Franchi Gianfranco

Introduzione alla poesia dilettantesca. Italiana, contemporanea

Autore: 
Franchi Gianfranco

L’ora delle tentazioni. Il giovane scribacchino Paolo Damnatiocapite sente di essere un talentuoso incompreso innovativo poeta. Non conosce la poesia contemporanea, ma è fiero di aver sostenuto un’interrogazione sul pio bove dell’empio scribacchino e di aver strappato un decoroso 7 e mezzo al liceo. È imbevuto di ideologie sacrileghe e buoniste, impasticcato da farsesche società di poeti estinti, estasiato dall’aver letto che Vasco Rossi è poeta almeno quanto Vasco Pratolini, allora – sebbene ignori l’esistenza e la produzione di Vasco Pratolini – decide che è giunto il momento di esternare al pubblico la sua arte. La sua ragazza del resto gli ha ripetuto che le sue poesie sono bellissime, così come la mamma, occhi lucidi, canovaccio cinto alla vita. Scopre su una rivista che si proclama sin dal titolo, inequivocabilmente, origine e meta del suo talento che esistono dei concorsi. I titoli sembrano esotici. Poeti dell’Adda. Poesia della Bassa Val Brembana. Memorial Ignazio Tracagnotto di Lamezia Terme. Premio Zoccorino. Partecipazione aperta a tutti. Quota simbolica di iscrizione al concorso. Dalle diecimila alle cinquantamila. Si inviino pure tre poesie. Non oltre. Premio, una suggestiva targa, un ornato papiro, la pubblicazione in un’antologia di 1200 pagine, 50mila a copia, chiaramente a spese dell’autore. Chiaro: in un momento di crisi di mercato della poesia, chiunque si presenta nelle maxi librerie contemporanee per rilevare una zeppa da mezzo metro di diametro per 50mila lire compilata da ignoti selezionati dalla celeberrima Editrice del Libro di Caltanissetta. Comunque, è giovane ed entusiasta. Partecipa. Perde. Capisce che deve migliorare. Vince. Tripudio. Premiazione. Uno sclerotico vecchio giornalista RAI celebra rantolando l’importanza delle nugae e delle infime case editrici. Chiama il suo nome. Una Potnia trentenne legge balbettando i suoi versi. Chissà quale profondo impegno avrà profuso per arrivare sin lì. Applausi. Ritira la targa. Ringrazia, arrossisce. Finalmente l’erede di Ungaretti. Torna a casa, e non rimane niente. La piccola casa editrice si è arricchita, ma non ditelo in giro. Magari il vecchio giornalista ne è comproprietario. Qualche ingenuo ha ipotecato i propri sogni per riscattarli assieme a quelli di altri 90 sfortunati in una antologia. Compilata in ordine alfabetico, è ovvio. Senza criteri tematici. Senza struttura. Truffa.

Paolo Damnatiocapite non si arrende. Ha già trionfato al premio del lago di Vico, al concorso di Ugo di Sora, alla selezione di Radicondoli. I suoi amici, sportivi o quattroruotomani, lo chiamano poeta e prevedono leopardiani futuri dalle sinistre prospettive di ricchezza. Peccato che Leopardi fosse ricco di famiglia. Loro non sanno che Monaldo non era un soprannome del padre, affibbiato da un sardonico amico veneto. Paolo Damnatiocapite si sente poeta. Adesso legge le opere di punta dei simbolisti francesi, ed è affascinato dall’estremismo esistenziale di un Rimbaud o di un Baudelaire. Si accorge che esiste perfino un film su Rimbaud. Regista polacco. Di Caprio attore. Ahimè, gli sfugge che nel film Arthur sia una isterica bebotchka e non un poeta. Dio mio, pensa invece, beve assenzio e oltraggia le accademie. Superficie esemplare.
Emuliamolo. Goffo e patetico si atteggia in casa e nelle facoltà. Tra gli amici gode dell’incomprensione. Quanti si avvicinano percepiscono la sua aura di eletto, e lo deridono. Sublime. Come l’albatros di Baudelaire. È il momento di tentare la pubblicazione. Il nostro Damnatiocapite si precipita a compilare curriculum vitae pregiati dalle sue affermazioni nei concorsi. Ordina in fretta e furia un canzoniere. Annuncia ad amici e parenti, orgogliosi, che sta per spedire. Le grandi case nicchiano. “Non pubblichiamo poesia inedita”. “ Grazie per la preferenza accordata: non rientra nei nostri piani editoriali”. “Non pubblichiamo autori inediti”. Tentiamo – si incoraggia – con le case minori. Legge i pamphlet introduttivi ed esulta: sono loro ad essere alle spalle dei concorsi nei quali ha trionfato! Spedizione. Paolo Damnatiocapite gongola, promette, profetizza e predica sulle sorti della letteratura italiana. Parla di autori dell’Ottocento, ma chi lo ascolta annuisce. Risposta in massa: su tre tentativi, tre proposte di contratto!

 
La prima pagina delle lettere è un panegirico della sua poesia, e una presentazione dei piani editoriali della casa. Wunderbar. La seconda pagina prevede l’assurdo. “Tuttavia, considerando la drammatica situazione della poesia in Italia, e per evitare danni economici alla nostra azienda, la invitiamo a collaborare al finanziamento della prima stampa”. Damnatiocapite ha meno di 25 anni, e non lavora ancora. Si acciglia. 4 milioni per stampare mille copie. Dovrà essere lui a venderne almeno duecento ad amici e parenti. Qualche libreria forse esporrà il suo libro, ma la casa editrice ha una distribuzione locale o regionale al massimo. Tuttavia invieranno copia del suo testo a tutti i principali quotidiani e alle riviste specializzate (senza dubbio!). E con quali credenziali! Un’introduzione del sommo professore liceale o dell’accademico alla canna del gas. Epico. Paolo Damnatiocapite non si fida quando riceve – come mirabile exemplum – un testo pubblicato nella stessa collana che lo avrebbe ospitato. L’autore è un farmacista di Crotone di 73 anni, che ha iniziato a scrivere poesie in dialetto a 54 anni. Ha vinto i suoi stessi premi, cambia solo l’intestazione. Ed è al settimo libro. Il testo è male impaginato. L’introduzione è scritta da uno sconosciuto. È piena di refusi. Le poesie – nonostante Damnatiocapite non abbia esperienza di poesia contemporanea a parte Vasco Rossi e Jim Morrison – gli sembrano mediocri. E adesso? Adesso Damnatiocapite dovrebbe stracciare i contratti, e iniziare a riflettere. Stracciare i premi che ha ricevuto, cancellare i suoi vecchi progetti. Leggere, prima di tutto. Leggere tanto. Leggere non solo le opere del recente nobel irlandese o portoghese. Ma fidarsi delle bibliografie e studiare il background dell’autore. Analizzare la poesia italiana ed europea contemporanea con attenzione. Saper riconoscere Pessoa, Pavese, Landolfi, Heaney, Yeats, Enzensberger, Von Hofmannsthal, Trakl, la Spaziani come compagna di Montale, Corazzini, Pasolini, saper riconoscere che al limite De Gregori o De Andrè o Piero Ciampi possono essere stati cantautori lirici, ma che Vasco Rossi e Cherubini sono spazzatura consumistica, avere il coraggio di esplorare la produzione di haiku e di scoprire la vena poetica di uno zairese misconosciuto. Paolo Damnatiocapite deve cancellare la sua produzione, rinnegarla se necessario, leggere quanto più può e realizzare di avere limiti, di non avere avuto coscienza della poesia del proprio tempo, di essere stato raggirato dall’ipocrita propaganda delle case editrici minori che lucrano alle spalle degli ingenui e dei sognatori. Non è accettabile che un autore debba pagare per essere pubblicato. Non è accettabile che sia pubblicato senza essere distribuito e pubblicizzato a dovere. Non è accettabile che un autore si definisca poeta per aver scritto una poesia alla mamma o alla ragazza o un inno alcoolico. Quel poeta è il cancro della nostra letteratura. Quel poeta sta assassinando la poesia. Lui e la piccola casa editrice e il piccolo concorso che lo sostengono. Chiudete i cassetti. Tenetevi per voi i vostri pensierini. Acquisite coscienza, odiate i vostri scritti, umiliatevi di fronte ad un Montale o ad un Caproni, ad un Campana o ad un Sanguineti, e – lentamente – proponete con discrezione i vostri testi a chi ha competenza. Sperando che abbia tempo da dedicarvi. Proponetevi a chi tra i vostri amici ama e conosce la poesia. A chi vuole leggervi. Createvi un pubblico. Da domani un nuovo impegno: boicottare i concorsi farsa e le case editrici saprofite. Annichiliamo questo sistema e lasciamo linfa alla poesia. La pubblicazione in vita non è logica né essenziale: è auspicabile se davvero una silloge merita. Ma cosa importa essere riconosciuti dopo la morte se i vostri testi vivranno e avranno significato per qualcuno? Oppure avranno, addirittura, nuovi significati per altri? Lasciate un messaggio nella bottiglia, e affidatelo al Tirreno: è più efficace pubblicazione.


Paolo Damnatiocapite oggi si nasconde e si vergogna di aver reputato poesie delle rimastre logorroiche e sciatte. Sa di avere molti fratelli. E che molti di loro sono in viaggio per il Molise: in una fredda stanza, dove dodici pseudo-letterati siedono su uno scranno, riceveranno la loro nano-ovazione. Paolo Damnatiocapite sa di aver contribuito alla morte della poesia per aver esasperato il dilettantismo. È lì, sull’autobus, legge Gottfried Benn e tace, rapito. Forse non serve scrivere più.

 



 

Lankelot, G.F., febbraio del 2002. Revisionata nell’ottobre 2003.

Già apparsa su Der Wunderwagen, Lighea e Ciao.com, con varie modifiche. Quindi, Lankelot.com

ISBN/EAN: 
00000

Commenti

"Già apparsa su Der Wunderwagen, Lighea e Ciao.com, con varie modifiche. Quindi, Lankelot.com"

E questa è - direi - l'unica quadrupletta delle 535. La ragione è semplice: è stata scritta a 23 anni, altrove con nomi, cognomi e indirizzi - ormai superflui - e francamente immaginavo servisse, e credo servirà negli anni, a ridicolizzare sia i troppi editori a pagamento (che so: i vari Tracce, Firenzelibri, Il Filo, Pagine) sia i troppi scriventi presuntuosi, mezzeseghe e ignoranti che ammorbano editori, tipografie, amici e parenti. A casa, e zitti.

(e qui si chiude il mio archivio - critico e non solo - relativo alla poesia. Avanti col resto...).

Cavaliere! Questo era una delle colonne del vecchio lankelot, insieme alla recensione di Ammaniti. Le due letture che mi convinsero a scrivere a quell'insolito webmaster che si faceva beffe del mondo e njon risparmiava mazzate a nessuno. (Queste e il concorso letterario "senza balzelli di sorta" unico del web nel suo genere).
Grazie di averla riproposta.
"Lasciate un messaggio nella bottiglia, e affidatelo al Tirreno: è più efficace pubblicazione."
Tristemente vero.

E se sapessi quanto odio mi sono attirato. Ma mica dai grandi: dai poveracci, dai sitarelli di critica o di scrittura poco più che amatoriali. Si vede che avere i coglioni non è sempre tratto distintivo gradito dalle masse (dov'è la novità? non c'è)

Io ci vedo due distinte problematiche: una è quella di non gradire una certa autoindetificazione con Damniatiocapite. Il pezzo è scritto bene e qualcosa di analogo con te steso lo trovi per forza. Tranne se uno non ne mamma ne ragazza ne amici cui far leggere i propri pezzi; di solito però questa gente si impicca, non scrive. Ora essere insultato, anche se in modo intelligente, può non piacere. A me ci volle una certa dose di autoironia, se ti ricordi. Ti scrissi di "smembrare e fare a pezzi". Ma io ero incazzato e disperato, da troppi gironi a spulciare il web, con solo concorso putrescenti a pagamento e pochissima qualità. Solitamente tutti osannano le stesse persone e questo non lascia nessuno spazio a un esordiente. Ne lascia di più la tua selezione spietata. Ma ci vuole intelligenza (mi vanto) per capirlo.

L'altra è una diffusa concezione, forse un po simplicio-romantica, che vuole la poesia in particolare, ma anche la prosa, come il frutto di una non meglio definita affinità dell'artista con la parola. Andrebbe anche se in tutto questo la cultura e le conoscenze non venissero tacciate di zavorra, inutile e pedante.
Personalmente è concezione che mi disgusta. Credo si possa anche, scrivere in modo semplice, ma semplice non è banale e non è semplicistico. Semplice è avere quel perfetto controllo del registro che ti permette chiarezza senza sacrificare (troppa) eleganza e precisione. Così abbondano poesiole bucoliche sulle capre ticinesi e i pecoroni sardi, le mucche padane, i politici romani (ops).
Non voglio con questo negare l'importanza del talento, dico solo che il talento va lavorato e raffinato, persino umiliato. Nessuno scrive una grande opera perché la mattina si sveglia con questa fissa in testa. Si deve sudare. Solo che sudare è faticoso e la fatica non è mai ben vista. Questo è forse il cancro, non solo della poesia.
(Avere i coglioni, ti permette di accettarla la fatica e di godertela anche.)

(il tuo commento è talmente bello e intenso che non solo non aggiungo niente, ma so già che mi aiuterà ad affrontare con totale disinteresse l'odio dei poveracci: che mi sembra esploderà se e quando pubblicherò qualcosa per qualcosa di appena visibile).
(maestoso, sviluppa queste idee e darai vita a grosse cose).

applaudo, concordo, ma non riesco a sorridere. Perché so e capisco quell'odio cui si fa riferimento nei commenti sopra me...quella totale e disperata mancanza di talento, quella presupponenza di identificare come poesia una squallida sequenza di immagini barocche o crepuscolari, semplicemente spezzando la frase. Verseggiare è fare rime oppure racchiudere pensieri stantìì in dieci righe spezzate. NO.
La poesia è arte. E l'arte è una "faccenda" seria. E una vicenda "seria". E non è per tutti. La lettura e i pensieri forse sono più democratici. L'arte no.

"La poesia è arte. E l?arte è una ?faccenda? seria. E una vicenda ?seria?. E non è per tutti. La lettura e i pensieri forse sono più democratici. L?arte no."

Quoto con applauso, battendo tre volte il pugno sul tavolo.

Ave, Gianfra'. Forse noi non finiremo in una bottiglia nel mare della rete. Forse.

(e lasciami dire "noi", per tanti motivi)

(a voja)

Morale del pezzo mi è sempre sembrata semplice: prima di scrivere poesia bisogna aver letto poesia, e averla capita. Bisogna essere preparati. I dilettanti erodono la prassi, che non deve essere "comune", di fare e avere visibilità in poesia. Oscurano la grandezza e l'educazione percettiva ad essa per il fruitore.

Riguardo a quello che scrive Thomas: "che vuole la poesia in particolare, ma anche la prosa, come il frutto di una non meglio definita affinità dell?artista con la parola." + al di là dei gusti personali mi sembra ovvia questa affinità. Che poi si scelga e riesca a fare poesia con la semplicità va benissimo. Esistono infiniti esempi di questa tendenza e della contraria. Non tutto è classicismo o barocco o espressionismo, naturalmente. Però l'amore per la parola è necessario, non se ne può fare a meno, senza con questo rinunciare a una libertà nel suo utilizzo. Sfido a trovare un Poeta che non abbia amato enormemente la parola.

questo è un tuo grande classico, che avevo letto ai primordi....
che dire? apprezzo, concordo....e mi sento sempre impreparata, per quanto cerchi di leggere e capire. Ci sono troppi autori che non conosco affatto, troppi nessi che non riesco a ricostruire, farei bene a tacere pure io.

Eh se ricordo questa pagina!
Letta e riletta non perde il suo effetto.
E' una sferzata non rabbiosa, ma spietatamente lucida.

"Forse non serve scrivere più"
Non è così per tutti.
Non abbiamo bisogno di grafomani zotici e sciatti epigoni, ma di artisti sì. Quelli non possono e non devono pensare che scrivere non serva più.

12> Sai Arpa, l'amore per il linguaggio sì è indispensabile e anche il talento. Quello che mi premeva sottolineare è che esiste una diffusa concezione dell'arte come di qualcosa che scaturisce spontaneamente da menti geniali, moto di protesta contro l'intellettualismo che forte della propria innovazione si fa strada nel buio delle biblioteche.
Mi sta bene la protesta e anche l'innovazione, ma non credo nascano spontaneamente. Per rompere con il passato bisogna aver letto, capito e studiato questo stesso passato. Picasso sapeva dipingere barchette e tramonti e aveva studiato Da Vinci e Monet; Einstein sapeva far di conto e conosceva la meccanica newtoniana; Nothomb conosce la grammatica e ha letto Flaubert e Maupassant.
Sono stanco e nauseato da imitatori di Bukowski, che avendo letto due racconti di ordinaria follia si sentono in dovere di imbrattare la memoria di chi ha scritto letteratura, magari in nome di un autore minore, che mai si sarebbe sognato di.
Ecco.

(Comunque di linguaggio si riparla. Rimugino un articoletto su Quine, a breve.)

15. "Picasso sapeva dipingere barchette e tramonti e aveva studiato Da Vinci e Monet; Einstein sapeva far di conto e conosceva la meccanica newtoniana; Nothomb conosce la grammatica e ha letto Flaubert e Maupassant.
Sono stanco e nauseato da imitatori di Bukowski, che avendo letto due racconti di ordinaria follia si sentono in dovere di imbrattare la memoria di chi ha scritto letteratura, magari in nome di un autore minore, che mai si sarebbe sognato di.
Ecco."
mi permetto di sottoscrivere. Il mio era un senso che qui è stato adeguatamente e magistralmente approfondito. Senza polemiche, beninteso. O anche MOLTO polesemico :-)

Mi permetto di aggiungere: poesia bisogna leggerla, capirla (più che altro iinteriorizzarla secondo la propria sensibilità e il proprio stato d'animo), ma soprattutto amarla. Senza amore è solo esercizio intellettuale che può scaturire - solo - in un esercizio di stile di scrittura. La parola, giusto; l'amore per la parola è fondamentale, ancor di più il suono, la musicalità. O meglio, poesia è ciò che mi aiuta a danzare dentro, restituendo magari fuori in empatia, emozione: pensiero, scrittura.

Un solo piccolo appunto, Franco. Poeta non è solo chi lo è di professione (passami il termine, ancorchè non piaccia nemmeno a me), ma chi restituisce poesia sotto forma d'arte. E, restando all'arte scritta, posso dirti che alcuni testi di De André non hanno nulla da invidiare (stilisticamente parlando: metrica, assonanze, evocazione di immagini) a tanti poeti da te citati. Ti faccio un esempio su tutti: "La buona novella".

17. Leon mi permetto di aggiungere che poesia non è pubblicare. Per quanto mi ( e tanti ci) riguarda scrivere è una necessità. Quando non ne hai non pubblichi. Credo ( a mio modesto parere) che lo scritto andava a decrittare alcune pratiche usuali qui da noi (Qui ce lo dice GF)in maniera davvero stilisticamente divertente. E amara. Per il resto ti appoggio.De Andrè piace anche a me. Ma non è un poeta. Un cantautore. Credimi è diverso.Senza differenze di valore, inteso.

Perfettamente d'accordo, l'amore è parte fondante. Però questo non manca spesso e volentieri nei cosiddetti imbrattacarte. La lettura e l'esperienza sono il miglior esercizio di autocritica che possa esistere, e magari a discapito di un amore impulsivo che farebbe credere dei grandi autori anche a chi non lo è ma lo sente.

Sui cantautori: dilemma enorme. Pochi giorni fa una mia collega si è laureata con una tesi proprio su De André. Argomentazione era principalmente una equivalenza di dignità della poesia "profana" con quella ufficiale e laureata. Era molto convincente ma alcune obiezioni sono naturali: come ad esempio spesso la minore densità polisemica o una ricerca o influssi meno profondi e tradizionali; oppure uno studio sul linguaggio non sempre ragguardevole. Opinabile, certo. Però non bisogna scordarsi come la poesia agli albori fosse inscindibile dalla musica, e di come questo fosse liscio come l'olio.

Ho fatto l'esempio di De André non a caso, in quanto musicante intriso di letteratura e anche fine filologo, se vogliamo. L'esempio de "La buona novella" è calzante proprio per il suo valore letterario: leggete i testi senza musica, e poi ditemi. Ad ogni modo, De André è un caso a sé, l'ho citato solo perchè citato anche da Franco che che ha scritto: "saper riconoscere che al limite De Gregori o De Andrè o Piero Ciampi possono essere stati cantautori lirici". Quel "al lmite" e quel "possono essere stati" non mi trova d'accordo. Riguardo a De André, più che De Gregori o Ciampi. La sostanza del resto è condivisibile, ci mancherebbe.

De André, Guccini, De Gregori, anche qualche spunto di Bennato o di Vecchioni possono essere considerati avere valore letterario. Il punto è che c'è chi è disposto ad esaltarli a grandi maestri della lirica coprendo al contempo di liquame un Ungaretti, perché scrivono un italiano semplice e magari a volte licenzioso; soprattutto perché queste persone sono troppo ignoranti per leggere Ungaretti.
Quello era mi sembra il succo del discorso.

(Sono sicuro che passando al setaccio la produzione completa di Vasco potremmo scoprire che due versi con un vago cenno di lirismo sono sfuggiti persino a lui. Non mi sembrava ci fosse nessuna critica alla canzone d'autore, piuttosto a chi non sa leggere e finisce per rovinare la letteratura, ma anche il talento di un de André, che accostato a certe critiche qualunquiste fa venir voglia di piangere.)

20. su De gregori attualmente ho un un distacco personale che non mi permette di giudicare. Ed argomentare mi riesce male ( o comunque lungo). Orduqnue stop. Sul resto te l'ho detto. La poesia è. Il resto è noia.

19. Sì, non facevo differenze di valore, che lascia il tempo che passa. Io cercavo di denunciare una certa way of life qui in Italia basata su poesia low cost, prendi uno al prezzo di niente. Vabbé. In ogni caso mi concentravo su strutture. E anche tempi, modi,e vai. Una tesi sui cantautori ( e mi assumo la responsabilità di dirlo ma anche Venditti fino al 1983) mi sarebbe piaciuta anche a me. Ma un conto è raccontare poeticamente ed un conto la poesia. Quindi ditemi :-)

21. non so se mi ripeto ma. Su Vasco allungherei a quattro versi. Facciamo sei. Per il resto il succo era quello :-)

E io continuo a dirvi che un conto è parlare genericamente di cantautori, altro è parlare di De André. Mischiarlo con Bennato, Vasco Rossi e Venditti, da questa particolare ottica (amavo Vasco da ragazzino), è come mischiare la merda con la cioccolata. E scusatemi il francesismo;)

aaaaaaaaa...t'è scappato. Non oso contraddire tali asserzioni colorate :-)

ogni tanto sfugge:)

Eh, sfugge. Ma va argomentato seriamente. Ossia: prendiamo - come suggeriscono gli altri - chi ha fatto della Poesia una ragione di studio, di ricerca e di vita, e chi ha adattato la tradizione cantautoriale alla poesia. Qualche strapiombo c'è, e non da poco, a ben guardare. Poi, per carità: siamo nella Nazione in cui chiamano Maestro anche Demo Morselli da Costanzo, e Poeta anche Benigni che versi non ne scrive...

De Andrè è un notevole cantautore, ma non scherziamo. Ognuno ha il suo talento e il suo mestiere. Mi interesserebbe - se fosse poeta - come minore, e per gli eruditi richiami (Villon, per dire). Se penso al confronto - che so - tra Montale, Ungaretti, Corazzini e De André patisco e non poco. A me i minori piacciono solo se incompresi. Mi pare che De André - come musicista - sia stato compreso, e non poco:)

27 - De André? certo che lo argomento seriamente: leggetevi i versi che riporto nelle recensioni, poi mi dite:

http://www.lankelot.eu/?p=604
http://www.lankelot.eu/?p=640
http://www.lankelot.eu/?p=411
http://www.lankelot.eu/?p=205
http://www.lankelot.eu/?p=137

Mi pare che Demo Morselli e Benigni centrino poco, o no?

E che Montale era incompreso e minore? In ogni caso De André c'entra ben poco con Demo Morselli e Benigni, mi pare.

Leggete, assaporate gli incantevoli versi che ho estrapolato dal disco, e poi mi dite:

http://www.lankelot.eu/?p=604

Ma io ti dico subito. Perché cantava e non scriveva versi? Rispondimi tu.
Perché De André esisteva come cantante: industria discografica, concerti, etc - e non come autore di libri? Dicci.

Tenendo presente quanto vendeva, e che campava con la musica.

(Bennato delle origini ha scritto qualche verso degno di una ballata; il termine poesia lo riserverei ad altro.)
L'unico cantautore moderno a me noto che ha scritto poesia (vera) da minore è Brassens. Ma la tradizione francese è diversa dalla nostra e, in un certo senso, più facilmente vittima di quel qualunquismo di cui parlavo.

Di poeti musicisti fuori d'Italia ce ne sono stati diversi. Vian e Neruda ad esempio (ma non sono sicuro che Neruda abbia scritto musica o se ha solo scritto testi arrangiati da altri). In Italia abbiamo un Nobel alla letteratura che ha scritto testi per musiche. E non da poco.

30 - Probabile che da poeta avesse fatto la fame, è vero (ma era ricco di famiglia, quindi dubito). Ma questo che c'entra? Ciò non toglie che ha scritto quel che ha scritto, che poi non sia un poeta nel senso classico del termine non vuol dire affatto che non abbia scritto liriche, come ho tentato di dimostrare nelle mie recensioni. Anche qui, come spesso accade, c'è un principio ideologico (passami il termine) che ci differenzia. Ovvero: io guardo l'arte in sé (come guardo la politica in sé), non mi frega nulla da dove arriva e perchè arriva. Se sono versi belli può averli scritti anche un personaggio dalla vita privata inquietante (stesso vale per la politica).

(con questo, per carità, non sminuisco quanto sia gradevole ascoltare De Andrè. Ma, appunto: ascoltare).

Ma poteva avere anche una vita privata inquietante.
Rimane che come poeta è tecnicamente nullo. E' un rimarolo, non mi emoziona, non ha nessuno sperimentalismo, non è contemporaneo, non ha a che fare con ricerche che durano da secoli. E' un grande cantautore, lasciamolo nei suoi panni di cantautore.

La Poesia è un'arte ben diversa. Non è per tutti. Non tutti sanno comporre musica e adattare parole alla musica: ecco: non tutti possono scrivere versi. Questa è la gran morale della favola. E questo al di là delle fratture del Novecento, del verso da una sola parola caro agli ermetici o al primo Ungaretti. Tutto qua.

Tecnica significa studio, conoscenza, competenza.
Chi ritiene che un verso sia una riga succeduta da un'altra riga non ha capito niente. E - mi spiace - quando quella riga prende una riga con rima, è ancora peggio. Meglio che cantino, là va bene;).

Ci mancherebbe, ascoltare: era cantautore. Il discorso di fondo che stava alla base del mio intervento, cosi non la tiro troppo per le lunghe, è che chi si sente di scrivere poesia può essere ispirato anche da De André, oltre che da Novalis e Ungaretti (ho citato due che amo molto, non a caso).

35 - Si Franco, ma oltre alla tecnica c'è il ritmo, il suono, la musicalità. Anche questo è poesia.

Questo sicuramente sì, naturalmente.

Sì, ma non basta, purtroppo (cfr. 37). Magari bastasse.

No che non basta, ma senza non si può poetare. Nemmmeno la tecnica da sola basta.

Sicuramente. Certo, la rima baciata non aiuta, diciamolo.

E nemmeno quella alternata.

Servono in musica. Perché sono più adatte. E questo lui lo sapeva bene. Per questo lo rispetto e lo ascolto ma non lo leggo.

La dignità poetica delle canzoni è un falso problema: in una canzone parola e musica sono un tutt'uno che sarebbe insensato scindere, perché l'una sostiene e dà forza all'altra. Se provassimo a musicare Dante, probabilmente ne verrebbe fuori una grande schifezza. E se leggessimo il libretto dlla Traviata ci accorgeremmo che i suoi versi fanno venire la pelle d'oca per quanto sono brutti, ma questo non toglie valore all'opera in sé. Insomma, credo che ogni forma d'arte abbia una sua logica e un suo linguaggio peculiari.

Quoto in pieno.

"Sì, ma non basta, purtroppo (cfr. 37). Magari bastasse."

Credo che in giro a piede libero, al momento, di tecnica ne circoli abbastanza. Ovviamente non parlo del Paolo Damnatiocapite, dei tanti - sempre di più - come lui. Parlo di gente con forte preparazione accademica, scolastica, dogmatica. Il fatto è, secondo me, che la soglia di corruttibilità da un paio di lustri sia scesa in maniera preoccupante. L'esempio del Demo calza a pennello: indubbiamente un gran musicista - termine ampio - (avrà anche lui i suoi bei diplomini in cornice), ma il contesto all'interno del quale ha costruito il suo "successo" - altra accezione ampia - è osceno, volgare e brucia quanto di buono ci si poteva aspettare da un futuro utopistico.

L'Italia sembra aver adottato il gusto del facile e del superficiale. Fa un certo effetto - ultimamente, ho notato - entrare nel sito de "Il Foglio letterario" e leggere QUELLA frase di Samuel Johnson.

L'occasione fa l'uomo ridicolo.

Ah, grande pezzo, Gianfranco. Mi son perso tanto di quel ormai mitico Lankelot.com...

;). Ma qui rinnoveremo e supereremo, Paolo. Insieme.

Tecnicamente poesia è un testo in versi. C'è poco da scappare. E' una questione grafica. La qualità non è discriminante. Per lo meno questo insegnano all'università. Poi esistono infiniti motivi perché esistano Poesia e poesia, ma viene in secondo momento.

Qualcuno sa dirmi perché la poesia provenzale, dei trovatori, scritta per essere musicata e cantata, non sarebbe poesia? Il punto che prosa è un qualsiasi testo scritto, come romanzo un qualsiasi testo con una certa lunghezza e con una trama qualsiasi. Se no entriamo nel terrficante terreno molle delle definizioni che non sono sempre valide né per niente sempre condivisibili. E lo sappiamo perché non è possibile argomentare oggettivamente su cosa sia poesia o non sia poesia. La storia della critica passata sentenzia.

E nessuno pensi che anche io non senta la necessità di una poesia di qualità, questo è un dolore che anch'io non so tollerare. Però mi accorgo che anche la cosiddetta "scolastica" illustre e accademica si sta aprendo a nuove tendenze e nel riscrivere vecchi epitaffi, condivisibile o no che sia, e questo dovrebbe farci notare che non sempre quello che per noi è un canone inviolabile, perdura nel tempo quanto la nostra educazione, figlia del suo tempo.