD Chinese tale of Ranka, as retold in Lionel Giles in A Gallery of Chinese Immortals.
In Orkney there is a similar and ancient folklore tale linked to the Burial mound of Salt Knowe adjacent to the Ring of Brodgar. A drunken fiddler on his way home hears music from the mound. He finds a way in and finds the trowes (Trolls) having a party. He stays and plays for two hours, then makes his way home to Stenness, where he discovers fifty years have passed. The Orkney Rangers believe this may be one source for Washington Irving's tale, because his father was an Orcadian from the island of Shapinsay, and would almost certainly have often told his son the tale.
And in Ireland there is the story of Niamh and Oisin, which deals with a similar theme. Oisin falls in love with the beautiful Niamh and leaves with her on her snow white horse to Tir Na nOg - the land of the ever-young. Missing his family and friends he asks to pay them a visit. Niamh lends him her horse warning him never to dismount and he travels back to Ireland. But three hundred years have past. His family and fellow warriors are all dead. Some men are trying to move a boulder. Oisin reaches down to help them. The girth of the horse's saddle snaps and he falls to the ground. Before the watching eyes of the men he becomes a very very old man.
Another story was by Diogenes Laertius, an Epicurean philosopher circa early half third century, in his book On the Lives, Opinions, and Sayings of Famous Philosophers. The story is in Chapter ten in his section on the Seven Sages, who were the precursors to the first philosophers. The sage was Epimenides. Apparently Epimenides went to sleep in a cave for fifty-seven years. But unfortunately, "he became old in as many days as he had slept years". Although according to the different sources that Diogenes relates, Epimenides lived to be one hundred and fifty-seven years, two hundred and ninety-nine years, or one hundred and fifty-four years old.[2]
A similar story is told of the Seven Sleepers of Ephesus, Christian saints who fall asleep in a cave while avoiding Roman persecution, and awake more than a century later to find that Christianity has become the religion of the Empire.
http://en.wikipedia.org/wiki/Rip_Van_Winkle
(Com'è "Il settimo figlio" di Orson Card?)
a proposito, sulle differenze tra libro e film...
diciamo che gli sceneggiatori di Burton - e Burton stesso - hanno mostrato una straordinaria creatività, prosciugando tutti gli aspetti fondamentali del racconto di Irving e mantenendo giusto l'ambiente e il contesto. Tutto il resto è farina del loro sacco.
Anni fa, del film, scrivevo: "diciotto decapitazioni, memorabile conflitto tra razionalismo e irrazionalismo, libidinosa ammissione di debolezza d?un illuminista nei confronti del potere e della natura di quel che sfugge ai canoni convenzionali (o: ?ammissibili?) d?interpretazione e percezione della ?realtà?: tra streghe buone e streghe malvagie, esemplari negromanzie, ameni furti di teschi ed emozionanti fatture, emerge il fantastico spettro d?un cavaliere nero senza testa sulle spalle, fanatico dell?ultraviolenza e ovviamente estraneo a qualsiasi etica e qualunque moralità, doomed to kill. "
> nel libro non c'è ASSOLUTAMENTE NIENTE di tutto questo.
Guardare il film alla luce della sua totale e radicale innovazione di un modello è interessante da un punto di vista estetico, storico e culturale, in generale. Diciamo che, fatte le debite proporzioni, ha l'ambizione di essere Sleepy Hollow adulta.
Vogliamo dirla tutta? Dovrebbero stampare il romanzo da cui hanno tratto il film - diciamo "la sceneggiatura evoluta". Quella sì che sarebbe interessante. Il resto (Irving) è storia (della letteratura);)
(... il concetto "personaggi incredibilmente snaturati" forse rende correttamente l'idea; )
Vi ricordate la versione Disney, a proposito?
http://disneyano.altervista.org/ichabod.htm
1949!!!!!
Non ne sapevo niente, ma andrò sicuramente a cercare il Dvd. Letta la trama: ti dico, morale della favola...
Disney fedele a Irving: se la trama è corretta, l'unica invenzione dello sceneggiatore è la notizia che il rivale del maestrino parla per primo del cavaliere, per spaventare Crane; nel libro, invece, se ne parla da sempre, sin dalle prime pagine.
quanto a Burton... fedele a sé stesso:).
La versione disneiana è geniale, è un piccolo capolavoro. Spesso si trova assieme ad un altro miniclassico, "Il drago recalcitrante" squisita parodia dei miti cavallereschi. Franchi, è un'accoppiata che può piacerti...
stupendo!
va bene, tra tre settimane prossima spedizione tra usati e 3x2 e ti dico;)
Grazie per le segnalazioni, ragazzi
[Washington Irving] In questi
[Washington Irving] In questi giorni ho ripreso in mano il volumetto di Washington Irving, uscito per Donzelli Editore, dal titolo "Racconti fantastici - La leggenda di Sleepy Hollow e altre dieci storie inquietanti". Avevo già letto tanti anni fa alcuni di questi racconti e poi nel 2004 - 2005, non ricordo, mi era stato regalato questo volumetto.
Che dire. Invecchiati, molto invecchiati. L'introduzione di Alessandro Portelli aiuta a comprendere parecchi riferimenti e inquadra storicamente l'opera ma forse è anche un po' troppo generosa.
Solo per dire che concordo con quanto scrivi tu, ovvero che la trasposizione cinematografica di Burton è decisamente migliore del racconto. Bisognerebbe proprio pubblicare quella sceneggiatura.
[il buon vecchio washington
[il buon vecchio washington irving] io credo che in parte sia colpa delle pessime edizioni italiane in circolazione: quella barbes è pop rancido, quella newton compton è, come dire, newton compton, e ci siamo capiti al volo. Questa Donzelli è un po' troppo personale, da quel che mi dici, e non ha nessuna attendibilità filologica. Quindi, è incompleta.
Burton comanda. Magari di Irving ne riparliamo quando, tra qualche anno, mi riesce bene una cosa che vorrei vedere pubblicata da un bel po'... e con tutti i crismi.