Io ho paura della letteratura italiana. Riflessioni di un lettore deluso.
“Io non ho paura”, pubblicato nel 2001 da Einaudi, per la collana “Stile Libero”, è stato uno dei casi letterari degli ultimi anni. Con questa pubblicazione, infatti, lo scrittore romano Niccolò Ammaniti, due anni dopo il notevole successo di “Ti prendo e ti porto via”, si è definitivamente affermato come uno degli autori nazionali più letti in assoluto, sia in Italia che all’estero.
Il libro, a conferma di questo incredibile consenso di pubblico, non soltanto ha venduto più di 650.000 copie ed è stato tradotto in ben 38 paesi, ma è anche diventato il soggetto dell’ultimo film di Gabriele Salvatores, campione d’incassi al botteghino.
Date queste premesse, insomma, mi aspettavo, ancor prima di sfogliare le pagine del libro, di avere a che fare, se non proprio con un capolavoro, almeno con una storia ben strutturata, uno stile intrigante, un’architettura narrativa fluida e coinvolgente. Ma, senza perdere tempo in in inutili giri di parole: la promessa di leggere qualcosa di illuminante, di intenso o almeno interessante, non viene mantenuta, e fino all’ultima pagina è tutto un susseguirsi di frasi spezzettate, accenni di prosa privi di spessore di uno scrittore italiano fin troppo sopravvalutato. Niccolò Ammaniti, in questo suo romanzo, costruisce una storia mediocre e poco originale, che vorrebbe situarsi a metà strada tra il giallo, il thriller, il romanzo realista e sociale, ma finisce per imbastire un intreccio non ben definito di tòpoi narrativi, noioso e privo di colpi di scena, reso ancora più pesante da uno stile elementare e privo di personalità. 
Con ancora maggiore convinzione mi sono avvicinato a questo breve romanzo, dopo aver letto critiche esaltanti e lodi incessanti, che arrivano anche a descrivere Ammaniti, insieme ad Alessandro Baricco, come l’artefice della rinascita della letteratura italiana.
Come se non bastasse, ecco anche un’encomiastica quarta di copertina che azzarda paragoni impegnativi, citando Clive Barker, “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain e le “Fiabe italiane” di Italo Calvino.
Ma andiamo con ordine, partendo dagli eventi raccontati in queste pagine. La trama è a dir poco lineare: Ammaniti ambienta la sua storia durante la torrida estate del 1978 ad Acqua Traverse, frazione di Lucignano, una manciata di case di campagna nel povero e desolante sud dell’Italia, dove il caldo è soffocante e un gruppetto di ragazzini si diverte a compiere lunghe escursioni nelle campagne circostanti.
Durante una di queste gite fuori porta, Michele Amitrano, nove anni e narratore intradiegetico della vicenda, scopre casualmente il nascondiglio nel quale Filippo, suo coetaneo, è tenuto prigioniero. Da chi? Perché? Michele lo apprenderà a poco a poco, scoprendo una realtà terrificante per lui, ma poco emozionante per il lettore.

Il romanzo di Niccolò Ammaniti scivola via veloce e senza lasciare traccia nella mente del lettore. La storia, apparentemente “difficile” e con risvolti sociali, in realtà è un malriuscito mix di luoghi comuni e personaggi stereotipati, privi di spessore psicologico, oggettivamente incoerenti che si muovono sullo sfondo, non ben definito, di un meridione italiano squallido e volgare.
Michele Amitrano, Antonio Natale detto il Teschio (“…lo chiamavamo il Teschio (…) perché una volta si era appiccicato sul braccio un teschio, una di quelle decalcomanie che si compravano dal tabaccaio e si attaccavano con l’acqua”), Salvatore Scardaccione (“…aveva nove anni, la mia stessa età. Eravamo in classe insieme. Era il mio migliore amico. Salvatore era più alto di me. Era un ragazzino solitario”), Barbara Mura (“…una femmina. Cicciona”), la sorellina Maria, sono piccole ombre grigie e prive di personalità, approssimativamente descritte sia fisicamente che psicologicamente. Lo stesso vale per gli altri personaggi della storia, il padre camionista (“…un uomo piccolo, magro e nervoso (…) aveva i capelli neri, tirati con la brillantina”)”, la madre attraente e mediterranea (“…mamma aveva trentacinque anni. Era ancora bella. Aveva lunghi capelli neri che le arrivavano a metà schiena e li teneva sciolti (…) era alta, formosa, aveva il petto grande, la vita stretta e un sedere che faceva venire voglia di toccarglielo e i fianchi larghi”), il vecchio Sergio Matera (“magro con la testa pelata”), Felice Natale (…un povero diavolo. Senza un amico e senza una donna (…) guidava una 127 color merda sciolta”), protagonisti inconsistenti di un romanzo abulico e, a tratti, particolarmente irritante, soprattutto nell’uso superfluo e ripetitivo di frasi frammentate, nel frequente utilizzo di espressioni volgari o dialettali e nei tentativi, poco riusciti, di descrivere con precisione il paesaggio nel quale è ambientata la vicenda.
Anche il tanto celebrato epilogo narrativo, il colpo di scena finale descritto, da molti critici, come originale ed emozionante – secondo la quarta di copertina “una conclusione sorprendente” – risulta banale, prevedibile, decisamente irrealistico e non fa altro che confermare tutti i dubbi sul romanzo.
Non riesco, sinceramente, a cogliere le motivazioni di un tale entusiasmo e di tutti questi elogi, oltremodo ingiustificati.
Durante la lettura del romanzo, infatti, si ha l’impressione di avere tra le mani una malriuscita novella di Stephen King; e, purtroppo, il prodotto letterario che viene offerto, in bilico tra thriller e horror, non riesce a coinvolgere né, tanto meno, a stimolare o incuriosire la fantasia del lettore, come riesce spesso a fare il prolifico scrittore americano.
L’effetto generale che si avverte al termine del romanzo, quindi, è un senso di scarsa profondità letteraria, di approssimazione e confusione, di povertà tematica e lessicale: non vi è una pagina che regali emozioni, tutto scorre via senza particolari spunti letterari, ovunque aleggia un senso di “già visto” e “già letto”; lo stile dell’autore è fin troppo elementare, ottimo per catturare i lettori della nuova generazione, che pretendono un prodotto veloce e facilmente fruibile, come al fast-food.
E questa, infatti, è fast-literature, ma è quello che, oggigiorno, attira i molti, moltissimi giovani che considerano Niccolò Ammaniti uno scrittore cult e che da un romanzo, forse, non si aspettano altro che un paio d’ore di insignificante intrattenimento.
Cosa c’è da salvare nel romanzo di Ammaniti? Poco, davvero molto poco, secondo il mio parere. Ma, al giorno d’oggi, risulta uno degli scrittori italiani maggiormente apprezzati, capace di mettere incredibilmente d’accordo critica e pubblico.
Ed è questo quello che maggiormente preoccupa: se questo è il capolavoro letterario di Ammaniti, se questa è la sua opera più matura, se questo banale romanzo è presentato come “un racconto potente e di assoluta felicità narrativa” e vende più di mezzo milione di copie, in Italia e nel mondo, c’è qualcosa che non va. O nel nostro modo di intendere l’eleganza letteraria e concepire quando un romanzo è ben scritto, o nella situazione generale della letteratura nel nostro paese, nel livello di cultura e di aspettative dei lettori, nella capacità critica di chi dovrebbe impedire la pubblicazione di un simile romanzo e stroncare un simile lavoro o, almeno, evitare di presentarlo come la rinascita della nostra produzione letteraria.
Ma, non si capisce bene per quale mistero letterario, le cose non vanno in questo modo. Niccolò Ammaniti vende e convince tutti. Io, non credo di leggerlo mai più. Purtroppo, molti altri lo faranno ancora entusiasmandosi.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Niccolò Ammaniti (Roma, 1966), scrittore italiano.
Niccolò Ammaniti, “Io non ho paura”, Einaudi, Torino, 2001.
Approfondimento in rete: sito ufficiale dell’autore / Italica Rai /
Antonio Benforte, dicembre 2004. Già pubblicato su lankelot.com.

Commenti
l' ho letto in tre giorni, più che altro per curiosità, visto che tutti lo elogiavano. Non capisco perché sia considerato un grande scrittore, non mi è piaciuto per niente, frasi minime, banalità, bleah! Lo consigliano anche ai ragazzi nelle scuole, forse perchè è facile e spesso ora i ragazzini sono a malapena alfabetizzati in certi istituti superiori.
Siamo in due, finora.
Chi si aggiunge?
Io mi aggiungo. Letto anch'io per curiosità. sono d'accordo con le osservazioni di Marina (nelle scuole consigliano letture pessime...). E poi è pure pieno di parolacce gratuite se ben ricordo. il film di Salvatores, al contrario, non è affatto male.
Sì. molte parolacce inutili.
Ma fosse solo quello...
Ma che sfortuna, non ho neppure incominciato a leggerlo. Forse perché qualcuno mi aveva regalato "Ti prendo e ti porto via" e alla fine della lettura, verso pagina 30, ho pensato che qualcuno avrebbe dovuto prendere l'autore e portarlo via. Molto molto lontano :)
...non hai scritto nulla di decente...ed il film tratto dal libro, è ancora peggio...tranne per quelle bionde distese...
Léon: non sempre nelle scuole consigliano pessime letture, a volte ci sono prof con buone idee e iniziative originali. Certo gli tocca talvolta fare un compromesso tra ciò che vorrebbero loro e i desideri dei ragazzini, purché leggano....
Mio figlio, prima superiore, pre le vacanze ha dovuto scegliere tre libri in una rosa di sette titoli, in mezzo c'é pure Ammaniti: non l'ha scelto, sponte sua, io non ho messo bocca. Probabilmente è stato influenzato pure dall'avermi sentito spesso parlarne male.
Suo padre ha una scrittura decisamente più intelligente e repubblicana. Qualcosa vorrà dire.
Ma certo, Marina. Fortunatamente non tutti i docenti consigliano pessime letture. e poi ci sono genitori che, pur non mettendo bocca, perlomeno orientano quel minimo che è giusto i propri figli. Anche i miei genitori non hanno mai messo bocca sulle mie scelte, ma inevitabilmente i primi libri che ho letto e che mi hanno formato erano nella loro biblioteca. Poco male, erano decisamente letture migliori di quelle che mi consigliavano alle medie, o alle superiori. Dipende sempre chi è l'insegnante, Marina. Come in tutte le cose, se ne incontrano buoni e pessimi. Su questo non sono stato fortunato. Ma lo sai che io e Franco abbiamo avuto lo stesso prof. di italiano alle medie (pur a distanza di 4-5 anni l'uno dall'altro). Su di lui, ad esempio, il mio giudizio, a distanza di anni, resta ancora sospeso.
Federico, guarda,pure io riguardo a prof, ho avuto una discreta varietà. Le migliori furono le prof di matematica (ho fatto lo scientifico), purtroppo io non davo loro molta soddisfazione perché odiavo quella materia e ci faticavo parecchio.
Io pure odiavo quella materia, e andavo malissimo. I professori di matematica mi hanno sempre guardato - come minimo - con sospetto. Poco male, non è la strada che ho seguito poi.
Ma il padre chi è? cosa fa?
http://www.emsf.rai.it/biografie/anagrafico.asp?d=380
http://www.unirsm.sm/masterdisagio2/docenti/Ammaniti.htm
Ah.